La trasmissione intergenerazionale dei disturbi di
personalità: dalle infanzie infelici ai disturbi delle
relazioni di coppia e della parentalità

Luigi Cancrini1, Francesca Romana De Gregorio2



Il progresso scientifico si muove su due tipi di movimenti solo apparentemente contrapposti: quello delle ricerche che tende a verificare ipotesi già formulate e quello preparato dai dati che esso non spiega, portando alla formulazione delle nuove ipotesi. Inevitabile all’interno di una comunità professionale percepi­re come rassicuranti e lodevoli le prime, come pericolosi e da osteggiare i secondi. Sceglieremo per questa rubrica, all’interno di una letteratura ormai vastissima e spesso ripetitiva sulla terapia, lavori del secondo tipo. Parlando di “idea nuova” ne supporremo sempre il significato propositivo. Sperando di dare un contributo al­lo sviluppo di una scienza realmente “riflessiva”: capace cioè, nel senso di Bateson, di comprendere se stessa nel campo della propria osservazione.


Scientific progress moves along two lines which are only apparently in contradiction: one belongs to research which aims at verifying hypotheses already for­mulated, the other being prepared from data which the hypotheses do not explain and leading to no formulation of new. Inevitable, for the professional community to perceive the former as encouraging and praise worthy and the latter as dangerous and hostile. For this section, a careful selection has been made from the literature on therapy, today very extensive and often repetitive, concerning works of the second type. Referring to a “new idea”, we will always take it as a proposal while at the sa­me time we hope to bring a contribution to the development of a really “reflexive” science: that is, capable, as Bateson says, of looking carefully into itself.


El progreso científico evoluciona en dos direcciones opuestas: una lleva a realizar investigaciones que tienden a verificar hipótesis ya enunciadas y la otra a reali­zar investigaciones que formulan nuevas hipótesis. Es inevitable que la comunidad de profesionales considere el primer tipo de estudios más confiables y elogiables mientras que los segundos, se consideren peligrosos y generadores de hostilidad. En esta sección han sido seleccionados solo trabajos del segundo tipo, dada la amplitud y a menudo la repetición de la literatura dedicada a la terapia. Al hablar de una “idea nueva” lo haremos siempre desde un punto de vista de propuesta, esperando poder contribuir al desarrollo de una ciencia realmente reflexiva que en el sentido de Bate­son, sea capaz de auto observación.



Riassunto. Partendo dalle osservazioni di bambini e di adulti che vivono o che hanno vissuto delle “infanzie infelici”, gli autori ipotizzano l’insorgenza di disturbi di personalità, frutto di una trasmissione intergenerazionale e non genetica degli stessi.

Parole chiave. Disturbi di personalità, disturbo narcisistico, disturbo istrionico, trasmissione intergenerazionale, infanzie infelici.


Summary. Generational transmission of personality disorders: from unhappy childhoods to couple and parental relationships disorders.
Based on observations of children and adults living or having lived “unhappy childhoods”, the authors argue the thesis that personality disorders are the result of a generational transmission and not genetics.

Key words. Personality disorders, narcissist disorder, histrionic disorder, intergenerational transmission, unhappy childhood.


Resumen. La transmisión intergeneracional de los trastornos de la personalidad: desde la infancia infeliz hasta los trastornos de las relaciones de pareja y de paternidad.
A partir de las observaciones de niños y adultos que viven o que han experimentado “infelices infancias”, los autores plantean la hipótesis de la aparición de trastornos de la personalidad, el resultado de una transmisión intergeneracional y no genética de los mismos.

PREMESSA
La possibilità di tipizzare le infanzie infelici si basa su due fondamentali blocchi di osservazioni.
Il primo, il più consolidato, è quello legato alla letteratura sui disturbi di personalità ed alla ricostruzione, che questa propone, dell’infanzia vissuta dai soggetti che di tali disturbi sono portatori. Il riferimento fondamentale, da questo punto di vista, è il testo di Lorna Smith Benjamin [1], basato sulla classificazione dei disturbi di personalità proposta nel DSM-IV e ricco, oltre che di osservazioni cliniche assai puntuali, delle indicazioni bibliografiche più importanti. Il limite di questo tipo di fonte è, ovviamente, quello legato alla fedeltà dei ricordi che riemergono nel corso di una psicoterapia portata avanti a molti anni di distanza da quelli in cui quell’infanzia fu effettivamente vissuta. La sua rilevanza è essenzialmente quella legata alla sua capacità di dotare di senso, collegandole fra loro, le manifestazioni sintomatiche e le storie dei disturbi che si sviluppano su tempi più ampi di quelli permessi dall’osservazione diretta del terapeuta. Ponendosi sulle tracce, di fatto, di quelle ricostruzioni biografiche care agli psichiatri di ispirazione antropologico-esistenziale 1.
La seconda, più recente ed empirica, è quella legata alla osservazione diretta dei bambini infelici incontrati nel corso del lavoro svolto in questi ultimi venti anni presso il Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e Famiglia, presso la Domus de Luna e le altre strutture per minori in cui abbiamo lavorato. L’utilizzazione dei concetti relativi alle situazioni infantili che preparano lo sviluppo dei diversi tipi di disturbo della personalità è stato estremamente utile, infatti, per dare senso ai particolari “sintomi” di questi bambini nel momento in cui l’utilizzazione del concetto di “relazione interpersonale interiorizzata” studiato in particolare da Kernberg permette di trovare una corrispondenza semplice e convincente fra situazione e “sintomo”, fra contesti di vita e tipologia del disturbo esibito dal bambino.
Il risultato più importante di questo insieme di osservazioni cliniche riguarda la loro fondamentale convergenza. Gli studi di Lorna Smith Benjamin sui gravi disturbi di personalità e quelli portati avanti da uno di noi sulle “infanzie infelici” hanno permesso infatti di verificare un rapporto significativo fra tipi diversi di comportamenti sintomatici dell’adulto e reazioni del bambino esposto a circostanze di vita molto sfavorevoli. La tesi sviluppata sulla base di queste osservazioni può essere sintetizzata come segue:
• i disturbi gravi di personalità si sviluppano in persone che sono state esposte in età precoce a situazioni traumatiche importanti e di lunga durata;
• i diversi tipi di disturbo di personalità hanno le loro origini in circostanze sfavorevoli molto diverse fra di loro perché l’infanzia, comunque infelice, della persona che soffre di un certo tipo di disturbo di personalità è in qualche modo “tipica” e diversa da quella vissuta dalla persona che soffre degli altri tipi di disturbo di personalità;
• vivere una infanzia particolarmente infelice determina nel bambino reazioni molto simili ai comportamenti sintomatici dell’adulto portatore del disturbo di personalità corrispondente.
Ci occuperemo ora, in questo studio, del problema ulteriore costituito dalla facilità e dalla frequenza con cui le dinamiche interpersonali attivate dai comportamenti sintomatici più comuni delle persone che soffrono di un disturbo di personalità tendono a ricreare, per i loro figli, situazioni che ripetono quelle vissute nel corso della loro infanzia.
Partiremo, per farlo, dalle tabelle in cui vengono illustrate delle corrispondenze significative fra i comportamenti sintomatici degli adulti che soffrono dei diversi tipi di disturbo di personalità e le situazioni infantili ricostruite con loro dalla Benjamin e verificate direttamente da noi nei bambini che vivono delle infanzie infelici. Ci occuperemo successivamente, sulla base di osservazioni cliniche tratte dal nostro lavoro con le famiglie, delle situazioni tipiche che si determinano nelle relazioni significative di questi pazienti con i loro partner e con i loro figli.
Basato sullo studio delle “infanzie infelici” con cui più frequentemente ci si confronta nelle strutture che si occupano di maltrattamento e abuso sui minori e nelle esperienze di terapia familiare, questo lavoro non si occuperà tuttavia di tutti i disturbi di personalità descritti nel DSM-IV ma solo dei percorsi di vita tipici dei quattro disturbi di personalità (borderline, antisociale, paranoide e schizotipico) in cui il maltrattamento è comune ed evidente e dei due altri tipi di disturbo (istrionico e narcisistico) in cui il bambino vive condizioni di maltrattamento psicologico molto più sottili: evidenziabili, di fatto, solo all’interno di un contesto di terapia.
L’INFANZIA BORDERLINE E IL DISTURBO DI PERSONALITÀ BORDERLINE DELL’ADULTO
Questo tipo di situazione, di gran lunga la più studiata, è quella che si ritrova comunemente alle origini del disturbo borderline di personalità (borderline personality disorder - BPD). Nella descrizione della Benjamin [1]2, i quattro elementi che la caratterizzano sono:
1. il caos che prevale all’interno delle famiglie con lotte, scontri, infedeltà e scambi di partner, di case e di figure di affidamento, violenze legate all’abuso di alcol e tentativi di suicidio che si susseguono “come in una telenovela” su un palcoscenico in cui il futuro (possibile) BPD è costretto ad ascoltare e, spesso, ad intervenire;
2. una storia evolutiva che include momenti o fasi di cura affettuosa seguiti da esperienze ripetute di abbandono legate al cambio delle figure di riferimento (l’esempio classico può essere quello del bambino che si deve confrontare con i diversi uomini della madre e/o con le diverse donne del padre con cui vive) o all’isolamento e alla solitudine determinata dal fatto che uno o più delle figure di riferimento scompaiono, per ore o per giorni, senza che il bambino sia in grado di capirne il perché o di prevedere la durata della loro assenza e senza, d’altra parte, che l’adulto se ne giustifichi (il bambino, in vari modi, può arrivare a sentirsene colpevole) e senza che vengano poste in essere, a suo favore, delle misure di protezione sufficienti ad evitare abusi o maltrattamenti;
3. una storia evolutiva in cui il bambino è stato comunque oggetto di un amore discontinuo ma autentico ed in cui ha imparato ad essere comunque legato ad un personaggio fondamentale (la madre lasciata sola dagli amici o il padre che beve) o parte di un gruppo familiare che si sente “tradito” dalla sua (ricerca di) autonomia e soprattutto dalla sua tendenza ad appoggiarsi su figure esterne alla famiglia: duramente attaccando, ad esempio, il legame che lui stabilisce con gli operatori di una comunità, con una maestra che si occupa troppo di lui o con i genitori di una famiglia affidataria;
4. una storia evolutiva (che su questo punto differisce da quella del bambino che rischia un futuro disturbo antisociale) in cui il bambino impara che «l’infelicità e la malattia attirano l’amore e la preoccupazione» [1, p. 150]: un apprendimento per lui pericolosissimo perché, successivamente, da bambino, da adolescente o da adulto egli tenderà ad aspettarsi che chi di lui si cura (da amante, da terapeuta o da educatore) abbia tendenze ad occuparsi di più di lui e a dargli di più se lui sta male e soffre.

