Uno studio sulla trasmissione intergenerazionale del comportamento genitoriale nei padri tossicodipendenti in carcere presso la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino

Roberto Berrini1, Chiara Cau2



In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef­ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.


In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe-rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.



Riassunto. Facendo riferimento ai principali studi sulla trasmissione intergenerazionale nelle famiglie dei tossicodipendenti, gli autori hanno voluto indagare la relazione padre-figlio nel corso di tre generazioni in un campione di padri tossicodipendenti in carcere. È stato utilizzato lo strumento dell’intervista semi-strutturata, come prosecuzione di una precedente ricerca analoga condotta dalla coautrice del lavoro attuale. I risultati confermano le osservazioni della letteratura che hanno individuato la replica nelle generazioni di esperienze di grave trascuratezza e maltrattamento nella trasmissione della genitorialità, in connessione con lo sviluppo di comportamenti antisociali e di tossicodipendenza. Vengono quindi individuati alcuni indicatori che suggeriscono la possibilità di lavorare sulla genitorialità come spunto per valorizzare le possibilità riabilitative della carcerazione e prevenire la dissoluzione dei legami residui tra i padri in carcere e i loro figli.

Parole chiave. Tossicodipendenza, genitorialità, carcere, attaccamento, trasmissione intergenerazionale.


Summary. A study about intergenerational transmission of parental behavior in fathers drug addicts in jail in the Casa Circondariale Lo Russo amd Cutugno of Turin.
In reference to works on families of drug abusers intergenerational transmission, the authors investigate father-son relationship across three generations with a drug addicted fathers sample in the prison context. A semi-structured interview has been employed, just like the co-authoress did in a previous research. Previous literature results are confirmed about neglect and maltreatment repetition across generations within the parenting transmission, in association with antisocial behaviours and drug addiction development. Some markers have been found to work on parenting as a way to enhance the rehabilitation chances of convicted fathers and to prevent the relationship loss of their own offspring.

Key words. Drug addiction, parenting, prison, affection, intergenerational transmission.
Resumen. Un estudio sobre la transmisión intergeneracional del comportamiento paternal en los padres adictos en prisión en la Casa Circondariale Lo Russo y Cutugno de Turín.
Se refiere a los principales estudios sobre la transmisión intergeneracional en las familias de los adictos, los autores quisieron investigar la relación padre-hijo en el curso de tres generaciones en una muestra de padres adictos en prisión. Se utiliza la herramienta de entrevista semiestructurada, el tiempo a una investigación similar previo realizado por el co-autor de la obra actual. Los resultados confirman las observaciones de la literatura que identificó replicación en generaciones de abandono y maltrato graves experiencias en la transmisión de la paternidad, en relación con el desarrollo del comportamiento antisocial y adicción a las drogas. Luego identificaron algunos indicadores que sugieren la posibilidad de trabajar en la crianza como un punto de partida para mejorar las posibilidades de rehabilitación de detención y evitar la disolución de los lazos residuales entre padres encarcelados y sus hijos.

