Mio padre si chiama Barbablù e mia madre
Cenerentola, eppure la mia vita non è una favola


Cécile Kowal1, Jean-Louis Simoens2



LA SCELTA DEL TITOLO
Il titolo dell’intervento che ha suscitato l’interesse e la curiosità di numerose persone è stato proposto dall’équipe del Collectif contre les Violences Familiales et l’Exclusion (CVFE) addetta ai bambini. «L’abbiamo scelto perché all’improvviso ha creato tutta una serie di associazioni cognitive che ci è sembrato interessante condividere», sottolinea Cécile Kowal.
L’universo dell’infanzia è popolato dall’immaginario, alimentato da storie fantastiche. Questo universo di leggenda è fondamentale come pilastro di resilienza. Consentirà al bambino di sublimare le sue pulsioni, di trascendere le prove (come separarsi dal seno materno, riconoscersi come diverso dalla madre, riconoscere se stesso in quanto soggetto, riconoscere l’altro, ecc.). Ma che succede quando l’immaginario emerge nel reale e si materializza?
Se incontrate nel corso della vostra esistenza un vero principe azzurro, immaginate (anzi no… per l’appunto non immaginatelo), vedete per davvero un giovane, che indossa il mantello, cavalca un cavallo bianco, circondato da un’aura di luce, che tende la mano, sicuro, senza alcun’ombra di dubbio nello sguardo, convinto che lo seguiremo ovunque sul suo fedele destriero…!
Sì, se succede davvero questo, cosa avviene dentro di me, nella mia psiche?
Se nella mia vita incontro un uomo così potente e sicuro di sé come questo principe azzurro, ma cupo, all’interno e all’esterno… Lui possiede la chiave della stanza segreta in cui si nascondono i suoi delitti, ma è convinto che la colpa non è ciò che si nasconde in questa stanza. No, l’unica colpa sta nel fatto che scopro e denuncio il segreto della sua oscurità: cos’è che questo incontro reale farà vacillare nella mia esistenza? Cosa danneggerà nella mia costruzione psichica… tanto più se, nella realtà, quest’uomo è mio padre?
«Non abbiamo scelto queste due favole come figure caricaturali dell’autore e della vittima», insiste Jean-Louis Simoens. «Le abbiamo utilizzate per la loro forza evocativa, soprattutto del posto del bambino. Scegliendo questo titolo, non abbiamo potuto fare a meno di metterci al posto del bambino che, quando la favola diventa troppo dura, quando il racconto fa troppa paura, può richiudere il libro e rivolgersi a dei genitori rassicuranti e disponibili».
In un contesto di violenze coniugali, quando il bambino ha paura, quando sta soffrendo, quando non trova una via d’uscita, è come prigioniero in un libro dalla cui storia non può sfuggire, un libro che non può richiudere poiché si tratta della sua storia. Allora, in quanto operatori, è nostro dovere agire, prendere posizione. Non per chiudere il libro, ma per negoziare un passaggio possibile verso il capitolo successivo sperando che sarà più adeguato al bambino.
I FIGLI ESPOSTI ALLE VIOLENZE CONIUGALI DAL PUNTO DI VISTA DI PRAXIS
Il 95% delle persone che si rivolge a Praxis sono uomini. Oltre tre quarti sono padri di almeno due figli, in media. Per il 78% dei casi si parla unicamente di violenze sul (ex)coniuge, il 2% cita unicamente violenze su bambini, il 20% sono casi misti che riguardano violenze familiari con più vittime. Il genitore adulto che oggi adotta dei comportamenti violenti è stato un bambino maltrattato? In Praxis si stima che 7 utenti su 10 nel corso della loro infanzia siano stati esposti alla violenza di un genitore o siano stati vittime dirette di questa violenza. Questa stima è suffragata da un rapporto del Québec [1] che studia i precedenti familiari di 155 persone iscritte a un programma specializzato destinato ai coniugi violenti. Il 79% degli uomini del campione osservato riferisce la violenza verbale tra i genitori mentre il 35% precisa che ci sarebbe stata della violenza fisica tra i genitori. Il 64% del campione racconta della violenza psichica esercitata dai loro genitori.
«Che si tratti del loro vissuto da bambini o dei loro attuali figli», spiega Cécile Kowal, «ne sento parlare poco all’inizio dei miei contatti con i partecipanti dei gruppi in Praxis».
