La danza della terapia:
cinque dimensioni dell’intersoggettività in una
prospettiva fenomenologica

Michèle Gennart1, Marco Vannotti2



Particolarmente dedicato agli psicoterapeuti, l’articolo collocato in questa rubrica risponde all’esigenza di una sottolineatura: caratterizzando in modo diverso forme diverse di psicoterapia, non stiamo perdendo il senso dell’unità possi­bile intorno al concetto di psicoterapia?


Particulary addressed to psychotherapists, the article in this section answers to the need of focusing on the following consideration: by characterizing psychotherapy in different ways aren’t we loosing the sense of unity involved in the concept of psychotherapy?


Este artículo está dedicado a los psicoterapeutas, en él se trata de responder a la cuestión: definiendo de distintas maneras la psicoterapia, non se corre el riesgo de perder la unidad del concepto de psicoterapia?



Riassunto. La psicoterapia è una pratica di cura la cui possibilità e la cui efficacia sono basate sull’intersoggettività. Come si può tentare di descrivere, quindi, non le tecniche che usano i terapeuti, ma i processi intersoggettivi che si dimostrano essere decisivi nella cura? La risposta a tale domanda coinvolge certamente gli stessi “pazienti”, le cui esperienze, vissuti e memorie sono essenziali. In dialogo con due pazienti con un percorso di terapia lungo e impegnativo, gli autori descrivono cinque dimensioni o figure di questa “danza terapeutica” che s’intreccia nel corso delle sedute.

Parole chiave. Danza terapeutica, psicoterapia, intersoggettività.


Summary. The dance of therapy. Five dimensions of intersubjectivity in a phenomenological perspective.
Psychotherapy is a practice of care whose conditions of possibility and action are based on intersubjectivity. How can one attempt to describe, Therefore, not the techniques that Therapists use, but the very intersubjective processes that turn out to be therapeutic? The answer to such a question, of course, involves the “care recipients” themselves, whose experience and the knowledge that comes from it are unavoidable. In dialogue with two patients with a consistent course of care, the author describes five dimensions or figures of the “therapeutic dance”.

Key words. Therapeutic dance, psychotherapy, intersubjectivity.


Resumen. La danza de la terapia: cinco dimensiones de la intersubjetividad en una perspectiva fenomenológica.
La psicoterapia es una práctica de atención cuya posibilidad y efectividad se basan en la intersubjetividad. Por lo tanto, ¿cómo se puede intentar describir, no las técnicas que utilizan los terapeutas, sino los procesos intersubjetivos que resultan decisivos en el tratamiento? La respuesta a esta pregunta ciertamente involucra a los mismos “pacientes”, cuyas experiencias, experiencias y recuerdos son esenciales. En diálogo con dos pacientes con un largo y exigente curso de terapia, los autores describen cinco dimensiones o figuras de esta “danza terapéutica” que se entrelaza durante las sesiones.

Palabras clave. Danza terapéutica, psicoterapia, intersubjetividad.

INTRODUZIONE
La domanda che vorremmo condividere con voi, e che è stata dibattuta nella tradizione psicoterapeutica sin dal suo inizio, è quella di sapere come funziona la psicoterapia, domanda che a prima vista sembra pretenzioso voler riassumere. Riproponiamo tale quesito nonostante le complesse ricerche svolte sull’argomento dalla filosofia e dalla psicoanalisi alla neurobiologia [1,2]. Certo, esiste un’enorme letteratura sul “cosa” funziona, come sui fattori non specifici che agiscono sulla relazione, o su l’alleanza terapeutica [3], o anche sui chiasmi che intrecciano transfert e contro-transfert come descritto da Cancrini [4], ma in questo nostro scritto vorremmo porci piuttosto in una prospettiva fenomenologica dell’“essere con”, dell’intersoggettività. In particolare le nostre domande riguardano: come diviene possibile agire e curare attraverso la psiche; che senso diamo poi a questa via psichica così enigmatica e difficile da definire.
Nel suo primo senso greco, “psiche” (ψυχηʹ) si riferisce al respiro, al soffio – accezione originale cui teniamo molto, perché il soffio non è qualcosa d’interno, che avremmo in noi stessi, come “l’apparato psichico” o il “cervello”, così caro oggi. Il fiato circola, transita tra la nostra intimità e l’esterno, e tuttavia appare come un fenomeno nucleare della nostra vita – come suggerisce l’espressione “soffio di vita”. Come “soffio”, la psiche non si lascia bloccare in un dualismo che si opporrebbe al soma [5]. Come respiro, è un fenomeno che coinvolge il nostro corpo, il nostro sentimento e il nostro auto-movimento, il nostro scambio con il mondo e l’altro1.
La psicoterapia: è un modo per guarire attraverso qualcosa che rassomiglia al respiro, al soffio. Dal 1935, Binswanger definisce ciò che la rende possibile; è una pratica in cui «non si dovrebbe usare alcuna mano, strumento o medicina […], ma solo il discorso umano, le parole e tutti gli altri mezzi con cui l’uomo può entrare in contatto con l’uomo e agire su di esso» [6].
«La possibilità della psicoterapia non è quindi basata su un segreto o su un mistero, come si potrebbe sentir dire, nel complesso, su nulla di nuovo o inusuale, ma al contrario su una caratteristica fondamentale della struttura dell’essere “uomo”, che egli chiama “essere in un’intersoggettività” o “essere con e per l’altro”» [6, p.122].
L’intersoggettività si riferisce alla nostra situazione esistenziale di base che non è solo quella d’essere situata, incarnata in un mondo dato, ma anche quella di vivere con gli altri – una situazione che getta le fondamenta della nostra vita psichica (della nostra capacità di pensare, sentire, conoscere) così come del nostro funzionamento corporeo, dal nostro concepimento alla separazione finale della morte [7,8].
Se i fenomeni del corpo sono spiegati come meri accidenti biologici, e quindi separati dalla psiche, ciò che «viene inesorabilmente tagliato, nel processo del comprendere e del conoscere, è il rapporto del corpo con il mondo e, quindi con le peculiarità del suo esistere, nella loro irriducibile singolarità» [2]. Ma, come sottolinea Binswanger, questa intersoggettività, che è esistenzialmente più vicina a noi, «ci appare teoricamente sempre per ultima» e rischia costantemente di essere ignorata in favore di fenomeni in fondo più facili da circoscrivere.
È quindi possibile descrivere più precisamente questo “spirito” della psicoterapia, che ha bisogno dello spazio dell’incontro, dell’intersoggettività per soffiare, anche se abbiamo buone basi di conoscenze teoriche e siamo padroni di pratiche, di procedure provate per muoverci in questo campo?
Vi presenteremo quelle che ci sono apparse come alcune dimensioni o figure dell’agire terapeutico, dell’“essere presenti” in terapia. La descrizione che segue è ovviamente sostenuta dal nostro bagaglio teorico, che è quello dall’approccio fenomenologico per l’una e relazionale sistemico per l’altro degli autori, approcci che sono stati regolarmente discussi tra noi. Dal nostro confronto sono nati uno stile e un pensiero che ci guidano da più di venti anni nella pratica comune della terapia e della formazione.
