Una lotta prognostica fra affetto e contesto
La storia dell’incontro fra i limiti della valutazione e le risorse della psicoterapia
Silvia Spanò1



Portiamo avanti con la storia raccontata da Silvia Spanò la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the history by Silvia Spanò we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Silvia Spanò. Un grupo de didactas evalúan la efica­cia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.

PREMESSA
Questo sarà il racconto di un complesso percorso di supervisione indiretta, riflesso sia della tortuosità del cammino intrapreso da due giovani ed “umili” genitori, Roberta ed Alessandro, sia dell’eterogeneità dei servizi coinvolti.
Questa tesi racconta qualcosa di speciale perché in realtà è l’ampliamento ed il racconto di tante esperienze professionali e personali messe insieme, di tanti eventi importanti che si sono intrecciati e susseguiti nel tempo e si stanno incontrando, adesso che sto scrivendo: un’esperienza importante di supervisione indiretta con la mia didatta Rita D’Alessandro; il mezzo di incontro con l’oceanica voce ed il pensiero del professor Cancrini; l’oggetto del lavoro presentato ad ottobre 2015 a Roma durante il convegno della SIPSIC insieme all’Istituto Dedalus di Roma; la mia prima e più importante scelta autonoma, svincolata e consapevole da terapeuta ed anche la mia attuale più grossa soddisfazione.
Questo lavoro riflette un conflitto caldo su un tema controverso nel quale mi sono trovata all’interno di un contesto “valutativo”, quale quello dello “Spazio neutro”, servizio del Comune di Marsala, nel quale, da un lato, ero parte di un sistema in cui l’obiettivo, tipico di tale tipo di contesti, era la raccolta e l’integrazione di dati riguardanti gli individui ed i loro intrecci, ai fini di predisporre un successivo intervento, e dall’altro ero una psicoterapeuta in formazione sistemico-relazionale.
Per definizione, infatti, il lavoro valutativo comporta un compito artificioso, che segue una logica rigida e lineare. A chi valuta non è richiesto di “incontrare” l’altro. Ma io dalla mia formazione psicoterapica sapevo ben altro: sapevo che quando si lavora con le persone si entra in contatto con loro; si diviene parte di quel “tutto osservato” e, a quel punto, non c’è più distinzione fra chi osserva e chi è osservato (seconda cibernetica): la mappa non è il territorio e le regole di codificazione che ci consentono di leggerla non sono la mappa. Bateson sostiene che la nostra conoscenza sia parte di un più ampio conoscere integrato che determina la complessità fra le parti multiple dei sistemi complessi [1].
Con Roberta, Alessandro e Mattias, protagonisti della loro storia e del caso, ho vissuto appieno questo conflitto, una profonda “scissione apparente”, trovandomi peraltro in una delicata fase del mio ciclo vitale; un conflitto che mi aveva inglobata al punto da non riuscire più a muovermi, ma che, per merito della supervisione, mi ha portato a compiere uno dei più importanti apprendimenti e ristrutturazioni profonde del mio essere psicoterapeuta.
Dagli studi sulle famiglie multiproblematiche, come è definita quella che presento, si conoscono il mal funzionamento e le difficoltà, a volte inestricabili, di queste famiglie, difficoltà che non derivano solo da semplici e profonde inadeguatezze dello stesso sistema familiare preso in carico, ma anche dal mal funzionamento dei servizi, che seguono principalmente una logica valutativa e colludono con le difficoltà di queste famiglie, non attivando cambiamenti in senso evolutivo e terapeutico: molto spesso è l’ansia di sostituzione a prendere il sopravvento; i servizi perdono lucidità e prendono iniziative finalizzate a sostituire i genitori nell’adempimento dei lori compiti. È questo l’errore sostitutivo che rende i genitori già inadeguati, sempre più inadeguati e bisognosi di essere surrogati [2].
Superato lo stallo ed il conflitto interno che mi bloccavano e mi rendevano inerme, l’intervento ha preso un canale differente da quello usuale del servizio del quale ero parte, agendo su un livello diverso: più che sostituirmi ai genitori di questo piccolo bambino, Mattias, bisognoso di cure ed amore, l’intervento adottato li ha accompagnati a guardarsi con occhi diversi, a vedersi genitori, dando loro modo di spogliarsi dei vecchi panni.
“Si tratta di sostituire il biasimo sui genitori con un approccio terapeutico […] offrendo appoggio e sostegno terapeutico alle famiglie […]. L’obiettivo generale è favorire l’adempimento dei compiti esistenziali da parte dei membri delle famiglie attivando le risorse del sistema (sia quelle interne che quelle esterne) […]. Il sostegno terapeutico è un intervento da effettuare nel contesto di servizio; obiettivo generale è aiutare la famiglia a superare le condizioni di blocco evolutivo del sistema intervenendo sulle relazioni interpersonali” [3].
In tutto ciò, fondamentale è stato il ruolo della supervisione indiretta che, come una mano che tira fuori da un’acqua ristagnata e ristagnante, mi ha spinto ad andare oltre al dissidio, ad “usarmi” nell’incontro con l’altro e ad assumere una “lente” che mi portasse a mettermi nelle condizioni di vedere chi avevo di fronte in un modo nuovo, più profondo, di scorgere e far venire fuori le risorse e farle vedere a loro. Ritengo sia stato un lavoro arduo, ma necessario per assumere una nuova consapevolezza. Come credo valesse la pena raccontarlo in questo lavoro di tesi.