Ci sono almeno due dati che permettono di considerare i bambini borderline come bambini diversi dagli altri bambini maltrattati. La discontinuità caotica degli affetti e delle cure offerte loro dalle figure di riferimento, infatti, non ne esclude la autenticità e determina “a specchio” una caratteristica alternanza di rabbia e di ricerca nei loro confronti. Bruno e Michele sono turbati dall’incontro con il padre; se lui non viene, però, lo cercano e quando lui sta male davanti a loro lo consolano. Esaurita la rabbia, stando meglio, Nicola rimpiange e cerca la madre che non c’è più e Luna continua disperatamente a cercare la madre che oggi la rifiuta. Quello cui gli operatori e i terapeuti si trovano di fronte, in queste situazioni, viene presentato come un conflitto di lealtà che può rendere molto difficili gli affidamenti (e le adozioni) perché il bambino si sente in colpa nei confronti di quelli che non ci sono più nel momento stesso in cui stabilisce una relazione positiva con una figura di riferimento percepita come alternativa.
Avremo modo di vedere più avanti come questo tipo di conflitto aperto di lealtà sia meno evidente nelle altre situazioni di maltrattamento. Quello che dobbiamo qui sottolineare ancora, però, è la facilità con cui i bambini borderline cercano e stabiliscono relazioni affettive forti, turbate solo dalla paura dell’abbandono, con il terapeuta e/o con gli educatori o gli affidatari sulla base, probabilmente, di quelle che hanno vissuto in modo discontinuo con le loro precedenti figure di riferimento. Inseriti in un contesto comunitario o in una famiglia, questo tipo di bambini sta meglio nell’immediato, cercando e trovando la protezione di cui ha un bisogno subito molto evidente e inizia a stare male creando problemi solo in un secondo tempo, quando il suo star male lo fa sentire in colpa mettendo in moto il conflitto di lealtà.
Una complicazione frequente nell’infanzia borderline è quella legata all’abuso. Confermata dalle ricerche retrospettive [1, p. 148] e dall’esperienza clinica di chi lavora con gli adulti borderline [4-6], questa frequenza può essere compresa tenendo conto dell’abbandono in cui questi bambini vengono lasciati di continuo e della continua, e, a volte incauta, ricerca di affetto da parte degli adulti che possono essere considerati elementi che li facilitano (o dei veri e propri fattori di rischio). L’abuso stesso, però, quando è basato sulla seduzione della piccola vittima rinforza le relazioni interiorizzate più comuni in questi bambini sottoposti da sempre a grandi movimenti d’affetto e ad improvvisi abbandoni. Si rifletta, per rendersene conto, sulle descrizioni pioneristiche di Ferenczy che analizza con cura il doppio movimento dell’abusante che parla inizialmente con il bambino il linguaggio dell’amore, della tenerezza e dell’idealizzazione e passa bruscamente, dopo, a quello, egoistico del piacere, del distacco e della minaccia 3. Ma si rifletta soprattutto sui dati offerti dalla ricerca sulla frequenza significativa con cui le persone cui era stato diagnosticato un BPD avevano subito dei traumi sessuali nell’infanzia.
Conosciuti un po’ più in là, quando entrano nell’adolescenza, i ragazzi che hanno vissuto ed eventualmente continuano a vivere la situazione del futuro disturbo borderline presentano un quadro clinico sempre più simile, in effetti, a quello del disturbo borderline dell’adulto. Caratteristicamente in primo piano c’è sempre, con loro, l’impulsività dei comportamenti, la tendenza a stabilire rapidamente dei legami affettivi forti di cui loro stessi rendono difficile, tuttavia, la stabilità con degli attacchi improvvisi di cui l’altro può avere difficoltà ad intendere il senso se non si ha chiaro nella mente il concetto di conflitto di lealtà.
Questa prima serie di corrispondenze, la più semplice e la più collaudata, chiede subito alcune precisazioni fondamentali (tabella 1). L’esperienza legata alla discontinuità degli affetti ed al frequente alternarsi di movimenti affettivi forti e di allontanamenti imprevedibili da parte delle figure di riferimento si verifica per così dire allo stato puro in tutta una serie di infanzie infelici ma si verifica spesso anche all’interno delle infanzie infelici (di cui parleremo più avanti) che si caratterizzano anche in altro modo. Dal punto di vista delle situazioni infantili si potrebbe dire in effetti che la discontinuità dei riferimenti affettivi e le esperienze vissute come esperienze di abbandono caratterizzano l’infanzia di una gran parte delle infanzie più infelici. Dal punto di vista clinico questo corrisponde di fatto alla presenza quasi ubiquitaria, a diversi livelli d’intensità e di pervasività, di tratti borderline in (quasi) tutti i disturbi di personalità dell’adolescente e dell’adulto.