In effetti, i destinatari del programma di responsabilizzazione sono per la maggior parte sottoposti a obbligo giudiziario. All’inizio sono concentrati sulla sanzione. In un gruppo di uomini in Praxis, parlando del passato, ognuno deve raccontare la sua storia, il suo percorso, rendere visibili e accessibili le sue vulnerabilità affettive ed emozionali. Ci vorranno diverse sedute, a volte diversi mesi prima che quest’uomo si apra a questa dimensione del suo lavoro di responsabilizzazione. Alcuni arriveranno al termine del loro periodo di obbligo giudiziario prima di giungervi. Per quanto riguarda il presente, e i figli, l’uomo è talmente concentrato sulla sua relazione duale con la donna e talmente concentrato sulle sue strategie per ritrovare il controllo della situazione che dimentica, senza ammetterlo, il posto peculiare dei figli e ciò che subiscono. Ecco alcuni esempi tipici dei racconti ascoltati.
A seguito delle violenze fisiche esercitate sulla moglie, l’uomo perde l’accesso all’alloggio coniugale. A questo domicilio riceveva un fine settimana su due il figlio nato da una precedente unione. La madre del bambino ha scoperto che le condizioni di accoglienza previste dalla sentenza di affidamento non sussistevano più e ha quindi chiesto la sospensione della sua applicazione. In un contesto di perdita e di destabilizzazione, l’uomo focalizza tutta l’energia disponibile contro le due ex compagne accusandole di aver complottato contro di lui. Invece di dedicarsi a fare il punto sulle sue risorse personali, a chiedersi quale sarà l’impatto di questa nuova separazione sul senso di sicurezza di suo figlio, fare di tutto per trascorrere qualche ora piacevole con lui, l’uomo si sfinisce nelle ore di lavoro straordinario per far fronte a un debito continuando a lamentarsi perché non vede il figlio.
Ieri è rientrato a casa più tardi del previsto sotto l’influsso dell’alcol. Avendo accumulato tensioni e frustrazioni coniugali e professionali nel corso della settimana, l’uomo non sopporta la delusione espressa dalla compagna, né i timori circa il suo stato di nervosismo. Ne segue una scena di violenza verbale con insulti e intimidazioni. Ci sono porte che sbattono, lui se ne va, poi torna, lei piange. Ma questo non succede più da tanto tempo. Molti mesi di lavoro di responsabilizzazione in Praxis avevano portato l’uomo a tenere sotto controllo il suo consumo di alcol nei contesti a rischio e a rinunciare alla violenza fisica. La coppia stava cercando di ricostruire un nuovo equilibrio misurando l’ampiezza degli impatti a lungo termine delle violenze coniugali. Da diversi anni, tirano su due bambini. Uno nato dalla prima unione di lei e l’altro nato dalla prima unione di lui, e questo in un contesto di affidamento alternato. Lui ha spesso manifestato un sincero attaccamento a questi due bambini, la coppia ha espresso il desiderio che il calendario dell’affidamento alternato possa consentire ai due bambini di stare insieme per creare una “vera famiglia”. Dopo aver ascoltato il racconto dell’uomo, gli operatori chiedono se questo è successo nella settimana in cui i bambini si trovavano in casa. Lui esita, balbetta, sembra cercare di ricordare, poi ammette che i bambini erano effettivamente presenti ma dormivano nella loro stanza. Quando gli operatori gli chiedono come fa ad essere sicuro che i bambini dormissero visto che la scena si è svolta molto in fretta al suo arrivo, e che ci sono state delle urla e dei rumori, lui manifesta fastidio e confusione. Torna alla difficoltà di farsi perdonare le violenze fisiche passate, alla pressione che sente sulle spalle.