PRESENTAZIONE DEL CASO
Quella di Roberta ed Alessandro è la storia di due genitori prima separati e poi riuniti nella genitorialità; ma è anche la storia del ruolo che la cultura psicoterapica, e la supervisione indiretta nello specifico, hanno avuto in un iter complesso, multiproblematico ed eterogeneo: eterogenei infatti sono stati i contesti di intervento coinvolti, le dimensioni temporali implicate e la quantità e qualità delle emozioni vissute e sperimentate. La complessità deriva da vari fattori: dal concetto, in questo caso controverso, di tutela di un minore; dalla presenza di effettivi fattori di rischio, da valutare e non potere sottovalutare, dalla cultura di riferimento e dal livello di intervento degli operatori coinvolti, più vicini ad una descrizione fotografica dei fatti che al concetto di psicoterapia.
In questo intreccio, la cultura della psicoterapia entra in circolo proprio grazie alla supervisione indiretta offerta dalla mia didatta Rita e conclamata dal professor Cancrini. La multiproblematicità infine riprende i principali riferimenti della letteratura in materia di famiglie multiproblematiche.
Impianto Terapeutico
L’invio, il quando
Conosco Roberta, nel dicembre 2013, su incarico del Centro della Famiglia “Tutela Minori” del territorio di Marsala (TP), dove lavoravo come psicologa. Roberta è mamma di Mattias, un bimbo nato dall’unione della stessa con Alessandro, il 12 agosto 2013, ed immediatamente collocato insieme alla madre in una casa famiglia con divieto assoluto di prelevamento.
Sembra una storia crudele; in realtà tutto questo è collegato alla storia del primo fratellino di Mattias, Angelo, un bimbo “speciale” nato nel 2010 dagli stessi genitori e tolto ancora molto piccolo agli stessi, nel 2013, per le segnalazioni di trascuratezza fatte dall’ospedale di Palermo, in cui il bambino era stato ricoverato per degli accertamenti. Emerge peraltro una diagnosi di ritardo globale dello sviluppo. Le valutazioni psichiatriche e la Consulenza di Ufficio, poi, confermano l’incapacità dei genitori di potersi prendere cura del piccolo Angelo, al quale peraltro dovevano essere somministrati dei farmaci quotidianamente e richiedeva dunque molte cure, più di quelle necessarie a crescere un bimbo sano.
Il Centro della Famiglia, nel quale lavoravo, viene coinvolto su invio ed invito dell’autorità giudiziaria (Tribunale per i minorenni) la quale apre un procedimento di adottabilità per il piccolo Mattias chiedendo di valutare se le condizioni e le competenze dei genitori siano insoddisfacenti o meno. L’équipe del servizio affida il caso inizialmente a me e all’assistente sociale già referente del nucleo familiare di Alessandro e Roberta nel procedimento aperto dal Tribunale per il primogenito.
Per l’assistente sociale e l’équipe multidisciplinare del Centro, così come per gli stessi operatori della casa-famiglia, Mattias doveva andare in adozione perché, nonostante l’affetto e la volontà di questi genitori di crescerlo e volergli stare accanto, le condizioni cognitive, socio-culturali ed ambientali non avrebbero consentito di fornire a Mattias gli adeguati stimoli ed i fattori protettivi atti a garantirgli un sano sviluppo. Per il Centro della Famiglia bisognava pensare a ciò che era bene per Mattias e, dunque, se il bambino fosse rimasto con la famiglia di origine se gli sarebbero venute a mancare le necessarie stimolazioni cognitive, sociali e preventive atte a garantirgli una vita adeguata.
Mi reco al Tribunale per i Minorenni di Palermo insieme all’assistente sociale; era presente anche il legale della coppia genitoriale. Ricordo la direttività e fermezza del giudice nel chiederci quali soluzioni avessimo per Mattias e ricordo pienamente di non essere stata in grado di pronunciarmi in merito perché a quel tempo conoscevo da pochissimo la famiglia, mentre l’assistente sociale era molto confusa; la stessa, dopo essere rimasta zitta, aveva chiesto se fosse stato possibile un affidamento sine die coinvolgendo anche il Centro Affidi, attivo al Centro della Famiglia di Marsala, ma l’Autorità Giudiziaria bloccò immediatamente la proposta per la tenera età del bambino.
Inizio dunque un percorso valutativo prima solo con Roberta e poi con la coppia genitoriale; dopo i primi incontri condotti insieme all’assistente sociale, prendo in carico il “caso” con il mandato di constatare quanto questi genitori potessero essere adeguati per Mattias.
I confini e lo spazio dell’intervento in un simile lavoro sono assolutamente variabili, non c’è un setting strutturato. I colloqui si sono svolti prevalentemente con Roberta in un setting individuale, mamma di Mattias, in setting congiunto con la coppia genitoriale e poi con Mattias, la mamma ed il papà; utile ai fini terapeutici è stato l’incontro con la coppia genitoriale ed il nonno materno così come un incontro individuale con quest’ultimo. La costruzione del lavoro è avvenuto con il gruppo esteso degli operatori i quali, mettendo insieme risorse e competenze, hanno definito via via gli obiettivi dell’intervento in un lavoro di rete ed in un progetto condiviso, cercando di evitare le triangolazioni del sistema familiare e la sofferenza del sistema degli operatori.
A tal fine, per ricostruire la storia e la valutazione di inadeguatezza, è stato utile il contatto con il consulente tecnico d’ufficio (CTU), collega, che aveva effettuato la valutazione dei genitori nel procedimento precedente riguardante il fratellino di Mattias.