La corrispondenza fra esperienze traumatiche dell’infanzia e disturbi dell’adulto non deve essere intesa, però, come automatica. Il bambino che vive questo tipo di situazioni può essere curato prima che il disturbo dell’adolescente e dell’adulto si sviluppi. Quello che è importante ritenere, tuttavia, è che la cura si deve sviluppare su due piani: quello dell’intervento capace di modificare la sua situazione contestuale e quello dell’ascolto terapeutico che permette l’elaborazione del vissuto. Uno di noi ha proposto in un libro recente più di una storia per dimostrarlo compiutamente. Quello che è importante, tuttavia, sottolineare in questa sede è il concetto di ordine generale sulla possibilità concreta di evitare che la situazione traumatica del bambino evolva in una patologia dell’adulto.
RELAZIONI AFFETTIVE E PERSONALITÀ
Le relazioni d’amore delle persone che soffrono di un BPD sono abitualmente intense, passionali e tempestose. L’impulsività corrisponde alla rapidità con cui il/la paziente investe affettivamente in un altro di cui si innamora sempre “perdutamente” quando l’altro che per qualche motivo lo/la interessa gli/le fa sentire, balenare o semplicemente immaginare un interesse per lui/lei. Superata la fase, spesso intensa e a volte felice, della “luna di miele”, però, il terrore dell’abbandono, reale o immaginario, viene rapidamente evocato dalla percezione di incompletezza del rapporto ed il sentimento di non essere del tutto accolti si trasforma rapidamente in una forma particolarmente drammatica di gelosia: liti furiose e comportamenti autolesivi (dai tagli alle sbronze, dalle fughe ai tentativi di suicidio) ne sono il corollario più importante fino al momento, doloroso e traumatico, della separazione.
I figli che nascono da relazioni di questo tipo sono con una certa facilità figli destinati a rivivere le situazioni tipiche dell’infanzia borderline soprattutto se ambedue i genitori soffrono di questo disturbo (come accade, a volte, nelle coppie di tossicodipendenti che si incontrano in Comunità) ma anche e più spesso se a soffrire del BPD è la loro madre che a loro naturalmente si lega investendo su di loro nello stesso modo impulsivo e totalizzante con cui si era legata al loro padre e che da loro può staccarsi con uguale rapidità e violenza nella fase in cui, crescendo, essi diventano più autonomi da lei. Innamorarsi perdutamente per una seconda e poi per una terza volta di uomini (e padri) diversi porta allo sviluppo di storie, ben note in particolare ai servizi sociali, di madri che hanno saputo dare ai loro figli quel tanto d’amore, naturale ed autentico, di cui avevano bisogno nei primissimi tempi della loro vita, che a questi figli pensano e tornano sempre nel tempo e che continuano a fallire, invece, nel compito di dare loro la stabilità di cui loro avrebbero avuto ed hanno bisogno crescendo. La madre “borderline” è una madre capace, abitualmente, di occuparsi in modo adeguato del suo bambino, infatti, finché il rapporto con il suo bambino è un rapporto esclusivo o fortemente prevalente perché la discontinuità si rende evidente solo più tardi, nella fase in cui il bambino entra nel mondo delle sue relazioni più significative.
In modo abbastanza diverso vanno abitualmente le cose quando a soffrire di un disturbo borderline è soltanto il padre: un uomo che può scomparire a lungo dalla vita della madre e del figlio o che può proporsi, nel tempo, come un persecutore più o meno violento della donna che non vuole più condividere con lui la vita e che influisce dunque pesantemente, con la sua presenza o con la sua assenza, sullo sviluppo del figlio ma che non è comunque in grado di ricostruire per lui le condizioni della sua propria infanzia. Con chiarezza dimostrando ancora una volta che la trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità poco o nulla ha a che fare con la genetica e molto invece ha a che fare con la organizzazione delle situazioni in cui il bambino cresce.
L’INFANZIA ANTISOCIALE E IL DISTURBO ANTISOCIALE DI PERSONALITÀ DELL’ADULTO
L’infanzia delle persone che svilupperanno (o possono sviluppare) un disturbo antisociale di personalità è un’infanzia particolarmente difficile e pesante. Le sue principali caratteristiche sono ancora una volta quattro [1, pp. 238-245]:
1. il bambino si trova sottoposto ad una alternanza di situazioni in cui viene ignorato e attaccato da quelle che dovrebbero essere le sue figure di riferimento affettivo: storie particolarmente frequenti sono quelle di due genitori che litigano violentemente fra di loro, di una madre picchiata e umiliata e/o di una madre che si prostituisce; genitori che sembra non vedono il bambino, non considerano la sua presenza, fanno (tutti e due se sono in due) come se lui non ci fosse diventando violenti con lui se tenta di ribellarsi o se non si toglie abbastanza rapidamente di mezzo;
2. ignorato in tutte queste situazioni, il bambino è sottoposto sporadicamente, tuttavia, ad un controllo duro, severo e a volte umiliante; da parte di un genitore alcolista, per esempio, che per giorni e giorni può disinteressarsi totalmente del figlio e che può diventare esigente e severo (ma non affettuoso come nell’infanzia borderline) nei giorni in cui non beve;
3. il bambino non riceve le cure che normalmente vengono date agli altri bambini; la trascuratezza, vistosa, riguarda l’abbigliamento, le vaccinazioni, le cure mediche e la scuola e si esprime, nell’adolescenza, soprattutto in termini di sostanziale disinteresse per i pericoli legati ai suoi comportamenti trasgressivi: dall’abuso di droghe alla prostituzione minorile;
4. immerso in un ambiente che lo sottopone a tutto questo, il bambino che sviluppa un disturbo antisociale di personalità può essere un bambino, infine, cui si chiede di essere rapidamente adulto: investendolo di compiti di controllo, per esempio, nei confronti dei fratellini più piccoli; di cui egli si occupa, però, in carenza di adeguati modelli di riferimento, in modo inappropriato e tendenzialmente coercitivo.

In modo particolarmente frequente questo insieme di condizioni si verifica all’interno di quelle che in lavori precedenti abbiamo definito “famiglie multiproblematiche”4. Caratterizzate dalla presenza di un alto numero di patologie che riguardano due o più dei suoi membri e dalla disorganizzazione profonda della loro struttura, esse si comportano come sistemi ricorsivi nella misura in cui reagiscono alle difficoltà producendo situazioni di ulteriore difficoltà. Più in particolare e focalizzando il discorso sulla cura dei bambini:
a) rendendo problematiche le cure fondamentali (dall’igiene alle vaccinazioni, dall’alimentazione all’abbigliamento) per bambini concepiti quasi per caso o in numero eccessivo o uno dopo l’altro in situazioni di grave difficoltà di ordine sociale ed economico;
b) rendendo particolarmente problematico lo sviluppo di legami in grado di fornire al bambino il necessario rifornimento affettivo per la instabilità dei loro legami continuamente in crisi, per il variare continuo delle figure di riferimento e per l’incapacità costante degli adulti (una differenza questa fondamentale dal bambino borderline) di dare cura ed affetto sintonizzandosi sulle sofferenze e sulle esigenze emotive del bambino;
c) sviluppando un rapporto di dipendenza dalle istituzioni che intervengono in modo più o meno duramente sostitutivo nei loro confronti e favorendo, per questa via, lo sviluppo di contraddizioni emozionali profonde nel bambino diviso fra bisogno di protezione e sfiducia nel fatto che qualcuno possa davvero occuparsi di lui.