La coppia si è costruita sulle comuni ambizioni di successo sociale e professionale. Possiedono entrambi un diploma di studi superiori e un lavoro gratificante e coinvolgente. Stanno costruendo la futura casa di famiglia, il cantiere è considerevole, costoso e rivela la sua quota di litigi, rinvii e insoddisfazioni con i vari professionisti. Lui lo vive come un insuccesso personale e interpreta tutte le osservazioni di lei come critiche che lo riguardano personalmente. Il ciclo delle tensioni, delle scene di esplosione verbale seguite dalla colpevolizzazione si svolge in maniera ricorrente. È in questo contesto che lei scopre di essere incinta. I legami della coppia si stringono attorno a questo nuovo progetto anche se lui decide che deve restare a disposizione del cantiere mentre lei si concentra sulla gravidanza. Alla nascita, il bambino soffre di una malformazione organica che richiede un ricovero in ospedale. Ne consegue un periodo di stress e incertezza. Lui decide che lei non potrà riprendere a lavorare dopo il tradizionale periodo di maternità. Secondo lui, è normale che lei dedichi tutta l’attenzione necessaria al bambino. Per far fronte ai prestiti e mantenere il livello di vita della coppia, lui si dedica sempre di più al lavoro. Il ciclo della violenza si amplifica attraverso il funzionamento irrigidito della coppia. Le violenze fisiche compaiono in maniera regolare. Lui detiene tutte le risorse finanziarie, diventa il garante dei segni esteriori di successo, la isola dalla sua rete di amicizie e di lavoro, pur mantenendo il sentimento di sacrificio consentito da ognuno e legittimamente atteso nelle rappresentazioni della coppia e della famiglia di lui. In seguito a un’ultima scena di violenza fisica che si è svolta in presenza del figlio di 10 anni, lei si rifugia nella sua famiglia e avvia le pratiche per il divorzio. Data la gravità della scena e il ripetuto rifiuto del bambino di vedere il padre da solo, un provvedimento d’urgenza impone uno spazio di incontro all’uomo se desidera mantenere un diritto di visita durante questa separazione. Lui s’indigna, si ritiene umiliato da questo procedimento, le due prime sedute nello spazio di incontro gli hanno permesso di valutare le incompetenze degli operatori sociali influenzati da lei, oltre al figlio manipolato ed esageratamente timoroso. Lui denuncia una relazione fusionale e malsana tra madre e figlio che gli impedisce di svolgere il suo ruolo paterno. Registra di nascosto gli incontri per preparare la sua difesa in tribunale.

Il lavoro con questi papà nel gruppo di Praxis consiste nel riconoscere tutte le forme di violenza esercitate e il loro impatto sulle vittime. Noi proponiamo di ascoltare quello che dicono i bambini come esperienza del loro vissuto, dei loro timori, paure e tristezze. Concentrandosi sul presupposto di un adulto manipolatore dietro il bambino, l’autore delle violenze coniugali evita di ascoltare quello che gli rivolgono i bambini come padre.
Nel corso delle sedute di gruppo di responsabilizzazione, la scultura di una scena familiare, il genogramma o la linea di vita della coppia permetterà al genitore di lavorare sul posto occupato dai figli nella famiglia, nei confronti del duo genitoriale e di rendere visibile la posizione di protezione in cui ognuno si è trincerato.
Esplorando la storia dell’infanzia dell’autore, la sua costellazione familiare, il suo ruolo tra i fratelli e con i genitori, cercheremo di districare progressivamente il modo in cui le attribuzioni causali, le proiezioni, le errate interpretazioni delle alleanze rivelano qualcosa del passato così come del presente.
«In Praxis è quindi attraverso il discorso e la simbolizzazione che arriviamo a interessarci dei figli», commenta Cécile Kowal.
I FIGLI ESPOSTI ALLE VIOLENZE CONIUGALI DAL PUNTO DI VISTA DEL CVFE
Il CVFE accompagna i figli nell’ambito di un’accoglienza con le loro madri in un rifugio per donne vittime di violenze coniugali. Si tratta dai 100 ai 150 bambini l’anno che vivono alla giornata in questa casa comunitaria. Un team multidisciplinare inquadra i figli durante il periodo di accoglienza avendo come preoccupazione particolare il loro benessere, ma anche la restaurazione del rapporto madre/figlio.
Al rifugio, gli operatori propongono un percorso specifico e adeguato al contesto di violenza coniugale in cui hanno vissuto questi figli.
La violenza coniugale è considerata come una forma particolare di violenza intrafamiliare, occorre quindi tener conto di questo aspetto al fine di proporre un intervento adeguato.
Da qualche anno gli operatori del CVFE lavorano intorno alla questione del posto dei figli in un contesto di violenze coniugali. Non molto tempo fa si parlava di figli testimoni. Poi si è parlato di figli esposti. E attualmente il collegamento è chiaro: figlio esposto, quindi figlio vittima di violenze coniugali.
