Vuoto d’amore.
Le poesie di Alda Merini a quarant’anni
dalla approvazione della Legge n. 180


a cura di Luigi Cancrini



Una delle difficoltà più serie per il terapeuta è quella di interpretare un rac-conto. Evidenziando i fatti in linea con la sua ipotesi di lavoro, egli ne trascura al-tri potenzialmente più importanti e, proponendo letture di parte, mortifica la ricchezza dell’esperienza vissuta nelle situazioni interpersonali con cui si confronta. Scopo della rubrica “La pagina letteraria” è quello di fornire proposte di lettura e di riflessione intorno alla possibilità di un racconto esaustivo. Potere del poeta, dello scrittore e dell’artista in genere è quello di costruire, con mezzi apparentemente semplici, un’informazione efficace sulle situazioni interpersonali considerate nella loro complessità. Dovere del ricercatore è quello di partire da descrizioni di questo genere per separare con precisione l’informazione sui fatti dalla teoria che li interpreta.


One of the most difficult tasks for the therapist is to relate a case-story. Stressing facts in line with the working hypothesis, the therapist overlooks other ones potentially more important. By proposing only certain interpretations the therapist damages the wealth of first hand experience coming from interpersonal situations. The section devoted to the literary page aims to provide suggestions and meditations towards the possibility of an exhaustive report. The power of poets, writers and artists in general, apparently using simple tools, cre­ates clear information on interpersonal situations seen in their complexity. The researcher, starting from such descriptions, has to separate precisely information on facts from the theory which explains them.


Una de las mayores dificultades encontradas por el terapeuta es la interpreta-ción del relato. El terapeuta evidenciando solo los hechos que concuerdan con su hipótesis de trabajo, descuida otros potencialmente más importantes. Además proponiendo interpretaciones parciales envilece la riqueza de la experiencia vivida en las situaciones interpersonales con las cuales se confronta. El objetivo de la sección “la página literaria”, es el dar sugerencias y puntos de reflexión sobre cómo obtener en la medida de lo posible, un relato exhaustivo. Poetas, escritores y artistas en general tienen en sus manos el poder de construir con elementos aparentemente simples, una información eficaz sobre situaciones interpersonales observa­das en su globalidad y complejidad, mientras que el investigador tiene el deber de basarse sobre las descripciones para separar con precisión los hechos de la teoría que los interpreta.



Alda Merini iniziò nel 1965 (aveva allora 34 anni) un periodo di internamento, interrotto solo da brevi pause e che si prolungò di fatto fino al 1972 (quando ne aveva ormai 41), nel Paolo Pini, l’Ospedale Psichiatrico di Milano. Più brevemente fu ricoverata successivamente a Lecce in un altro ancor più terribile manicomio, quello che ospitava i pazienti delle tre province del Salento e di cui io ricordo ancora, negli anni della Riforma, il suolo in terra battuta, senza pavimenti, di quello che veniva presentato come padiglione di “accettazione”: un salone immenso dove una folla di malati era costretta a passare le ore del giorno. Aspettando solo la notte. è dai ricordi di queste esperienze che nasce una raccolta straordinaria di poesie, intitolata “La Terra Santa”, che di quelle esperienze propone una sintesi emotiva di straordinario spessore. Scientifico, a mio avviso, prima e più che umano. Di cui a me sembra interessante proporre qui, per Ecologia della mente, una breve rassegna nell’anno in cui celebriamo i 40 anni della legge Basaglia che di quegli ospedali segnò il definitivo superamento.

Il manicomio
Il manicomio è una grande cassa
di risonanza
e il delirio diventa eco
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.

Al cancello si aggrumano le vittime
volti nudi e perfetti
chiusi nell’ignoranza,
paradossali mani
avvinghiate ad un ferro,
e fuori il treno che passa
assolato leggero,
uno schianto di luce propria
sopra il mio margine offeso.
Sconosciuta agli uomini, e dunque disumana, è, per la Merini, la legge del manicomio. In cui tutti si comportano però come se quella legge fosse Sacra. Costringendoti a farla tua, nel momento in cui ci entri, come se venisse da un monte Sinai maledetto. Delimitando con un cancello, cui le tue mani inutilmente si avvinghieranno, lo spazio in cui essa è in vigore perché il manicomio soprattutto questo era, privazione della tua libertà di essere umano fra gli altri esseri umani, allontanamento da un mondo, il tuo mondo, di cui qui ti arrivano solo, da un cancello, immagini irraggiungibili. Che fanno male con la loro luce che si schianta sul tuo “margine offeso”.