La freddezza e la noncuranza con cui sono stati trattati rende questi bambini assai meno legati dei bambini borderline al loro passato. L’inserimento nelle situazioni nuove però è difficile perché il bambino, a differenza di quello borderline, non è abituato a cercare protezione ed affetto, “non sa cosa siano” e si mette da subito sul piano della sfida: mettendoli alla prova, gli adulti che si occupano di lui, con dei comportamenti aggressivi e/o chiudendosi ostinatamente in se stesso o preparandosi (quando è un po’ più grande) ad un rifiuto più strategico delle regole che si tenta di proporgli. L’uso della fermezza è indispensabile in queste situazioni ma è anche importante, per questi bambini, molto più che per gli altri per una ragione estremamente semplice: perché l’adulto che li contiene (se sono molto piccoli) o dà loro delle regole e verifica che loro le abbiano rispettate è un adulto che, a differenza di quelli con cui avevano avuto a che fare prima, si accorge di loro e non li sottopone, dunque, alla trascuratezza e alla noncuranza in cui erano stati abituati a vivere. Quello di cui c’è bisogno, tuttavia, è una fermezza affettuosa e non la rigidità impaurita che essi a volte suscitano. Come è bene provato abitualmente dal fatto che le figure cui si legano di più sono quelle che li trattano con più fermezza, mettendo loro dei limiti precisi in cui debbono imparare a stare prima che sia possibile iniziare un vero percorso psicoterapeutico.
Associare questo tipo di infanzia infelice a condizioni di marginalità è estremamente comune. Quello che va notato, tuttavia, è che l’associazione di variabili sociali o comportamentali semplici del tipo “povertà”, “assenza del padre”, “alcolismo” o “condizioni misere della casa” non corrisponde necessariamente allo sviluppo di questo tipo di situazioni. Fattori protettivi semplici (un adulto che si occupa con affetto del bambino) possono essere presenti infatti in molte situazioni caratterizzate dalla presenza di quel tipo di variabili. Clekley, lo studioso che di questi pazienti si è occupato in modo particolarmente accurato [11], nota d’altra parte, che questo tipo di situazioni (e di patologie) può determinarsi anche dietro “un’apparenza convenzionale priva di difetti” se a determinarle sono “influenze personali e ambientali più sottili”. Come accade, spesso, nelle famiglie la cui ricchezza e la cui alta posizione sociale rendono particolarmente difficile, a volte, l’intervento dei servizi o all’interno di quelle famiglie “borghesi” che celano la loro disperazione (e i loro misfatti psicologici) dietro una facciata di apparente normalità.
Le corrispondenze
Il modo in cui questi quattro tipi di esperienze infantili si ripropongono nel comportamento del paziente adulto è riassunto nella tabella 2, che riprende, modificandola leggermente, quella proposta dalla Smith Benjamin [1, p. 239].
La condizione del bambino che diventa (o potrebbe diventare) antisociale può essere modificata, evidentemente, solo attraverso interventi molto decisi sulla situazione contestuale. Sbagliata e controproducente può essere infatti, in queste situazioni, l’idea di curare il bambino attraverso un intervento basato sul tentativo di ottenere la collaborazione dei suoi genitori il cui comportamento nei suoi confronti è, nella fase in cui li si incontra, il comportamento del paziente psichiatrico grave o quello tipico dell’adulto antisociale: un adulto che non accetterà mai volontariamente l’inizio di un trattamento sentito da lui come una forma, più raffinata e meno violenta ma non per questo meno pericolosa, di controllo.



Relazioni affettive e parentalità
Le relazioni d’amore delle persone che soffrono di un disturbo antisociale di personalità sono caratterizzate dalla casualità e dalla incostanza. L’altro viene percepito e trattato, agli occhi dell’osservatore esterno, in modo sostanzialmente strumentale, come fonte di vantaggi, immediati o strategici. I quadri che ne risultano sono in genere abbastanza tipici.
Un primo tipo di relazione, assai frequente, è quello costruito da un uomo “antisociale” con una donna che non lo è e che si innamora della sua apparente sicurezza di sé. Il bambino che nasce non viene neppure riconosciuto, spesso, e conoscerà suo padre, a volte, solo nel momento in cui lui si riavvicinerà: casualmente o per chiedere qualcosa a sua madre. Le situazioni più o meno protette o patologiche in cui il bambino crescerà dipendono in questi casi soprattutto dalle risorse personali e di contesto (gli aiuti, a livello di famiglia e/o di servizi) cui potrà attingere la madre. La figura del padre resterà sullo sfondo della sua mente, abitualmente, come quella del protagonista negativo di un mito familiare a cui, in modi diversi, il ragazzo o la ragazza si interesserà soprattutto in fase adolescenziale.
Un secondo tipo di relazione, meno comune, è quello in cui la persona “antisociale” si lega al suo partner coinvolgendosi e coinvolgendolo in un processo di idealizzazione quasi allucinatoria. Ben note soprattutto ai centri che si occupano di sostegno alle donne vittime di violenza, queste coppie sono caratterizzate da un regime alto di conflittualità ma anche da una difficoltà importante alla chiusura del rapporto. Persone fragili, antisociali a loro volta o piuttosto istrioniche o dipendenti, le “vittime” hanno spesso una difficoltà importante a denunciare ed una tendenza forte a ritornare nelle situazioni in cui sono vissute dal loro partner “antisociale” come un oggetto di possesso verso cui non si hanno particolari responsabilità o doveri e di cui però non si può accettare l’allontanamento o la perdita: fino al determinarsi di situazioni di violenza particolarmente efferate e gravi nel momento del rifiuto o dell’abbandono. Vittime a loro volta di violenza, diretta o assistita, i bambini che crescono all’interno di queste situazioni familiari sono bambini che vivono spesso in carenza di interventi efficaci dei servizi o del Tribunale, le “infanzie infelici” caratterizzate dalla trascuratezza e dalla violenza vissute dai loro genitori.
Un terzo tipo di situazione, con cui abbastanza frequentemente ci si incontra nei servizi che si occupano di minori, è quella in cui una madre che soffre di un disturbo antisociale di personalità e vive in una condizione di marginalità più o meno grave (per motivi di assoluta povertà, economica e culturale e/o perché coinvolta, da sola o insieme ad un compagno, in situazioni di tossicodipendenza o di sfruttamento) mette al mondo uno o più figli di cui si occupa successivamente in modo discontinuo, noncurante e occasionalmente violento. Il quadro clinico presentato da questi bambini, se i servizi non intervengono per tempo, è quello del “piccolo selvaggio” di cui abbiamo parlato in precedenza. Il loro sviluppo successivo dipende soprattutto dalla qualità delle cure prestate dai servizi e dalle figure che si prendono cura di loro. Imprevedibili all’inizio, i margini di ripresa di questi bambini possono essere molto alti, infatti, come ben dimostrato dai casi studiati di recente da uno di noi [12], se si riesce ad offrire loro una protezione adeguata e un adeguato sostegno psicoterapeutico e se quella cui si riesce a risalire con loro è una situazione iniziale del rapporto con la madre (la fase di cui abbiamo già parlato della “madre mare” e della “madre spiaggia”) in cui comunque hanno ricevuto da lei cure sufficienti.
Quello che uno di noi ha ricordato nel lavoro più volte citato sulla psicoterapia delle infanzie infelici, infatti, è che le situazioni traumatiche vissute dai bambini che sviluppano un disturbo di personalità insorgono abitualmente in una fase dello sviluppo emotivo in cui il bambino ha già affrontato il primo dei suoi compiti evolutivi: differenziando in modo adeguato il Sé dal non Sé, le rappresentazioni provenienti dal suo mondo interno da quelle provenienti dal mondo esterno.
La ricorrenza intergenerazionale può essere ipotizzata anche qui, ovviamente, perché ad essere trasmessi di madre in figlio/a, non sono solo i comportamenti meno adeguati per il bambino che nasce, anche se abbiamo ancora molto da studiare e da ricercare su punti delicati e decisivi come questo.
L’INFANZIA PARANOIDEA E IL DISTURBO PARENTALE DI PERSONALITÀ
Quattro sono, anche in questo caso, le caratteristiche fondamentali della situazione vissuta dal bambino che svilupperà (o potrebbe sviluppare) un disturbo paranoide di personalità [1, p. 368-372]:
1. il controllo sadico, degradante e spesso crudele di un genitore dominante che trasmette al bambino una ostilità «sobria e fredda come la roccia e che viene applicata, tuttavia, con un’indignazione virtuosa»: con un riferimento esplicito, cioè, ad un sistema di credenze che lo giustifica; le punizioni prevedono le botte date con cinture, bastoni o pugni ma in maniera sempre appropriata, razionale e ripetitiva, ad un bambino “cattivo” che le merita e che non deve assolutamente parlarne fuori dalla famiglia;
a. all’interno di una variante non contemplata dalla Benjamin, il posto dell’indignazione virtuosa con cui il genitore maltrattante (per esempio il padre) giustifica il suo comportamento violento può essere preso, a volte, sul piano psicologico dall’identificazione del bambino con un personaggio debole molto amato (per esempio la madre) sottoposta al suo stesso tipo di trattamento e che il bambino sogna di salvare, di riscattare e di liberare se sarà lui il più forte;
2. questo tipo di abuso e di violenza, che inizia molto presto nell’infanzia (quando, per esempio, il lattante può essere picchiato se piange e non dorme) prevede punizioni severe per il lamento del bambino che impara presto a non piangere, a non chiedere aiuto, a stare “fuori dei piedi”;
3. il confronto con altri migliori di lui (i fratelli e i genitori stessi o il bambino che lui era e ora non è più) è continuo, pesante e insidioso e può spingere il bambino in un ruolo di capro espiatorio quando le accuse che gli vengono fatte sono basate solo sul pregiudizio della sua colpevolezza;
4. per evitare abusi e violenze, il bambino apprende a stare “fuori dei piedi” e ad obbedire scrupolosamente gli ordini dei genitori che gli chiedono di impegnarsi in compiti subordinati (per esempio curarsi dei più piccoli e tenere pulita la casa) o in attività importanti di studio o di lavoro: l’attesa del riconoscimento per quello che lui fa, però, è puntualmente delusa e questo tipo di comportamento lo aiuta solo ad evitare le punizioni.