Abbiamo scommesso che i nostri pazienti, dopo aver attraversato un’esperienza abbastanza consistente di terapia, maturino progressivamente, grazie al loro vissuto, una singolare conoscenza di ciò che vi opera. Una conoscenza per forza diversa dalla nostra. Abbiamo quindi condotto una piccola inchiesta tra i nostri pazienti e alcune famiglie. Tutti ci hanno offerto degli elementi rilevanti di risposta alle domande che c’eravamo posti. Tra essi abbiamo scelto due signore che Michèle Gennart ha seguito in terapia individuale. La terapeuta ha chiesto loro di comunicarle la loro comprensione di cosa sia successo nel corso delle loro sedute e che cosa stia ancora succedendo, che cosa sia cambiato o no per loro, quali accadimenti, quali cose dette o fatte le abbiano particolarmente aiutate, ecc. Le domande, individuate man mano nel nostro percorso teorico e pratico, si sono poi approfondite anche attraverso il confronto e la riflessione che le due pazienti hanno elaborato con la terapeuta. È da questo intreccio di pensieri e di emozioni condivise che viene la descrizione di queste cinque “figure o dimensioni portanti”.
Sono dimensioni che tutti i terapeuti conoscono bene, perché caratterizzano i diversi momenti intersoggettivi della loro attività clinica2. Vale la pena comunque d’indentificarle, perché sono come il soffio: un soffio invisibile di cui dobbiamo sempre proteggere l’esistenza e la legittimità contro certe forme di brutalità metodologica che accettano solo ciò che possa davvero essere dimostrabile e quantificabile.
La danza della terapia richiede un terreno solido su cui appoggiarci; richiede allo stesso tempo lo spirito invisibile della musica che ci attraversa, ci mette al suo diapason e ci dà l’opportunità di creare questo prodigio di ritmi e forme danzanti che sono in armonia, anche se non esenti da scontri e dissidi. Illustreremo il nostro pensiero attraverso due vignette cliniche.
Le due pazienti, che abbiamo scelto di presentare e che hanno accettato di partecipare a queste interviste di ricerca, hanno una serie di punti in comune: una grave storia traumatica precoce. I loro padri avevano avuto un comportamento incestuoso e gravemente violento, le loro madri, trascuranti, erano state incapaci di proteggere le loro figlie. Entrambe sopravvissero fuggendo lontano da casa, cambiando paese o lingua; hanno avuto esperienze coniugali infelici, fasi di dipendenza da sostanze, gravi scompensi con ricoveri ospedalieri, trasgressioni sociali finite con condanne in tribunale. Entrambe presentano un’elevata vulnerabilità psichica, diversi e anche lunghi trattamenti psicoterapici (quasi sempre richiesti da medici o servizi sociali, più che volontari). Tutte e due hanno una capacità straordinaria di riflettere su queste loro esperienze e di descrivere con finezza fenomeni psichici complessi e molto dolorosi.
La prima, che chiameremo Chiara, ha avuto un’evoluzione sufficientemente favorevole, anche se rimane in una situazione di disabilità professionale e presenta ancora crisi, incertezze e penosi momenti di perplessità; anche la seconda, Beatrice, ha seguito una lunga terapia la cui evoluzione aveva comunque presentato momenti di apertura, anche di sollievo. Pur attraversando un momento di relativa stabilità, decise, ad un certo punto, di ritornare in Germania dove aveva vissuto e dove era stata ricoverata a lungo per uno scompenso psicotico, interrompendo così il percorso terapeutico da noi. Beatrice, un paio d’anni dopo il ritorno, ha tagliato anche i legami con il suo vecchio psichiatra che colà aveva ripreso a curarla. Abbiamo in seguito appreso che era morta: per molti mesi ha rifiutato le cure e i contatti; viveva talmente ritirata che nessuno si è accorto del suo decesso ed è stata trovata settimane più tardi dalla polizia. Queste sono due situazioni cliniche in cui il lavoro della terapia è, o è stato, veramente difficile.
Chiameremmo il modello di terapia seguito in questi due casi come “terapia paziente”: paziente perché lunga, incerta, con un certo numero di ricadute e senza guarigione in senso stretto. Queste nostre “terapie pazienti” sono state per noi anche un’occasione per riconsiderare il significato che attribuiamo al concetto di successo o di fallimento terapeutico e, più in generale, al processo di guarigione.
Cominciamo con la situazione di Chiara, una donna sudamericana che ha oggi cinquantacinque anni, e che descrive così il nucleo della sua sofferenza: “La cosa più dolorosa è che nel profondo di me cerco di vivere una vita normale, ma in cuor mio sono terrorizzata”. Fin da piccola Chiara è tormentata da un terrore che la sommerge regolarmente, scombussolando ogni volta i momenti di stabilità che riesce a fatica a conquistare. A queste irruzioni del terrore si associa un’esperienza di non continuità temporale, che mina il suo senso d’identità. Chiara descrive quei momenti come se stesse distaccandosi da una vita da adulta, ben ferma sulle sue gambe, per ritrovare quella di una bambina sgomenta, persa in un mondo “troppo grande per lei”.
Evoca la brutalità di questi improvvisi cambiamenti di stato, che generano un’esperienza di fondamentale incostanza. Nel rapporto con gli altri, nasconde una parte di se stessa – la parte più vulnerabile che gli altri non capiscono –, conducendo questa tipica “doppia vita” delle persone che hanno subito gravi traumi, con una facciata ufficiale, socialmente accettabile, e un vissuto interno fatto di terrore, vergogna e confusione, vissuto da tenere il più possibile nascosto. Non riesce ad aprirsi, spiega, perché non si reputa “abbastanza forte da sopportare tutto”. Ci sono delle buone ragioni nella sua storia perché si senta pervasa da un pesantissimo senso d’indegnità. Chiara vive in modo lacerante questa esperienza di non appartenenza all’umano, così tipica dei gravi stati post-traumatici.
FUNZIONE DI SOSTEGNO HOLDING: IL LEGAME CHE ACCOGLIE, SUPPORTA, CONTIENE
La prima dimensione terapeutica che vorremmo rilevare è quella di holding, riprendendo il concetto di Winnicot3. È la dimensione del legame che porta, supporta, contiene. Prima di poter lavorare sul significato (per es., della domanda), prima di muoverci nella dimensione del contenuto (per es., del sintomo o della storia), o prendere in considerazione qualsiasi cambiamento, dobbiamo metterci in contatto, cominciare ad annodare una relazione, impegnarci in un legame che supporti il lavoro che avremo da compiere.
In un certo numero di casi, questa dimensione emerge naturalmente senza che dobbiamo preoccuparcene; va da sé. In altri casi – in tutti quei casi propriamente psichiatrici (di grave sofferenza mentale e relazionale, di severa psicopatologia), in cui l’umanità in quanto tale risulta minacciata o ferita – siamo tenuti a prestare un’attenzione particolare a questa dimensione del portare, perché è la stessa possibilità di essere l’uno con l’altro, di esistere l’uno accanto all’altro, che è compromessa dalla malattia.
La dimensione di holding si riferisce quindi a tutto ciò che è dell’ordine della “contenenza” piuttosto che del contenuto: alla ritualizzazione spazio-temporale del colloquio terapeutico; al setting, all’inserimento dell’incontro che stiamo vivendo nel qui ed ora, nella più ampia rete formata dall’insieme dei curanti – sapendo che per portare, abbiamo anche noi bisogno di cooperare con la rete e di essere a nostra volta supportati.
È la dimensione che mette ancora in gioco l’“attaccamento” tra terapeuti e pazienti, lo stesso attaccamento che occupa fin dall’inizio i nostri pensieri quando riceviamo bambini, coppie o famiglie. Nelle sedute, la dimensione di holding si riferisce a tutto ciò che, come terapeuti, diciamo o facciamo, anche se non necessariamente attinente all’obiettivo della terapia. Il “chiacchiericcio”, come le domande esplorative, fa parte della danza terapeutica.
