Bioetica, biodiritto e biopolitica

Elvira Tartaglia1



Tutto è già stato detto dell’animo umano da Shakespeare a Dostoevskij, precursori della psicologia del profondo che, in pagine sublimi, ci hanno trasmesso le incertezze, i dubbi e i tormenti dell’esistenza.
Amleto è un uomo che è davanti a un dilemma: “essere o non essere”. Meglio sarebbe, dice, non fossi mai nato, se la sorte mi assegna un compito così difficile. Che senso ha nascere, che senso ha vivere, che senso ha morire, si chiede, se la sofferenza non gli permette di attuare senza incertezze ciò che gli viene chiesto di fare, se ciò che intuisce e sente, prima ancora di saperlo, gli appare come non giusto [1]?
Egli dubita: per questo non può essere dentro una lealtà familiare che sembra non più corrispondergli [2].
Questa è la sua tragicità. Immobile si chiede: fare o non fare? Egli vive il presente, ma ha addosso tutto il passato che non gli permette di capire il futuro, che non può comprendere se non nella sua relazione con il passato.

Oggi viviamo in una società liquida, in cui tutto viene ascoltato e subito dimenticato, ma non possiamo abbandonare il passato con i suoi/nostri valori per avventurarci in territori sconosciuti, senza capire che vivere il presente è un passaggio necessario sia per conservare il passato sia per ipotizzare il futuro.
La psicologia del pensiero evidenzia il pericolo, di fronte a situazioni difficili, di usare da parte di non esperti scorciatoie, formulando giudizi scorretti, prendendo decisioni non ottimali, attraverso procedure economiche spesso fallibili, perché non si riesce a mettere insieme intuizione e riflessione (sistema intuitivo e sistema riflessivo) [3].
Portando queste considerazioni nell’ambito di un sapere medico che si propone come cura, ma sempre più si avventura in territori nuovi per potenziare capacità operative o superare malattie e malessere, alla ricerca di qualcosa di non possibile prima, ci illudiamo che, se i nostri organi verranno messi a posto o sostituiti, tutto tornerà come prima, ma se poi scopriamo qualcosa di diverso, che non capiamo o non vogliamo capire o non ci viene spiegato, ci troviamo smarriti e cominciamo a dubitare.
A fronte di queste sensazioni rispondiamo con rassegnazione, a volte con rabbia, a volte con depressione, confusi nel dilemma natura/artificio; ci chiediamo se sia opportuno trovare un limite alla scienza, a interventi invasivi, alle sue possibilità infinite… Inorgogliti dal potere, nutriti dalla hýbris che i Greci temevano, ma l’epoca moderna esalta, ci solleviamo da terra, e così perdendo il contatto con la realtà, trasformiamo l’Uomo in un onnipotente semidio?

Trovare e applicare un limite diventa sempre più difficile, ci fa sentire rigidi, ci priva di illusioni, ci spinge a sperimentare una flessibilità consolatoria in sintonia con gli altri, rassicurante, oppure ci pone dubbi e ci fa sperimentare incertezze?
Soltanto accettando, in alcuni momenti, una sospensione del pensiero, quella che Luigi Cancrini definisce “il buio della mente”, in seguito con riflessione e confronto potremo lasciare spazio a nuove prospettive, incamminarci con prudenza su territori sconosciuti.
Occorre una riforma del pensiero, necessaria per le nuove problematiche, per poter trovare soluzioni, svelare incognite.
Una possibile strada da percorrere è quella di riscoprire la propria umanità e quei valori di solidarietà e giustizia sociale che la nostra società sembra sempre più non voler attuare. Inizialmente il conflitto (che non sempre è da vedere in prospettiva negativa) lascerà uno spazio vuoto nel mezzo, ma servirà a far emergere idee e azioni.
La curiosità verso l’altro, senza pregiudizi, ci farà scoprire «qualcosa di nuovo e di diverso nelle esperienze vissute e nelle narrazioni delle persone» [4], se avremo la possibilità di integrare aspetti degli altri e parti nostre, ancora non conosciute. O il conflitto finirà per esasperare le posizioni?