Il clima vissuto da questi bambini è un clima di terrore che non cede rapidamente al cambio di contesto. Cresciuti nell’idea di un mondo esterno ostile e pericoloso che pesantemente grava sulla loro famiglia, questi bambini trasferiscono la loro paura (sentono questa minaccia) anche nel luogo che li accoglie e tendono con forza a rifiutarlo assumendo nei suoi confronti atteggiamenti passivi se le figure autoritarie sono presenti o toni rabbiosi ed imperativi o predicatori se le figure autoritarie non lo sono. Lenta e faticosa, la costruzione di un rapporto di fiducia con loro deve affrontare la loro abitudine a non protestare se li si rimprovera, a non piangere, a non chiedere e a nascondersi dall’altro di cui hanno diffidenza e paura se quello che non c’è accanto a loro è la famiglia: sentita da loro ancora come l’unico rifugio possibile nel mondo ostile da cui sono circondati.
Le corrispondenze che è possibile ricostruire fra questo tipo di situazioni vissute dal bambino e il quadro clinico del disturbo paranoideo di personalità che eventualmente su di esse si sviluppa sono, ancora una volta, abbastanza semplici. La tabella 3 riprende, con alcune modifiche legate all’osservazione dei bambini, quella della Smith Benjamin [1, p. 369].



Dal punto di vista psichiatrico, il disturbo paranoide di personalità è, dopo quello antisociale, il più pericoloso e il più difficile da affrontare. Il rischio più comune del terapeuta in queste situazioni, infatti, è quello di essere coinvolto (da subito o dopo un tempo breve di fiducia comunque condizionata) nelle fantasie persecutorie del suo paziente che da lui arriva, spesso, sollecitato dai suoi familiari o dall’autorità giudiziaria: nel caso del paziente che potrebbe commettere o che è già arrivato a commettere un delitto o in quello, più frequente per noi del Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia, del bambino sottoposto a maltrattamenti da un genitore che ha una sua visione delirante del mondo e dell’educazione. Le misure giudiziarie necessarie nel primo caso e la limitazione della potestà genitoriale con l’allontanamento del bambino nel secondo sono spesso necessarie in questi casi per proporre basi realistiche di lavoro terapeutico con il paziente o con il genitore: ben sapendo, però, le difficoltà che si incontrano nel farlo accettare fino a che un minimo di spazio a volte si apre, come a volte accade, legato alla profondità del dolore e alla durezza della solitudine vissuta dal bambino che lui si porta dentro.
Nella storia della psichiatria, la corrispondenza fra le vicende infantili e il disturbo paranoide di personalità dell’adulto ha un precedente illustre. Analizzata da Freud in uno dei suoi più famosi “Casi clinici”, l’autobiografia del presidente Schreber propone una illustrazione straordinaria “dal di dentro” del mondo vissuto dal paziente paranoico. Quello che Freud non conosceva era, allora, il mondo di vere e proprie torture cui da bambino Schreber era stato sottoposto dal padre che aveva sperimentato su di lui dei metodi pedagogici basati su tutta una serie di costrizioni fisiche e mentali allucinanti cui il bambino doveva sottoporsi senza lamenti né proteste, visto che si trattava di interventi educativi utili a rinforzare la sua volontà e le sue capacità intellettuali 5.
Relazioni affettive e parentalità
La solitudine e la tendenza a non formare rapporti di coppia sono molto frequenti per le persone che soffrono di un disturbo paranoide di personalità. Gli amori vengono spesso vissuti in segreto, da lontano, senza arrivare a proporsi all’altro. Quando le circostanze della vita lo consentono, tuttavia, i rapporti che comunque si stabiliscono presentano un decorso sufficientemente tipico verso una dolorosa incompatibilità di carattere e di abitudini, segnalata soprattutto da una gelosia, spesso del tutto immotivata, o verso una soggezione forte del coniuge che a volte soffre di una analoga patologia ma che spesso presenta piuttosto le caratteristiche del disturbo dipendente o evitante di personalità e lentamente arriva a condividere, senza più essere in grado di prenderne una distanza sufficiente, le posizioni e le scelte educative del paziente.
Quando questo accade, la situazione vissuta dal figlio può essere quella tipica dell’infanzia infelice di tipo paranoideo caratterizzata dalla rigidità estrema del clima educativo in cui l’obbedienza del figlio viene assicurata dalla violenza sadica delle punizioni ed in cui vengono ulteriormente punite tutte le manifestazioni di debolezza e tutti gli accenni ad una possibilità di ribellione o di dissidenza. Legata alla percezione di un mondo esterno ostile e pericoloso, la prescrizione del segreto su tutto quello che accade dentro la famiglia chiude il cerchio di queste situazioni dolorose che così pesantemente incidono sull’equilibrio psichico di un bambino che può tuttavia sviluppare, se la sollecitazione dei suoi genitori si rivolge ad un suo talento naturale, competenze importanti nel campo dello studio o della produzione artistica.
L’INFANZIA SCHIZOTIPICA E IL DISTURBO SCHIZOTIPICO DI PERSONALITÀ DELL’ADULTO
Le caratteristiche vissute dal bambino che potrebbe sviluppare un disturbo schizotipico di personalità sono essenzialmente quattro [1, pp. 406-408]:
1. il bambino viene biasimato o punito se si muove su una linea di autonomia dai genitori che sono poco presenti, tuttavia, con lui e si muovono in modo del tutto autonomo da lui e dai suoi bisogni;
2. il bambino è obbligato moralmente ad assumersi compiti (dal tenere in ordine la casa al confermare le loro accuse in Tribunale) cui i genitori danno un valore ed un significato estremamente importante per il loro benessere o per la loro vita;
3. ci sono abusi gravi di ordine fisico o psicologico con invasione dei confini personali ma il bambino impara (deve imparare) a contenere la propria rabbia;
4. la solitudine del bambino è legata ad una forte proibizione ad allontanarsi da una casa e/o da un ambiente familiare in cui lui sta male e si isola: nella sua stanza, nei suoi pensieri e nei suoi giochi elettronici.