«Cos’è successo in questi anni perché vi sia un tale allargamento semantico del nostro vocabolario?», si chiede Jean-Louis Simoens.
L’arrivo di un figlio nella famiglia è sempre un evento, uno sconvolgimento dell’ordinario. Fin dalla nascita, il neonato è un individuo che ha delle necessità proprie e che reclamerà un’attenzione particolare, cure, affetto. Sappiamo tutti quanto l’ambiente del bambino e il rapporto che intrattiene con la madre svolga un ruolo fondamentale nel suo processo di maturazione psicologica e nella costruzione della sua personalità.
In materia di psicologia e sviluppo, tutti i professionisti ci hanno insegnato quanto le esperienze vissute nei primi anni di vita siano fondamentali.
Ancor più, i teorici della sicurezza emotiva e dell’attaccamento sostengono che il benessere del bambino non è associato unicamente alla qualità della relazione di attaccamento che stabilisce con la madre, ma anche alla qualità della relazione che percepisce tra i suoi genitori.
Una madre vittima di violenze coniugali dovrà far fronte non solo alla sua sopravvivenza ma, in questa partita persa quasi a ogni colpo, dovrà anche utilizzare delle strategie per poter rispondere il meglio possibile ai bisogni dei suoi figli.
Ascoltiamo Dorotha.
Parla del disinteresse del marito per la nascita di Yvan. Ci racconta la privazione e la dipendenza in cui si sono ritrovati lei e il bambino. Parla del ritorno dall’ospedale, delle minacce, delle grida e dell’esasperazione di lui quando il piccolo piangeva.
“Mi diceva che se il bambino piangeva tanto era perché io non ero capace, che non sapevo fare niente e che avrebbe fatto di tutto per affidare il figlio a chiunque tranne me. Ogni volta che Yvan piangeva, era come una tortura, non potevo lasciarlo piangere. Stava sempre in braccio, mi sfiniva. Ho passato un mese senza fare una doccia o passare un’ora a pensare a me stessa, perché mio marito non si occupava mai del bambino e avevo paura che Yvan si mettesse a piangere”.
Il marito la terrorizzava, la trattava da pessima moglie, da pessima cuoca. Spiava, controllava e denigrava sistematicamente tutte le sue interazioni e le cure che dedicava a Yvan. Questo l’ha ridotta al silenzio accanto al figlio.
Il rapido arrivo di un secondo figlio ha solo moltiplicato per due la vulnerabilità di Dorotha e di Yvan, oltre alla violenza del padre. La disperazione la gettava in uno stato in cui percepiva i figli come il prolungamento del padre, un uomo e dei bambini che la condannavano alla servitù e al fallimento.

Al CVFE sappiamo come sia praticamente impossibile essere continuamente “attenta” al coniuge e allo stesso tempo essere presente con i figli.
Serge Lebovici in una delle sue opere dice che quando la madre si occupa del figlio lo fa con tutto ciò che ha in testa, con la sua vita psichica cosciente e incosciente. Una mamma cura con la propria storia. Le cure materne implicano la totalità della vita mentale della madre. Quindi, in un contesto di violenze coniugali, la madre capisce che i bisogni del coniuge sono in pericoloso conflitto con quelli del figlio, ma anche con i suoi.
«In che modo questa realtà impatta sugli altri professionisti che incontriamo intorno ai tavoli di concertazione e di formazione?», si chiede Jean-Louis Simoens.
Partnership e concertazioni: vigilanza e prudenza professionale
Il CVFE e Praxis hanno avviato dal 2005 l’elaborazione congiunta di una partnership che consente la creazione di un polo di competenze riconosciuto dalla regione Wallonie1. Dall’incontro tra il CVFE e Praxis sono nati innanzitutto la comprensione e lo sviluppo di una lettura comune delle violenze coniugali2. O, per lo meno, la creazione di una base comune minima per potersi mobilitare rapidamente di fronte ad alcune situazioni di forte pericolo. «Alcuni membri volontari e sensibilizzati delle nostre due équipe si sono incontrati per un anno per affrontare il posto dei figli nelle loro pratiche», insiste Cécile Kowan. «Ma non siamo i soli a lavorare su questa questione».