Palabras clave. Adicción a las drogas, paternidad, prisión, apego, transmisión intergeneracional.
INTRODUZIONE
Gli studi sulla paternità dei tossicodipendenti, sia a livello nazionale che internazionale, appaiono scarsi e ancor più quelli rivolti all’osservazione di padri in stato di detenzione dipendenti da sostanze. Negli anni, si è data una maggiore importanza all’analisi della connessione tra la tossicodipendenza nelle madri e gli effetti di questa sui figli, spesso considerando il padre un elemento marginale e non determinante nella relazione genitoriale [1-4].
In questo lavoro, invece, ci siamo soffermati in particolare sugli studi focalizzati sul ruolo dei padri nell’attaccamento e dei padri tossicodipendenti detenuti. Tale letteratura sembra ridare dignità alla figura paterna, frequentemente emarginata dai servizi e dalla stessa famiglia, che spesso vede nel padre una persona inaffidabile e incapace nella gestione della relazione parentale con il figlio [1,4-11].
UN NUOVO PADRE, UNA NUOVA LETTERATURA
Le ricerche nazionali più recenti che hanno mostrato una visione innovativa del ruolo paterno nell’attaccamento provengono principalmente dai lavori sulla tossicodipendenza della Scuola Mara Selvini Palazzoli di Milano (cfr. ad es. Cirillo et al. [7]) e da quelli di Grazia Attili [12,13].
Tali ricerche si inscrivono all’interno di un panorama socioculturale notevolmente mutato nel tempo per quanto riguarda l’immaginario paterno: da figura autoritaria, vecchio padre distante emotivamente e incarnazione severa della legge, ad un padre più democratico e più presente a livello affettivo ed educativo anche se ancora debole e permissivo [6,14]. Nonostante i limiti e le caratteristiche della vaporizzazione del padre [15], i nuovi padri appaiono più attivi all’interno della terapia familiare, ad esempio nella richiesta di aiuto. L’era dei padri assenti tradizionali, figli della guerra e dell’emigrazione che caratterizzava l’orizzonte della terapia e della società negli ultimi decenni del Novecento, sembra pian piano lasciare spazio all’era dei padri di transizione, segnando così lo spartiacque tra l’epoca della miseria del dopoguerra e il nuovo secolo. Osserviamo un nuovo padre che inizia ad occuparsi di accudimento ed educazione dei figli pur nelle sue mancanze, che desidera mettersi in gioco e appare preziosa risorsa all’interno del lavoro terapeutico e in famiglia [5-7].
Secondo Grazia Attili [12,13], il padre può essere una figura di attaccamento principale e determinante nello sviluppo del bambino. Una visione frequente, ma non soddisfacente per gli autori del lavoro, è il modello compensativo secondo cui, in presenza di una madre carente, il padre interviene esclusivamente come figura di protezione della relazione di attaccamento tra il bambino e la sua figura di attaccamento principale. Il padre, secondo Attili, viene invece interpretato come fattore trasformativo dei modelli operativi interni dell’attaccamento della moglie e quindi in grado di trasformare non solo la relazione di coppia, ma anche la relazione madre-bambino. Un padre con un self sicuro ha la possibilità di incidere sulla qualità della relazione con la moglie, qualora questa abbia un attaccamento insicuro, e può influenzare positivamente la relazione di quest’ultima con il figlio. Una moglie con attaccamento sicuro può invece temperare gli effetti negativi sui figli di un padre problematico [16]. Il modello di Attili è il cosiddetto “modello meccanismo protettivo”, secondo cui madre, padre e bambino sono inseriti all’interno di una dialettica circolare e complessa che prevede il reciproco influenzamento di tutte le variabili considerate [12].
Gli aspetti fortemente innovativi riportati dalla Attili nei suoi scritti sono stati principalmente l’aver raffigurato il padre né come sostenitore della diade madre-bambino, né come regolatore familiare né tantomeno come figura alternativa alla madre, ma nel ruolo attivo di agente trasformativo della relazione genitoriale della madre con il figlio grazie alla protezione offerta dalla sicurezza nell’attaccamento, quando si ha un partner con un modello insicuro. Anche Cirillo [17], in un lavoro sulla prevenzione dell’evoluzione negativa della depressione post-partum, rileva l’efficacia della presenza di un compagno supportivo e valorizzante al fianco della donna al fine di evitare l’instaurarsi di una relazione maltrattante tra quest’ultima e il figlio. Anche qui il padre non è considerato come figura dispensatrice diretta di cure, ma come mediatore attivo tra la moglie e il figlio. In un’ottica terapeutica, si privilegia una prospettiva “orizzontale” rivolta all’aiuto della coppia, all’interno della quale il padre possa attuare un intervento decisivo nella diade madre-figlio, qualora essa presenti delle difficoltà. In letteratura, a partire dalle storiche ricerche di Minuchin sulle famiglie degli slum di Philadelphia [18], si è invece diffusa una prospettiva “verticale”, secondo cui altre donne della famiglia (come le nonne materne) possono essere figure di compensazione alla mancanza di responsabilità materna.
La valorizzazione del padre in ambito clinico risulta importante anche perché è stato visto che la madre, spesso invischiata con la sua famiglia di origine, non di rado lascia un vuoto affettivo nella relazione con il figlio futuro tossicodipendente, un vuoto difficilmente sanabile se non attraverso l’intervento paterno. In terapia familiare, infatti, si è notato spesso più vantaggioso facilitare l’alleanza padre-figlio per riabilitare il progetto di emancipazione del figlio tossicodipendente piuttosto che lavorare esclusivamente sulla incompetenza materna [7].
Confrontando i dati della ricerca di Selvini del 2000 [14] con quelli del lavoro più recente [5] al fine di studiare longitudinalmente il fenomeno padre, si è osservata una differenza importante: i padri della ricerca più recente appaiono in maggior misura padri di transizione, che iniziano ad occuparsi dei loro figli pur avendo un ruolo ancora debole all’interno della famiglia, mentre non sono più in maggioranza i padri tradizionali, come nel lavoro precedente, assenti e autoritari. La leva motivazionale forte alla terapia per i padri dello studio di Cirillo, Selvini e Sorrentino sembra sia stata la riscoperta della paternità.
Tali ricerche tendono a sottolineare, oltre l’importanza del fattore protettivo e trasformativo paterni, anche un graduale cambiamento socioculturale della sua immagine che sembra incidere profondamente sul funzionamento familiare e nella relazione di coppia: il passaggio da una tipologia di padre autoritario, dedito al lavoro ed emotivamente assente tipica della seconda metà del Novecento ad una tipologia più democratica, ma sostanzialmente debole (padri di transizione). È un padre più presente sulla scena educativa, che mantiene una posizione ancora sfumata, figura spesso in cerca di riconoscimento con un’inversione dei ruoli [6]. Il passaggio successivo conduce verso l’idea di un nuovo padre, che spartisce equamente l’accudimento dei figli e non rimane in un angolo. Un’immagine che gradualmente si fa più forte, partendo anche dalla valorizzazione in ambito terapeutico [5].
Più specificatamente, le ricerche focalizzate sul ruolo paterno dei tossicodipendenti detenuti si soffermano sugli effetti negativi dell’incarcerazione dei padri e della loro dipendenza da sostanze sui figli. Sembra da tali studi che l’impatto dell’arresto e della detenzione dei padri agisca sui figli a livello comportamentale attraverso problemi scolastici, la reiterazione dei comportamenti di tossicodipendenza e delinquenza, l’espressione di emozioni specialmente di rabbia, in concomitanza con altri fattori problematici familiari quali la povertà e il basso livello di istruzione [19].
Nel 30% dei casi, i figli di detenuti assumono comportamenti criminali a loro volta [11].
Oltre al focus sui fattori di rischio del comportamento genitoriale dei tossicodipendenti detenuti sui loro figli, la letteratura italiana e straniera si è interessata anche allo studio delle risorse paterne come possibile punto di partenza per l’avvio di trattamenti di sostegno e recupero della funzione parentale [9,20].
Sembra quindi significativo sostenere una paternità “generativa”, ovvero una paternità riconosciuta nel suo senso più profondo, come occasione per cambiare se stessi e responsabilizzarsi verso i propri figli, in contrapposizione al modello negativo del padre detenuto solo violento e maltrattante [20].
A tal proposito, varie ricerche ci suggeriscono alcuni obiettivi importanti alla base del trattamento psicologico di padri tossicodipendenti detenuti:
• formare personalità competenti a livello genitoriale, rinforzando nei pazienti la capacità di responsabilizzarsi e di darsi delle regole [4];
• indirizzare il padre detenuto alla costruzione di uno stile genitoriale autorevole basato sulla stima del figlio, il monitoraggio costante e la gratificazione dell’autonomia psicologica [2];
• facilitare la ripresa di un rapporto di dialogo tra il paziente e la propria compagna allo scopo di riguadagnare credibilità e autorevolezza nei confronti del figlio e poter instaurare con lui una relazione di fiducia [4];
• sostenere il sentimento di generatività presente in vari padri tossicodipendenti, i quali sentono nei propri figli una spinta importante per andare avanti lungo il percorso del cambiamento personale, e rafforzare così l’idea di poter essere davvero una risorsa per loro [20].
GLI STUDI SULL’INFLUENZA DEGLI STILI GENITORIALI NELLO SVILUPPO DI PERSONALITÀ ANTISOCIALI
Il lavoro che presentiamo in tale sede ci ha condotto a effettuare osservazioni importanti anche riguardo al comportamento antisociale degli intervistati, spesso provenienti da ambienti multiproblematici.