In questa danza ci concediamo l’uno all’altro non solo con la parola, ma anche sul piano fisiognomico, motorio, ritmico – in un modo ampiamente riflesso – per raggiungere l’altro nelle pieghe e nelle singolarità del suo mondo. Per quanto riguarda la fisionomia, Onnis specifica che quando osserviamo per esempio un volto sofferente, possiamo comprenderlo perché ci immedesimiamo in lui, e questa immedesimazione consiste nel fatto che condividiamo anche noi, nel nostro corpo, il suo stesso dolore [2, p.102]. E interveniamo sull’atmosfera relazionale, con umorismo o gravità, attraverso i nostri diversi modi di dire “sì” o di legittimare il pensiero o l’emozione delle persone che si affidano a noi.
Si tratta di lavorare su una sorta di affiatamento (accordare i fiati) di base – un accordo su uno spartito che rende possibile la parola di ognuno e il dialogo comune, come in una sinfonia o in un concerto. Questo “accordo” che a volte cerchiamo per mesi, che non viene mai acquisito una volta per tutte, implica una qualità di contatto interpersonale e avvia una sicurezza relazionale di base, come un terreno sicuro e protetto dove possiamo trovarci e ritrovarci.
È il contenente emotivo intersoggettivo – lo sappiamo –, che esercita una funzione terapeutica essenziale di holding e d’accoglienza per i nostri pazienti. Ci sono meno appuntamenti mancati, c’è qualcosa di meno caotico, più fluido, meno confuso nell’impressione che emana dalle storie che ci vengono raccontate. È a questo “spartito di base” a cui Chiara fa riferimento quando ricorda il processo della terapia come “il cammino più difficile che dovevo percorrere. […] E ci vuole un sacco di tempo. E come Lei mi ha detto: a volte ero così felice e il giorno dopo ero in fondo al pozzo. E devi tornare di nuovo su. Ogni volta alzarti e camminare, alzarti e camminare”.
DARe RAGIONE E LEGITTIMARE
La seconda dimensione che ci sembra importante nella terapia, e più propriamente nell’ordine del suo contenuto e del suo significato, è la dimensione del “dare ragione”. In psicoterapia come in psichiatria, siamo per eccellenza in un terreno dove la pazzia minaccia, dove la follia fa paura, dove anche la bizzarria dei pensieri e dei comportamenti turba profondamente coloro che la vivono, come turba le persone a loro vicine e chi li cura.
È perciò importante lavorare con i pazienti per dar ragione di ciò che stanno vivendo, dei loro sintomi e comportamenti patologici. Dare regione non è solo comprendere, verificare le nostre ipotesi di lavoro. Potrebbe avere in più qualcosa della condivisione emotiva – e non giudicante – intorno a una lettura di esperienze in ogni caso dolorose.
Sappiamo quanto le malattie – e non solo mentali –, la patologia e la follia sono socialmente correlate al male (se non quando al cattivo o al malvagio), insomma all’inaccettabile. In latino, malum significa male e malattia – e questa connotazione sostanzialmente negativa rimane ancor oggi impercettibilmente presente. Questa connotazione traduce anche un giudizio e fa sì che la sofferenza (il male che sente) e gli altri sintomi del paziente si accompagnino in più di vergogna, di colpa e d’incomprensione, vissuti che possono acuirsi fino alla condanna a morte di se stessi (come nel caso di Beatrice). Si tratta quindi di dare ragione alla sofferenza, di comprenderla, di discernerne il significato, di identificarne appunto le “buone ragioni” e proporle senza giudicare al paziente.
Il dar ragione non è, comunque, riducibile a un solo processo cognitivo o intellettuale: è la condivisione di un’esperienza pensante, affettiva e globalmente esistenziale. Se capiamo l’altro, è anche perché sappiamo e sentiamo, in cuor nostro, che ciò che gli è accaduto può capitare a ognuno di noi. Così lo nota anche Honneth: «affinché io possa essere in grado di portare al paziente il mio riconoscimento in un sentimento di solidarietà e solidarietà per il suo personale viaggio, devo prima essere mosso da un’esperienza che mi insegna che siamo minacciati, esistenzialmente, dagli stessi rischi» [10]. Questa relazione da persona a persona, dove – legittimandoli – ci mettiamo d’accordo sui ricordi, sui pensieri, sulle emozioni e le azioni, comporta uno stretto contatto emotivo tra terapeuta e paziente. Questo contatto, portato da una corrente di reciproca empatia, è vicino a ciò che Stern definisce un «momento di incontro» [11].
Il dar ragione s’iscrive quindi in una dimensione relazionale “intersoggettiva”; è proprio nell’intersoggettività che l’attribuzione di significato all’esperienza e al vissuto trova la sua origine – come d’altronde la stessa capacità di pensare. Si tratta quindi di una conoscenza relazionale esplicita, ma non solo. La nostra tesi è che il dar ragione si avvicina anche a quello che Stern e Onnis [2, p. 86] definiscono come la conoscenza implicita, che è procedurale, non verbale e non riflessivamente consapevole. Nel dar ragione c’è anche qualche cosa che supera la nostra razionalità cosciente; questo qualcosa è il trasporto emotivo, il tono della nostra voce, la mimica del nostro volto quando legittimiamo il vissuto del nostro paziente.
Essere legittimato e riconosciuto dal terapeuta permette di condividere, in atto se possiamo dire, la stessa condizione umana – condizione che, di fatto, oscilla sempre tra ragione e umana irragionevolezza. La legittimazione è un’esperienza che rinforza nel paziente la capacità di assumere un atteggiamento benevolo verso se stesso; è una forma di riconoscimento sociale. Se noi riusciamo ad accettare la “follia” del paziente, a condividere la sua esperienza di sofferenza, questa simpatia, nel suo stretto senso etimologico (συν παθειν, soffrire insieme), avvia e consolida il suo lungo processo di riconciliazione con se stesso.
Legittimare il vissuto non equivale tuttavia a giustificare i comportamenti potenzialmente dannosi del paziente per se stesso o per gli altri. Al contrario, il problematizzare tali comportamenti, il richiamare il soggetto alle sue responsabilità è un modo complementare di considerarlo nella sua umanità.
Il cercare insieme di dar ragione implica quindi di discernere fino a che punto un atto (nel senso ampio del termine) è legittimo, e da dove non lo è, o non più4.
Gran parte del lavoro terapeutico si trova in questo doppio movimento che chiamiamo di “empatia” e di “confronto”. Da un lato, si tratta di riportare alla luce, di restituire nel loro contesto di emergenza storica, le “buone ragioni” di un’esperienza o di un comportamento sintomatico. Ma, d’altra parte, si tratta di essere pronti a evidenziare i limiti della loro validità, specialmente quando questi atti implicano effetti dannosi o distruttivi.
Per illustrare questo doppio movimento, presentiamo un breve stralcio in cui la terapeuta cerca dapprima, con Chiara, di legittimare un’esperienza che le appare ingiustificata, “cattiva”. Ma subito dopo, la terapeuta “critica” questa esperienza per aprire la possibilità che l’“adesso” sia diverso per Chiara.
Quindi il movimento si riequilibra verso una forma di legittimazione. All’inizio dell’estratto, si vedrà in particolare la funzione di holding al lavoro; la terapeuta era abbastanza stressata perché questa intervista si svolgeva normalmente in un periodo stabile. Però quel giorno Chiara era sconvolta perché il suo permesso di soggiorno in Svizzera era stato messo in discussione, con il rischio di dover tornare nel suo paese di origine, proprio là dove lei aveva vissuto ogni tipo di orrore. Il filo del discorso all’inizio di questo stralcio può apparire un po’ confuso, anche se la terapeuta dice cose che mirano a sostenerla.