Le riflessioni che Stefano Rodotà ci ha lasciato nel suo libro La vita e le regole scritto nel 2009 sono profeticamente attualissime: egli si chiede a quale criterio possiamo fare appello per accertare se lo sviluppo della persona umana è davvero pieno e dare così dignità a tutti. Se vogliamo interagire, dobbiamo con autenticità metterci in relazione con gli altri e modificare il modo in cui li vediamo [5].
Ma il nostro inconscio ci intrappola a volte in situazioni non chiare.
La teoria dei sistemi, secondo la quale l’osservatore che fa parte del sistema modifica il sistema stesso e anche se stesso, ci aiuta in psicoterapia affermando che, se cambia un componente del sistema-famiglia, ci sono modificazioni in tutti e il superamento di aspetti patologici e di crisi che si ritrovano durante il ciclo vitale.

Per noi psicoterapeuti un’analisi durante la formazione e in alcuni momenti della supervisione serve a indicarci due prospettive, una più ravvicinata e una più lontana, per poter gestire situazioni personali e familiari in contesti conosciuti.
A fronte di richieste più ampie che ci mettono davanti a diversità enormi, che appaiono nuove, non conosciute e a volte anche estremamente in contrasto con i nostri valori, sia come operatori, sia come persone, ci troviamo inermi, proviamo rabbie, che spesso non siamo in grado di risolvere.
Consapevoli che negazione e diniego non servono, anzi ci impediscono di vedere la realtà e, non vedendola, anche di cambiarla, proviamo a trovare forza in schieramenti rigidi inutili, che non sono sufficienti e solo con l’esplosione di tragedie private o collettive ci promettiamo soluzioni purtroppo tardive…
Chiedere aiuto a leggi che non ci sono o non vengono applicate o risultano non giuste né adeguate non serve: rimane solo una possibilità di cambiamento che ha comunque bisogno di tempi, di studi e di riflessioni.
Sul fare/non fare vorremmo aiuto dalle leggi per superare i dubbi, ma ancora Rodotà ci fa riflettere quando si chiede: «Si può dire tutto con le parole del diritto o è proprio la grammatica dei diritti a dimostrarsi povera di fronte alla complessità sociale e alla sua ricchezza?» [5]. I cambiamenti della tecnologia e la globalizzazione hanno aperto nuovi orizzonti e hanno velocizzato il tempo, ma per trovare soluzioni è necessario coniugare insieme i diritti fondamentali e la libera costruzione dell’identità personale per garantire un’esistenza libera e dignitosa con un’attenzione alla persona tale da salvaguardare anche i diritti dei diversi e dei più deboli.
Da qui l’importanza che l’informazione sia più chiara possibile, non assoggettata a giochi politici, e che la responsabilità di ciascuno possa fornire strumenti che privilegino lo sviluppo della persona umana e il rispetto della dignità.
Appare quindi necessaria soprattutto per chi svolge professioni di aiuto una formazione continua e rigorosa.

Trovare il tempo per studiare, per svolgere un lavoro e coniugarlo anche con il riuscire ad accudire bene noi stessi, la famiglia propria e spesso i genitori anziani, si rivela un’acrobazia a rischio caduta.
Purtroppo orari lunghissimi di lavoro quotidiano hanno allontanato le persone dai propri affetti delegando molto la cura ad altri, a volte stranieri, essi stessi allontanati dai propri affetti per svolgere un lavoro necessario alla sopravvivenza, ma che non risponde a esigenze più profonde e legittime.
Sollecitati dai media che orientano, ancor prima dei bisogni, scelte che rispondono a esigenze di mercato e a decisioni politiche prese spesso dall’alto, senza un’effettiva partecipazione democratica, il risultato viene ad essere ancor più un restringimento delle libertà individuali e un aumento di isolamento, con una risposta forte di presunta efficienza.