Il pensiero magico basato sull’idea che ogni gesto da loro compiuto possa determinare effetti drammatici e sull’idea di un altro che anche da lontano controlla “tutto quello che faccio” è l’elemento più evidente della situazione vissuta da questi bambini maltrattati abitualmente sul piano psicologico più che su quello fisico. Quello che più colpisce, con loro, è la difficoltà di distaccarsi, fisicamente prima ed emotivamente poi, da un genitore alla cui sorveglianza non è possibile sfuggire se non rifugiandosi in un mondo fantastico che può ricordare quello della rêverie di Minkowski 6: mentre il reale, la loro vita reale è piena soprattutto delle figure genitoriali la cui vita (e il cui equilibrio) dipende soprattutto da loro, da ciò che i bambini dicono o non dicono, in loro presenza o in loro assenza. Ed è da qui sempre che è necessario partire, dunque, quando ci si avvicina loro con intenti terapeutici. Senza accontentarsi della normalità esteriore di alcuni loro comportamenti.
Lo sviluppo psicopatologico possibile del bambino che vive questo tipo di situazione è riassunto nella tabella 4 che riprende, con alcune modifiche legate all’osservazione dei bambini, quella proposta dalla Smith Benjamin [1, p. 407].
La differenza più importante fra questa situazione e quella del bambino che vive un’infanzia più paranoidea è quella che riguarda l’origine dei vissuti di onnipotenza che sono legati in questo caso alla verifica quotidiana di un potere eccessivo che il bambino ha realmente e, nell’altro, a vissuti del tutto fantastici di vendette e di rivalsa nei confronti di un persecutore percepito come davvero onnipotente. L’elemento in comune fra le due situazioni è quello legato alla mancanza di rispetto, da parte degli adulti, dei confini del Sé di un bambino sentito e visto come un prolungamento di quello dei genitori.
Altri studi più accurati sono sicuramente necessari su questo punto. Quello che a noi sembra importante sottolineare però è che una situazione di maltrattamento psicologico importante complicato dalla disconferma abituale dei vissuti del bambino rende sicuramente plausibile l’idea per cui la sintomatologia del disturbo di personalità che potrebbe derivarne se non si interverrà in tempo abbia punti di contatto, a nostro avviso non sostanziali, con alcuni sintomi tipici del disturbo schizofrenico.



Una discussione approfondita dei criteri relativi alla classificazione di questo disturbo di personalità è evidente anche dalla riflessione sulla storia infantile di questi pazienti. Rinviando ad altre sedi una discussione sul problema complesso del rapporto fra i disturbi di personalità e le manifestazioni di un disturbo schizofrenico7, quello che a noi sembra importante sottolineare, sulla base di una esperienza comunque limitata, è che alcuni dei bambini maltrattati ed abusati venuti all’osservazione del Centro Aiuto che corrispondono alla descrizione di questo ultimo tipo di infanzie infelici:
• si trovano a dover far fronte, oltre che alle violenze e/o alla trascuratezza degli adulti di riferimento, anche agli atteggiamenti di franca “disconferma” caratteristici dei processi di comunicazione più psicotica8;
• che, in alcune situazioni, l’isolamento del bambino maltrattato e abusato può essere così grave e totale da spingerlo verso una forma di ritiro quasi autistico assumendo la forma di un disturbo complessivo dello sviluppo; il ritardo cognitivo può perfino costituire, a volte, il motivo primo della consultazione e può essere smentito solo al termine di un’esplorazione molto attenta del contesto e della storia oltre che dalla instaurazione di un lavoro terapeutico paziente ed accurato.
Relazioni affettive e parentalità
Le relazioni di coppia stabilite dalle persone che soffrono di un disturbo schizotipico di personalità sono piuttosto rare e in genere piuttosto brevi e superficiali perché i confini fra le persone che compongono il suo nucleo familiare di origine si mantengono incerti anche nell’età adulta. Il destino dei figli che nascono da queste relazioni dipende soprattutto dalle reazioni del coniuge che può, come spesso accade, reagire alle manifestazioni franche di patologia del paziente schizotipico aprendo un conflitto che ne provoca o ne acuisce lo scompenso: separandosi da lui/lei ed offrendo le occasioni necessarie per uno sviluppo sano di un figlio che semplicemente sa di avere un genitore che non sta bene e con cui possono essere mantenuti dei contatti anche importanti dal punto di vista affettivo ma che non è in grado di occuparsi di lui da solo. Nei casi in cui, però, il coniuge si dimostra incapace, per una sua importante difficoltà di ordine personale o sociale, di reagire lottando per avere con sé il figlio, quella che può scattare nella famiglia “schizotipica” è una trappola molto simile a quella che si è messa in moto in precedenza per il suo genitore più debole.
Finiscono qui, con l’infanzia del disturbo schizotipico, le infanzie infelici di cui abitualmente si parla quando ci si occupa di maltrattamento o di abuso sui minori ed in cui più frequentemente si osserva un funzionamento borderline dei minori stessi. Quelle di cui ora qui ci occuperemo, invece, sono le infanzie, un po’ meno vistosamente infelici, alla base degli altri disturbi di personalità elencati nel DSM-IV.
L’INFANZIA DEL NARCISISTA E IL DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITÀ
L’infanzia del narcisista offre un quadro molto diverso da quello dei bambini maltrattati descritti fino ad ora. Quello cui ci si trova di fronte abitualmente a prima vista (o alla prima domanda) è una famiglia in cui tutto è andato e va piuttosto bene o, a volte, addirittura benissimo. Nel ricordo del paziente come nell’attualità del bambino, infatti, il racconto o la descrizione dei primi anni di vita vengono raccontati in genere con la deferenza e con l’ammirazione che il narcisista prova (vive) per tutto quello che direttamente lo riguarda.
Tre sono, secondo la Benjamin, gli elementi costitutivi dell’esperienza vissuta dai bambini che si preparano allo sviluppo (possibile) di un disturbo narcisistico di personalità [1, p. 178]:
1. l’adorazione che uno o più adulti significativi dimostrano per il bambino in quanto tale o, più spesso, per una sua particolare qualità, dote o competenza; una adorazione non accompagnata, però, dalla comprensione di fatti relativi ai bisogni, ai punti di vista o ai desideri del bambino: come “se” non il bambino ma la sua particolare capacità di aderire alle aspettative (e ai sogni) dell’adulto e il successo che eventualmente ne deriva fossero la ragione fondamentale (unica) dell’interesse adorante che si ha nei suoi confronti;
2. l’adorazione è accompagnata da un atteggiamento “deferente” della persona che si sottomette alla (alle) qualità del bambino che può trasformarsi, nella vita adulta, in una “aspettativa arrogante” sull’altro (o sugli altri) da cui ci si aspetta che si comporti in quello stesso modo;
3. la consapevolezza precisa e onnipresente del fatto per cui l’adorazione e la deferenza possono in qualsiasi momento lasciare il posto al biasimo e/o alla rabbia della persona delusa se il comportamento del bambino, dell’adolescente o dell’adulto non corrisponde alle attese dell’ammiratore deferente; l’insuccesso e perfino l’imperfezione determinano, infatti, una delusione insopportabile e, con questa, la rabbia (la collera) e la perdita di ogni interesse per il bambino non più ammirato ma duramente biasimato.