A tal proposito, gli studi più recenti sulla personalità antisociale attribuiscono le cause principali del suo sviluppo all’ambiente familiare carenziale [7,21-23].
Un contesto familiare carente a livello affettivo e con la presenza di un membro con problemi connessi alla criminalità potrebbe a sua volta favorire la trasmissione non solo del disagio sociale, ma anche di un modello di comportamento deviante ai figli, probabilmente in base ad un processo imitativo [19].
Secondo Cancrini [22], storie infantili segnate da violenza e trascuratezza affettiva grave potrebbero condurre alla formazione di una personalità antisociale. Di fronte a figure di accudimento assenti, il figlio sembra spostare la rabbia vissuta di fronte alla deprivazione e mancanza di cure dall’ambiente familiare all’ambiente sociale, trasformandosi da bambino spaventato ad aggressore, da vittima a carnefice [21,22].
Anche secondo Cirillo et al. [7], un contesto familiare multiproblematico costituito da povertà, conflittualità coniugale, abbandono oggettivo come le istituzionalizzazioni e la grave assenza genitoriale, presente a partire dalla prima generazione, potrebbe portare allo sviluppo di una personalità antisociale associata spesso alla tossicodipendenza in età adulta, personalità definita da Cancrini “tossicomania sociopatica” [24].
In generale, gli studi citati evidenziano l’influenza di uno stile genitoriale fortemente trascurante sulla formazione di personalità difficili, come quelle antisociali, e la possibile reiterazione di tale stile nelle generazioni.
All’interno del filone che studia gli stili genitoriali, sia il lavoro di Grattagliano et al. [2] sia quello di Di Blasio [25] riassumono alcuni studi internazionali che hanno individuato tre principali stili genitoriali: stile autoritario, stile permissivo e stile autorevole. Se nelle famiglie autoritarie l’adolescente tende a superare ogni limite a causa della mancata interiorizzazione delle regole che i genitori hanno cercato di imporre con forza, nelle famiglie indulgenti e permissive, laddove i genitori sono eccessivamente accettanti e poco punitivi, i figli sono spesso aggressivi, impulsivi e riflettono poco sulle scelte. Possono, inoltre, presentare un’eccessiva autostima, onnipotenza, difficoltà scolastiche e comportamenti di abuso di sostanze. Nelle famiglie con stile genitoriale autorevole, centrato sul dialogo e la comunicazione, viene favorita la confidenza, l’autocontrollo e l’autostima nel minore.
Interessante, inoltre, la ricerca che ha osservato una connessione tra stile genitoriale autorevole e ridotti livelli di iniziazione all’uso di nicotina [26].
Infine, vari studi fondamentali hanno sottolineato il fenomeno della trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento da madre in figlio e la ripetizione di modelli genitoriali carenti in più generazioni, spesso a partire dai nonni.
Dagli studi di Bowlby [27], si delinea l’idea di una possibile trasmissione lungo le generazioni di tratti di personalità e comportamenti. Secondo l’autore, ognuno di noi interiorizza dei modelli operativi interni (MOI) della rappresentazione di sé e dell’altro. Ad esempio, se una madre risponde in modo inadeguato alle richieste del bambino, il figlio svilupperà a sua volta un MOI inadeguato, con la possibilità di reiterare a sua volta il modello relazionale ricevuto. Grazie alla teoria dell’attaccamento, si è potuto osservare che la modalità di accudimento materna condizionata da esperienze traumatiche o carenzianti può essere predittiva del pattern di attaccamento insicuro nel bambino.
Successivamente, Mary Main et al. [28] hanno messo a punto un metodo per descrivere i ricordi biografici nell’adulto legati al rapporto con la sua figura di attaccamento: l’Adult Attachment Interview. Questo e altri studi importanti hanno permesso di predire gli stili di attaccamento con il proprio figlio, a partire da quello ricevuto dai propri genitori sino al tipo di attaccamento sviluppato dal piccolo.
Bisogna sottolineare che i primi studi sulla trasmissione intergenerazionale degli stili genitoriali si sono limitati all’osservazione esclusiva del comportamento materno, tenendo periferico il ruolo paterno [29].
Un contributo italiano rilevante sulla trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento ai figli tossicodipendenti è il lavoro di Fava Vizziello et al. [30]. Nonostante si sia focalizzato esclusivamente sulle madri, tale studio ha rilevato alcuni elementi meritevoli di nota: un’associazione tra il pattern ambivalente connesso all’esperienza di traumi e lutti nelle madri e l’attaccamento evitante/preoccupato nei figli. Inoltre, secondo gli autori, il rischio di un’associazione tra uno stile di attaccamento disfunzionale e il possibile sviluppo di psicopatologia è dettato non tanto dal passaggio di un attaccamento tra la madre e il figlio, ma dall’impossibilità di costruzione di un pattern, a causa del modello disturbato della madre. In tale studio, è stata evidenziata anche una presenza massiccia del comportamento di dipendenza, soprattutto di alcolismo, nelle madri dei futuri tossicodipendenti.
A tale proposito, nel lavoro di Cirillo et al. [7] si formula l’ipotesi di una trasmissione trigenerazionale, a partire dai nonni sino ai figli tossicodipendenti, di un modello genitoriale fortemente carenziante, in cui si rintracciano traumi rimasti inelaborati o negati. Un aspetto di grande novità rispetto ai lavori precedenti è stata la rilevanza attribuita alla figura paterna e alla sua storia personale, che sembra avere una influenza decisiva sullo sviluppo della psicopatologia nel figlio. Infatti, secondo gli autori, il rapporto carenziante del padre con il figlio sembra ricalcare quello avuto con la propria famiglia di origine. L’esperienza di precoce adultizzazione e la negazione delle emozioni di attaccamento presenti in vari casi di padri dei tossicodipendenti analizzati sembra ostacolare i primi nel loro ruolo di testimone della crescita del figlio. Anche nel trattamento terapeutico, sembra sia particolarmente efficace attuare un intervento sulla diade padre-figlio, cogliendo le risorse del primo, oltre quelle materne.
Pare che in generale la tossicodipendenza sia l’esito del tentativo autoterapeutico di regolare l’inspiegabile angoscia derivata dai vissuti carenziali negati e potenzialmente reiterabili nelle generazioni [31].
Come esprime bene la Gilli [32], la domanda reiterata espressa dal tossicomane (con il movimento di “va e vieni” descritto da Olivenstein) ritorna continuamente sul luogo del non detto e del non dicibile: il luogo dell’appartenenza trascurata, del legame non riconosciuto, della parte “non nata”, transgenerazionale, di sé.
OBIETTIVI
Il principale obiettivo della ricerca è la verifica di una ripetizione del modello genitoriale paterno carenziante da parte dei padri tossicodipendenti detenuti intervistati, nella relazione con i loro figli, in continuazione con un precedente lavoro svolto dalla coautrice [33], che ha rivelato una trasmissione trigenerazionale, a partire dai nonni fino agli intervistati tossicodipendenti, di comportamenti genitoriali fortemente trascuranti. La teoria di riferimento da cui si è partiti è quella di Cirillo et al. riportata in “La famiglia del tossicodipendente” [7], secondo cui di solito all’interno della famiglia di tossicomani maschi vi è una trasmissione intergenerazionale dei traumi, soprattutto la trasmissione della carenza di accudimento da parte delle figure genitoriali, carenza rimasta inelaborata o negata lungo le generazioni.
Inoltre, il lavoro attuale si interroga sulla possibilità di prevenire l’alto rischio dello sviluppo di comportamenti devianti e/o di abuso di sostanze dei figli dei detenuti tossicodipendenti intervistati, prima di tutto attraverso il sostegno della funzione genitoriale. In linea con alcuni lavori ritrovati in letteratura, sembra infatti fondamentale impedire l’insorgenza di tali comportamenti pericolosi nei figli attraverso un trattamento psicoterapeutico rivolto ai padri tossicodipendenti, basato principalmente sul sostegno della responsabilizzazione genitoriale e sullo sviluppo di una relazione di fiducia tra padre e figlio [4].
CAMPIONE E STRUMENTI
Il campione del presente lavoro è stato reclutato all’interno della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, all’interno sia del padiglione B, gestito dal primo livello del Servizio Dipendenze Area Penale, sia del padiglione E, corrispondente alla struttura a custodia attenuata del carcere. I soggetti intervistati sono 23 detenuti maschi dipendenti perlopiù da cocaina e/o eroina, un solo individuo ha una dipendenza primaria da gioco d’azzardo e un altro esclusivamente da alcol. Ci è sembrato comunque interessante includere questi due soggetti poiché crediamo che i meccanismi instaurati nella dipendenza da gioco d’azzardo e in quella da alcol siano accostabili a quelli riscontrati nell’abuso di sostanze. L’età media degli intervistati è di 45 anni, i reati commessi sono principalmente di rapina e spaccio. Il livello scolastico dei soggetti è basso, corrispondente alla licenza media. In generale, gli intervistati appaiono provenire da contesti multiproblematici: in 13 casi, si è rilevata chiaramente una storia di violenza intrafamiliare da parte del padre verso l’intervistato o verso la madre dell’intervistato; in almeno 10 casi, vi è la presenza di altri membri della famiglia con dipendenza da sostanze.
Nella Tabella 1 riportiamo, con i loro alias, il tipo di sostanza o dipendenza primaria e il reato commesso.
I dati sono stati raccolti mediante la somministrazione di interviste semistrutturate focalizzate sui tre seguenti temi principali da indagare:
1. la famiglia, di origine e costruita;
2. la storia di devianza, legata alla dipendenza e alla detenzione;
3. la trasmissione intergenerazionale del modello genitoriale paterno all’intervistato padre.