Desiderosi di vedere che tutto va bene, chiudiamo gli occhi di fronte a insuccessi o fallimenti per non riaprire crisi, dopo che faticosamente ci sembrava di aver trovato soluzioni o addirittura tutto si era mosso sfasciando il vecchio e sostituendolo con il “moderno” (vedi ospedali, codici verdi, gialli, rossi, pareti delle stanze di accoglienza colorate del colore dei codici… che modernità! un bel rosso a chi è da codice rosso servirà a rilassarsi prima del peggio?!?).
La responsabilità ci porta a considerare quello che facciamo, ma anche quello che non facciamo o facciamo male…
Ma siamo proprio sicuri che i nostri vecchi vogliano stare con le badanti e i nostri figli con le babysitter? E chi a sua volta aiuterà i loro anziani e la loro prole? O non siamo riusciti a fare niente di meglio se non aggiustare anche teorie che giustificano tutto questo?
«Prendersi cura, aver cura ha sempre mantenuto un significato generale. E la “cura” è venuta via via incarnando addirittura un’idea di società. Al fascista “me ne frego” don Lorenzo Milani contrapponeva l’americano “I care”: mi importa, me ne prendo cura» [5].
Il passaggio da una società del benessere a una società della “cura” non può avvenire se consideriamo e privilegiamo solo l’uomo economico, se non attuiamo una politica che ridistribuisca la ricchezza, che con giustizia ed equità vigili sull’applicazione di norme condivise.
La globalizzazione ci richiede un’omologazione in contrasto con principi, valori individuali che ci scoprono soli e fragili o peggio arroganti e violenti.
RIFLESSIONE SU NATURA E CULTURA
Natura e cultura sono spesso due poli lontanissimi nelle convinzioni di ogni individuo, ma anche nelle diverse culture che si trovano in momenti evolutivi diversi.
Provo a spiegare: le nostre nonne (bisnonne per i più giovani) si avvicinavano alla sessualità “non per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio”. Nei regimi totalitari i figli li richiedeva la patria; nella società patriarcale la prole serviva per garantirsi più risorse di lavoro; nell’età moderna per raggiungere una tappa ulteriore di soddisfazione nella ricerca di gratificazioni e, in seguito, per un progetto di amore di coppia che teneva conto non solo della natura ma anche della cultura, attraverso una scelta di tempi che implicasse spazio e disponibilità economica. Poi pian piano un orologio biologico spostato un po’ troppo avanti o anche, spesso, il desiderio non supportato da motivazioni profonde, hanno delegato la propria realizzazione a interventi di fecondazione che prevedono una ripetizione ossessiva in giorni e orari stabiliti, e interventi invasivi preceduti da dibattiti (eterologa, ecc.) che, a scapito della passione, mettono in crisi la coppia, e se il “successo” arriva in tempi congrui ancora si rimane in un ambito accettabile, altrimenti la coppia comincia a risentirne. Più spesso l’uomo non è più d’accordo, mentre la donna ossessivamente vuole insistere, anche a rischio di tumori dopo un’abbuffata di ormoni, pianificando in modo egoistico un figlio che, con un grande atto di amore, potrebbe invece adottare.
Molto più spazio dai media è stato dato alle tecniche di fecondazione che colludono con l’onnipotenza del medico e il narcisismo della donna; ciò fa intuire, in parte (si vedano le persistenti difficoltà di adozione nel nostro paese), un’incapacità di accogliere l’altro che non abbia il nostro stesso sangue o colore.
Passando a culture diverse, in queste prevale ancora un’imposizione dei genitori e dell’uomo (spose-bambine, ecc.). Non è fondante l’aspetto economico perché i figli si fanno, ma poi si devono arrangiare da soli; si privilegia la coppia, che spesso non è più quella originaria, con scarsa attenzione alle problematiche dei figli e, a volte, con maltrattamenti da parte del partner che subentra. Oggi i bonus per incentivare le nascite e lo spettro di una società di vecchi fanno privilegiare in una commistione natura-cultura tutto, fuorché l’amore per i bambini. Rodotà in un articolo sull’ Espresso tanti anni prima, con riferimento anche all’ambiente e alle guerre titolava un articolo “Chi li ama veramente non li mette al mondo”.
VITA e il FINE DELLA VITA
Mia madre, di Nanni Moretti
Lentamente si attende la morte della madre. Si attende ciò che non può essere evitato.