Sono state svolte anche riunioni e visite presso la comunità dove risiedevano Mattias e la sua mamma, le ultime anche in presenza di una pedagogista, ed incontri con lo psichiatra e l’assistente sociale del Centro di Salute Mentale (CSM) che avevano preso in carico la coppia nel procedimento riguardante il primogenito.
Le visite domiciliari hanno riguardato la casa familiare di Alessandro e Roberta e quella dei nonni materni. Insieme all’assistente sociale del Centro per la Famiglia e quella del CSM, è stata effettuata una visita presso l’abitazione della signora vicina di casa di Alessandro e Roberta, che entrerà nel progetto per supportare Roberta nella gestione di Mattias in modo da consentire a quest’ultima di (provare a) tornare a casa, come poi è avvenuto.
A quel tempo ero già al quarto anno del mio percorso di Specializzazione in Psicoterapia. Dunque quel “tempo” mi dà modo e prova di sperimentare un altro livello di lavoro del terapeuta familiare, molto complesso, ma la cui funzionalità è risultata in questo caso inconfondibile. Il terapeuta familiare, infatti, può lavorare su due livelli: dentro la stanza con i pazienti e fuori dalla stanza con i servizi coinvolti, attuando vere mosse antiomeostatiche, attivare risorse latenti capaci di cambiare il corso delle cose ed il destino delle persone.
Sinteticamente posso dire che questo lavoro riguardante un’esperienza di terapia familiare applicata su entrambi i livelli ha cambiato il destino delle persone. Al di là degli effetti a lungo termine, infatti, comunque il livello terapeutico, all’interno di un lavoro valutativo, ha permesso di considerare la complessità e la multiproblematicità in modo consapevole, cercando di contenerla e darle una forma più sana e meno disfunzionale; ha permesso di rendere i protagonisti più attivi nel percorso di esplorazione della loro storia e di facilitare l’attivazione di nuove risorse in loro. In tutto ciò la supervisione diretta ha svolto il ruolo di direttore di orchestra; nei momenti nei quali mi ritrovavo immersa totalmente nella musica suonata dagli strumenti dei pazienti e delle varie professionalità coinvolte, ero io stessa uno strumento che insieme agli altri suonava una musica intensa e che, però, non riuscivo ad ascoltare fino in fondo. L’occhio del supervisore mi ha fatto uscire di scena, anche solo per un attimo, dandomi modo di prendermi lo spazio per ascoltarla (Figura 1).



STORIA FAMILIARE DEI GENITORI
Roberta ha 35 anni e proviene da un contesto molto degradato sia rispetto alle condizioni igieniche che socio-culturali; la famiglia di origine è composta dal padre, dalla madre, da altre due sorelle e da una defunta più o meno due anni prima, in concomitanza del primo anno di vita di Angelo, primogenito di Roberta. Tutti in famiglia presentano gravi disabilità cognitive; una delle due sorelle è allettata e viene lasciata tutto il giorno in condizioni di notevole trascuratezza. La casa dei nonni appare in pessime condizioni igieniche e del tutto disorganizzata, così come nulle sembrano le risorse cognitive ed affettive della sua famiglia di origine. Se non fosse stata collocata in casa-famiglia, Roberta vivrebbe con il suo compagno Alessandro in una casetta accanto a quella della sua famiglia. Solo dalla gravidanza di Mattias Roberta è riuscita ad “ottenere il permesso” dal padre affinché potesse dormire insieme al compagno.
Anche Roberta presenta un ritardo mentale, meno grave, ma possibilmente esacerbato dalla mancanza di stimoli culturali all’interno del contesto familiare e sociale. In famiglia Roberta fungeva da ponte con l’esterno, si preoccupava di risolvere le questioni logistiche ed amministrative, come ad esempio andare in banca per i pagamenti, fare la spesa, andare alle poste. L’ambiente scolastico pare essere stato un fattore di protezione per Roberta in quanto la stessa, seguita da un professore di sostegno, era amata da tutti per la sua bontà, simpatia e per le doti altruistiche; gli stessi insegnanti paiono essere stati quelle figure di riferimento a livello cognitivo ed emotivo che le erano mancate a casa.
La famiglia di origine di Roberta vive in una frazione del marsalese, attorniata da altri parenti e vicini che lei usa chiamare “padrini e madrine”; per cui spesso la stessa, quando tornava da scuola, trascorreva i suoi pomeriggi andando a far visita a qualcuno di questi oppure restava in mezzo alla strada a passeggiare. Nonostante ciò, al termine della scuola media, la stessa ha intrapreso dei percorsi di formazione professionale.
Alessandro, di 40 anni, aveva lavorato come marittimo e nel periodo in cui lo conosco lavora come muratore, ancora senza un contratto regolare. Anche quest’ultimo proviene da un basso contesto socio-culturale ed è privo di un supporto da parte della famiglia di origine. Trasferitosi da ragazzino a Milano, Alessandro ha già un figlio di 10 anni, avuto da una relazione passata. Alessandro non ha più nessun rapporto con lui già da sei anni; ultimamente gli è stata tolta anche la responsabilità genitoriale dello stesso. Alessandro motiva tale situazione dicendo di avere provato a mettersi in contatto con il figlio, ma non ha mai avuto le risorse economiche per andare a trovarlo. Le capacità cognitive dello stesso sono superiori rispetto a quelle di Roberta in quanto Alessandro pare essere maggiormente “capace di ragionare” anche rispetto a ciò di cui necessita un bambino per stare bene; Roberta invece a tal riguardo si limita spesso a ripetere quanto affermato dal compagno.