Il terzo punto di questa descrizione è, ovviamente, quello decisivo. Ammirare e trattare in modo deferente il proprio bambino è sempre più comune, infatti, in una società in cui il “re bambino” è al centro di tutte le attenzioni. Sta nell’incapacità di raccogliere con affetto, restandogli vicino, i suoi momenti di difficoltà, la manifestazione più evidente di quel difetto di empatia che il narcisista soffre da bambino e con cui fa soffrire gli altri da adulto. Quello che va evidenziato con chiarezza, d’altra parte, è che la semplice mancanza di empatia è l’esperienza che può essere considerata alla base del disturbo narcisistico meno grave (quello che Kernberg studia e descrive come il narcisismo normale [17]) mentre la possibilità che l’insuccesso del bambino determini rabbia, collera e biasimo espressi eventualmente con atteggiamenti sadici e violenti corrisponde probabilmente allo sviluppo di disturbi narcisistici progressivamente più infusi di aggressività integrando, nei casi più gravi il quadro di quello che lo stesso Kernberg definisce “narcisismo maligno”: un narcisismo, cioè, altamente infuso di aggressività [17] in cui quelli che sono rappresentati, nelle situazioni infantili come nella psicopatologia adulta, sono tratti di tipo antisociale e/o paranoideo.
Considerare questa situazione come una situazione in cui il bambino è sottoposto ad una forma particolare ma importante di maltrattamento psicologico è, a nostro avviso, assolutamente corretto. È una forma particolare e particolarmente insidiosa di trascuratezza infatti quella legata al difetto, da parte dei genitori e in genere degli adulti importanti per un certo bambino, di quella vicinanza empatica che gli è assolutamente necessaria per una crescita sana. Sopravvalutati e molto “amati” in rapporto alle loro doti (dalla bellezza all’intelligenza) o alle loro performance (a scuola, nello sport o in una attività artistica) bambini di questo tipo vengono puniti o duramente ignorati nel momento in cui vanno incontro ad un insuccesso e più semplicemente imparano, in molti casi, a tenere per sé (o a soffocare dentro di sé) le loro esperienze di difficoltà se troppo evidente è il turbamento provocato dalla loro mancanza di sicurezza nelle figure di riferimento affettivo. Quella che costruiscono intorno a se stessi imparando a negare tali difficoltà (agli altri prima e più lentamente a sé stessi mentre più forte diventa la loro capacità di utilizzare il meccanismo della negazione) è una organizzazione difensiva che in alcuni di loro arriverà ad assumere, a volte fin dall’adolescenza, la forma di una vera e propria corazza narcisistica e che esiterà invece in altri casi, segnati presto dall’insuccesso, nello sviluppo di tratti piuttosto borderline legati alla discontinuità dei loro riferimenti affettivi.
L’elemento comune di tutta queste situazioni è, ovviamente, quello legato alla negazione dei sentimenti, delle emozioni, delle sofferenze provocate nel figlio dal suo tentativo, più o meno consapevole, di corrispondere alle aspettative dei genitori (o del genitore), all’ammirazione deferente che ne deriva e alla minaccia, che ad essa si collega, di cadere in disgrazia se lui dovesse non riuscirci più. Quello su cui è importante riflettere, tuttavia, è che in un grande numero di casi, il bambino “narcisista” non arriva all’osservazione dei servizi o di un terapeuta perché l’organizzazione del suo comportamento si mantiene stabile fino all’età adulta 9 quando assumerà le forme del disturbo narcisistico di personalità (tabella 5, solo leggermente modificata nei confronti di quella originale della Smith Benjamin [1, p. 176].
Tre osservazioni sono importanti a proposito di questo secondo tipo di infanzia infelice.
Quello che va notato, prima di tutto, è che una terapia familiare ben condotta dovrebbe poter ottenere risultati importanti per la prevenzione degli sviluppi narcisistici più adulti in molte delle situazioni citate in precedenza come esempio di manifestazioni narcisistiche dell’infanzia o dell’adolescenza. L’obiettivo immediato di un intervento terapeutico portato avanti con la famiglia è proprio quello, infatti, legato alla demistificazione dei miti familiari e allo sviluppo di una comunicazione empatica fra i membri della famiglia. Assai più difficile, in queste situazioni, può essere il compito dello psicoanalista che prende in terapia il bambino, o l’adolescente o uno dei genitori perché il setting da lui proposto può rivelarsi particolarmente adatto al perpetrarsi delle difese narcisistiche se la distanza fra analista ed analizzato non mette sufficientemente in questione il difetto di empatia con cui si dovrebbe invece particolarmente lavorare 10.




Importante da ricordare, in secondo luogo, è che lo sviluppo narcisistico è un elemento portante, abitualmente, di quei disturbi “vincenti” di personalità di cui L. C. si è particolarmente occupato ne L’oceano borderline, capitolo quinto [19]. In modo analogo al re Mida che, trasformando in oro tutto quello che toccava, non poteva più avere cibo per nutrirsi, il narcisista vincente si trova spesso nella terribile situazione di chi, costruendo solo relazioni non empatiche e basate sul culto del (suo) Sé, diventa sostanzialmente inaccessibile a relazioni più empatiche e ad un efficace trattamento terapeutico.
L’ultima osservazione riguarda il modo in cui la caduta delle difese narcisistiche apre, per un certo numero di pazienti, in terapia o non, una fase in cui il quadro sintomatico di Asse I è dominato da una depressione amara, rivendicativa e facilmente auto e etero distruttiva in cui i loro comportamenti assomigliano più a quelli impulsivi ed abbandonici del paziente borderline. Tutto si svolge, in queste situazioni, infatti, come se il rendersi conto della mancanza di affetti autenticamente rivolti a loro in quanto persone corrispondesse alla percezione del rifiuto e dell’abbandono cui sono stati esposti nel corso di una vita in cui ad essere accettata era soltanto quella immagine di sé in cui loro stessi ora non riescono a credere più.
Relazioni affettive e parentali
Molto si è detto e scritto a proposito delle relazioni di coppia del paziente con un disturbo narcisista di personalità e sulla somiglianza, sottolineata in particolare da Kernberg, fra i rapporti interpersonali in genere del narcisista e dell’antisociale. Quella su cui meno studi sono stati portati avanti, invece, è l’influenza esercitata sui figli, di cui spesso, centrato com’è su se stesso, il narcisista tende ad occuparsi poco ma su cui e con cui può rivivere, nei momenti in particolare della depressione legata alla crisi dell’età media, le situazioni caratteristiche della sua infanzia: quello che tipicamente accade in quella fase al narcisista patologico, infatti, è di vivere come sconfitte drammatiche i momenti in cui si confronta con lo scorrere del tempo e con la consapevolezza del limite che ad esso naturalmente si collega: la possibilità di identificarsi con un figlio e con un suo particolare talento può portarlo, in questa fase ad idealizzare, le sue possibilità e ad iniziare una specie di “narcisismo per procura” tentando di “negare”, attraverso di lui e le sue vittorie, le sconfitte a cui la vita lo costringe e diventando freddo e denegante, di fronte alle sue sconfitte, come nella sua famiglia erano stati con lui. Anche se fondamentale, ancora una volta, è il ruolo dell’altro genitore che può associarsi o no alla posizione del coniuge narcisista: funzionando da rinforzo o da compenso, nei confronti del figlio, perché, come si ricorderà, l’elemento cruciale dell’infanzia narcisista sta nella impossibilità di cercare comprensione ed appoggio emotivo nel momento delle delusioni e delle difficoltà e perché una alleanza importante può stabilirsi fra il figlio e il genitore che vivono la stessa difficoltà nei confronti di una persona che con loro nello stesso modo si comporta.
L’INFANZIA “ISTRIONICA” E IL DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITÀ
L’infanzia vissuta dalle persone che svilupperanno (o potrebbero sviluppare) un disturbo istrionico di personalità presenta, secondo la Benjamin, quattro caratteristiche fondamentali [1, pp. 206-211]. In questo schema le ridurremo tuttavia a tre poiché la quarta si presenta in realtà come una variante della prima e, in parte, della seconda di quelle proposte dalla Benjamin:
1. la capacità fondamentale di questi bambini è quella di farsi amare (e prediligere) dal genitore dell’altro sesso utilizzando:
a. il loro aspetto esteriore e i loro modi piacevoli (più spesso ma non esclusivamente le bambine);
b. la salute cagionevole, la fragilità e il bisogno d’aiuto (più spesso ma non esclusivamente i bambini);
2. il gioco relazionale che risulta da questa predilezione prevede una particolare asimmetria del triangolo edipico in cui il genitore dello stesso sesso viene messo nell’angolo o allontanato in una posizione periferica; tale gioco ha sfumature più evidentemente erotiche quando una bambina bella o molto gradevole “flirta” con un padre sicuro di sé prendendo il posto di una madre che si trascura o si ritira ed ha un aspetto più “regressivo”, invece, nel caso del bambino timido, malaticcio o “molto sensibile” e troppo legato alla madre;
3. il ruolo della bambina molto gradevole o affascinante e quello del bambino sensibile, cagionevole e bisognoso per questo di attenzioni speciali tende a diventare nel tempo un ruolo obbligato; l’immagine di lui o di lei che nel clima familiare si concretizza intorno (o dietro) a questa recita continua è quella della persona che ha idee e/o risorse limitate: (lei “è carina ma è un’oca”, lui è un bambino debole e “senza palle”) (tabella 6).




