Al di là del padre padrone, periferico, ricercato:
quale paternità per il futuro?
Indicazioni dalla clinica

Erica Eisenberg1, Gianmarco Manfrida2



In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef­ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.


In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe-rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.



Riassunto. Nell’articolo viene tratteggiata l’evoluzione della figura del padre e dei suoi rapporti con i figli dagli anni ’50 ad oggi, testimoniata non solo dalla sociologia ma anche da rilievi endocrinologici. Lo spostamento della funzione paterna verso l’accudimento piuttosto che l’esercizio dell’autorità tuttavia ha solo lati positivi o può creare problemi nella socializzazione dei figli dal punto di vista della loro capacità di assumersi responsabilità personali, familiari e sociali? Un caso esposto in dettaglio testimonia il punto di vista della clinica su questo problema, rivela nuove forme di autoritarismo genitoriale e indica nuove strade per lo svincolo dei figli.

Parole chiave. Padre, funzione paterna, clinica psicoterapeutica.


Summary. Beyond the controlling, peripheral, researched father: which fatherhood for the future? Indications from clinical practice.
Starting from a review of the evolution of the father figure from the ’50s to the present day, based on studies by sociologists but also endocrinologists, this article addresses the problem of father-sons relationships. If the role of the father has become more that of a caregiver than of a representative of authority, does this change imply only a progress or also the risk of growing up youngsters unable to take individual, family and social responsibility? Through the lens of a clinical case discussed in detail emerge new forms of authoritarianism of modern fathers and new ways for young people to gain freedom and adulthood.

Key words. Father, paternal function, clinical practice.


Resumen. Más allá del padre dueno, periférico, buscado: perspectivas de la paternidad del futuro.
Desde los años ’50 hasta hoy parece haberse confirmada la evolución del papel (rol) del padre, en sociologia y también en endocrinologia. De hecho, el padre hoy en dia tiene una mayor capacidad de cuidar los hijos, y un menor autoritarismo. Este cambio de papel puede ser considerado un progreso inequivoco, o implica el riesgo que los jóvenes crescan menos capaces de asumir responsabilidades individuales, familiares y sociales? En este artículo, la descripción de un caso clínico analiza nuevas maneras de los padres modernos de ejercer autoridad y indica nuevas pautas para la desvinculación a los hijos y a sus terapeutas.

Palabras clave. Padre, función paterna, actividád clinica.

Questo lavoro mira a illustrare alcune caratteristiche della paternità dal punto di osservazione della clinica psicoterapeutica: attraverso i problemi di tanti padri e di tanti figli, in età molto varie, si ottiene un quadro complesso, ma anche nitido nelle sue ridondanze, dei loro rapporti allo stato odierno. La presentazione di un caso clinico esemplare consente di trovare agganci con quanto risulta in letteratura e di indicare strade per il futuro della figura paterna e del ruolo dei figli.
Categorie storiche della paternità
Il padre: padrone, periferico, pallido, ricercato, ecc. Sono tanti gli aggettivi collegati in sociologia e in psicologia all’immagine paterna, con prevalenze diverse in diversi periodi storici:
– il padre padrone, erede dell’autorità assoluta di epoca classica, degli anni ’60;
– quello periferico, contrappasso della madre simbiotica, degli anni ’70 e ’80;
– quello pallido [1], più presente affettivamente ma meno adatto a dare sicurezze concrete che negli anni ’60;
– quello invano ricercato dai figli come fonte di affetto ma anche di autorevole sicurezza degli anni successivi al 2000.