Le interviste sono state registrate e successivamente trascritte in un foglio word.



I CODICI E LE SUE RELAZIONI
Dopo la trascrizione delle interviste, si è passati all’analisi e alla definizione di alcuni codici suddivisi principalmente in:
• famiglia di origine (padre e madre);
• famiglia costruita (figli e partner);
• antisocialità (dipendenza e carcere);
• emozioni (negative, positive, ambivalenti);
• traumi;
• trasmissione intergenerazionale.

Successivamente, sono state individuate 5 principali relazioni tra i codici:
1. Padre-Figli. Per padre si fa riferimento al vissuto dell’intervistato rispetto al proprio padre, mentre per figli si fa riferimento al rapporto dell’intervistato con il proprio figlio. In 21 casi su 23, si riscontra una trascuratezza affettiva sia da parte del padre verso l’intervistato, sia da parte sua verso il proprio figlio.
2. Padre-Traumi. La relazione fa riferimento sia al trauma della trascuratezza affettiva già citato nella relazione Padre-Figli, sia alla violenza subìta o assistita commessa dal padre nei confronti dell’intervistato e/o di sua madre (almeno 13 casi su 23). In vari altri casi, c’è il sospetto che ci fosse violenza, ma non viene esplicitamente dichiarata se non in termini di “severità, regole e sguardi che incutevano paura”. Nove casi su 23 dichiarano di aver avuto un padre con comportamenti antisociali quali l’abuso di droghe o alcol e l’esperienza del carcere (5 casi dicono che il loro padre abusava di alcol).
3. Figli-Traumi. La relazione fa riferimento ai rapporti quasi inesistenti o difficili avuti dagli intervistati con i loro figli (21 casi su 23). Per la maggior parte, sono rapporti di breve durata (li hanno visti per i primi anni di vita, ma non hanno assistito di solito alla loro crescita poiché si erano separati dalla moglie oppure erano in carcere).
4. Trasmissione intergenerazionale-Traumi. La carenza affettiva, soprattutto paterna, espressa in scarsa attenzione ed affetto e/o esperienze di carcere e/o tossicodipendenza del genitore è l’elemento che, in assoluto, si ripete di più nelle due generazioni appartenenti al padre dell’intervistato e l’intervistato (21 casi su 23).
5. Antisocialità-Famiglia. In 15 casi, i parenti degli intervistati presentano comportamenti legati alla criminalità e/o comportamenti abusanti (9 casi di padri/patrigni). In 5 casi sono le compagne/ex-compagne, in 3 casi i fratelli, 6 casi riportano la dipendenza/carcere di sorelle, madri o fratelli e altri parenti come cugini, zii o nonni. Inoltre, è importante sottolineare anche le conseguenze devastanti di tali comportamenti di dipendenza e criminalità (sembra che in vari casi vi sia una componente di dipendenza sia da sostanze sia da reato): le relazioni tendono ad incrinarsi pesantemente, soprattutto con i figli e le compagne, in vari casi è stata la molla per la separazione e l’allontanamento dai figli.

L’ultimo step è stato quello di racchiudere l’insieme delle relazioni significative rilevate in un’unica macro-categoria, che riassume il tema centrale del lavoro e l’anello di connessione tra le categorie principali.
Nella Figura 1 riportiamo lo schema con il risultato e le relazioni principali rilevate.