– Chiara: penso anche di aver perso la fiducia in me stessa. Ma perché ho perso la fiducia in me stessa? Non capisco (piange).
– Ter.: Beh, c’era comunque questa storia di carte e permessi, poi l’aggressione di suo marito. E ci sono ancora altre cose che l’hanno turbata!
– Chiara: Sì, e quando sono destabilizzata, perdo la testa.
– Ter.: Sa, questa storia di permessi, la colpisce molto.
– Chiara: Sì perché ho la testa per aria…
– Ter.: Sì, inoltre, quando prende l’aereo, il suo corpo cambia, la sua esperienza corporea…
– Chiara: Sì, ero per aria! (ride) Ero davvero per aria… È così che mi sento, come se fossi per aria. Perché io, in Svizzera, mi sono sempre sentita al sicuro da quando sono arrivata. Qui ho imparato a dormire. E ora, quando penso che ho rischiato di perdere i miei permessi, tutto ciò mi sta destabilizzando, perché non lo so… (piange).
– Ter.: Sì, ma è finita, è finita! Da ieri, ha ricevuto la lettera che vanno bene, le carte!
– Chiara: Sì, è vero.
– Ter.: Ma fino a ieri, ha avuto tante ragioni per essere molto ansiosa.
– Chiara: È così! E che non posso controllarlo.
– Ter.: Sì. Uh! Non proprio! Mi ha detto: nell’aereo è stata in grado di controllare un po’ la sua ansia…
– Chiara: Sì! Prima non ci sono riuscita. Ora mi dico: non devo tornare a questo stato di bambina. Devo alzarmi perché sono un’adulta. E poi, non aver paura. Perché ho le mie paure. Ma non posso dire che le mie paure siano sbagliate.
– Ter.: No, sono fondate!
– Chiara: Sono fondate. Ed è per questo che ho difficoltà a superarle.
– Ter.: Sono fondate, ma in passato. Bene, la storia dei permessi, ha avuto di nuovo motivi per aver paura oggi. Di solito, le vecchie paure tornano. […]
– Chiara: Sì, ecco perché forse la paura ha preso l’ampiezza che ha preso.
Cercare di dar ragione è anche prendere e rivalutare la questione delle responsabilità, il processo che porta a discriminare tra il dovere di “assumersi” e la legittimità di “rendere (o lasciare) all’altro” certe responsabilità appunto. Queste considerazioni portano alla terza dimensione che chiameremo “ristabilire il sentimento del giusto”.
RISTABILIRE IL SENTIMENTO DEL GIUSTO
Si tratta di rivalutare la questione del giusto e dell’ingiusto (e, se necessario, di articolare l’intervento terapeutico con quello della giustizia e del controllo sociale). Spesso i nostri pazienti – e questo fa parte della loro sofferenza e del loro stato di “pazienti” – si sono fatti carico di troppo, hanno assunto e tentato di risolvere delle esperienze e dei traumi impossibili da integrare e che, appunto, li hanno fatti ammalare. Chiara lo descrive molto bene.
Come abbiamo già detto, prima di essere inviata a noi, era già stata in terapia per diversi anni, per i sintomi derivati dalle esperienze traumatiche subite nella sua famiglia e nel suo paese d’origine. Ma, ad un certo punto, si è verificata una grave lacerazione nel suo percorso terapeutico: il suo psichiatra ha iniziato ad abusare sessualmente di lei. Questo nuovo trauma ha innescato una crisi psicotica così intensa da motivare un ricovero. All’ospedale non è riuscita a parlare o, se non a parlare, almeno a farsi sentire. Dopo essere stata dimessa, ha trovato un nuovo equilibrio, anche se un po’ precario.
Lei rimuove ciò che ha vissuto, come se non ne fosse più consapevole. Quest’apparente oblio le permette anche di sposarsi (con un marito dal comportamento violento), ma si ammala poco dopo di un cancro da cui riesce a guarire. Nonostante questi eventi favorevoli continua a sentirsi disfunzionale e anormale. “C’è qualcosa di sbagliato nella mia testa”, ci dice; non sopporta più di essere sola; esibisce comportamenti autodistruttivi; ha l’impressione di portare in lei dei “veleni”. I vari sintomi sono come la memoria dissociata dei traumi subiti.
Il suo medico di famiglia avverte il disagio di Chiara e insiste, alla fine del trattamento oncologico, perché venga in terapia nel nostro studio. All’inizio Chiara si dichiara profondamente in crisi, fallita, e il suo pensiero pare poco strutturato. Ma, sottilmente, dopo qualche seduta, senza parere, mette la terapeuta alla prova accennando, come di sfuggita, agli abusi subiti dal precedente psichiatra. La terapeuta sente che accade qualcosa di strano nel loro legame, come un attacco sottile e confuso, non scevro da punte di ostilità inattese e a prima vista incomprensibili.
Nei colloqui iniziali la base intersoggettiva si era fatta appena più sicura, e in Chiara è apparsa una nuova consapevolezza che esprime così: “Ero persa finché non ho trovato – c’è un evento che mi è venuto in mente come una illuminazione – e da lì è stato diverso perché almeno sapevo cosa cercare”. Si ricorda – e decide di parlarne alla terapeuta – del comportamento dello psichiatra che tanto l’ha umiliata e che l’ha lasciata in uno stato di perplessità perché non capiva e di terribile vergogna. Questo episodio, è ovvio, richiama la ripetizione del trauma incestuoso della sua infanzia: una figura di autorità e di cura, nella quale aveva riposto la sua fiducia, comincia ad abusare di lei.
Con la rivelazione di questi fatti, ignorati fino allora dalla terapeuta e dal suo medico, il contenuto delle sedute inizia a spostarsi dal livello delle disfunzioni, dei sintomi invadenti, dai ricordi vaghi e confusi, a quel che succede in seduta, quasi a uno scontro, più chiaroveggente, ma anche più doloroso.
Questo passaggio – dal sintomo e dalla ricostruzione della storia all’evocazione prudente del rapporto in atto col terapeuta – rappresenta sempre un momento critico e non senza rischi, che mette alla prova la relazione terapeutica. Dopo le sedute spese a tentare di chiarire questo contrasto, cominciò una lunga fase di elaborazione che porterà al nuovo equilibrio attuale (di certo relativo). Ecco cosa dice di lei e del suo dolore in quella fase:
Chiara: Perché sa, quando ho parlato del vecchio problema di mio padre, [e ho accennato] al mio passato, pensavo che la storia sarebbe finita lì e che avrei potuto fare una vita normale. Ma, come m’è capitato quest’altro problema, questo non potevo più accettare la mia vita, vivere una vita normale, ecco perché mi sono detta: c’è qualcosa che non va nella mia testa, qualcosa che non è normale nella mia maniera di reagire. Soprattutto perché è una maniera per ferire me stessa. Piuttosto che agli altri, mi sono fatta male a me.
Ter.: Sì. A lei, piuttosto che a quelli che la feriscono, giusto?
Chiara: Sì. Uh… non lo farei, non potrei… (ride). Ecco perché mi hanno ferita; non mi sono difesa. Ciò che mi ha aiutato è stato poterle parlare. E aver davvero trovato quello che mi dava così fastidio nella mia vita. È vero che quando l’ho trovato, mi è parso enorme proprio perché prima non volevo vederlo. […] Avevo tanto bisogno di togliermi tutti questi veleni.