Recalcati [2] identifica la radice della crisi della figura paterna nel fantasma culturale ipermoderno della libertà sganciata dalla responsabilità: di fronte a questo sogno egocentrico, come può sopravvivere la testimonianza paterna, il cui compito è rendere possibile lo sforzo di dare un senso al mondo? Riprendendo il pensiero di Lacan [3], che parla di evaporazione del padre nella nostra epoca, Recalcati contrappone quattro modelli di figlio ai quattro di padre:
– il figlio Edipo, abbandonato e ribelle, che non riconosce l’autorità paterna e la combatte attivamente, contestatore negli anni ’60 e ’70;
– il figlio Anti-Edipo di Deleuze e Guattari [4], che propugna il desiderio contro la legge, l’egocentrismo individuale contro la regola sociale, il diritto alla autorealizzazione contro il senso di responsabilità. Una figura degli anni ’80;
– il figlio Narciso, in un’epoca, gli anni ’90, in cui anziché adattarsi alle leggi simboliche e ai tempi della famiglia e della società l’idolo-bambino impone alle famiglie di modellarsi intorno alla legge arbitraria del suo capriccio, facendo loro rinnegare qualsiasi diritto e dovere educativo;
– il figlio Telemaco, che attende il ritorno del padre per liberare la casa dai Proci invasori, ma non lo aspetta passivamente, ne va alla ricerca prima di unircisi nella cruenta vendetta purificatrice.
Il ritorno del padre Ulisse consente il recupero di un ordine sociale, di una Legge, di una stabilità, di una sicurezza. Per Recalcati i figli oggi sono alla ricerca di un padre così, capace con l’appoggio della madre di trasmettere loro non imposizioni arbitrarie o modelli di disimpegno, ma un senso morale che li aiuti ad essere individui adulti in un incerto mondo condiviso.
Ritrovare il padre sembra quindi un tema in sviluppo dall’inizio del secolo, il cui nuovo interesse è testimoniato anche dai terapeuti familiari [5].
Padre-mammo e Padre-compagno
Nel 1985 Eugenia Scabini [1] scriveva: “… di fatto il padre resta il nodo della normatività coniugale, genitoriale e familiare ma in modo latente e, per così dire, nascosto. Da un lato c’è il bisogno ineliminabile del padre, dall’altro il suo ruolo esplicito tende ad essere pallido, evanescente e incerto”. A questo significativo cambiamento dall’immagine tradizionale di padre padrone o padre assente hanno contribuito l’aumento delle famiglie a doppio reddito ed il riconoscimento sociale della donna, che non si identifica più esclusivamente con il modello di madre e di casalinga. Oggi il padre quasi sempre provvede a fornire cure fisiche ai bambini piccoli, si alterna nell’alimentazione, sostiene le loro attività in età scolare: ci si aspetta che faccia all’occorrenza quello che fa la madre. Ma è davvero utile e giusto che un bambino abbia due genitori indifferenziati, equivalenti, due mamme poco alternative? I nuovi padri saranno più affettuosi, più dolci, meno violenti e autoritari, ma molti autori dubitano che sappiano ancora trasmettere ai figli una regola sociale, un’etica della responsabilità. C’è il rischio che l’abbattimento dell’autoritarismo porti, in una rincorsa alla libertà sfrenata, anche alla scomparsa dell’autorevolezza, e che i giovani delle nuove generazioni restino figlioli simpatici compagni dei loro padri (non è considerato segno di qualità del rapporto padre-figlio la quantità di tempo che i due passano insieme giocando?) senza sviluppare la capacità di assumersi responsabilità per la propria e l’altrui vita. Se molti di noi non si affiderebbero al capitano di una nave per la sua simpatia e perché gioca con i passeggeri, senza garanzie che in caso di naufragio non abbandoni la nave per primo, perché i giovani dovrebbero trarre altro che pseudosicurezza e delusioni da questi padri simpatici compagnoni che li fanno partecipare ai loro giochi ma non sono affidabili al momento della necessità?
Non è poi detto che i padri apparentemente democratici e giocosi non si trasformino in autoritari quando i figli arrivano all’età dello svincolo, tra i 20 e i 30 anni, giocando sull’unica carta in cui il potere della generazione precedente è rimasto preponderante, quello economico.