DISCUSSIONE DEI RISULTATI
In generale, sembra emergere, sia nella relazione padre intervistato-proprio padre sia in quella tra padre intervistato-propri figli, un modello genitoriale paterno con alcuni aspetti disorganizzati, poiché in entrambi i casi la relazione appare intrisa di traumi quali la trascuratezza affettiva, espressa sia con lontananza fisica sia con assenza emotiva; in un buon numero di casi (almeno 9) è espressa in ambedue le generazioni con l’esperienza del carcere vissuta dalla famiglia in toto e/o la dipendenza da sostanze che allontana ulteriormente le persone dal nucleo familiare. In 7 casi con il trauma della separazione e/o attraverso i rapporti gravemente disfunzionali nella coppia.
Uno degli aspetti ritenuti più interessanti all’interno del nostro lavoro è stato il riconoscimento del fallimento genitoriale da parte della maggior parte degli intervistati padri. Anche se a tratti appaiono giustificare la propria assenza attraverso affermazioni del tipo “non gli ho mai fatto mancare niente…”, esprimono di gran lunga i sentimenti di colpa e fallimento, a fronte di figli molto arrabbiati con loro. Anche rispetto al proprio padre, predominano emozioni negative quali la paura di fronte alla severità o violenza e la rabbia per la sua assenza. Quindi, sembra molto minore l’idealizzazione quando i soggetti parlano di sé come padri rispetto a quando parlano di sé come individui, così come ben delineato nella precedente ricerca [33]. Infatti, mentre in quest’ultimo caso l’intervistato si è raffigurato come essere in cambiamento, dallo studio sui padri detenuti emerge un chiaro e diffuso riconoscimento del fallimento genitoriale. L’impressione generale è che il soggetto abbia interiorizzato la consapevolezza della mancanza propria e del proprio padre, soprattutto vedendola reiterarsi negli anni.
Inoltre, la discrepanza tra la rappresentazione di sé come essere in cambiamento e la rappresentazione di sé come padre sembra riflettere il divario tra l’identità maschile (idealizzazione di sé come individuo-maschio) e la funzione paterna. L’essere stato spaventato/umiliato dal proprio padre gli fa spostare l’attenzione dalla relazione genitoriale al confronto maschile, contro il padre. Così, sembra che la rabbia venga rivolta verso l’esterno, attraverso comportamenti connessi alla criminalità, per non entrare direttamente in conflitto con la figura paterna maltrattante.
Per quanto riguarda la figura femminile, nella famiglia di origine dell’intervistato, la madre, i cui contenuti narrativi in tale sede emergono in minima parte, appare tendenzialmente come una donna sacrificata, sottomessa alla famiglia e al marito e che in fondo anche lei, come il padre, ha lasciato un vuoto affettivo. Tale dato emerge chiaramente dalla precedente ricerca [33], in cui è esplorata maggiormente la figura materna degli intervistati, ed è evidenziato anche nell’opera di Cirillo et al. [7].
Per quanto riguarda la famiglia costruita, la partner dell’intervistato sembra maggiormente presente con i figli rispetto al compagno, ma in generale anche lei, come la madre, appare in buona parte inconsistente affettivamente. Per esempio, nella metà dei casi circa, l’educazione dei figli degli intervistati è stata affidata o presa in carico interamente dai genitori di uno dei due.
Anche in letteratura emerge che spesso avviene la presa in carico dei figli da parte dei nonni [7] o la facilitazione da parte delle donne della famiglia (spesso le nonne) dell’adempimento del ruolo paterno [20].
Riprendendo il precedente lavoro [33], che riscontrava una forte delega accuditiva dei figli da parte dei genitori degli intervistati ai nonni, possiamo dire in generale che nelle famiglie dei detenuti tossicodipendenti probabilmente vi è un evidente abbandono affettivo dei figli da parte materna e paterna sia nella famiglia di origine sia in quella costruita. La carenza accuditiva sembra quindi manifestarsi anche attraverso la deresponsabilizzazione genitoriale e delega dei figli da parte dei genitori alla generazione precedente.
Nonostante la forte carenza affettiva mostrata dai padri detenuti intervistati sia un forte fattore di rischio per la trasmissione intergenerazionale del comportamento deviante così come testimoniato anche dalla letteratura in merito [19], sembra che in 17 casi circa ci siano stati, forse in modo parziale, aspetti di riparazione rispetto al modello genitoriale tramandato dal proprio padre. Per esempio, sembra presente una maggiore capacità di gestione dell’impulsività e il tentativo di recuperare una relazione di maggiore dialogo e affetto. Tuttavia, il dubbio è che il contenuto narrativo non corrisponda alla realtà, poiché deformato dalla tendenza di giustificare il proprio comportamento genitoriale assente. Spesso infatti gli aspetti riparativi appaiono più come obiettivi prefigurati da attuare all’uscita dal carcere che come elementi già presenti.
QUALE TRATTAMENTO PER IL SOSTEGNO DELLA GENITORIALITÀ DI PADRI TOSSICODIPENDENTI DETENUTI?
È sicuramente una sfida difficile da realizzare poiché la maggior parte dei casi qui analizzati riferiscono di essere vissuti dai figli più come conoscenti che come genitori, vista la loro scarsa presenza durante la crescita. La popolazione carceraria osservata già nel 2013 [33] ritraeva all’interno del campione anche padri particolarmente sofferenti, a loro volta figli di padri con storie traumatiche alle spalle, padri tendenzialmente assenti piuttosto che di transizione, padri che chiedono spazi di ascolto alla società che li emargina in quanto rei, tossicodipendenti, poveri. Il contributo del presente lavoro verte sulla possibilità di individuare nella valorizzazione della genitorialità una risorsa clinica che possa aiutare a far sì che i figli non reiterino un modello paterno fortemente mancante e al di sotto delle aspettative dei nostri tempi.
Nonostante le criticità, abbiamo evidenziato alcuni elementi di forza nei padri detenuti intervistati, in vista di possibili programmi terapeutici basati sul sostegno genitoriale.
Prima di tutto, la consapevolezza del fallimento genitoriale sembra un’importante risorsa dell’intervistato, da poter utilizzare come punto di partenza per l’avvio di un trattamento terapeutico rivolto al sostegno della funzione di caregiver. La presenza di consapevolezza pare renda possibile un lavoro, a differenza dei casi in cui non compare o fa fatica ad emergere. Per esempio, Walker [20] sostiene che il solo riconoscimento del ruolo paterno può spingere i soggetti al cambiamento e in quanto tale va valorizzato nella cura.
Inoltre, proprio a partire da tale consapevolezza si potrebbe accedere più facilmente a tematiche personali legate a dinamiche familiari traumatiche e ripetitive che nel corso del tempo si sono tramandate di generazione in generazione. Rispetto al campione trattato, in 12 casi i figli degli intervistati hanno espresso rabbia e/o paura verso il proprio padre, così come in 15 casi gli intervistati hanno vissuto le stesse emozioni negative con i rispettivi padri. Si potrebbe così pensare che a partire da un lavoro sulle emozioni forti provate rispetto al proprio vissuto, sia come padre sia come figlio, si possano riportare i soggetti ai nuclei di sofferenza profonda rispetto al proprio passato familiare e in questo modo poter modificare il modello genitoriale paterno ripetuto.
Inoltre, anche l’amore incondizionato per il proprio figlio sembra una spinta potente a cambiare e assumersi le proprie responsabilità. Anche Walker [20] afferma l’importanza del sentirsi padre come elemento generativo in grado di motivare il soggetto a cambiare se stesso.
Un altro motore preventivo rispetto alle ricadute sembra rappresentato dalle passioni personali dei soggetti intervistati, quali l’arte, la musica e il lavoro in generale. Tuttavia, rispetto a quest’ultimo dato, bisognerebbe capire se al di fuori del carcere potrebbero reggere grazie a tali incentivi, senza reiterare il comportamento tossicomanico, oppure se eventuali rinforzi riabilitativi non si dimostrino un supporto sufficiente.
Discussi i principali risultati ottenuti dalla ricerca, abbiamo pensato di esporre alcuni frammenti di intervista per ogni singolo intervistato. Le narrazioni citate si riferiscono ai seguenti item:
• riconoscimento del fallimento genitoriale/idealizzazione di sé come figura paterna;
• le emozioni di rabbia e/o paura verso i propri padri;
• le emozioni di rabbia e/o paura dei figli verso i padri intervistati.