Ter.: Tirar fuori i veleni?
Chiara: Sì. Penso che Lei mi abbia aiutato molto a trovare la fiducia in me […]. È vero che ultimamente ero felice perché avevo trovato una certa stabilità. Ero felice e molto orgogliosa di me stessa per aver fatto tutto questo.
Di fronte all’evento traumatico più recente che non era stata in grado di identificare, di integrare nel suo percorso di vita, Chiara ha reagito prima “prendendo su di sé il male”: si è vista colpevole per non essere stata in grado di difendersi (“Ecco perché mi hanno ferita: perché non mi sono difesa”). Prende il torto e l’ingiustizia solo su di sé. Non denuncia lo psichiatra, quasi lo protegge – in quanto autorità supposta come necessariamente “buona” – ma si ammala in modi diversi. Si sente patologicamente distorta, portatrice e invasa da veleni contaminanti.
Il lavoro terapeutico [12] si è prefisso – ovviamente – di riposizionare i sintomi nel contesto intersoggettivo originale, là dove si è formato il “male”. Si tratta, a parer nostro, di rimettere in discussione, sul piano etico e soprattutto su quello dell’etica degli scambi, del dare e del ricevere, la storia di vita della paziente e di come lei se n’è appropriata. Percepiamo palesemente, nel destino di Chiara, come d’altronde in tante altre storie, che la dimensione etica degli scambi si riflette in modo diretto e immediato nella vita delle persone. La dimensione del giusto e dell’ingiusto trasforma e plasma il funzionamento psicologico, somatico, sociale del soggetto, e lo plasma sia nel senso di renderlo “malato” nella testa, nel corpo, nelle relazioni; sia nel senso di generare una spinta pulsionale verso il curare, verso il prendersi cura degli altri [5].
Boszorményi-Nagy [13] descrisse chiaramente questa tesi; nel periodo tra le due guerre mondiali, anche un altro rifugiato ebreo ungherese in Svizzera, lo psichiatra Leopold Szondi, ha teorizzato in tutta la sua radicalità la valenza etica dell’esistere, dell’ammalarsi e del curare [14,15].
Citiamo ancora brevemente un estratto, dove Chiara ci parla modo davvero semplice ed intuitivo di questi collegamenti sorprendenti tra l’etica e la relazione incarnata a sé e al mondo:
Chiara: Mi ricordo, quando sono arrivata qui, guardavo solo la punta delle mie scarpe. Ora, conosco tutto qua intorno.
Ter.: E cammina a testa alta!
Chiara: A testa alta, sì.
Ter.: Anche questo è un bel cambiamento.
Chiara: Sì, enorme! Perché prima, mi vergognavo troppo, una vergogna malriposta che portavo su di me. È stato doloroso. Non mi ero accorta che guardavo solo le mie scarpe quando camminavo. È stato quando me ne sono resa conto che ho iniziato ad alzare la testa. Più uscivo da me, più alzavo la testa!
Ter.: Ah, ok. Più il veleno è venuto fuori, più poteva alzare la testa!
Chiara: E potevo prendere il mio posto nella vita! Prima era come se fossi da un’altra parte, in una piccola bolla, per nascondermi.
Ter.: Ora si può mostrare al mondo con una certa fierezza.
Chiara: Sì! Anche se oggi sono di nuovo un po’ spaventata, ma va bene.
PROMUOVERE NUOVE ESPERIENZE PER SUPERARE RIGIDE RIPETIZIONI
Abbiamo già richiamato l’importanza di dare un senso, una ragione ai sintomi insensati e irragionevoli. Non si tratta però solo del lavoro di ricostruzione cognitiva, cui bisogna comunque dare un’anima. Secondo noi, la dinamica complementare è quella di incoraggiare la paziente a fare nuove esperienze, a compiere atti alternativi (atti sempre in senso lato: emotivi, cognitivi, corporei, sociali) e di cominciare delicatamente a sbloccare i comportamenti rigidi e ripetitivi.
Si tratta di ripristinare una certa ampiezza nel ventaglio delle scelte possibili nell’esistenza. In Chiara, che viveva come bloccata nel terrore, era vitale promuovere le capacità di far fronte, di confrontarsi, di posizionarsi attivamente e secondo le proprie decisioni (specialmente in relazione alla propria famiglia d’origine, al proprio marito, alla propria figlia). Si tratta per noi di caldeggiare scelte alternative anche attraverso il fare che, come si sa, favorisce la costruzione del pensiero e lo precede – sempre.
Là dove i nostri pazienti sono bloccati in movimenti ripetitivi (in Chiara, quelli di stare a testa bassa, stare zitta e fuggire), si tratta di incoraggiarli a trovare una libertà di movimento ampliando la loro gamma di possibilità (non solo fuggire ma anche affrontare; non solo star zitti ma a volte parlare, o scrivere). A Chiara la terapeuta avrebbe potuto ribadire: “Può alzare la testa, come continuare a tenerla bassa. Provi, se crede, ad alzarla una volta. Poi mi dirà come si sente se riesce a farlo. In ogni caso, che lei riesca o no, io sarò qua e l’accompagnerò”. In questo senso ci avviciniamo – ma sempre criticamente – alle terapie basate sul promuovere risorse e competenze, personali o relazionali, in grado di rispondere ai problemi e alle impasse presentate dai pazienti. Non rifuggiamo quindi da un atteggiamento pedagogico anche se non direttivo. Infatti la nostra preoccupazione è quella appunto d’introdurre le alternative.
Preferiamo, tuttavia, non passare troppo rapidamente a questa fase di mobilitazione delle risorse, ma optiamo per prendere prima piuttosto il tempo per vivere, insieme, la loro sofferenza. Ci sembra che possano esistere tre rischi in una precipitazione apparentemente benevola in questo senso. Se insistessimo solo sulle risorse, nel tempo inaugurale della relazione, rischieremmo di lasciarli da soli, confermandoli nel loro sentimento d’indegnità e di disumanità. È un po’ come se dicessimo ai pazienti che si sentono, da una vita, delle nullità perpetuamente nei guai: “ma no! Guardate che siete bravi”. Non ci crederebbero, naturalmente. Ciò condurrebbe al secondo rischio che sarebbe quello di colpevolizzarli: “come mai, se avete delle risorse, non siete poi capaci di metterle in atto? Non avete che metterci un po’ di buona volontà”. La nostra insistenza potrebbe quindi trasformarsi in un giudizio di valore. Infine, se insistessimo sulle qualità, finiremmo per far intendere loro che rifiutiamo di portare – anche se solo per un tempo – quella loro parte di sofferenza per la quale, appunto, sono venuti nel nostro studio.
TROVARE IL PROPRIO POSTO NEL MONDO DEGLI ESSERI UMANI
Anche l’ultima dimensione di cui vorremmo parlare non è facile da denominare. Di questa dimensione, in fondo, parla Chiara quando dice che ha iniziato ad alzare la testa e a prendersi un posto nella sua stessa vita.
“Prendersi un posto nella propria vita” si riferisce a un modo di abitare il proprio corpo [7], che Chiara differenzia dall’“essere altrove, in una piccola bolla, per nascondermi”, ma anche di trovare il proprio posto tra e con gli altri, nel mondo umano, per trovare, come si suole dire, un senso alla propria vita.
Spesso significa anche trovare il modo di donarsi agli altri e di essere riconosciuti in ciò che si dà. Più i pazienti sono stati colpiti nella loro umanità, più questa domanda diviene insistente e acuta.