La varietà dei comportamenti sintomatici con cui questo tipo di disturbo si può manifestare è enorme. Parlando di sintomi isterici dicevano, i vecchi psichiatri, che essi possono imitare qualsiasi sintomo di malattia, psichica o fisica. I bambini che vivono questo tipo di situazione (problema, ingorgo) relazionale, ugualmente, possono presentare comportamenti sintomatici molto diversi fra loro. Una volta trovato e scelto, tuttavia, il sintomo tende a mantenersi perché, in queste situazioni, adempie a una funzione fondamentale per chi teoricamente e in parte praticamente ne “soffre” nella misura in cui gli assicura la cura (l’attenzione) di cui lui/lei continua ad avere bisogno. Il potere del sintomo, teorizzato in modo particolarmente efficace da Jay Haley si evidenzia proprio in queste situazioni [20]. Quello che va notato, tuttavia, è che la cura e l’affetto assicurati dalla bellezza o dalla gradevolezza o dalla fragilità cagionevole sono generalmente spontanei all’interno di una relazione che è piacevole anche per chi li dà solo fino al momento in cui l’adolescenza non lo mette in crisi mentre la cura e l’affetto assicurati del sintomo si accompagnano, dopo un certo tempo, ad una sensazione sgradevole di costrizione che naturalmente si collega alla percezione di quello che è il potere (o almeno l’utilità) del sintomo cui si deve comunque rispondere. La paziente che lega (tenta di legare) a sé con i suoi sintomi (dalla crisi di nervi alla crisi di panico, dal vaginismo al tentativo di suicidio) l’uomo che ama e il paziente che lega (tenta di legare) a sé con i suoi sintomi (dal blocco sugli esami all’impotenza, dal disturbo psicosomatico all’ansia sociale) la “sua” donna propongono situazioni di coppia molto meno riuscite (e più angosciose) di quelle vissute nell’infanzia fra il bambino è il genitore dell’altro sesso proprio dal momento in cui il sintomo prende il centro della scena.
Appena oltre, discuteremo l’idea per cui l’organizzazione difensiva del paziente borderline e di quello narcisista si basa sulla scissione e/o sulla negazione. Nel caso dei pazienti più istrionici, invece, quella che è in primo piano nelle fasi di equilibrio e nel tempo dei sintomi (e intorno ai sintomi) è un’organizzazione difensiva basata sulla rimozione. La regressione ad un livello borderline di funzionamento della mente si determina, di fatto, solo nel momento in cui il potere del sintomo non è più sufficiente ad assicurare il controllo della relazione: nel momento dell’abbandono, cioè, o del tradimento quando il/la paziente si confronta con il sentimento di vuoto che si nasconde dietro la sua capacità (abilità) di controllo. In modo analogo al narcisista di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente, l’insieme dei comportamenti sintomatici esibiti dall’istrionico può, in questi momenti (in questa fase), assomigliare molto a quello del paziente più borderline.
Il narcisista e l’istrionico hanno problemi solo apparentemente analoghi con l’immagine di sé. Il narcisista non recita una parte e crede invece, da bambino così come da adulto, nell’immagine gonfiata dall’ammirazione degli altri e tende a identificarsi con questa immagine. Il senso di vuoto sottostante trapela, a volte, quando la paura di fallire gli fa sentire il rifiuto e la solitudine ma è oggetto, abitualmente, di una negazione massiccia. Sapendo bene dentro di sé che la sua è una parte e che il suo è un personaggio che tende (e spesso riesce) ad ottenere l’interesse dell’altro, l’istrionico riconosce (e “sa” dentro di sé, in un modo solo incertamente consapevole) la precarietà e il vuoto che essa sottende (che lui/lei teme sottenda). Osservato da questo punto di vista, il funzionamento istrionico è più realistico di quello narcisistico ma più difficilmente si accompagna con il successo e con lo sviluppo di quei disturbi “vincenti” di personalità di cui abbiamo parlato in precedenza 11.
Un’ultima osservazione va fatta a proposito della curabilità di questi pazienti. Soprattutto da piccoli, il loro modello relazionale non è difficile da smontare attraverso manovre relativamente semplici come quella basata sul riavvicinamento del genitore periferico e sulla fase successiva di intervento con la coppia [22,23]. Più tardi, ugualmente, questo tipo di pazienti ha una discreta capacità di chiedere aiuto e di stabilire legami con il terapeuta anche se la sua seduttività e/o la sua tendenza a cercare affetto e cura (troppo) personali possono costituire un ostacolo di non poco conto nello sviluppo del lavoro terapeutico [1, pp. 224-232].
Relazioni affettive e parentalità
Basate soprattutto sul “come se”, su una presentazione di sé come persona che deve essere soprattutto ammirata per le sua bellezza o amata per la sua fragilità, le relazioni d’amore delle persone che presentano un disturbo istrionico di personalità sono abitualmente relazioni instabili, tempestose, caratterizzate da un bisogno particolarmente forte di mantenere il controllo della relazione: utilizzando i sintomi quando non è più sufficiente la fragilità di un partner che si sente legato proprio dal bisogno di ammirare o di “salvare” l’altro. Difficile per il figlio sfuggire, in queste situazioni, ad un bisogno di imitare i comportamenti di chi, non credendo nella possibilità di essere amato per quello che è, cerca affetto e vicinanza attraverso l’esibizione della sua fisicità, estetica o sofferente: come tipicamente si verifica in tante famiglie psicosomatiche in cui l’affettività viene espressa solo attraverso il linguaggio del corpo ed in cui i conflitti deflagrano intorno a comportamenti sintomatici, il più tipico dei quali è forse l’anoressia, che ne paralizzano la vita e lo sviluppo.
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Possiamo tranquillamente ipotizzare, sulla base di tutte queste osservazioni, che vi sono prove convincenti a favore di quella che è stata chiamata “trasmissione intergenerazionale” dei disturbi di personalità. Contraddetta apertamente da queste stesse osservazioni è invece l’ipotesi per cui la trasmissione avverrebbe per via genetica.
Questa diversa interpretazione delle ricerche basate solo su dati relativi alla ricorrenza, nella stessa famiglia, di questo tipo di disturbi ha, o dovrebbe avere, conseguenze fondamentali sulla impostazione delle politiche di cura e di prevenzione di questo tipo, così comune e così grave, di disturbi psichici. Sostanzialmente nulla è ancora oggi la nostra possibilità di intervenire su anomalie genetiche, peraltro mai dimostrate, mentre le osservazioni cliniche sulla trasmissione intergenerazionale dei disturbi di personalità dimostrano con straordinaria chiarezza che:
• l’associazione alle necessarie misure di tutela e di protezione di una psicoterapia centrata sulla elaborazione dei traumi vissuti dal bambino che vive un’infanzia infelice può evitare lo sviluppo, nell’adolescente e nell’adulto, dei disturbi di personalità più comuni e più gravi;
• la cura delle persone che soffrono di un grave disturbo di personalità e un intervento sui contesti che loro stesse contribuiscono a determinare possono avere conseguenze importanti per la prevenzione dei disturbi psichici dei figli che da loro nascono;
• un aiuto centrato sul tentativo di aiutarli a svolgere in modo più adeguato le loro funzioni genitoriali può avere una importanza straordinaria per il loro stesso equilibrio.

Lavorare con le famiglie o avendo in mente le famiglie, di origine e di procreazione, dunque, dovrebbe essere una priorità assoluta per le strutture che si occupano di questo tipo di pazienti: nei servizi psichiatrici e nelle carceri, nei servizi per le tossicodipendenze e nei centri che si occupano di violenza di genere.
Su questa stessa linea di ragionamento si debbono muovere, a nostro avviso, anche nei servizi e nelle strutture che sono chiamate ad occuparsi di “infanzie infelici”. Perché il disturbo di personalità corrispondente si sviluppi in tutta la sua grandiosa psicopatologia non è sufficiente, infatti, che il bambino sia esposto per un certo tempo alle situazioni traumatiche caratteristiche delle “infanzie infelici”; necessario e indispensabile è anche che il bambino non sia protetto da queste situazioni e non riceva un trattamento psicoterapeutico che lo aiuti ad elaborare in modo adeguato i traumi che ha comunque vissuto.
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