La disconferma e la distruzione dell’identità

Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte, e a volte dà luce.
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così io possa perderti
nell’antro della follia.

Perché sto qui? Se ad essere folle è il mio pensiero, quale ne è l’origine? Se il mio pensiero sta male ed io sto qui perché è lui a stare male, il suo star male da dove viene? Dai dolori che ho avuto e dalle difficoltà che mi hanno travolto (il mio grembo distrutto) o solo dalla mia “malattia” (la mia anima folle)? Hanno una qualche importanza per me e per il mio star bene o male la storia e le circostanze della mia vita?
Nell’esperienza originale di Basaglia a Gorizia [1], l’assemblea di reparto era la situazione concreta in cui, invitato a raccontarsi, proponendo la storia della sua vita, era il paziente stesso a cercare e spesso a trovare, insieme a chi lo ascoltava, il rapporto, negato per principio dall’autorità del medico che pone diagnosi, fra i fatti della sua vita e le manifestazioni del suo star male. All’interno di una operazione culturale in cui sintomi e segni della disgregazione e della cronicità più o meno “psicotica” venivano sentiti e spiegati come una reazione comprensibile (deducibile psicologicamente, avrebbe detto Jaspers nella sua Psicopatologia [2]) alla cronicità ed alla disgregazione della vita manicomiale. Come succede ancora in tante situazioni della pratica psichiatrica di oggi, in cui un medico psichiatra, solo apparentemente più qualificato, propone, diagnosticando un disturbo schizofrenico, dell’umore (bipolare o semplicemente depressivo) al termine di visite in cui nulla si è chiesto neanche lui, come al tempo del manicomio, sul rapporto fra esperienze, circostanze e fatti della vita del suo paziente e sintomi che lo hanno portato da lui. “Abbiamo un figlio schizofrenico”, dicono ancora oggi tanti genitori al modo in cui “io sono bipolare”, dicono tanti (troppi) pazienti rassegnati di fronte a questo tipo di diagnosi o stigma che direttamente riporta alla loro “mente folle” il dolore che provano vivendo esperienze, circostanze o fatti sfavorevoli della loro vita.
La psicoterapia, mi dico, vergognandomi a volte di poter essere considerato un medico psichiatra, altro non è che un tentativo di muoversi in una direzione opposta a questa. All’interno di uno scontro culturale meno spettacolare ma ugualmente drammatico di quello proposto da Basaglia contro il pregiudizio che si concretizzava allora nel muro del manicomio. Il pregiudizio contro cui lottiamo oggi, giorno dopo giorno, con i pazienti che vengono da noi, non ha infatti la visibilità del muro ma ne ha spesso la stessa terribile efficacia. Coltivando una pseudo scienza in cui, ignorando il “grembo distrutto” di chi sta male, si continua ad immaginare la chimica della sua mente folle. Senza rendersi conto di quanto davvero folle sia (in ragione di traumi non analizzati e non curati nel grembo ferito o distrutto di chi cura) credere davvero nella propria possibilità di definire folle qualcosa che non si tenta neppure di capire. Ma senza rendersi conto soprattutto del male che si arriva a fare a chi è più debole quando così follemente e maleducatamente ci si muove. Come duramente propone in questo altro testo Alda Merini.

Il medico

Il dottore agguerrito nella notte
viene con passi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda i volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.

Sacerdote nel tempio di questa Terra Sacra, il medico officia il sacrificio. Un sacrificio che nei tempi antichi riguardava degli animali ma anche, più di rado, gli uomini e le donne. Pietosi, il fuoco e il coltello rendevano rapida una morte qui orribilmente più lenta.

Il sacrificio

La luna s’apre nei giardini del manicomio,
qualche malato sospira,
mano nella tasca nuda.
La luna chiede tormento
e chiede sangue ai reclusi:
ho visto un malato
morire dissanguato
sotto la luna accesa.
“Mano nella tasca nuda”, il malato che sospira alla luna è orribilmente solo. Fiume confuso di ricordi e di sogni che compongono il suo percepirsi come una persona, il sangue richiesto dalla luce della luna è l’essenza stessa della sua vita psichica. Morire dissanguato è il compiersi di una perdita di identità sull’altare sacrificale di una ignoranza che si traveste da volontà di curare secondo scienza e coscienza. Al termine di un lavoro lungo di alienazione della persona. Basato sulla costruzione di una solitudine praticamente assoluta perché spaventosamente soli erano e sono ( i manicomi nel mondo ci sono ancora ) i reclusi costretti dal manicomio a dimenticarsi di se stesso e dell’altro che gli passa accanto. Come ancora una volta ci ricorda, con dei versi quasi osceni nella loro spaventosa lucidità, la poetessa che parla dalla o della prospettiva dei reclusi.