Uno studio [6] del gruppo guidato da Robert S. Edelstein, del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan, documenta cambiamenti ormonali anche nel maschio, sempre più coinvolto nella gravidanza, nella preparazione al parto, nella cura del neonato, compiti un tempo riservati alle donne. La futura madre produce più testosterone, cortisolo, estradiolo e progesterone, ormoni che la rendono più protettiva, il futuro padre meno testosterone ed estradiolo, con effetto di riduzione dell’aggressività. Tali risultati non devono stupirci dopo le ricerche sui neuroni specchio e sulla capacità umana di condividere intenzioni e sentimenti altrui sulla base dell’osservazione diretta: ma non rappresentano una garanzia che tali cambiamenti ormonali rivolti a una “femminilizzazione” del maschio siano durevoli, persistenti o perfino utili ai bambini, oltre certi limiti. Meno violenza da parte dei padri, ma anche meno disponibilità al sacrificio virile; meno esempi maschilisti, ma anche minori assunzioni di responsabilità nell’ambito del lavoro e della difesa della famiglia. Quel che i giovani imparano è quel che vedono senza che venga loro predicato: se vedono genitori egocentrici, occasionalmente espansivi e capaci di affettuosità, ma refrattari a sacrificarsi stabilmente per loro, impareranno con maggiore difficoltà a dedicare la propria vita agli altri. Dal padre assente per lavoro, se la madre spiega e sostiene i motivi della sua assenza, i figli impareranno che c’è un ordine sociale che garantisce la loro sicurezza ma richiede sacrificio ai genitori; da quello più presente e simpaticamente giocherellone, ma che non rinuncia alla partita di calcetto con gli amici a 50 anni, a rischio di rompersi i tendini del ginocchio, mentre la madre lascia fare e pensa a salvaguardare le uscite con le amiche, impareranno che prima vengono i propri interessi e poi quelli degli altri, anche dei propri cari. È probabile che anche l’assetto ormonale dei figli, come quello neuropsicologico, ne esca modificato. In fondo, già nel 1985 Valeria Ugazio [7] anticipava la necessità di superare la visione dei rapporti familiari come diadici e di considerare almeno il livello di interazione triadico, quindi includendo sempre il padre nelle descrizioni dei rapporti del figlio con la madre e viceversa.
Caso clinico, narrato in prima persona
Le citazioni degli scambi verbali sono testualmente fedeli: per conservarne il sapore e la spontaneità il caso viene raccontato dal terapeuta utilizzando la prima persona.
“Ciao Erica, voglio venire a fare due chiacchiere con te per un confronto, sono Matteo”, “Matteo chi?”, “Matteo Bianchi”. “Matteo, lei aveva l’appuntamento da me esattamente una settimana fa, ma non è venuto!”. “Io l’appuntamento da te, no, non è possibile, no, no”, “sì, sì”. “Sei sicura?”, “Sono sicurissima, comunque per convincerla le leggo tutti gli appunti che ho preso quando mi ha chiamato la prima volta. Lei ha 23 anni, fa biologia, mi ha detto che sta molto male, non dorme, ha gli attacchi di panico, è completamente bloccato con l’università e il suo sogno sarebbe andare a Torino a fare una prestigiosa specializzazione, ma non riuscendo a dare più esami all’università questo suo grande sogno rimarrà tale”. “Ah, allora ti avevo già chiamato e perché non me lo ricordo?”, “Questo non glielo so dire adesso, ma sono convinta che lo capiremo insieme”. Matteo arriva puntuale all’appuntamento successivo. Mi dice che sta malissimo, non dorme, è depresso, ha gli attacchi di panico; fino ad agosto 2014 la sua vita scorreva normalmente, molto bravo all’università, vita sociale appagante, ragazze, palestra, tutto stava andando molto bene, poi da settembre 2014 un disastro e lui non capisce cosa possa essere successo. Chiedo maggiori spiegazioni su cosa sia successo ad agosto 2014, mi dice che tornato dalle vacanze ha parlato con suo padre e gli ha detto che la grande aspirazione della sua vita era finire biologia a Firenze, dato