Chiara, a partire da quella che lei chiama “una fiducia in sé a livello zero”, ha gradualmente trovato una base di sicurezza intersoggettiva. Diventò un pilastro per sua figlia e i suoi nipoti; lavora qualche ora come badante ed è molto apprezzata in questo ruolo. È stata davvero in grado di riconquistare la sua dignità e, in questo senso, la maggior parte della sua salute psichica – anche se la sua situazione rimane fragile e soggetta a crisi.
La situazione seguente, sulla quale vorremmo soffermarci brevemente, è quella di una paziente ancora più ferita e malconcia. Anche il lavoro di terapia è stato più difficile. Beatrice, come Chiara, è stata vittima d’incesto e di violenze, senza beneficiare, come vedremo, sostanzialmente, di sostegno o di protezione da parte della madre. Pensiamo che questa avesse un grave disturbo psichiatrico; in ogni caso, ha presentato notevoli limiti nelle sue capacità sociali e genitoriali. Già da bambina, Beatrice doveva aprire lei la porta all’assistente sociale della protezione dell’infanzia per dire che tutto andava bene a casa. Il primogenito era stato allontanato da casa in seguito alla violenza fisica e incestuosa del padre.
Beatrice, come la figlia più a posto, era stata parecchio parentificata dalla famiglia, gestiva responsabilmente le relazioni esterne sociali e amministrative. Questa esperienza di compiti assolti troppo precocemente – che ha portato a forgiarsi delle attitudini di pseudo-maturità – le fu poi utile per progredire anche abbastanza in alto sulla scala sociale. Ha assunto posti di responsabilità sempre più importanti che finirono però per superare le sue reali competenze. Ebbe allora, in Germania, prima di venire da noi, un grave scompenso psicotico, con un ricovero prolungato.
Beatrice soffriva delle ferite della sua storia e di schizofrenia che l’hanno portata a una grande vulnerabilità psichica. Pativa di una rottura dell’identità, con l’impressione di non essere realmente viva, di non avere coerenza nell’esistenza e nei pensieri, di aver perso la sua integrità psicosomatica, di non essere insomma realmente una “persona”. Il suo rapporto con la realtà era caratterizzato da un profondo disagio, da una costante insicurezza su come interpretare correttamente gli eventi, le relazioni, la stessa realtà fisica che la circondava. Soffriva soprattutto di un grave disturbo dell’intersoggettività. Descriveva in particolare le difficoltà che ha dovuto affrontare stando con gli altri: ce ne ha offerta questa immagine, piuttosto inquietante:
Beatrice: “All’epoca, avevo tanta paura delle persone e di tutto quello che mi succedeva che trasmettevo paura, come un cane, che emanavo paura. Allora, l’altro essere umano sentiva questa paura e reagiva male, iniziava subito a insultarmi, quasi a colpirmi. Era [una sensazione] grande, era enorme”.
Presenteremo due estratti – trascrizioni del colloquio di ricerca – che la terapeuta ha condotto con lei. Il primo ci rimanda alla dimensione dell’holding – quella del legame che accoglie, porta, contiene. Beatrice ne evoca l’importanza facendo riferimento alle sue prime esperienze nella terapia: dice che la terapeuta è stata presente, aperta alle cose che non possono essere dette, all’indicibile appunto, ai segreti sepolti nel suo corpo, senza necessariamente cercare di farla parlare, senza interrogarla con insistenza. Alle sue parole, alquanto sconcertanti, la terapeuta non cerca ancora di dare un senso, ma piuttosto di lavorare insieme su un contenimento elementare.
Beatrice: sentire il corpo, il “non parlato”, è stato davvero importante per molto tempo. […] Per vivere veramente dei momenti di “non verbale”, era bello, era molto importante, che qualcuno rispettasse questa necessità che il mio corpo doveva esprimere se stesso.
Ter.: In questa esperienza, come ha potuto sentirsi rafforzata?
Beatrice: Che io sia un corpo vivente, semplicemente, che ho impulsi di vita, vale a dire che il mio cuore palpita, che il mio cervello è pieno di tante storie. Basta attaccare etichette sulle ginocchia, sul bacino, sul petto, sul torace che..., ho avuto un sacco di dolore in quel momento, ho avuto dolori terribili. Era solo il punto [il plesso] solare che era molto danneggiato.
Ter.: Il fatto che il terapeuta [di allora] abbia avuto un’attenzione speciale per il suo corpo le ha permesso di ritrovare un po’ di fiducia?
Beatrice: Sì per cominciare! Comincia una terapia. Bisognava davvero cominciare da lì. Era molto importante, sì, iniziare un dialogo con il terapeuta. Era l’inizio di ogni inizio. […] Permise l’avvio della terapia. […]
Ter.: Non ricordo molto bene, ha avuto un sacco di dolore in quel momento?
Beatrice: Sì.
Ter.: Questo era il sintomo principale?
Beatrice: C’era anche alla schiena… La realtà era che ero divisa tra il corpo e il cervello, che non c’era alcuna connessione, che era rotto e… che o funzionavo intellettualmente, o allora crollavo completamente. Non c’era alcuna connessione fluida tra… Era impossibile per me dire: provo dolore. Ero sopraffatta da questo dolore; ero quel dolore. Quindi era importante mettersi in quel dolore, sentirlo davvero e provare a far dialogare il corpo, con tutto quel dolore che c’era, con l’intelletto. Era molto importante avere un dialogo tra i due.
Ter.: […] Ed è come se [questa esperienza] le avesse permesso di trovare anche un posto nella vita, nel mondo?
Beatrice: Che io esistessi, infatti! Che ero un singolo essere umano. Mi percepivo come molto dispersa nel mio corpo, come in mille pezzi; non mi sentivo sicura nel mio corpo. Questa fase mi ha aiutato a mettere insieme un po’ tutto questo e a considerarmi un corpo unico.
Beatrice evoca attraverso queste parole qualcosa dell’ordine della possibilità di emergenza o di rinascita del sé. Quando – durante la terapia – il suo fidanzato la lascia pochi giorni prima del matrimonio, questa rottura la fa precipitare in uno stato d’inesprimibile dolore che, in senso proprio, la annienta, disintegrandola. La terapeuta ha dovuto tessere di nuovo, con pazienza, legami di attaccamento, per quanto fragile e tenue sia la loro consistenza: l’ha allora circondata, presa per mano, finché a poco a poco, Beatrice è riuscita a tornare a sé 5
La sua descrizione ci rimanda alla dimensione fondamentale della cura, che è quella di garantire che il Sé del paziente possa esistere, proprio grazie alla presenza, alla relazione intersoggettiva col terapeuta. Tale intersoggettività fa sì che il terapeuta possa raccogliere e portare delicatamente quel sé ancora frantumato e, con la sua presenza, dare anche all’altro l’opportunità di “esserci”.
Di solito noi non dobbiamo lavorare per ristabilire questo fondamentale senso di auto-integrità [17] con i pazienti che hanno, per es., problemi ansiosi o timici; tale sicurezza interna è ben edificata, anche se non ne siamo consapevoli. Questa certezza dell’esistere rimane come supporto per far fronte anche alle esperienze più provanti. Quando una persona viene da noi con una richiesta di cambiamento personale, questa domanda dimostra già che non avremo bisogno d’intraprendere un tale lavoro terapeutico, che la base dell’“essere-se-stessi” e l’“essere-con-gli-altri” è già acquisita con sufficiente affidabilità.