C’è sgomento e rabbia per una perdita a cui non siamo forse mai preparati a sufficienza, pur se l’avanzare dell’età, della malattia e della vecchiaia ci sussurrano che fra poco accadrà.
Chi muore invoca la propria madre, con l’ultima lacrima si lasciano i propri cari, e si ricerca con l’invocazione chi ci ha tenuto nel grembo attraverso un cordone che in seguito più volte andrà reciso. La posizione fetale ci accoccola in una maggiore protezione finale.
Chi rimane mescola ricordi, fantasie, rabbia, sensi di colpa, vedendo con gli occhi dell’immaginazione il passato, il presente, ma è privato del futuro.

Ada (la madre del film) regala alla figlia Margherita, nell’ultima scena, apparendole in sogno, questo scambio affettuoso: “Mamma, cosa stai pensando?” “A domani”.
Solo un regista, poeta e intellettuale, come Moretti poteva racchiudere in due battute la forza di un materno che rassicura in modo virile.
Margherita è una regista (in crisi sia sul lavoro, sia nella vita) che affronta, insieme al fratello ingegnere, la malattia della mamma Ada, insegnante in pensione.
Il rapporto del figlio maschio con la madre ha meno ombre di quello con la figlia femmina, ma entrambi, come sempre accade, conoscono poco della propria madre.
Man mano, con una maggiore vicinanza dovuta all’accudimento durante la malattia e riordinando l’appartamento vuoto, entrambi scoprono nella madre una persona diversa, ricca di rapporti umani, capace di custodire i segreti della nipote, curiosa delle cucine esotiche.
Prendendo consapevolezza della realtà della morte, il figlio, preciso, attento (sceglie con cura il cibo per lei), cerca di razionalizzare, ma è pervaso profondamente dall’imminente lutto, tanto da mettersi in aspettativa, rivelando aspetti femminili che contribuiscono a farlo sentire più utile e a trovare e trasmettere più serenità anche gli altri.
La figlia, fra dubbi e scoppi d’ira, nell’ostinazione di non potersi concedere una pausa dal lavoro, porta avanti aspetti più maschili, delegando molto al fratello, anche escludendosi con sofferenza.
Ma si riappropria nel lavoro virilmente del femminile quando alla proposta del divo di successo: “Vieni a dormire con me”, risponde con una risata che vale più di mille parole, mostrando così il suo rifiuto verso modalità maschili che non le appartengono, tanto che si sente rispondere istericamente: “Scherzavo”.
Fratello e sorella sono parti opposte di uno stesso Io; di fronte alla malattia lui si prende cura (parte femminile), lei mette in atto la negazione, reazione più maschile. Solo dopo un po’ riescono a confrontarsi, a comunicare e a trovare conforto nella loro relazione.
La madre fragile, ma vitale e ostinata, la vediamo, alla fine della vita, affrontare la paura, perdersi nei discorsi, vagare nei labirinti della mente.
Il regista Moretti ci propone immagini, attraverso accenni discreti, di chi è vicino alla morte e solo ha intimità con essa; gli altri vedono, più o meno da vicino, secondo le esperienze personali.
La sua personale esperienza della malattia, legata a un tumore, e la morte della madre gli hanno imposto di occuparsi di questo tema. Così egli racconta come, in queste situazioni, vuoi vedere e non vuoi vedere.
Riflessioni: maschile e femminile
Il confronto fra modalità di comportamenti diversi e differenze individuali può arricchire con una riformulazione di idee e riflessioni e non separare, ledendo principi e valori.
Nella nostra società la dignità delle donne (forse come mai prima) viene calpestata, se non a volte uccisa; si tratta di donne che spesso tradiscono o negano parti importanti del femminile per sottolineare soltanto il loro aspetto esterno, richiesto dai media, che le sollecitano a rappresentarsi solo in un certo modo, rinunciando a valori propri per non sentirsi escluse da una società che massicciamente chiede loro altro. Sollecitate anche da un inconscio che non trae più identità dai modelli genitoriali, specialmente nell’adolescenza quando si cerca la propria individualità, finiscono per mettere in scena l’opposto dei genitori o ad aggregarsi ad altre divise.