Nel 2006, il coordinamento provinciale di Liegi incaricato della parità tra donne e uomini ha scelto di dare priorità al tema dei figli esposti alle violenze coniugali. Nel 2007, il CVFE e Praxis si sono impegnati in un gruppo di lavoro che ha portato all’elaborazione di un programma di formazione di tre giorni che ha consentito di raccogliere, attorno a questo tema, i funzionari di polizia, i delegati dell’assistenza alla gioventù, i servizi di assistenza alle vittime della Procura per la gioventù e i magistrati incaricati delle Procure diritto comune e gioventù. I consulenti dell’assistenza ai giovani, pur essendo dei partner importanti, se non indispensabili, non hanno aderito al contenuto di questa formazione e hanno abbandonato il programma e il gruppo di lavoro.
A oggi, la questione di come raggiungere questi partner dell’assistenza alla gioventù resta aperta, mentre da parte loro moltissimi servizi sembrano impegnarsi nella riflessione relativa ai figli esposti alla violenza coniugale3.
Così, all’inizio del 2008, un gruppo di lavoro più ristretto si è riunito una volta al mese per scambiare le questioni che ruotano attorno a situazioni concrete. Di volta in volta, un agente di polizia, un magistrato, il servizio di accoglienza delle vittime della Procura per la gioventù, il CVFE e Praxis sono venuti a esporre, in un contesto di confidenzialità condivisa, una situazione preoccupante che consentiva al gruppo di rivisitare le questioni della gravità e pericolosità di una situazione, oltre che della necessità o meno dell’allontanamento del figlio.
In questo periodo di incontri con questi numerosi partner attraverso i tavoli di concertazione e le formazioni, il CVFE e Praxis hanno osservato un duplice rischio che merita di mobilitare vigilanza e prudenza professionale. E Jean-Louis Simoens lo spiega.
La prima precauzione da adottare consiste nel non precipitarsi, con il rischio di concentrarsi unicamente sulla disperazione dei figli. E questo senza aver prima cercato di comprendere qual è la questione principale quando si parla di violenza coniugale.
In effetti, la definizione nazionale e interministeriale delle violenze coniugali e intrafamiliari di marzo 2006 non è nota a tutti nel dettaglio e non incontra necessariamente l’adesione di tutti. In particolare, laddove iscrive le violenze coniugali in un processo di dominazione, nella maggior parte dei casi degli uomini sulle donne. Quando un’équipe di assistenza deve intervenire presso una famiglia o una coppia per notare, individuare o gestire una problematica di violenze coniugali, il fatto di aderire o meno a tale definizione particolare orienta considerevolmente le pratiche di intervento e soprattutto le precauzioni (o l’assenza di precauzioni) che le circondano.
La seconda precauzione da adottare si colloca al livello della presa di consapevolezza riguardante l’impatto delle violenze coniugali sui figli che genera il bisogno di intervenire con urgenza. Questo atteggiamento potrebbe condurre alcuni operatori preoccupati a rivolgersi alle madri per reclamare in merito alla messa in sicurezza dei loro figli. E ciò senza tenere conto del fatto che queste madri sono esse stesse vittime di violenze coniugali, vale a dire in una situazione che le pone nell’impossibilità di essere “madri” sufficientemente adeguate.
Un’assistenza specifica e realmente protettiva nei confronti dei figli esposti alle violenze coniugali deve necessariamente accompagnarsi a un’assistenza specifica e protettiva delle madri.
Notiamo inoltre l’ambivalenza di considerare la violenza coniugale come un singolo contesto. In maniera un po’ caricaturale, vi chiediamo di riflettere sulla realtà seguente: un figlio mal nutrito perché allevato in una famiglia carente i cui genitori sono, ad esempio, alle prese con la tossicodipendenza… ha bisogno della stessa assistenza, dello stesso intervento di un figlio mal nutrito perché allevato in una famiglia in cui si esercita un processo di dominazione coniugale del padre sulla madre, con un controllo economico eccessivo e una mamma che non può andare a fare la spesa perché ha il viso rovinato?
Per le due associazioni, è evidente che i figli esposti alla violenza coniugale, pur esprimendo una serie di sintomi atipici, hanno bisogno di uno sguardo e un intervento specifici. Soprattutto perché i professionisti dell’infanzia non possono intervenire adeguatamente presso la madre, la coppia genitoriale o il figlio senza conoscere precisamente gli ingranaggi specifici di questo processo di dominazione e senza tenerne conto nei loro approcci.