Ma forse sono più numerosi quelli che non sanno o non possono chiedere: sono i pazienti colpiti nella loro capacità di essere in relazione e nella loro fiducia di base verso il genere umano. Tali pazienti spesso non hanno una domanda esplicita e ordinata di cura – una tale richiesta esigerebbe precisamente una capacità non alterata di credere nell’altro.
Per entrare in terapia, il paziente deve già trovare il coraggio di uscire da casa, in particolare ci deve “credere” – fede e determinazione sono raramente presenti nelle situazioni di grande sofferenza mentale. In questi casi, la terapia, spesso richiesta o fortemente incoraggiata dalla famiglia o da altri curanti, può iniziare grazie all’arte del terapeuta di sviluppare e mantenere una relazione e di resistere: agli appuntamenti mancati, alla confusione, al senso d’impotenza legato alla persistere della sofferenza.
Se noi riusciamo a “stare con” le persone che mettono in discussione la terapia, che non vengono con la regolarità richiesta alle sedute o che ci mettono alla prova attaccandoci più o meno velatamente, dopo un certo tempo potrebbe capitare di stupirci. La nostra facoltà di sviluppare e mantenere un legame potrà così essere premiata: avvertiremo che accadono cose di cui non avevamo un’idea; non sapremo, se non più tardi, nemmeno che siano successe. È quanto abbiamo imparato in particolare con Beatrice, anche se a un certo punto, la relazione – durata comunque alcuni anni – si è interrotta quando si è trasferita in Germania dove, come avevamo accennato, si è lasciata morire.
La terapeuta aveva chiesto alla paziente di esprimersi sulla sua esperienza di terapia da noi e di proporre un’immagine che avrebbe potuto illustrare questa esperienza. La paziente evoca in questo modo l’aspetto che abbiamo descritto del “trovare un suo posto nel mondo degli uomini”:
– Beatrice: Sono dietro a un sipario e la terapia è la piccola apertura da dove vedo. È un aiuto per vedere, vedere meglio.
– Ter.: Ma il sipario è piuttosto il problema?
– Beatrice: Esattamente. Il sipario è ciò che m’impedisce di andare avanti da sola. E la terapia è apertura.
– Ter.: Sì, capisco, mi parla. E dalla sua esperienza, cosa è cambiato drasticamente con la terapia?
– Beatrice: C’erano molti ostacoli che ostruivano la vista, il che m’impediva di vedere… – se posso continuare con questo “sipario” – che mi ha impedito di vedere che la vita può essere anche bella, che la vita può essere facile, e che possiamo anche organizzarla in un modo tale da non aver bisogno di subire costantemente la…, il dolore di questo sipario, di questi ostacoli. Ha disboscato il terreno per vedere.
– Ter.: […] Più leggerezza?
– Beatrice: Mi ha dato una grande fiducia, abbastanza fiducia, nei miei gesti. Non sono più così spaventata come lo ero prima, al momento di dover andare avanti, di sperimentare qualcosa da sola. […] Posso vedere più che cosa c’è veramente. Non ho più quella paura che mi mandava via… posso guardare le cose da più vicino. Sento che sono molto più coraggiosa, che guardo più facilmente le cose da più vicino, […] sento che posso sfidare le tempeste, avvicinarmi a un ostacolo.
– Ter.: E quando si avvicina?
– Beatrice: Sento ancora caldo, è un segnale che dice: pericolo. Ma cerco di sopportare questo panico, per guardare più da vicino. Ma c’è ancora questo vento di panico […]. La terapia, appunto – dialogare, parlare di questo spazio, toccare ciò che è dall’altra parte, confrontarlo costantemente nelle nostre sedute –, è molto necessaria, perché sono sicura che vivendo da sola, e senza terapia, sarei… il rischio è grande che il sipario si chiuda completamente, di nuovo. Perché… la nostra conversazione mi porta a vedere la realtà più da vicino. A volte è molto meno grave di quanto pensi, a volte è molto più leggera, è molto più piacevole da guardare, ma avevo paura prima. A volte mi dice delle cose, descrive la realtà e mi mostra…, mi dà degli spunti per osare guardare.
– Ter.: Se non ci fosse più un dialogo, potrebbe richiudersi?
– Beatrice: Sì, sarei spaventata e rimetterei di nuovo il sipario.
– Ter.: Potrebbe ripetere questa esperienza con altre persone che hanno la sua fiducia?
– Beatrice: Ci sono due o tre persone così, ma le vedo raramente, quindi è… […] Incontrare delle persone, andare apertamente verso qualcuno, fare amicizia, fa parte di quelle cose che sono dietro, che ora tocco raramente. E vorrei davvero che un giorno l’apertura fosse più grande.

Essere con gli altri, essere nel mondo e in contatto con la realtà, essere se stessi sono tre pilastri dell’esistenza umana. Ciascuno di essi per Beatrice è danneggiato, sofferente. Il mondo comune, quello della realtà, condiviso con gli altri, è per lei un mondo straniero – è questo mondo “dall’altra parte”, sul quale la terapia lascia, come lei afferma, una “piccola apertura”.
Il legame terapeutico è anche, ci dice, ciò che la aiuta a vedere la realtà in un modo un po’ diverso da quello condizionato dal “vento di panico” che governa questo suo mondo. La terapia, nonostante le incertezze, le frustrazioni, le ricadute, crea una piccola apertura per comprendere che “anche la vita può essere bella, che possiamo organizzarla in un certo modo”. Queste non sono cose di cui abbiamo parlato esplicitamente nelle nostre sedute; era qualcosa che le stava accadendo, verosimilmente grazie alla regolarità dei nostri incontri, allo stare insieme conversando su altri soggetti che abbiamo via via trattato 6
In Svizzera queste terapie dette di sostegno sono spesso guardate con condiscendenza. Sono terapie in cui interagiamo con i nostri pazienti più sul quotidiano che sulla loro storia, senza necessariamente essere in grado di perseguire o avvicinarci a obiettivi terapeutici predefiniti di cambiamento.
La terapia di sostegno, paziente, potrebbe essere, come scrive Fleury, «un tentativo di curare l’incuria del mondo, di porre al cuore della cura, della salute e più in generale, nelle nostre relazioni con gli altri, l’obbligo di rendere la vulnerabilità “capace” e di portare l’esistenza di tutti come un impegno di ciascuno, in tutte le circostanze della vita» [18].
Tali accompagnamenti non sono considerati come delle vere terapie, delle terapie “reali”. Di certo costruiamo ipotesi etiopatogenetiche complesse, non ci tiriamo indietro di fronte a una diagnosi psicopatologica strutturata e teoricamente fondata. Solo che queste nostre riflessioni cadono a volte un po’ nel vuoto e non solo non sono accettate dai nostri pazienti gravi, ma li allontanano da noi. Non riescono a entrare in una sintonia cognitiva – né emotiva – e non perché troppo teoriche, ma perché provocano una dissintonia dell’essere insieme. Quello che a noi pare coerente, per loro – e per i loro familiari – sembra assolutamente fuori proposito. Quasi un rifiuto di ciò che loro vivono e sono in quel momento. Eppure, è su questi temi che dovremmo lavorare per guarire ciò che merita prioritariamente di esserlo, cioè le possibilità:
– di essere se stessi, senza essere divorati da dubbi e incertezze devastanti sulla propria identità;
– di stare insieme, sufficientemente a proprio agio nell’interazione e nello scambio con gli altri, per poter capire e sentirsi riconosciuti e assumere le proprie responsabilità;
– di entrare in contatto con la realtà, spesso vista dai pazienti “gravi” con una razionalità che non riesce a essere condivisa e, per di più, vissuta come minacciosa e ostile; quindi in conseguenza quella
– di immaginare un futuro, con un minimo di fiducia e di speranza, per poter realizzare almeno in parte le proprie aspirazioni.