Che sia opportuno, perché questo non avvenga, ricordarci come ci dice la letteratura psicanalitica e in modo semplice Hermann Hesse nella Favola d’amore o le trasformazioni di Pictor che, per essere in equilibrio, sia necessario, dopo continue trasformazioni, sviluppare la parte maschile e la parte femminile?
Fondare un’etica che passa attraverso un femminile come patrimonio di civiltà?
È necessario forse sempre più parlare di persone, aiutare gli uomini ad accudire, a riscoprire tenerezza senza sentirsi castrati, a dare meno spazio al lavoro, all’affermazione di sé, le donne a essere più creative e non solo generative (ridotte a contenitori nelle maternità surrogate o a poppe in allattamenti estenuanti), a trovare spazi lavorativi più soddisfacenti e meglio retribuiti, potendo così entrambi, donne e uomini, sviluppare parti sconosciute di sé e chiedersi quali e quante trasformazioni occorrano per arrivare al raggiungimento di una felicità non solo agognata ma realizzabile.
Un’etica al femminile che aggiunga valori custoditi con lealtà e umanità e che ristabilisca il tempo della comunicazione affettiva, che si faccia portatrice di questo nei rapporti con il maschile e non viceversa che si appropri di problematiche maschili irrisolte che sfociano alla fine, nell’arroganza e nella violenza. È auspicabile? E come? La parte maschile e quella femminile devono restare in quotidiano dialogo, altrimenti le nostre difficoltà ad accettare il conflitto interno ci portano a vivere la vita in modo scisso.
Non lasciarmi, di Mark Romanek
Nel bel film Non lasciarmi tratto dall’ancor più bel libro di Kazuo Ishiguro, la struggente immagine della bambina che abbraccia di nascosto la bambola per riappropriarsi di qualcosa di antico ci commuove allontanandoci dal gelo provato per questi bambini-cloni educati attraverso la pornografia e la soppressione dei sentimenti, perché destinati a “donare” gli organi per trapianti e per esperimenti in nome della “scienza”.
Vivere soltanto il piano esteriore della realtà fa rischiare di perdere il contatto con il proprio inconscio, ci allontana dalle parti più profonde che sono quelle più importanti, determinanti per il nostro vissuto. Si tratta di creare un dialogo fra l’interno e l’esterno per non atrofizzare l’inconscio.
Nel film i bambini non conoscono la loro origine, non sanno a chi appartengono, il loro vissuto individuale è stato negato e ferito. Hanno bisogno di vedere, di immaginarsi la propria madre.
Questi bambini nascono al di fuori di qualsiasi relazione, se non quella di essere accomunati nella stessa sorte, nello stesso destino.
Quando due di essi, diventati adulti, vanno in cerca della “signora” a cui consegnavano i disegni, pensando che se dimostrano, con i propri disegni, che c’è fra loro una relazione amorevole possano essere salvati dalla fine già stabilita, in realtà vanno alla ricerca di loro stessi, spinti dal desiderio di approfondire le proprie conoscenze.
Quando lui donatore muore dopo tre espianti, lei ricorda tutta la sua storia individuale, sociale, amorosa e da assistente si fa donatrice, perché vuole vivere quello che lui ha vissuto.
Questa breve sintesi ci ricorda che è la relazione quello che conta (il morente e chi guarda morire, il figlio e la madre, il maschile e il femminile, l’Io e l’inconscio), perché solo lì sta l’autenticità e l’espressione dell’essere e soltanto così possiamo dare un senso alla vita.
E ancora: «L’ascoltare, come il fare attenzione, il dialogare con se stessi e il dialogare con gli altri, l’immedesimarsi nella nostra soggettività e l’immedesimarsi nella soggettività degli altri. Ma non sono queste le premesse ad ogni umana relazione?» [6].
Con empatia vivere quello che l’altro vive.