«In Praxis e CVFE abbiamo il vantaggio di incontrare le persone quando le violenze coniugali sono già state individuate, a volte da parte di terzi (nel caso di Praxis, per il 75% dalla giustizia). Siamo consapevoli che altri professionisti operano in una realtà più complessa, più multipla. Sembra che resti da realizzare un lavoro importante riguardo lo sviluppo di strumenti di individuazione adeguati alle realtà professionali e ai mandati di ognuno».
Infine, va fatta un’altra considerazione in questo lavoro di concertazione condotto da due anni. Si tratta della dissociazione tra analisi e azione: «In effetti, nel gruppo di lavoro di scambio di pratiche, abbiamo potuto ascoltare come alcune situazioni fossero estremamente ben decodificate, le varie forme di violenza fossero identificate, l’impatto di queste violenze sui figli e l’insieme della famiglia fossero precisati, il grado di gravità fosse ritenuto inquietante eppure, di fronte all’azione da intraprendere, provavamo come un senso di impotenza, come uno stato di assideramento: mancanza di mezzi, mancanza di codici, paure…».
ESSERE MADRE, ESSERE PADRE IN UN CONTESTO DI VIOLENZE CONIUGALI
È una questione troppo vasta per avere l’ambizione di trattarla in poche righe. Chi può definire chiaramente oggi il concetto di genitorialità che è così di moda? Se si ha la curiosità di andare a leggere qualche sito di informazione sulla genitorialità, si scoprono essenzialmente delle conoscenze, delle competenze. Ma cosa ne è del desiderio di essere padre/madre? Cosa si nasconde dietro questo desiderio? Qual è la parte di storia e di eredità che trasportiamo all’interno di questo desiderio? Quali miti della “buona madre” e del “buon padre” ci vengono inculcati dalla nostra socializzazione? In che modo l’illusione riparatrice sconfitta nella relazione amorosa viene talvolta riattualizzata nel desiderio di un figlio?
Così come non c’è un tipo di donna nel rifugio, non c’è neanche un tipo di madre. Lo stesso vale per gli uomini accompagnati a Praxis. Quindi non possiamo far altro che riportare singoli incontri per quello che ci toccano e ci insegnano.

Ascoltiamo Marguerite:
“Quando ci siamo sposati niente assomigliava più a quello che avevo sognato.
La mia vita era infelice. Lui era terribilmente esigente e le sue richieste non avevano senso. Voleva che stessi zitta, che non parlassi con nessuno. Non parlavo nemmeno con il vicino. Non avevo soldi e ogni volta che chiedevo qualcosa, diceva che volevo rovinarlo. Mi vergognavo di essere lì e mi vergognavo ancora di più per mio marito… Non potevo accettare il fallimento del mio matrimonio.
Pensavo che la sua violenza fosse il risultato della sua solitudine. Volevo salvarlo da quello che credevo fossero le conseguenze della vita di un uomo che viveva senza speranza, senza futuro. Volevo dargli una casa, rendergli la dignità. Per mesi ho fatto dei sacrifici, ho dimenticato i miei sogni, ingoiato il mio orgoglio. Ho nascosto alla mia famiglia le mie condizioni di vita. Ho risparmiato un po’ di soldi, ho messo tutte le mie risorse al servizio di mio marito. Doveva essere un “uomo”. Volevo elevarlo, rendergli l’onore e la dignità, farlo uscire dalla vergogna. Volevo rendergli la fiducia in sé stesso. Vivevo solo per lui, sempre nella sua ombra.
Le nostre condizioni di vita materiale sono migliorate, ma non è cambiato niente, continuava a ridurmi a niente. Per lui non esistevo. Spariva per giorni interi senza darmi spiegazioni. Allora ho chiesto aiuto a mia madre. Lei mi ha detto che ero sposata e che, quale che fosse la mia infelicità, dovevo sbrigarmela con mio marito. Non esistevo più. Tutto mi era indifferente… Quel giorno qualcosa è morto dentro di me. Quando mio marito tornava, ero pronta a tutte le umiliazioni, a tutte le sofferenze.