Quando constatiamo che queste condizioni di esistenza (poter essere se stessi, stare insieme, entrare in contatto col mondo, proiettarsi nel futuro) si rivelano compromesse, sappiamo di trovarci nel cuore di quella malattia mentale per eccellenza che è la psicosi. Queste condizioni di base dell’esistenza sono così messe in discussione che tali pazienti spesso non trovano neanche le parole per verbalizzarle, e quando le trovano, non riusciamo a capire bene cosa significano.
Eppure, da una parte, non possiamo permetterci di squalificare queste loro confuse domande (chi sono? cosa sento? cos’è questa vita che non vivo?), quasi sui “massimi sistemi”, affermando che hanno solo uno scopo difensivo, razionalizzante e privo di implicazioni emotive.
Dall’altra sarebbe ancora squalificare la nostra missione terapeutica, se abbandonassimo al silenzio e all’oblio queste strane e confuse richieste dei nostri pazienti, con il pretesto che loro non sono in grado di formulare una domanda chiara per la loro cura, o che probabilmente non saremo in grado – o più spesso pensiamo che non lo saranno loro – di percorrere fino in fondo quella via che potrebbe portarli verso un cambiamento, liberarli un po’ dal loro male di vivere, dal terrore di esistere.
CONCLUSIONE
Abbiamo cercato di illustrare alcune figure della danza terapeutica, figure che tutti noi “eseguiamo”, quasi inconsapevolmente, nel nostro lavoro clinico. Anche se già le conosciamo e le pratichiamo, meritano comunque di essere nominate e messe in valore: questa danza è ciò che dà un’“anima” al nostro curare e non può essere catturata in strumenti, protocolli o procedure. Se ne parliamo è per incoraggiare i giovani colleghi a lasciar “soffiare” tra loro e i pazienti quest’anima della terapia, secondo l’ineguagliabile singolarità di ogni nuovo incontro, costruendo una storia intersoggettiva.
Abbiamo menzionato dapprima la dimensione dell’holding, dell’accoglienza e del supporto dell’altro, che, quando viene da noi, arriva in una situazione di vulnerabilità. È la dimensione dei legami e dell’attaccamento, che ci impegna di persona e che costruisce la base – l’“accordo di base” – sul quale si potrà realizzare un altro lavoro, più tematico, di comprensione. Si tratta d’imparare a essere insieme prima di mettere a fuoco la natura psicopatologica e storica del “male” che affligge il paziente e la sua famiglia.
Abbiamo poi evocato la dimensione del “rendere la ragione”. È la dimensione chiamata a dare una risposta all’esperienza dell’assurdo, alla perdita di senso, al vissuto d’anormalità che accompagnano così spesso la patologia mentale, la sofferenza psichica. Come capire, come dare significato e spesso, ancor prima, come rappresentare il “male” che abita la persona e la fa sembrare disfunzionale o addirittura “cattiva”?
Come problematizzare più ampiamente, nella storia della vita della persona o della famiglia che riceviamo, questa incertezza su ciò che è bene e ciò che è male? In termini intersoggettivi, è la questione di ciò che è benefico o invece dannoso, di ciò che fa bene e di ciò che aggredisce o distrugge. Come valorizzare in senso terapeutico la questione del giusto e dell’ingiusto; come possiamo garantire che certe ingiustizie, che sono sfociate in sintomi o malattie, siano chiarite e riparate?
La quarta dimensione è quella dell’incoraggiamento a tentare atti e a fare scelte alternative nelle situazioni in cui le persone sono bloccate in schemi ripetitivi di pensiero, d’emozione o d’azione. In che modo, in uno spazio di libertà più aperto, la persona può trovare una sua posizione? Tale disposizione a provare il nuovo implica allo stesso tempo nuovi modi di configurarsi nel proprio corpo, di come mettersi in relazione, essere con l’altro, e, infine, di come scegliere un proprio destino nel mondo.
Questo ci porta alla quinta dimensione, quella che Chiara ha definito “prendere un posto nella propria vita”, che chiameremmo con le nostre parole: trovare il percorso e il “senso di sé” nel mondo con gli altri. Si tratta di lavorare con i nostri pazienti in modo tale che essi trovino il modo di vivere una vita significativa, di avere un ruolo nella comunità umana. E questo richiede che possano ridare dignità alla storia che hanno dovuto attraversare, riuscendo finalmente a tendere verso una prospettiva di futuro.
Alla fine delle interviste di ricerca, abbiamo chiesto alle pazienti che cosa avrebbero voluto trasmettere ai giovani terapeuti. A questo proposito, vorremmo dare la parola a Chiara:
– Ter.: Sa che l’intervista che le chiedo è per la formazione di nuovi psicoterapeuti. Lei che ha la sua esperienza di terapie, se dovesse inviare un messaggio ai giovani terapeuti, cosa vorrebbe dire loro? Che cosa pensa che debbano sapere?
– Chiara: Dapprima, che abbiano pazienza. E poi che sappiano ascoltare, perché a volte, siamo così confusi in noi stessi che abbiamo difficoltà a esprimerci e dire: è proprio questo ciò che mi succede. A volte devono aiutare davvero le persone a scoprire il modo di iniziare a trovare le cose che stanno dietro, perché a volte non è davvero facile.
– Ter.: E quindi è necessario trovare insieme il modo per tradurre in parole ciò che è così difficile da esprimere?
– Chiara: Sì. Soprattutto, devono anche avere fiducia. Quando sono arrivata qui, avevo una fiducia a zero7.
– Ter.: Sì, ha ragione!
– Chiara: E poi, se è una donna, allora andrà bene. Bene, so che in questa professione ci sono uomini e donne. Ma è giusto, penso, che bisogna avere fiducia nella persona di cui ci si occupa. E essere in grado di ascoltarla. Perché a volte le parole non arrivano subito. Se io stessa non volevo vedere le cose, allora la persona che ho di fronte… Ecco perché penso che ci voglia un po’ di pazienza per trovarle. Una volta che si è trovato, com’è successo a me attraverso gli incontri con lei…, è che all’inizio ero persa finché non ho trovato – che mi è venuto in mente come in un lampo, e da lì è stato diverso perché almeno sapevo cosa cercare. Dovevo capire cosa avevo… dovevo accettare quello che avevo vissuto. Per me è stato orribile accettare tutto questo. Era il cammino più difficile che dovessi percorrere. […] E ci vuole un sacco di tempo. E come ha detto: a volte ero troppo felice e il giorno dopo ero giù. E bisogna tornare di nuovo su. Ogni volta alzati e cammina, alzati e cammina…

A sentire cosa ci dicono queste due donne, saremmo tentati di pensare che la dimensione intersoggettiva più decisiva in terapia sia la fiducia – la fiducia che i pazienti sono disposti a darci e senza la quale non possiamo lavorare, la fiducia che siamo chiamati a dare loro, che non è necessariamente prestabilita, che viene poco a poco costruita, che alle volte cede davanti al ripetersi delle crisi, ma che poi viene ristabilita.
La fiducia sarebbe la forza per affrontare il “terrore” o il “panico” di cui queste due donne ci parlano. La fiducia è un fenomeno che nessuno dei due partner della terapia comanda, che soffia tra loro, ma potrebbe ben essere, crediamo, la forza di guarigione per eccellenza.
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