Quando conosce Alessandro, Roberta, allora ventottenne, è completamente vincolata alle dinamiche familiari della famiglia di origine; strutturalmente pare che siano stati lei ed il padre Angelo la coppia genitoriale all’interno del sistema familiare al punto che quest’ultimo, quando nasce il primo nipotino il 21 ottobre 2010, che porta il suo stesso nome, assumerà in modo prepotente il ruolo di papà del bimbo, al punto da lasciare Alessandro al di fuori della scena ed ostacolare la formazione della coppia tra quest’ultimo e la figlia.
Riguardo Angelo, Roberta esprime il dolore ancora vivo per la sua perdita, tiene ancora in camera le foto del piccolino e racconta della sua passata difficoltà a prendersi cura di lui; il bimbo spesso veniva lasciato alla sorella, poi defunta, anche lei con scarse capacità cognitive ed accuditive. Roberta riferisce di non essere stata aiutata nei ripetuti ricoveri presso una casa-famiglia del mazarese insieme al primo figlio, a seguito delle segnalazioni pervenute dall’ospedale di Palermo; per di più il padre ha tentato in tutti i modi di distruggere il lavoro che gli operatori avevano cercato di svolgere con lei e il bambino, ma che non era riuscita ad opporsi ai tentativi prepotenti e disfunzionali del padre di mantenere la coalizione a scapito di tutto il resto. Il padre sporse anche diverse denunce verso gli stessi operatori, accusandoli di possibili maltrattamenti che infliggevano alla figlia ed al bambino. Non c’era inoltre un’alleanza di coppia fra Roberta ed Alessandro e le tensioni con il compagno così come quelle più evidenti fra Alessandro ed il suocero erano molto intense.
Lo psichiatra del CSM di Marsala che ha seguito Roberta insieme ad Alessandro aveva confermato la poca consapevolezza dei due genitori rispetto alle reali cure di cui necessitava Angelo, nonostante fosse evidente già allora, secondo il medico, l’atteggiamento collaborante degli stessi e l’assenza di sintomi psicopatologici in entrambi. Roberta viene descritta dallo psichiatra come una persona dall’«eloquio lento, di contenuto semplice […] ed elaborazione del pensiero lento. Le risposte sono con poche parole di conferma o dissenso al discorso… Sebbene dal punto di vista emotivo sembri in grado di esprimere gli affetti, dal punto di vista psicologico, viceversa, appare povera di idee e contenuti discorsivi». Ecco, per la psichiatra la congruità affettiva era quasi secondaria rispetto alla supremazia della dimensione cognitiva, come fosse quest’ultima, da sola, il garante di una buona genitorialità…
IL MODELLO TEORICO: LA FAMIGLIA MULTIPROBLEMATICA
La nascita del primogenito, Angelo, ed il varco depressivo che si apre a Roberta a seguito del nuovo evento, “slatentizzano” e portano in scena la multiproblematicità di questo sistema familiare.
La famiglia multiproblematica è definita come:
«un gruppo che attraverso i suoi vari componenti è in contatto con un’ampia varietà di servizi, agenzie ed istituzioni, enti della comunità, cui vengono richiesti interventi multipli o a lungo termine» [4].
Il lavoro con le famiglie, a maggior ragione con quelle multiproblematiche in continuo contatto con diversi operatori ed enti, presuppone un cambiamento di prospettiva fondamentale per un terapeuta, cambiamento che implica una ristrutturazione nella concezione di fare psicoterapia; implica un modo di intendere il lavoro più complesso rispetto alle vecchie concezioni attraverso le quali l’aiuto veniva fornito solo all’interno della stanza. Implica anche un lavoro diverso con i pazienti in quanto spesso il lavoro parte da una situazione coatta. Il tipo di intervento, dunque, che viene svolto ha a che fare con la terapia prescrittiva: la cornice della terapia non è quella della richiesta di aiuto spontanea a cui il professionista risponde con la sua prestazione. Quando l’obiettivo è la tutela del minore ci sono diversi attori che ricoprono ruoli diversi: il Tribunale, che si occupa della tutela e del controllo; i servizi sociali, i quali si occupano di mettere in pratica le azioni di controllo del Tribunale; i terapeuti, che in questa cornice attuano il sostegno e perseguono il cambiamento nonostante il loro ruolo all’interno di un servizio, come quello che io avevo rispetto a Roberta e Alessandro, sia anche quello di valutare la reale tutela dei minori negli ambienti familiari. Il Tribunale si serve delle competenze dello psicoterapeuta per la sua valutazione, una competenza anche prognostica delle condizioni dei membri di un sistema, così come il terapeuta necessita dell’autorità giudiziaria per far rispettare l’impegno dei pazienti rispetto al lavoro preposto. In questi tipi di contesti coatti, dunque, l’intervento può funzionare solo in sinergia. Gli elementi prescrittivi tuttavia non vanno negati né pensati come ostacoli, ma utilizzati per iniziare il lavoro. Il terapeuta dunque non deve sforzarsi di cercare una motivazione spontanea degli stessi soggetti, ma utilizzare la motivazione data e partire da quella per la promozione del cambiamento.