Se mio marito non fosse tornato, mi sarei suicidata, mi sarei buttata… Era chiaro per me. Non avevamo figli e questo problema tornava spesso nei nostri litigi. Mi dicevo che se l’avessi reso padre mi avrebbe amata di più. Non mi avrebbe più insultato, non mi avrebbe più trattato da donna sterile. Dal momento che non gli avevo dato figli, non ero degna di rispetto. Dopo un lungo e doloroso percorso medico sono nate le nostre due figlie. Ma non è migliorato nulla, anzi. Non sopportava le figlie. A volte mi chiedeva cosa ci facevano a casa sua. Non potevo più sopportare che trattasse le figlie come bambine fabbricate in laboratorio. Tutti i giorni mi chiedeva di andarmene da casa sua. Ci ha buttato fuori casa un pomeriggio, ero in pigiama, non avevo soldi… Mi sono sentita così sola, avevo tanto desiderato dei figli per uscire dal dolore e dalla solitudine”.

Marguerite aggiunge alla sua testimonianza quanto ha lottato per avere dei figli e quanto si è sentita sola in questo desiderio di figli e nel suo ruolo di genitore.

“Ho deciso di non tornare da lui, perché non avevo alcun valore agli occhi di quest’uomo, mi ha maltrattata. Era un senzatetto e ne ho fatto un uomo. Ci ho messo tutta la mia energia a creare un focolare, una famiglia. Oggi voglio solo che la giustizia lo obblighi a vedere le figlie. Ho un buco dentro di me, un pozzo senza fondo”.

«Quando ho ascoltato questa testimonianza», spiega Cécile Kowal, «la penultima frase mi faceva paura (“Voglio solo che la giustizia lo obblighi a vedere le figlie”). Avevo paura che questa frase potesse provocare di nuovo una stigmatizzazione di questa donna. Temevo che potesse essere giudicata una “cattiva madre”. Poi mi sono detta che questa frase conteneva in sé una grande quantità di tracce di lavoro per tutti i professionisti che devono accompagnare i figli e la loro madre».
Nella sua coppia, Marguerite desiderava che il coniuge fosse più “uomo” così come se lo rappresentava, vale a dire “degno”. Era pronta a tutti i doni, a tutti i sacrifici per questo. Oggi, Marguerite aspetta che il suo ex coniuge sia più “padre”.
L’accompagnamento che le sarà offerto le consentirà forse di non sacrificarsi più essa stessa come madre e di rinunciare a fare dono dei figli per trasformare quest’uomo in padre.
Questo accompagnamento le consentirà forse di riposizionarsi nuovamente su sé stessa e sul suo desiderio di madre: non quello di ieri, ma il suo desiderio attuale.
L’accompagnamento che sarà offerto alle figlie permetterà loro forse di ritrovare uno status di soggetti. Un lavoro di verbalizzazione e simbolizzazione consentirà a queste ragazze di riappropriarsi della loro storia che era iniziata ben prima della loro nascita e di ritrovare uno spazio psichico sufficiente in cui si possa cominciare a concepire il concetto di libero arbitrio.
Questo appello a “un po’ più padre” corrisponde in maniera molto viva a ciò che si osserva nei gruppi di uomini in Praxis.
Tra gli utenti di età compresa tra i 18 e i 25 anni, abbiamo dei padri adolescenti per i quali il concetto di filiazione pone spesso dei problemi. Le coppie si formano e si sciolgono rapidamente attorno a una gravidanza non pianificata. La relazione viene costruita all’improvviso in un processo relazionale impari e stereotipato. Nessun processo, nessuna tappa possono essere individuati nel discorso del giovane padre sulla creazione della coppia e il concepimento di un figlio: “È successo”. Le violenze già presenti si intensificano e si aggravano: “La picchiavo come un uomo, senza avere pietà delle sue lacrime o delle urla”. La separazione avviene molto rapidamente dopo la nascita del figlio. Il riconoscimento del figlio all’anagrafe è una procedura poco conosciuta, trascurata o lasciata alla responsabilità della madre. Il giovane genitore si trova talvolta a rivendicare i propri diritti su un figlio che tuttavia non ha desiderato e che non porta il suo cognome. Una rivendicazione che talvolta serve a mantenere un legame con la madre.
Per questi giovani padri, la domanda difficile è sia “cosa significa per me essere padre?” sia “cosa significa per me fare della mia compagna una madre?”. Queste due domande racchiudono i traumi e gli eventuali disturbi dell’attaccamento a essi associati. Per queste persone l’esplorazione della propria storia è essenziale: “di chi sono figlio? “e che figlio sono?”.