Per ogni intervistato, sono stati così individuati tali item e riportati solo quelli presenti. I casi sono stati suddivisi in coloro i quali hanno espresso un “riconoscimento del proprio fallimento genitoriale” e casi “misti”: i primi sono coloro i quali hanno chiaramente preso consapevolezza della propria assenza come padre; i secondi presentano vissuti contraddittori di idealizzazione di sé come padre mista al riconoscimento del fallimento o, in altri casi, vissuti di reale riconoscimento dell’incapacità genitoriale insieme alla consapevolezza di essere stato in certi momenti un vero riferimento per il figlio. Le differenze di tali casi sono esplicitate e poi spiegate alla fine delle narrazioni.
NARRAZIONI DEI 23 CASI
Di seguito riportiamo le narrazioni dei 23 casi e a seguire alcune riflessioni in merito agli item individuati.
Sebastian
Idealizzazione di sé come padre (caso misto):
“Io penso che magari… diciamo che… io mi sento di essere un buon padre. Poi magari che… perché io sempre quello che ho fatto ho lavorato o non lavorato, o spacciato, o fatto, non c’ho mai fatto mancare niente […] Però io mi sento un buon padre”.
Emozioni di rabbia dei figli verso l’intervistato
“M’hanno detto che ero uno stupido, un cretino. Dici: ‘ti droghi a 50 anni? Non ti sei mai drogato. Hai 50 anni’. Avevo rotto un po’ i rapporti”.
Lino
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Non so, sicuramente non un buon padre, non un buon padre, non quello che avrei voluto essere perché ho fatto delle scelte nella mia vita che mi son trovato in difficoltà e ho fatto delle scelte che non avrei dovuto fare, che non avrebbe dovuto fare un buon padre”.
Paura dell’intervistato verso il padre alcolista e violento. Rabbia verso il padre, poi tradotta all’esterno con la delinquenza.
“Niente, siamo cresciuti così, un po’… con la paura di tutti i giorni come quando sei piccolo e puoi vedere due genitori che bisticciano e sei sempre spaventato… quelle cose lì… che non sai mai… che si mettono le mani addosso e… [...] fare questo tipo di vita è stato un atto di ribellione a mio padre perché mio padre oltre a bere era una persona che rispettava molto le leggi”.
Emozioni di rabbia e paura dei figli verso l’intervistato
“[..] mi vedono un po’ così… anche la situazione che sono… penso che abbiano un po’ pauraaaa, un po’ paura di me quindi non mi dicono quello che pensano”.
Ciro
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Non c’ho un rapporto di padre e figlio. Ma questa è stata più colpa mia perché io ancora tuttora mi sento più figlio che padre ma non perché voglio fare il ragazzino non responsabile”.
Paura dell’intervistato verso il padre
“Stavamo talmente per la paura… Io ho visto mio padre allungare anche qualche mano a mia mamma finché eravamo piccoli però. Quando siamo cresciuti non l’ha fatto più perché ha capito che noi ci siamo messi dalla parte di mamma”.
Boris
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale, ma di essere stato anche affettuoso e presente (caso misto)
“Ero molto… affettuoso, ecco. Attento. Poi quando è successo che ci siamo lasciati, io ho perso un po’… quel distacco mi ha fatto un po’… esagerare sulle cose. Penso di avere, di aver sbagliato lì, in questi anni non sono stato presente, mi fa sentire in colpa un po’ questa cosa”.
Michael
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale, ma anche in parte presenza autorevole (caso misto)
“Io con mia figlia mi sono ripromesso di non fare gli stessi errori di mio padre e li ho rifatti tutti (ride), precisamente tutti (ride). […]mi sono ritrovato a fare gli stessi errori come ha fatto lui con me rispetto a mia figlia. Io ho sempre promesso, mi son sempre promesso che non avrei fatto le stesse cose che ha fatto mio padre, eppure lei ha otto anni e io sono in carcere. Io avevo otto anni e lui era in carcere. Involontariamente, vuoi o non vuoi, è andata a finire così di nuovo. […] Però quando ci sono, che sono presente, comunque le regole gliele ho sempre messe, sempre imposte”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre
“Mi è mancata tanto la figura paterna, per quello prima ti ho detto: ‘Le colpe dei genitori ricadono sui figli […] perché poi nel tempo te le porti dietro alcune cose indelebili. […] Ho poco rispetto per quella persona lì’. Io non mi sbatto in faccia a mia figlia la vita che faccio, mentre lui non aveva problemi a farlo, però poi allo stesso tempo non ci cagava”.
Antony
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Sì, come padre, mi sento proprio un fallito. […] Io non ho mai fatto il padre. Sempre stato un po’… [pausa] poco responsabile”.
Paura dell’intervistato verso il padre
“Lo temevo, più che altro, da ragazzino mio papà. Non lo vedevo, come dire, del tipo vado da papà, vado a chiedergli un consiglio. Assolutamente”.
Rabbia dei figli verso l’intervistato
“No, mio figlio era proprio incazzato nero con me”.
Yoshio
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Io non posso di dire che son stato un buon padre fino adesso perché comunque mi son fatto arrestare, ho fatto uso di droga, tutte queste cose qua. […] Ehhh sono assente”.
Paura dell’intervistato verso il padre
“A me mi menava mio padre, uh. […] mio padre era violento, sì. Menava mia madre. Per dire, e mancava il sale nella pasta, te la buttava contro il muro. Non è alcolizzato, eh”.
Franco
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale e idealizzazione di sé come padre (caso misto)
“Le ho molto trascurate, è vero, nonostante ci vedessimo e tutto, però non sono stato un padre eccellente negli ultimi periodi. Però quando avevano bisogno io c’ero. [...] fino a quando non sono andato ancora peggio, sotto con la cocaina, con l’uso della cocaina, quelle cose lì, noi avevamo il camper, eravamo una famiglia veramente felice. Per quello penso di essere un padre buono, di avergli comprato le cose giuste al momento giusto”.
Paura dell’intervistato verso il padre
“Io mi ricordo che fino ai 14, 15 anni, mio padre era severo. Come mi vedeva che avevo sbagliato, mi prendeva per un orecchio e non mi faceva toccare neanche per terra”.
Rabbia della figlia verso l’intervistato
“E ora che io so, C. sempre disponibile, invece V. è molto arrabbiata nei miei confronti e c’ha pienamente ragione. Infatti, non sono venute ancora a trovarmi…”.
Romeo
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Abbiamo un rapporto bellissimo, però da quando mi hanno arrestato adesso sembra che le cose vanno a sfreddarsi. Più che altro lui ha avuto una confidenza con la mia compagna […], è come se volesse farmi pagare questo arresto”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre squalificante
“Una cosa che mi ha sempre dato fastidio di mio padre è che mi ha sempre fatto sentire inferiore agli altri. […] Praticamente mi ha sempre fatto pesare che lui a scuola era meglio di me, ma per qualsiasi cosa che facevo. Quella era una cosa che mi faceva andare in bestia. Cosa che io con mio figlio non ho mai fatto…”.
Rabbia del figlio verso l’intervistato
“È come se volesse farmi pagare questo arresto”.
Valentino
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Eh, un buon padre, non lo so. Non le so rispondere perché, boh… Secondo me bisognerebbe viverlo, per capire se si è un buon padre o no”.
Rabbia del figlio verso l’intervistato
“In vecchie carcerazioni, quando aveva intorno ai 15 anni è nata una sorta di discussione che ha fatto emergere tutto questo aspetto della mancanza, rispetto magari appunto io… […] E quindi li riempivo di cose materiali rispetto all’affetto. Non per questo gliene mancava però magari lui dalla discussione mi diceva: ‘Avrei preferito delle cose materiali meno e che tu fossi più presente’. […] Magari all’inizio c’è stato un po’ di rabbia, un po’ di rancore e poi piano piano è andato a scemare […]”.
Vinicio
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale e idealizzazione di sé come genitore (caso misto)
“Siamo una bella famiglia […] stavamo abbastanza bene. Perché poi io mi drogavo una volta ogni quindici giorni, quindi… pensavo prima alla famiglia e poi mi drogavo. Gli raccontavo la favola tutte le sere, proprio cose che non ho mai avuto io ho cercato di darle a loro. […] Certo che ho dei sensi di colpa, nel senso che io li vedo poco i miei figli qua, non dargli un abbraccio, non dargli… non fargli capire tante cose, non fargli vivere… vivermi il quotidiano, mi fa stare male”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre
“L’intelligenza, il capire, apprendere le cose al volo le ho imparate dalla strada, non le ho apprese da lui perché lui mi ha sempre saputo solo sgridare, non me l’ha mai spiegata una cosa. Io con mio padre ho un rapporto di odio e amore. […] Io non ho mai avuto niente da lui. ‘Se vuoi qualcosa, o te la guadagni o… Veditela tu’. Quella è stata la sua frase”.
Alex
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Più di sentirmi come un padre, lo sento come un fratellino più piccolo, non mi sento proprio un padre al 100%”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre
“Secondo me, un padre di merda”.
Luciano
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Il padre non potrei dirlo perché anche io ho fatto un sacco di viaggi, ho girato. Diciamo che dopo la situazione di mia moglie, ho pensato più a me stesso”.
Paura dell’intervistato verso il padre
“Mio padre è una persona molto severa, molto seria, con me ce l’aveva a morte perché diceva che ero un pestifero. Allora bastava un fischio e io salivo su alle 4, alle 5 di pomeriggio, dopo carosello a letto”.
Paura della figlia verso l’intervistato
“Quando passo le vengono i brividi dietro la schiena a mia figlia. Quando passo io dietro, il senso di paura, di timore, eppure non l’ho mai toccata, né a lei né a mia moglie”.
Tony
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“[...] Non gli ho mai dato quell’affetto da padre, diciamo, per dire. […] Io non sono un padre perché il padre per me… io ho avuto un padre che è stato dittatore”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre, che ha spostato verso la delinquenza.
“Un padre… ce l’hai presente Hitler? Ecco, quando prendeva gli ebrei e – per dire – li metteva sotto i carri per farli muovere i carri. Ecco, io lo vedo in quel modo. ‘Comando io!’ Mio padre non parlava mai. Mio padre voleva, non parlava, non ti spiegava. Io spiego, chiedo scusa. Mio padre picchiava, io non picchio. Mio padre picchiava mia madre, forse per causa mia, forse per difendere me. Io non ho mai picchiato mia moglie e non lo farò mai. Posso chiudere la porta, me ne vado. Lui invece spaccava la casa. È diverso. Lui c’aveva sempre ragione. E quello che diceva lui era  era uno stampino”.
Rabbia della figlia verso l’intervistato
“Con la femmina, quella più grande è un rapporto – diciamo – basato su… diciamo – come si dice? – è come se lei ce l’avrebbe sempre con me perché magari non gli son stato vicino”.
Mario
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“[…] Io pensavo che un buon genitore fosse non far mancare niente ai figli. Dipende… Io son stato educato in quel modo: non far mancare niente ai figli, farli crescere sani, bene, però – come torno a ripetere – mio figlio me l’ha rinfacciata sta cosa qua. […] Non le posso rispondere perché se ero un buon padre non ero in questa situazione. Cosa le dico io? I miei errori, quelli che ho visto io, sono questi, non ho dato affetto, non ho dato amore. […] Ho dato un brutto esempio. Son stato un cattivo padre nel senso che ho fatto vedere che per stare bene bisognava avere potere”.
Rabbia del figlio verso l’intervistato
“Avevamo un buon rapporto, soltanto che ultimamente ha fatto una cosa che non doveva fare, diciamo l’ho un po’ richiamato e allora ha pensato bene di allontanarsi anche lui. […] Mi fa: ‘Ma ti sei mai chiesto, quando tornavo da scuola, come è andata una verifica? com’è andata a scuola, come ti senti? No. Mi hai mai dato un bacio, una carezza?’ No”.
Daniele
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Però come padre al 100% non ci sono mai stato perché, come tutti sanno, la droga ti porta sempre un po’ a distaccare l’affetto verso quelli che ci tieni. Non rispetti te stesso e non rispetto neanche più le cose care che ti circondano intorno e balle varie […]. Questo fallimento me lo porto ancora dietro. E non sono riuscito ad essere un vero padre nei confronti di mia figlia. E quello che dicevo prima, la mia presenza non c’è mai stata. Per questa cosa qua io ci sto soffrendo”.
Rabbia della figlia verso l’intervistato
“[…] Un giorno m’ha scritto e m’ha detto tante cose che mi aspettavo prima o poi, che lei era arrabbiata nei miei confronti, che non sono mai stato vicino, che è dovuta crescere veloce, ha lasciato delle tappe un po’ più veloci per arrivare a dare una mano a sua mamma a lavorare, che lei voleva divertirsi, che voleva avere le sue compagnie”.
Marcello
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Ho tralasciato la figura da padre, ecco. La figura da padre. E quindi poi i miei figli – mia figlia se l’era adottata mia madre, i miei genitori. E mio figlio A. se l’era adottato dalla parte di lei… […]. Il mio problema più grosso è stato il mio vissuto, che quattro anni in galera, uscivo stavo un anno, un anno e mezzo fuori e poi altri quattro anni in galera, quindi c’è stato un abisso di distanza”.
Rabbia/paura dell’intervistato verso il padre
“[…]Si viveva sempre in tensione a casa, sempre in tensione, sempre che si piangeva, quando picchiava mia mamma, per dire. Chi scappava a destra, chi scappava a sinistra. […] L’educazione sua era picchiare”.
Michele
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Beh, penso che non sono riuscito a fare il padre. C’è un grande senso di colpa per quanto riguarda questo. Però, da un altro lato, tutto sommato, se lei ha questo attaccamento per me, vuol dire che qualcosa di positivo le ho trasmesso. Quindi mi rincuora un po’ quello, ecco. Però se… Un po’ come se mi sento sempre in difetto. Non mi sento di aver fatto il padre per cui… è quello il sentimento”.
Paura dell’intervistato verso il padre
“Era rigido perché… se io per esempio – che ne so – facevo casini in casa si arrabbiava, c’aveva quello sguardo che ci incuteva un po’ paura, però perché magari ne combinavamo qualcuna in casa oppure se lui ci diceva: ‘Al massimo alle dieci devi essere in casa’. E io facevo le dieci e mezza le undici allora mio padre già si arrabbiava”.
Rabbia della figlia verso l’intervistato
“[…] E quindi è normale che abbia pensato: ‘sì, va bene mio padre è in carcere, però mia madre?’. E quindi credo secondo lei è un po’ come se la mamma l’avesse un po’ abbandonata. Secondo me ha molta più rabbia verso sua mamma. Ma anche verso me comunque perché è normale perché anche io non ci sono mai stato”.
Piero
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale e idealizzazione di sé come padre (caso misto)
“No, sono niente (ride). […] Io penso che non sono un cattivo padre. Ho avuto poche occasioni però nel mio piccolo, quando andavo a prendere F. all’asilo, lo portavo al parco, lo portavo al bar, si mangiava la pizza, gli compravo il gelato. Hai capito? Ho sempre avuto quel rapporto così. Per me, pensa che è un rapporto di un padre. Non l’ho mai picchiato, mai niente, guaiiii… Mio padre mi ammazzava di botte (ride)”.
Adriano
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Mah, in questo momento non mi sento di essere il padre perfetto, anche perché mi sto ritrovando qua e non può essere positivo nei confronti di mio figlio. […] Non mi pare di essere un padre perfetto perché non sarei coerente con me stesso”.
Mauro
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Non è facile fare il padre perché se gli dai vogliono troppo, se non gli dai stai male tu. Eh, non è facile. Chi è che non vorrebbe essere un buon padre? Vorrei esserlo, sì. Penso che avrò anche i miei difetti anche io che magari… Specialmente la piccola che adesso sta iniziando ad uscire un po’ troppo, proprio lì che stava uscendo, era la prima volta al giardinetto sotto casa, le prime volte. Adesso poi che non ci sono io è sempre lì”.
Rabbia della figlia verso l’intervistato
“Con la piccola un po’ più difficile perché adesso ha saputo sta cosa e lei ha un po’ il muso, però non voglio raccontargli bugie”.
Leonardo
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Io ho bisogno di levarmi sta cosa, più che altro io mi sveglio assente poi faccio questa cosa qua e poi sono un padre modello. Però a lungo andare questa cosa ti incomincia a rovinare, dimagrire, cose. Capito? Cominci a sbattertene i coglioni. Poi i bambini crescono, adesso hanno bisogno di… Cosa pensi, che io ci sono rimasto bene quando m’ha detto: ‘Non ci sei mai, sei sempre a lavoro’, mi diceva. A due anni ha iniziato a dire: ‘Papà, dov’è? dov’è?’”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre
“Mio papà è miliardario, sta giù. Abita nel meridione. Ha una quantità di alberghi che non finisce più. A me non me ne frega niente. Non m’ha mai cercato, anche se io ho diritto di andare lì sputtanare tutto quanto e prendere la mia parte, quella che mi spetta”.
Massimo
Riconoscimento del proprio fallimento genitoriale
“Come padre, posso dirti che mi sento molto in colpa. Mi sento molto in colpa perché dopo aver coinvolto i miei figli in una vita che… Perché, quel che si voglia o no, gli ho fatto scoprire una realtà che lui non dovrebbe conoscere. Di solito i figli seguono le orme del padre. E questo mi spaventerebbe un po’. E non vorrei che lui facesse questa vita. La distanza non mi permette di educarlo come vorrei io, con la mia vicinanza, proteggerlo, tutto quello che dovrebbe fare un padre”.
Rabbia dell’intervistato verso il padre
“Io invece le ho percepite come se io ero in più. Tant’è vero che io ho detto a mia madre: “guarda che non è perché mi hai messo al mondo, sei obbligata a crescermi, se ti sto sul cazzo è meglio che me ne vado”. E così ho fatto. Ero molto orgoglioso io”.