La situazione di partenza, nel caso della famiglia che avevo in carico, dunque, era la presenza di un sistema multiproblematico. Questo sistema ricalcava appieno le caratteristiche tipiche delle famiglie cosiddette multiproblematiche:
• la presenza di un padre periferico;
• una bassa coesione della coppia;
• l’incapacità della madre di evolversi nel ruolo genitoriale, occupandosi fisicamente e psicologicamente poco del figlio;
• la diffusione dei confini fra il sistema familiare e l’esterno, anche rispetto alle famiglie di origine;
• la presenza di elementi di immaturità psicologica e competenza psicosociale in entrambi i genitori,
• basso funzionamento del sottosistema genitoriale [3].

Il nucleo ha vissuto una situazione di disorganizzazione e disgregazione e non è stato in grado di attendere ai propri compiti organizzativi previsti in base all’evento “arrivo del figlio”. Cosa accade ad una famiglia sì fatta nel momento in cui entra in contatto con i servizi di aiuto? La famiglia emerge in tutta la sua fragilità, non mostra confini adeguati e le attività funzionali ed espressive sono insufficienti. Gli operatori entrano in contatto con le più profonde difficoltà dei membri e spesso non sono in grado di lavorare con la complessità; ciò che si verifica è che tendono a sostituirsi ai membri stessi, spinti dalla cosiddetta “ansia di sostituzione”, aumentando le loro adempienze e colludendo con i limiti degli utenti. La letteratura della Malagoli Togliatti, e quella più recente di Colacicco, riportano come in questa famiglie esista la tendenza a sviluppare relazioni croniche di dipendenza dai servizi per raggiungere una condizione di equilibrio (omeostasi) intersistemico; possono avvenire, inoltre, delle modificazioni dei comportamenti sintomatici dei pazienti designati che non corrispondono, però, a ristrutturazioni profonde del sistema. Tutto ciò non avviene solo per un blocco evolutivo del sistema familiare, ma anche per un malfunzionamento degli operatori che prendono in carico il sistema stesso i quali più che aiutare la famiglia a superare le condizioni di blocco evolutivo prendono iniziative finalizzate a sostituire i genitori, rendendo i genitori, già inadeguati di per sé, ulteriormente inadeguati e dunque non fungendo da sostegno terapeutico [2].
Queste caratteristiche sembrano ricalcare in modo abbastanza contiguo il sistema familiare costituito da Roberta, Alessandro ed i figli; ed in più diviene sempre più chiaro che i terzi tecnici intervenuti, specializzati in interventi di tipo valutativo, abbiano sia adottato logiche rigide che non hanno consentito loro di aprirsi alla famiglia presa in carico sia colluso del tutto con i limiti di questi genitori, aumentando l’identificazione degli stessi genitori con i propri limiti.
Tutto ciò crea una progressiva diminuzione della competenza degli utenti ed un aumento della delega; gli operatori che prendono il caso inizialmente accolgono la delega, ponendosi in una posizione sostitutiva, perdendo così le opportunità di trasformazione e cambiamento delle dinamiche disfunzionali della famiglia, risultando inadempienti e rendendo inadempienti i membri della stessa famiglia (Figura 2).
In realtà era molto facile che ciò avvenisse perché da una prima valutazione emergevano con molta evidenza e prima di tutto i limiti di questa piccola famiglia: la presenza di deficit cognitivi, la scarsa qualità della relazione di coppia ed un ambiente poco igienico ne sono degli esempi.
Tutto ciò porta Roberta a chiudersi sempre di più ed a confermare ed esasperare le proprie inadeguatezze; il padre della stessa acquisisce sempre maggiore potere rispetto alla situazione della figlia ed Alessandro rimane in posizione periferica e viene convocato dagli operatori a malapena una o due volte. A me è spettato il compito di attuare un cambiamento di prospettiva: dalla mappa al territorio, attraverso l’“incontro” di Alessandro, Roberta e Mattias.



IL PASSAGGIO DALLA DOMANDA INDIVIDUALE A QUELLA FAMILIARE
Quando prendo in carico Roberta, Alessandro ed il piccolo Mattias, la situazione è molto delicata e tesa; rispetto ai servizi, la coppia genitoriale si poneva con un atteggiamento ambivalente che oscillava fra la delega, la rabbia ed il timore del rifiuto e di una ripetizione del vecchio copione. In tutto ciò era come se il destino di questa famiglia fosse ormai scritto ed anche gli incontri avvenivano in modo passivo ed automatico; non era stato fatto nessun progetto che mirasse a rivedere le reali competenze dei genitori; non c’era nessuna reale considerazione per Alessandro, confermando la posizione periferica assunta prima, nel caso del primogenito Angelo. Roberta era vista come la povera stupida, e nessuno si accorgeva né del forte attaccamento della stessa verso il figlio e di Mattias verso la stessa né dei tentativi reali e concreti di questa famiglia di attivarsi per evitare che potesse accadere quanto accaduto con il primogenito.
Ma qualcosa accade con la presa in carico:
«L’appartenenza ad un certo tipo di sistema familiare può precludere al singolo la messa in opera di alcune competenze e potenzialità, che possono venire riattivate nel momento in cui il sistema si riorganizza o perché uno dei suoi componenti acquisisce le competenze necessarie o perché entra nel sistema un membro efficiente o perché il sistema perde un componente che lascia spazi operativi e decisionali a chi resta» [4].
Incontravo Roberta tutte le settimane nella stanza del servizio di Tutela Minori, venivo a contatto con le sue profonde difficoltà e sofferenze. Roberta faceva di tutto per mostrarmi di essere una brava mamma: ogni volta entrava nella stanza sorridente, sempre gentile ed estremamente innocente e mi raccontava di Mattias e delle sue conquiste; era felice mentre riferiva dei primi traguardi del figlio e l’ultima cosa che avrei pensato sarebbe stata quella di immaginare un allontanamento di questa mamma dal proprio piccolo.