CONCLUSIONE
Le più recenti ricerche mostrano che non solo è importante comprendere ciò di cui il bambino è testimone e ciò che subisce, ma ancor più, la sua rappresentazione di ciò a cui è stato esposto [2,3].
Ogni figlio si trova preso all’interno della sua storia e spetta quindi agli operatori entrare nel libro, seguire da vicino la trama drammatica per poter essere di aiuto nel capitolo successivo tenuto conto del precedente. Poiché non si può voltare pagina se non quando la narrazione trova un senso nella continuità della storia. È quindi necessario che in quanto operatori abbiamo ben chiare le nostre rappresentazioni delle violenze coniugali.
Per iniziare questo lavoro, vi invitiamo a fare un’esperienza particolare. Fatela solo se vi sentite sufficientemente a vostro agio e sicuri. Non vi è alcun obbligo. Si tratta solo di un invito. Potete anche iniziare l’esperienza per poi interromperla se diventa sgradevole [4].
Allora, per quelli che vogliono tentare questo esercizio, chiudete gli occhi e concentratevi sul vostro respiro. Cercate di dimenticare quello che vi circonda. Seguendo le diverse evocazioni, lasciate emergere le immagini, i pensieri, le sensazioni… Accettate ciò che arriva in voi come una fonte di apprendimento…
Immaginate come debba essere la vita in una famiglia in cui…

Vostro padre è arrabbiato per la maggior parte del tempo, e sembra sempre pronto ad esplodere.
Vostra madre tenta di evitare la rabbia di vostro padre.
Vostra madre dice che sta zitta per non provocarlo.
Vostro padre urla, inveisce contro vostra madre, poi si scusa e dice che non riesce a controllarsi.
Vostra madre piange molto spesso, è spesso frustrata, a volte depressa.
Vostro padre è ancora arrabbiato. Vi dice di non ascoltare vostra madre perché è pazza, si merita ciò che le succede.
Vostra madre qualche volta si arrabbia con vostro padre, urla e sfoga i suoi nervi con voi.
Vostro padre urla e minaccia di uccidere vostra madre.
Vostra madre è terrorizzata da vostro padre.
Vostro padre si mette a piangere dopo aver fatto del male a vostra madre e dice di amarvi.
Vostra madre si sente impotente a modificare il corso della sua esistenza.
Vostro padre ricomincia. Tira tutto quello che gli capita in mano.
Vostra madre qualche volta sembra innamorata di vostro padre.
Vostro padre promette di non fare più del male a vostra madre e vi ha comprato un regalo.
Vostra madre promette continuamente di lasciare vostro padre se osa ancora farle del male, ma non lo fa.
Vostro padre è arrabbiato, ha uno sguardo minaccioso. Tenta di fare del male al vostro animale preferito.
Vostra madre perdona vostro padre ogni volta che si scusa.

L’evocazione termina qui, avete la possibilità di riaprire gli occhi e lasciare questa esperienza immaginaria senza dimenticare ciò che vi ha insegnato. Potrà essere un pilastro di resilienza, potrà costituire una risorsa nella vostra pratica professionale. Rammentandovi ciò che avete visto, vissuto e sentito nel corso di questa esperienza immaginaria, potreste entrare in un altro modo nella storia del bambino che si rivolge a voi.
BIBLIOGRAFIA
1. Lussier Y, Lemelin C. Profil des hommes à comportements violents ayant fait une demande d’aide à un organisme de traitement en violence masculine. Rapporto di ricerca sottoposto ai Centri di trattamento per uomini dal comportamento violento. Laboratorio di psicologia della coppia: Università del Québec a Trois-Rivières, 2002.
2. Fortin A, Cyr M, Lachance L. Les enfants témoins de violence conjugale. Analyse de facteurs de protection. Montréal, QC: Cri-viff, Collection Études et analyses, 2000.
3. Fortin A. Venir en aide aux enfants exposés à la violence conjugale. Montréal, QC: Cri-viff, L’Escale pour elle, 2005.
4. Arseneau L, Lampron C, Levaque R, Paradis F. Les enfants (0 à 12 ans) exposés à la violence conjugale: projet d’intervention concertée et intersectorielle dans la région du Québec. Direction Régionale de Santé Publique, Agence de Développement de Ré­seaux Locaux de Services de Santé et de Services Sociaux de la Capitale-Nationale.