In generale, la consapevolezza del fallimento genitoriale sembra apparire chiaramente in 17 casi, mentre in circa 6 casi compare la forte contraddizione tra idealizzazione e consapevolezza di fallimento o presenza di entrambi gli aspetti, sia trascuranti sia accudenti. Tuttavia, si potrebbe anche affermare che in 3 dei casi misti vi è comunque un riconoscimento importante dell’assenza per lungo tempo come figura genitoriale. Negli altri 3 casi, invece, la rappresentazione di sé come padri buoni e capaci sembra molto più legata ad una forte idealizzazione e difficoltà di riconoscere la propria assenza genitoriale come reale condizione.
La presenza di consapevolezza di sé come figura genitoriale carente (specificata nei primi 3 casi misti citati) sembra possa essere un importante presupposto di un possibile trattamento terapeutico finalizzato al sostegno della funzione genitoriale in padri detenuti tossicodipendenti. Laddove invece emerge una evidente figura genitoriale trascurante ma con assenza di tale consapevolezza (gli altri 3 casi misti) sembra sia maggiormente difficile il lavoro di messa in discussione del Sé genitoriale.
La rabbia/paura dei figli verso i genitori detenuti compare abbastanza chiaramente in 12 casi. In 10 casi, appare esclusivamente la rabbia come sentimento negativo verso i genitori. A causa della mancanza di maggiori informazioni, in vari casi non si è potuto rilevare la presenza di tali sentimenti.
Infine, la rabbia/paura degli intervistati verso il loro padre compare in 15 casi circa. Sembra che però anche in altri casi siano sottintese una rabbia o una paura tacita che possono inferirsi dai racconti di maltrattamenti subìti.
CONCLUSIONI
In conclusione, si è visto che nella maggioranza dei casi intervistati, vi è una ripetizione del modello paterno carenziale da parte del padre tossicodipendente detenuto con i propri figli, un modello trasmesso da generazioni precedenti, così come evidenziato nel lavoro precedente [33], ispirato al lavoro di Cirillo et al. [7] sulla teoria della trasmissione trigenerazionale dei traumi familiari all’interno delle famiglie di tossicodipendenti maschi.
Infatti, anche nel nostro campione, le storie sia della famiglia di origine sia di quella costruita sono costellate di aspetti traumatici, tra cui la violenza, la trascuratezza affettiva e i comportamenti di tossicodipendenza e/o devianza presenti in vari membri familiari.
Per rispondere alla domanda posta all’inizio di questo lavoro, anzitutto possiamo dire che le relazioni genitoriali tramandate di padre in figlio sembrano assumere aspetti di disorganizzazione per i traumi citati.
In secondo luogo, la possibile interruzione di tali modelli radicati nel tempo è una sfida importante, pur segnata da grosse difficoltà per quanto riguarda i padri del campione analizzato e il contesto psicosociale da cui provengono, nel quale sono rimasti immersi per gran parte della vita. Come abbiamo già detto, la capacità di riconoscere il proprio fallimento genitoriale, l’amore incondizionato per i propri figli e le emozioni espresse rispetto al vissuto carenziale come figlio e come padre sembrano essere alcuni tra i fattori importanti che potrebbero influire nella messa in discussione al livello profondo di sé e quindi di un cambiamento dell’atteggiamento genitoriale.
Infine, nel nostro campione, gli aspetti di riparazione del ruolo paterno rispetto al proprio padre, pur significativi nel numero (17 casi), appaiono sfumati e ambigui nelle narrazioni, probabilmente in buona parte frutto del tentativo di mostrare una buona immagine di sé come padre piuttosto che la messa in atto di reali comportamenti di differenziazione da esso. Tuttavia, tali aspetti potrebbero essere un punto di inizio per lo sviluppo di un discorso terapeutico/riabilitativo della funzione genitoriale.
Negli ultimi decenni, il padre è stato visto come figura pallida, evanescente e ignorata a livello educativo all’interno della nostra società, basata su un modello stereotipato di padre assente da casa per lavoro, come spiega anche Andolfi [34]. Valorizzare il padre per il suo ruolo trasformativo della coppia e della relazione di attaccamento, così come nel suo essere “generativo” nel cambiamento, motivato dall’amore incondizionato per il figlio, è una scommessa fondamentale dei nostri tempi [5-7].
Nel tempo, l’idea del buon padre è cambiata: un padre che sappia guardarsi dentro di più rispetto ai propri padri, idealizzati o svalutati per la loro assenza fisica ed affettiva.
Slegarsi dal padre per potersi riavvicinare al proprio figlio come nuovo padre: questo potrebbe essere un obiettivo di cambiamento terapeutico. Un padre che, nonostante abbia conosciuto percorsi distruttivi, desideri in qualche modo ritrovare il percorso della sua vita. Un padre – come dice Recalcati – «che ripercorra i luoghi di formazione, del fallimento, dell’errare per potersi ritrovare. Chi non si è mai perduto non sa cosa sia ritrovarsi» [15, p. 113]. Questa è la sfida dei nostri tempi e il senso del nostro lavoro.
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