Poi il suo viso si intristiva di colpo quando parlava di Angelo; non era più in grado di parlare, ma nello stesso tempo neppure di verbalizzare la rabbia per non poterlo più incontrare. Per lei Angelo era ancora suo figlio ed il fatto che fosse stato adottato non cambiava le cose. L’ho vista più vera e preoccupata di molte altre mamme che avevo incontrato. La sua sofferenza era genuina, ma le sue scarse risorse cognitive non le consentivano di esprimere, e forse di avere, un proprio punto di vista su ciò che era accaduto e di essere consapevole del suo mondo interno: al di là delle parole, il suo fragilissimo senso di identità la portava ad aderire con il modo che avevano avuto gli altri di vederla:
«l’invivibilità del dolore sembra collegarsi da un lato alla gravità della perdita e dall’altro alla fragilità della struttura del Sé, cioè alla mancanza di una pelle psichica che permetta di tenere insieme questa esperienza» [5, p. 55].
Il dolore era stato invivibile per Roberta perché le era mancata una “pelle psichica”, come dice Tonia Cancrini, un contenitore all’interno del quale potere “tenere insieme”, senza frantumarsi, un dolore intenso; quel dolore che era divenuta una mina inesplosa, inesprimibile in una personalità già fragile strutturalmente per le condizioni di vita, familiari e relazionali, all’interno delle quali era nata e cresciuta.
Io la vedevo e la guardavo al di là di semplici occhi valutatori; scorgevo il profondo amore per Mattias, la sua voglia di lottare, e quanto il distacco da Angelo l’avesse scossa e smossa. Adesso Roberta si sentiva più solida, voleva essere una madre più presente; adesso Roberta voleva essere una madre: “stavo sempre a letto quando avevo Angelo, non riuscivo a badarci; ma adesso con Mattias è tutto diverso; è l’amore mio, tu devi vedere che bello, come sorride”,  diceva.
GLI INCONTRI CON MAMMA E MATTIAS
Gli incontri tra mamma e bambino, così come quelli con quest’ultimi e papà Alessandro, all’interno di un apposito uno spazio ludico furono utili per osservare le loro interazioni. Roberta venne attrezzatissima, con un borsone contenente di tutto, dai pannolini ai cambi per il bambino al porta ciuccio. Osservavo con quanta cura Roberta si mettesse in gioco per aiutare Mattias ad esplorare l’ambiente circostante e riscontravo come il bambino cercasse la mamma come “base sicura” di fronte alla varietà di giochi e stimoli presenti: seduti insieme su un tappeto guardavano un gioco e poi un altro; mai una parola di troppo da parte di Roberta, mai un’incongruità riscontrata in lei. Mi tornavano in mente, in quei momenti, le parole trascritte nella relazione del CTU del Tribunale per i Minorenni nel procedimento per il primo figlio, Angelo, che la stessa collega mi aveva fatto avere su mia richiesta. Ricordo come la collega si fosse concentrata nel sottolineare le scarse proprietà di linguaggio dei genitori, che spesso si esprimevano in dialetto, risultando spesso, secondo la stessa, incomprensibili e non adeguati. Guardavo e scrutavo con cura Roberta e la dolcezza con la quale accompagnava Mattias nei suoi passi e rispetto ai fini del mio lavoro non emergeva nulla di tutto quello a cui aveva fatto riferimento la collega. Riuscivo a cogliere principalmente il sorriso e la serenità di Mattias e la dolcezza e cura con le quali la mamma lo accompagnava e gli stava accanto.
Mi ero resa conto che il mio modo di guardare Roberta era molto diverso da quello degli altri ed in quel momento ho avvertito un grosso senso di difficoltà, una grande paura di prendermi una responsabilità che forse poteva solo essere il frutto di una mia visione eccessivamente coinvolta.
IL LAVORO SU… IL LAVORO CON…
In questo momento di grande difficoltà, parlo di Roberta, Alessandro e Mattias al CSRM ed è lì che il mio supervisore, Rita, mi spinge a dare un “movimento” al lavoro con loro. È lì che ho voluto incontrarli insieme, e poi con il nonno.
Da lì inizia un altro capitolo del percorso con questa famiglia: l’uso sistemico degli incontri con loro, l’ampliamento dello spazio, che diviene terapeutico, anche agli altri membri del contesto mi ha permesso di avere una visione più approfondita della famiglia che incontravo, di cogliere le ragioni più intime della storia della coppia, di collegare i sintomi con la storia ed il funzionamento dei membri di questa famiglia e permettere a loro di scoprirsi e di mostrare nuove risorse.
Rita mi aveva detto di guardare oltre Roberta, di guardare al contesto familiare di origine, alle dinamiche con il padre, al ruolo del compagno. Sono stata spronata ad assumere la lente terapeutica e sistemica e ad andare oltre la dimensione valutativa. Dicevo a Roberta che per comprendere se Mattias potesse crescere in un contesto adeguato a garantire il suo benessere bisognava che conoscessi Alessandro e le altre persone che facevano parte della sua vita; le comunicavo che riconoscevo il bene che lei provava per Mattias e la sua voglia di stargli accanto e proteggerlo, per come purtroppo non era riuscita a fare con Angelo; le restituisco la differenza tra la Roberta attuale, che aveva intrapreso un certo percorso, che era andata avanti, e quella di due anni prima. Ho dato maggiore voce e messo maggiormente in risalto le sue risorse e mi sono accorta che ciò l’aiutava a sentirsi valorizzata, ma soprattutto più decisa ad andare avanti.