che gli mancavano solo 4 esami e poi trasferirsi a Torino per una specializzazione prestigiosa, e che la reazione del padre è stata di un rifiuto totale, perché lui doveva rimanere a Prato ad aiutarlo a portare avanti la ditta tessile e perché stare a Torino costava troppo. Da quel momento in poi Matteo inizia a stare molto male, si blocca completamente con l’università, non riesce più a studiare oppure fa scena muta agli esami; da ottobre 2014 inizia ad avere problemi di erezione, e ad avere idee di essere omosessuale che fino ad allora non aveva mai avuto. Mi dice: “io adoro mio padre e da quando lui mi ha detto che non posso andare a Torino ho iniziato a prendere le benzodiazepine per dormire”. Mi faccio spiegare come è composta la sua famiglia: il padre ha 48 anni ed ha una azienda tessile, la madre, della stessa età, è laureata in lettere e fa ripetizioni per pochi euro l’ora; ha una sorella di 18 anni che fa il liceo classico. La madre vive tutto in modo passivo, nella vita non si deve combattere per ottenere niente, figuriamoci andare a Torino! Ho lavorato subito sulla storia trigenerazionale sia paterna che materna, per due motivi: il primo che la figura del padre era talmente idealizzata che dovevo appoggiarmi ai nonni per iniziare a riequilibrarla, il secondo che, per dare un senso a tutto, conoscere la storia dei nonni di Matteo mi avrebbe sicuramente aiutato. Qui si è aperto un mondo: il nonno di Matteo era una persona completamente impostata sul lavoro fisico, sul fare le pezze, come si dice a Prato, il lavoro era solo quello manuale, con una nonna paterna casalinga che ha sempre subìto il marito. La madre ha perso il padre a 7 anni e da allora la nonna materna non si è mai ripresa, vive in uno stato depressivo e di rimpianti e la madre fa esattamente la stessa cosa, subisce la vita, subisce il marito, subisce guadagni da fame a dare ripetizioni e manda Matteo a parlare con il padre al posto suo per qualsiasi cosa. Alla terza seduta dò subito il mio parere: Matteo ha bisogno di sapere rapidamente cosa gli sta succedendo per trovare un senso alla sua sofferenza, al suo profondo star male. “Matteo, lei ha un problema di dipendenza e di autonomia, è diviso in due. Da un lato vuole fare contenti papà e mamma, rimanendo a Prato, magari a lavorare nella ditta di papà e facendo da marito a sua mamma, accogliendo tutti i suoi sfoghi, il suo pessimismo cosmico, cercando di confortarla e sostenerla e facendo pure da tramite relazionale tra sua madre e suo padre, perché loro due non si parlano. Dall’altro lato vorrebbe crescere, portare avanti la sua vita, i suoi sogni, la sua carriera, andare appunto a Torino. Da quando ha avuto il diktat di suo padre, lei è diviso in due: fare contenti i suoi o portare avanti le sue legittime aspirazioni? I sintomi sono iniziati esattamente allora e hanno bloccato la sua vita e autonomia da tutti i punti di vista: non solo non riesce a dare esami ma neanche ad avere rapporti sessuali, quindi non può investire sul suo futuro. Mi ha spiegato che non ha mai avuto fantasie o rapporti omosessuali, ma nel suo caso essere omosessuale significa restare fedele a sua mamma, che rimarrebbe l’unica donna della sua vita. La situazione è assai complessa, allora iniziamo a fare subito le cose sul serio. Mi dia del lei come glielo dò io e non pensi minimamente, Matteo, che voglia mettere distanza tra noi, ma lei ha bisogno di un dottore che l’aiuti sul serio. Io da oggi la adotto, ma per crescere, quindi ci diamo del lei e lei può contare su di me 365 giorni l’anno, cioè per qualsiasi bisogno mi trova: se non posso risponderle, perché sono in visita o ad insegnare, mi mandi un messaggio ed appena mi libero le rispondo e se sarà necessario ci sentiremo. Tutto questo è anche per dirle che lei deve iniziare a prendersi sul serio, perché fino ad ora si è tolto di rispetto, altrimenti si sarebbe ricordato di avermi chiamato la prima volta, ma lei è troppo poco presente