La solitudine del malato

Viene il mattino azzurro
nel nostro padiglione:
sulle panche di sole
e di crudissimo legno
siedono gli ammalati,
non hanno nulla da dire,
odorano anch’essi di legno,
non hanno ossa né vita,
stan lì con le mani
inchiodate nel grembo
a guardare fissi la terra.

Toeletta

La triste toeletta del mattino,
corpi delusi, carni deludenti,
attorno al lavabo
il nero puzzo delle cose infami.
Oh, questo tremolar di oscene carni,
questo freddo oscuro
e il cadere più inumano
d’una malata sopra il pavimento.
Questo l’ingorgo che la stratosfera
mai conoscerà, questa l’infamia
dei corpi nudi messi a divampare
sotto la luce atavica dell’uomo.

Difficile dirla meglio questa condizione, nota solo a chi nei manicomi è stato prima che li si superasse per cultura e per legge. Perché spogliati sistematicamente di ogni rapporto con il proprio corpo (quei “corpi delusi”, quelle “carni deludenti”, quel “nero puzzo delle cose infami attorno ad un lavabo comune”) con la propria storia e con la propria vita si aggirano i malati “in un ingorgo/ che la stratosfera mai conoscerà”, dove inumano diventa perfino il loro cadere che non desta più reazioni umane e perché naturale diventa in questo contesto il silenzio assoluto della panca dove nessuno ha qualcosa da dire e dove tutti stanno come statue “con le mani/ inchiodate nel grembo/ a guardare fissi la terra”. Anche se qualcosa, incredibilmente, sopravvive. Attraverso la capacità straordinaria che ha l’essere umano di guardare se stesso ed il contesto in cui le circostanze della vita lo costringono. Morire nel manicomio non era destino di tutti quelli che ci entravano soprattutto per questo, perché la sopravvivenza per alcuni, a volte per molti, era assicurata più che dalle cure, quando c’erano, dal mantenersi, nel silenzio di una rassegnazione apparente, di una continuità della propria vita legata al tentativo di afferrarsi, dolorosamente, alla propria identità. Alla possibilità di ascoltarsi, cioè, come essere comunque pensante. Come era accaduto, in altre circostanze al Primo Levi di “Se questo è un uomo” e capace qui, nel caso straordinario di una poetessa come Alda, di riconoscere dentro di sé il bisogno e la possibilità del canto.

Il canto
La coscienza del canto, prima di tutto:

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.

Il desiderio di reprimerlo, in secondo luogo.

Quiètati erba dolce
che sali dalla terra,
non suonare la tenera armonia
delle cose viventi,
mordi la tua misura
perché il mio cuore è triste
non può dare armonia.
Quiètati erba verde
non salire sui fossi
col tuo canto di luce,
oh rimani sottoterra
nuda dentro il tuo seme
com’io faccio e non do
erba di una parola
Il desiderio, inutile, di proporlo agli altri.

Ho acceso un falò
nelle mie notti di luna
per richiamare gli ospiti
come fanno le prostitute
ai bordi di certe strade,
ma nessuno si è fermato a guardare
e il mio falò si è spento.

Il bisogno, irresistibile, di proporlo a se stessa.

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole.

Entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

La consapevolezza, che al canto naturalmente si collega, di un tempo che verrà in cui tutto questo orrore dovrà finire.

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,
il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare
una esequie al passato.
Il canto, la poesia son più forti degli orrori che l’uomo a volte costruisce. Il diario di Anna Frank e le poesie di Alda Merini sopravvivono agli orrori di cui ci hanno lasciato testimonianza. Le esequie che celebriamo oggi riguardano gli orrori. Cui lo spirito vivo sopravvive. Cui non si tornerà anche per merito di donne straordinarie come queste.
BIBLIOGRAFIA
 1. Basaglia F (a cura di). L’istituzione negata. Torino: Einaudi, 1968.
 2. Jaspers K (1913). Psicopatologia Generale. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 1965.