Gli incontri coinvolgono Alessandro; mi rendevo conto che quest’ultimo era stato a malapena considerato nella “vecchia” valutazione (era stato incontrato solo due volte). Alessandro nel sentirsi riconosciuto nel ruolo di padre si attiva e si definisce maggiormente rispetto alla situazione dalla quale era stato escluso. Nuove «competenze e potenzialità» emergono, e vengono «riattivate anche, perché uno dei suoi componenti acquisisce le competenze necessarie per farlo» [5].
La coppia pian piano riconosce il valore degli incontri, responsabilizzati verso un percorso psicoterapeutico che non necessariamente doveva riconfermare quanto emerso in precedenza, ma diveniva per loro un’opportunità, un percorso di scoperta rispetto a ciò che erano diventati, valutando ogni situazione di recupero di competenze genitoriali.
Durante gli incontri, la coppia si ricompatta nell’elaborazione del lutto legato della perdita del primogenito Angelo, un lutto ancora molto vivo in entrambi ed un dolore a cui non era stato dato mai voce. Per gli altri operatori, coinvolti nella storia, la coppia aveva già messo da parte la perdita del piccolo Angelo, considerando soprattutto il basso funzionamento cognitivo e l’immaturità di entrambi.
Emerge nei colloqui quanto Roberta avesse consapevolezza di quanto accaduto e riconoscesse la propria incapacità ad occuparsi del primo figlio. Alessandro esprime la rabbia per la perdita del figlio ed il sentimento di impotenza, affermando che se gli avessero tolto anche Mattias si sarebbe impiccato.
Il lavoro dunque da individuale diviene di coppia, e familiare, in cui Roberta ed Alessandro, attivi ed attivati, divengono più in grado di cogliere il senso del loro rapporto. Si trattava di lavorare su una situazione a rischio relativamente alle insufficienze degli schemi di funzionamento, aiutandoli a modificare gli stili relazionali e le modalità di attaccamento affettivo di ciascuno in relazione all’altro, creando nuove interazioni che facilitassero l’espressione dei bisogni.
IL TEMPO DELLA TERAPIA
• Era stato definito il passaggio dal lavoro lineare di valutazione a quello più complesso di tipo sistemico;
• era stato metacomunicato ai pazienti il senso del lavoro con loro;
• avevo instaurato una comunicazione costante con gli altri operatori che lavoravano sul caso (casa famiglia, CSM, legale della coppia).

A questo punto ciò che avviene è l’incontro fra contesto valutativo e quello terapeutico (Figura 2).
Inizialmente il contesto di intervento era coatto e l’obiettivo del lavoro mirava alla valutazione dell’adeguatezza, o meno, di due genitori; questo lavoro a sua volta prevedeva pochi incontri per confermare, o meno, i limiti rinvenuti nei genitori negli anni passati attraverso l’indagine psichiatrica. In tale contesto, Roberta ed Alessandro erano stati “incontrati” come due soggetti passivi da esaminare; era stata data maggiore enfasi ai loro limiti culturali che li avevano già resi invalidanti ed inadeguati ed attraverso questi era stata fatta un diagnosi centrata sui sintomi.
Il contesto terapeutico apporta una ristrutturazione fortissima al contesto valutativo. Con il supporto della supervisione indiretta la terapia diviene lo strumento di un cambiamento del modo di lavorare con il sistema familiare: «Il terapeuta ha il compito di aiutare il paziente e/o la sua famiglia ad affrontare i fantasmi» [6].
Ciò ha permesso di:
• pormi in una posizione principalmente di ascolto di Roberta ed Alessandro;
• elaborare, dare un senso al mio controtransfert;
• instaurare un’alleanza con loro e con gli altri protagonisti del caso;
• vedere Roberta ed Alessandro come coppia, portando loro stessi ad attivarsi e muoversi come compagni e come coppia genitoriale;
• creare insieme a loro una progettualità.

Per la prima volta i sintomi di Roberta, manifestati in concomitanza della nascita, e nel primo anno di vita di Angelo, vengono correlati con la storia e la condizione familiare attorno alla stessa. Viene riletto alla coppia, ed agli altri operatori, il gioco collusivo che fino ad un certo punto entrambi avevano mantenuto: Roberta riattualizzava i vecchi schemi disfunzionali sviluppati in famiglia con i quali Alessandro colludeva in base alla propria storia, fino a quando Roberta mette al mondo Mattias e viene allontanata dal contesto familiare d’origine entrando in casa-famiglia.
Vengono accolte ed elaborate le emozioni mai espresse da parte di entrambi i genitori. Fu pianto il figlio mai pianto: è nella condivisione del lutto, attraverso il lavoro terapeutico, che la coppia si riavvicina e si consolida.
«Nell’analisi, attraverso il rapporto di transfert ritroviamo il tempo e lo spazio e ripercorriamo un’esperienza […]; l’intensità del dolore, la rabbia, il senso di colpa provati possono essere riempiti soltanto riprendendo contatto con i sentimenti e le emozioni, con il dolore e l’affetto» [5, p. 55].