al mondo, perché prevale la parte infantile di fare contenti i suoi e di subire passivamente. Per fare questo lavoro ci vuole una psicoterapia seria, io sono una terapeuta sistemico-relazionale, non vedo i pazienti per tantissimi anni, ma nel suo caso probabilmente del tempo ci vorrà: all’inizio ci si dovrebbe vedere una volta a settimana ed appena possibile ogni due settimane, siccome di tempo ne ha già perso parecchio, perché siamo a maggio 2015. Mi dica adesso se vuole fare una psicoterapia oppure no, perché nel suo caso il medico pietoso fa la piaga molto puzzolente, altrimenti la saluto oggi augurandole il meglio possibile. Ah, un’ultima cosa: non usi mai più il termine ‘chiacchierate’ per i nostri incontri, le chiacchiere si fanno al bar, qui si parla, ed ogni parola ha un senso, un peso, perché riguarda la sua vita, le sue sofferenze, le sue preoccupazioni, le sue speranze, le sue aspirazioni, cioè lei Matteo, la sua persona”. “Dottoressa, voglio assolutamente fare la psicoterapia con lei, ma ho un problema, come la pago, i miei mica me li danno i soldi, li hanno, ma non me li danno”. “Matteo, lei esce di qui, va dai suoi e glieli chiede, è l’inizio del cambiamento, c’è da smettere di subire suo padre, ci parla alla pari, perché ha 23 anni, poi si cerca un lavoretto, ed io la aiuto economicamente, le faccio un prezzo speciale, glielo ho detto che l’avrei adottata, allora lo devo dimostrare con i fatti, non solo con le parole”. “Va bene dottoressa, facciamo esattamente come lei mi ha detto”.
Da un lavoro approfondito sul padre quella che emerge è una figura estremamente autoritaria che impone diktat senza mai mettersi nelle scarpe altrui e senza mai capire i bisogni di nessun familiare. Allo stesso tempo evita tutti i problemi che sua moglie finisce per condividere con Matteo, mentre la sorella è una persona molto egoista che si è fidanzata in adolescenza e sta fuori casa il più possibile, si è palesemente fatta adottare dalla famiglia di origine del suo ragazzo. Il padre non è mai stato con Matteo, neanche quando Matteo era piccolo, perché era sempre a lavorare oppure a fare i “suoi giochi”, come li definisce Matteo. Approfondisco quali sono i giochi del padre e viene fuori che il padre si lamenta in continuazione della situazione economica e che non può aiutare Matteo per farlo andare a Torino, ma ha sempre avuto moto lussuosissime e poco tempo fa si è comprato una moto da strada super lusso e super alla moda. Vado avanti nel mio lavoro di ridimensionamento della figura paterna: più vado avanti nella deidealizzazione più Matteo riprende a studiare ed anche ad uscire con gli amici. Gli dico di stare alla larga dalle ragazze, perché ha ripreso un po’ in mano la sua vita, ma non è pronto a fare un salto di autonomia così significativo, e Matteo è molto rassicurato da questo intervento che sta a significare che lo sto aiutando a crescere, ma non gli dico di lasciare papà e mamma, perché non è ancora pronto a tanta autonomia. Matteo oscilla da una dipendenza-sudditanza verso il padre a sentimenti di accesa rabbia che si placano lavorando in modo approfondito sul trigenerazionale, da cui emerge che il nonno paterno era super autoritario, andava sempre a donne e non ha fatto altro che portare problemi economici in casa. È stato anche in carcere, perché ha aggredito delle persone, e lavorava saltuariamente, facendo il muratore, il taglialegna e il barista. La nonna paterna ha sempre subito senza mai essere stata un sostegno per il padre da nessun punto di vista: faccio emergere che il padre, più che essere un gran macho con la moto, mi sembra un grande disgraziato con una famiglia sciagurata alle spalle. Matteo decide di andare a parlare con il padre e riaprire il discorso Torino, quando torna mi dice: “Dottoressa, ma lo sa che mio padre nel momento che l’ho affrontato in modo adulto sulla faccenda Torino dicendogli che ci tenevo tanto, che voglio essere un bravo biologo ricercatore, non sapeva cosa dirmi al punto che ha iniziato a balbettare! Mio padre aveva paura di me, è debole, fragile, non me lo sarei mai immaginato... credevo che fosse forte, invece è un mammone che pensa solo ai suoi giochi quando non è al lavoro!”