Commento all’articolo di Roberto Luigi Pezzano

Alfredo Canevaro1



L’articolo di Roberto Luigi Pezzano “I gruppi multifamiliari tra risorse e vincoli nei Dipartimenti di Salute Mentale” affronta un argomento poco frequentato nella letteratura ma con una vasta ripercussione clinica data la sua grande efficacia. Oggi l’implementazione del gruppo multifamiliare (GMF) nei servizi pubblici costituisce secondo me la forma migliore dell’applicazione della terapia familiare ai processi terapeutici di diversa natura. L’autore definisce in forma chiara il funzionamento e storicizza il percorso internazionale e nazionale di questo dispositivo che finalmente si sta imponendo nel nostro paese.
Negli incontri multifamiliari si crea un’atmosfera crescente di partecipazione emozionale: sedendosi in cerchio si crea uno spazio drammatico che permette di affrontare insieme situazioni che in un altro setting sarebbe più difficile trattare, come, per esempio, la violenza, che può paralizzare le famiglie singole ma che in un contesto allargato e protetto permette la sua manifestazione e gestione con modalità non distruttive. L’intensità dipenderà quindi dai temi affrontati (la violenza appunto, ma anche l’amore, la morte, l’incomunicabilità, l’odio). Affrontare insieme ad altre famiglie e agli operatori le problematiche più intense probabilmente ricrea un’atmosfera di famiglia allargata o di clan persasi nell’evoluzione contemporanea delle famiglie ma tuttora con un alto potere simbolico nell’immaginario collettivo. Questo ricrea, per un effetto transferale, la solidarietà intrafamiliare persa, che è uno dei primi sintomi di disagio di una famiglia con uno o più membri gravemente disturbati.
Il GMF può diventare in ogni istituzione il momento d’incontro più significativo della settimana. La presenza simultanea dei membri dell’équipe e delle famiglie intervenenti si costituisce in un polo integratore di fenomeni abitualmente dissociati e l’informazione scorre spontanea, favorendo la rottura di compartimenti stagni, sia dentro le famiglie sia nella relazione terapista-paziente. Il risultato è un confronto reale delle diverse problematiche e dei diversi punti di vista che potranno integrarsi nello spazio mentale di ogni paziente e di ogni operatore, contribuendo a creare visioni condivise che favoriscono la comprensione di comportamenti solitamente considerati strani, enigmatici o semplicemente folli.
La vasta bibliografia che l’autore mette a disposizione dei lettori contribuisce ad apprezzare il suo sforzo divulgativo e, come lui ben dice, apre un dibattito che ci auguriamo possa essere ripreso da altri autori, consolidando il profilo di questa pubblicazione sempre aperta a contributi psicosociali che arricchiscono la nostra disciplina.