Nella vita, perché sia vita, conta la relazione. E alla fine, guardando un morente rispettiamo come lui vuole morire; accompagnare un morente ci consente di dare più consistenza alla vita nel rispetto di quello che l’altro vuole.
Com-muoversi, com-prendere, con-dividere sono termini che ci possono indicare un futuro di solidarietà e uno sviluppo di capacità umane, forse inimmaginabili ora.
Considerazioni
Già dal 1999 la commissione, di cui facevano parte vari Centri che si occupano di maltrattamenti e abusi sui minori, si interessò di violenza assistita, definendo tale «qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, gestuale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su figure di riferimento per il minore e su altre figure significative adulte o minori».
Assistere a violenza compromette la sfera fisica e psichica del minore. I bambini testimoni di violenza possono presentare ansia, depressione, aggressività, deficit di attenzione, iperattività, ritiro sociale. E anche nella vita adulta possono manifestare paura, colpa, vergogna, bassa autostima, distacco emotivo, disturbi alimentari e somatici, trascuratezza fisica.
I bambini imparano, vedendo, che i conflitti si risolvono con la violenza. La relazione affettiva si apprende come modalità di sopraffazione e non di parità.
Studi su bambini che vedono ripetutamente scene di violenza anche al cinema, in televisione, sui computer isolati nelle loro camerette, dimostrano che questi presentano un sistema valoriale orientato al negativo. I soggetti che tendono a giustificare atti moralmente scorretti preferiscono assistere a film dell’orrore, violenti ed erotici e a notizie di guerra, di incidenti e di cronaca nera piuttosto che ad altri tipi di programmi.
E Zoja mette in evidenza come la ricerca e la visione di immagini pornografiche, trasmesse in rete, deviano la sessualità in un mondo virtuale, allontanando i ragazzi da una condivisione con l’altro, con una ricerca infinita di stimoli dove l’altro è del tutto assente, in rapporti ripetitivi e poveri di ogni significato relazionale, così che rischiano di fissarsi in un sesso virtuale e masturbatorio [7].
Allontanandosi sempre più da un’affettività espressa, al contrario repressa e cancellata man mano da un deserto emotivo, i ragazzi, aderendo a modelli sessuali dominanti e talvolta assumendo caratteristiche di un disturbo ossessivo-compulsivo, sono spinti sempre più a vivere la sessualità prima dell’espressione affettiva. «È un piacere indiviso perché non condiviso; è un compimento che non lascia sulla pelle, sulle labbra il sapore dell’altro, ma porta con sé solo il sapore della fine. Un gioco di morte invece che un gioco d’amore, un gioco di solitudine» [7].
Spesso questi ragazzi sono stati bambini esposti a stimoli eccessivi rispetto alla capacità di elaborarli e avevano solo due possibilità: o andare in angoscia o appiattire la propria psiche in modo che gli stimoli non avessero più nessuna risonanza.
L’appiattimento del sentimento solitamente non è avvertito perché l’intelligenza non subisce per questo alcun ritardo, anzi si sviluppa con una lucidità impressionante perché non è turbata da interferenze emotive (Umberto Galimberti su Repubblica) [8]. Da qui sconvolgenti fatti di cronaca portano alla ribalta “bravi” ragazzi, studenti modello, laureati in università prestigiose che il sentimento non lo hanno mai conosciuto perché a suo tempo non è stato coltivato.
Il silenzio del cuore, ma anche il nostro silenzio di adulti non hanno permesso la relazione.
BIBLIOGRAFIA
1. Fusini N. Di vita si muore. Milano: Mondadori, 2010.
2. Cacciari M. Hamletica. Milano: Adelphi, 2009.
3. Maraffa M. Relazione Corso di bioetica. 21/10/2017, Istituto Stensen.
4. Borgna E. L’ascolto gentile. Torino: Einaudi, 2017.
5. Rodotà S. La vita e le regole. Milano: Feltrinelli, 2009.
6. Gembillo G. Filosofia della complessità. Bagno a Ripoli, Firenze: Le Lettere, 2015.
7. Zoja L. Espresso 29/10/2017.
8. Galimberti U. Le cose dell’amore. Milano: Feltrinelli, 2004.