. Matteo riprende l’università e dà esami con ottimi risultati; come prevedibile in un’ottica sistemica, più Matteo va avanti e più la madre lo richiama chiedendogli sostegno ed appoggio su un milione di faccende. Io raccomando a Matteo di dire alla madre di condividere con suo marito tutti i problemi e le decisioni da prendere a livello familiare ed economico cercando di farlo uscire dalla triangolazione in cui sta da sempre. Più Matteo riesce a fare muro e più la coppia inizia a parlare e a passare un po’ di tempo insieme: adesso vanno in palestra insieme e condividono un po’ di tempo libero, cosa che non avevano mai fatto. Matteo subisce sempre meno il padre e parla con lui alla pari anche se trova un interlocutore molto vacuo e mai sostenitivo; comunque va avanti nella vita, dà tutti e quattro gli esami rimanenti, esce con gli amici e torna a guardare le ragazze. Su un piano emotivo lo vedo contento da un lato e scontento dall’altro, approfondisco la discrepanza [8] e mi dice che la consapevolezza di non avere un padre come immaginava era dolorosissima: è un momento cruciale in cui Matteo ricerca in suo padre il padre che non esiste. Gli rispondo che lo capisco benissimo, quindi l’unica strada è essere lui il padre di se stesso e può contare su di me per arrivare a questo meraviglioso obiettivo, nessuno meglio di lui stesso potrà guidarsi nella vita! Quando Matteo finisce di dare tutti gli esami ad aprile 2016, inizia a pensare concretamente a Torino e a come fare per mettere da parte un po’ di soldi: il padre gli propone di andare a lavorare per qualche mese da lui senza dirgli quale sarebbe stato il pagamento e la modalità di lavoro, lasciando tutto indefinito, vago e vacuo, ricalcando esattamente il suo stile consueto. Matteo sta per dirgli di sì, perché spera ancora di trovare in lui il padre capace di dare stabilità e certezze. Io sono intervenuta molto duramente e gli ho detto che trovarsi un lavoro fuori casa era l’occasione per vedere se sarebbe davvero riuscito a puntare su se stesso oppure avrebbe prevalso il bisogno di cercare un padre immaginario inesistente. Matteo in pochissimo tempo ha trovato lavoro in un negozio di sport, sfruttando il fatto che è uno sportivo da sempre. Inoltre lavorando sulla famiglia di origine materna è emerso che con la nonna materna ha un rapporto speciale che gli ho consigliato di coltivare: lei gli ha prestato la sua casa durante il periodo estivo e gli ha detto che lo aiuterà economicamente per stare a Torino. Matteo ha finito l’università, ha preso la laurea ed esce con le ragazze... per la ragazza seria gli ho detto che c’è tempo. Quando mi parla di suo padre me lo descrive come un grande figliolo che oscilla tra cambiare motociclette e comprarsi TV e computer, gli ho detto che comprarsi le cose è facile; per cambiarsi la vita come ha fatto lui, invece, ci vuole tanto coraggio e tenuta da veri uomini. Matteo, a luglio 2016, in procinto di trasferirsi a Torino mi ha detto che sente ancora il bisogno di venire da me, gli ho risposto: “Matteo, lei è bravissimo ed è tanto cresciuto, ma ancora manca un pochino per essere proprio proprio un uomo, quindi avrà ancora bisogno di me. In ogni caso ci sono e ci sarò sempre per lei, mi raccomando si ricordi di chiamare i suoi da Torino e di rassicurarli che non si dimentica di loro, lo so che lei non si dimentica, ma deve rassicurarli ogni tanto”. “Dottoressa, ho capito che ho a che fare con due figlioli e il loro genitore sono io, ma io sto bene e va bene così”. Matteo ora è a Torino, dove sta portando avanti una prestigiosa specializzazione, viene regolarmente da me, puntualissimo, ogni tre/quattro settimane, ci diamo del Lei e siamo molto affezionati l’uno all’altra.
Commento del caso
Fin dall’esordio telefonico si rileva l’atteggiamento simpaticamente infantile di Matteo: l’uso del tu e dimenticarsi di aver telefonato chiedendo l’appuntamento sono indice di una delega infantile ad altri della propria vita.
Il divieto autoritario del padre non viene identificato come origine del crollo psicologico, in modo tale da scongiurare il rischio di una rivolta contro di lui e di preservarne un’immagine protettiva e altruistica. La rinuncia all’aggressività induce anche perdita di efficienza sessuale e la sensazione di passività e timori omosessuali.
L’indagine trigenerazionale rivela non solo al terapeuta ma soprattutto a Matteo come i comportamenti dei genitori nei suoi confronti abbiano radici nelle loro storie personali, non in un atteggiamento giustificatamente punitivo nei suoi confronti: se i genitori non sono assolti, trovano almeno delle attenuanti.
La proposta di terapia è insieme un intervento sul senso che gli sfugge del suo malessere e un invito a crescere, in cui il terapeuta si offre come una figura genitoriale, ma a distanza di Lei e limitatamente a una adozione finalizzata alla crescita, offrendo però la disponibilità ad una presa in carico attiva e responsabile.
Tutta la terapia punta a far prendere progressivamente distanze a Matteo dai genitori, ridimensionando soprattutto la figura del padre, ma rispettando i tempi di cui lui necessita per riorganizzarsi in modo più autonomo.
Le maggiori difficoltà sono rappresentate dalla riluttanza inconscia di Matteo ad abbandonare il sogno di avere alle spalle quel padre magari autoritario, ma rassicurante nell’attenzione per il figlio, che aveva sempre desiderato e nella realtà mai avrebbe potuto avere, per i limiti del carattere paterno legati alla storia personale e al rapporto con la madre. Questo padre, figlio di un alcolista violento, desiderava un figlio sottomesso e stabilmente presente che lo compensasse per le carenze affettive che non era riuscito a superare neanche nel matrimonio: i suoi “giochi”, le moto, i televisori, lo compensavano occasionalmente per il disinteresse affettivo prima dei genitori poi della moglie, che lui pensava di non meritare, in quanto capace di metter su un’azienda con cui manteneva tutti, anche lei, nonostante la sua laurea. Finché Matteo viveva nel rimpianto del suo diritto infantile alla presenza rassicurante di un padre che non c’era mai stato e non avrebbe saputo esserci, era condannato a non finire di crescere.
Il figlio Telemaco di Recalcati attende e ricerca il padre per assisterlo nel ripristinare l’ordine del mondo disturbato dalle pretese dei Proci; è il terapeuta invece nel nostro caso che assiste Matteo perché riorganizzi il suo mondo e la sua vita. Nell’attesa di qualcuno da assistere mentre rimette le cose a posto Matteo avrebbe corso il rischio di perdere molto tempo e non realizzare niente: si salva invece quando si muove, cerca una terapia che lo aiuti a intraprendere un percorso proprio, in cui accettare anche la solitudine dell’essere adulto. La perdita del sogno di un rapporto benevolmente rassicurante e protettivo con la figura paterna può essere compensata da un investimento su di sé che consenta conquiste capaci di dare orgogliosa sicurezza e di investire in rapporti affettivi più paritari, anche se meno esclusivi di quello con un padre ideale.
In una società in cui per i giovani non ci sono sicurezze, la loro miglior prospettiva non sta nell’attendere il ritorno di una figura paterna; piuttosto, nel crescere più in fretta, tornando ai tempi in cui a vent’anni si doveva essere già uomini e donne consapevoli e responsabili. Allora sarà possibile anche recuperare quel che i genitori possono dare, padri e madri che siano, con affetto e gratitudine realistici. Crescete alla svelta, e da soli dove necessario, questo è il consiglio che dovremmo dare ai giovani; aiutateli quanto potete, ma lasciate fare a loro, non cercate di essere più bravi o più potenti, perdete la sfida, con onore e con amore, ai genitori; siate padri con l’impegno e la responsabilità che sapete trovare in voi stessi, o ammettete i vostri limiti e liberate i vostri figli, ai padri.
Conclusioni per i terapeuti e i loro clienti
Per chi fa il terapeuta, maschio o femmina che sia, è pratica quotidiana affrontare la ricerca di una figura salda, capace di fare da modello stando accanto al cliente, in quasi tutte le richieste che riceve. Si direbbe che tutti quelli che vengono da noi hanno qualcosa di Telemaco, alla ricerca di aiuto e di presenza, di interesse personale e non di sole prescrizioni, di calore ma non di semplice conforto, di un senso per il proprio star male che consenta poi di affrontarlo insieme. Non siamo solo noi terapeuti a ricevere richieste di questo genere, tutte le situazioni che implicano un aspetto di dipendenza regressiva, dal dentista al massaggiatore, dalla dietologa all’operaio esperto implicano una proiezione genitoriale intrinseca alla situazione di bisogno e alla speranza che qualcuno ce la risolva. Tuttavia in psicoterapia è richiesta una maggiore consapevolezza da parte del professionista, tale da garantire non solo il risultato, ma che questo giunga attraverso un lavoro comune che faccia crescere il cliente e lo faccia sentire responsabile del cambiamento. Siamo tutti dei sostituti di Ulisse ricercati e trovati dai nostri clienti? Forse no, ma dovremmo esserlo, in modo che essi escano dalle terapie con un maggior grado di sicurezza e di autonomia, escano cresciuti, escano esseri umani con un senso per la propria storia e per il proprio ruolo in una società umana condivisa.
Bibliografia
1. Scabini E, Donati P (a cura di). Padri pallidi o…? In: AA.VV. L’immagine paterna nelle nuove dinamiche familiari. Studi Interdisciplinari sulla Famiglia. Milano: Vita e Pensiero,1985; 4, 11-19.
2. Recalcati M. Il complesso di Telemaco. Milano: Feltrinelli, 2013.
3. Lacan J. Nota sul padre e l’universalismo. La Psicoanalisi. Roma: Astrolabio, 2003.
4. Deleuze G, Guattari F. L’Anti-Oedipe. Paris: Minuit, 1972. Ed. it. L’Anti-Edipo. Torino: Einaudi, 1975.
5. Andolfi M (a cura di). Il padre ritrovato. Milano: FrancoAngeli, 2001.
6. Edelstein RS, Wardecker BM, Chopik WJ, Moors AJ, Shipman EL, Lin NJ. Prenatal hormones in first-time expectant parents: longitudinal changes and within-couple correlation. Am J Hum Biolo 2015; 3: 317-25.
7. Ugazio V. Modelli di infanzia e ruolo del padre nel processo di costruzione sociale del bambino. In: Scabini E, Donati P (a cura di). AA.VV. L‘immagine paterna nelle nuove dinamiche familiar. Studi Interdisciplinari sulla Famiglia. Vita e Pensiero 1985; 4: 77-101.
8. Manfrida G. La narrazione psicoterapeutica: invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale. Milano: Franco Angeli, 2014.