Una coppia che viene prima allontanata e poi avvicinata dal dolore. Fino a quel momento, infatti, il dolore per la perdita di Angelo aveva allontanato i due genitori; non c’era stato modo per entrambi di “stare insieme” con quelle emozioni indicibili, divenute come “mine inesplose” nel corollario esistenziale di Roberta ed Alessandro. Ma ora Alessandro e Roberta si trovavano uno accanto all’altro ed in quell’incontro re-incontrano il loro dolore che questa volta non rimane muto, che questa volta non viene fuori sotto forme sintomatiche, per come si era già manifestato in precedenza e che non era stato colto dagli altri operatori: “Roberta ha un ritardo ed in più la depressione che ha sviluppato l’ha portata a rifiutare il suo stesso figlio; Alessandro dice cose senza senso e quando può attacca i servizi; questi due poverini non sono in grado di potersi occupare di un figlio. E vuoi vedere che per dispetto ne faranno un altro?”; considerazioni come quella appena riportata venivano fatte in équipe ogni volta che il “fascicolo Mattias” veniva discusso… nessuno era in grado di fungere da ponte e traduttore di quelle emozioni inespresse che si nascondevano dietro i comportamenti sintomatici della coppia genitoriale. È chiara, dunque, la differenza fra il livello di intervento terapeutico e quello degli altri operatori:
«Il lavoro del terapeuta si basa essenzialmente su una capacità non comune di ascoltare il dolore e la paura di chi deve affrontarlo […], segnalando che il lutto del bambino, o del ragazzo, non richiede di essere elaborato in uno spazio terapeutico “a parte”, ma nel contesto delle relazioni che il bambino intrattiene con le persone di riferimento fondamentali per lui» [7, p. 105].
Qui, con queste parole di Luigi Cancrini, è implicito il concetto dell’importanza di non sostituirsi ai genitori, quando si lavora con la tutela dei minori, ma di lavorare in modo terapeutico con loro, per essere attivatori delle loro risorse; è implicito anche il concetto di ascolto del dolore, nello spazio terapeutico, come potente strumento di cambiamento.
IL LAVORO VALUTATIVO E LA LETTURA RELAZIONALE
La coppia è apparsa maggiormente coesa rispetto a quello che era emerso dai resoconti degli operatori che l’avevano seguita durante il procedimento di Angelo, nonostante il tempo a disposizione per sperimentarsi e crescere insieme non fosse stato poi tanto.
Tutte le domeniche Roberta trascorreva una mezza giornata a casa con Alessandro mentre il piccolo Mattias restava in casa-famiglia per via del divieto di prelevamento e pare che si limitasse a salutare i genitori trascorrendo poi la maggior parte del tempo restante con Alessandro: “Io le cucino cose buone, deve vedere quanto mangia e che casa pulita le faccio trovare”, affermava Alessandro. Ed effettivamente dalle visite domiciliari condotte l’abitazione risultava in ottime condizioni igieniche. Con Mattias sono emersi nuovi dati importanti rispetto ai precedenti, nonostante restassero immodificate alcune condizioni che rendevano difficile esprimere un parere prognostico, come richiesto dalla stessa Autorità Giudiziaria nell’ultima convocazione. I contesti sociale, culturale ed igienico erano scarsi e c’erano dei dubbi rispetto alla reale tutela del bambino.
Alessandro aveva riferito che dalla gravidanza di Mattias il rapporto con la compagna si fosse rinforzato mentre prima c’erano delle grandi difficoltà per la presenza invasiva del padre di lei: “Roberta mi diceva le bugie per dare retta al padre, ma adesso mio suocero ha capito, è tranquillo. Non entra neppure a casa. Abbiamo parlato io e lui”.
Dai colloqui è chiaro come fosse Alessandro ad avere assunto un ruolo di guida rispetto a Roberta che spesso invece tendeva a compiacerlo. Ciò che era apparsa una risorsa per Roberta era il fatto che Alessandro la trattasse da adulta, trasmettendole un’immagine di sé più capace di autonomia, meno dipendente dagli altri, a differenza che nella famiglia di origine che spingeva Roberta a comportarsi come una bambina incapace: “Prima mi sentivo una bambina”, affermava Roberta, ed Alessandro aggiungeva: “Prima bastava che la rimproverassi perché lei si mettesse a piangere. Ora non piange più. Prima si spaventava a venire qui da sola, adesso riesce, viene con l’autobus, non serve che l’accompagno io”.
Dunque la complementarità mostrata dalla coppia facilita in quel momento una evoluzione in Roberta, che una volta “fuori da casa” ha modo di distaccarsi dalla morbosità del rapporto con il padre e dal ruolo assunto nella famiglia di origine e, attraverso la vita in casa famiglia e la vicinanza di Alessandro, si mostra più libera di sentirsi compagna e mamma, nonostante ovviamente permanesse in lei la mancanza di consapevolezza e completezza della situazione familiare per via delle difficoltà cognitive sopra esposte. L’intervento nella casa-famiglia ha fatto leva sulla presenza del bambino e del potere che solo lui poteva avere di “scongelare” il blocco affettivo ed emotivo della madre aiutandola a collegare il presente al passato, recuperandolo e ricostruendolo: mentre il bambino orienta i sentimenti della mamma e i suoi comportamenti, il terapeuta diviene per Roberta “base sicura” permettendole di elaborare gli aspetti traumatici e dolorosi della sua infanzia e di sperimentare nuove modalità. Lo stesso accadde attraverso gli incontri di Mattias, la mamma ed il papà: il piccolo si divertiva a passare dalla braccia della mamma a quelle del papà e mi colpì molto come mamma e papà si alternassero con il figlio, senza invadere i suoi spazi di movimento e senza sovrapporsi negli interventi con lo stesso. Era un quadro che emotivamente mi colpiva ed era sempre più chiaro come l’obiettivo del mio lavoro fosse quello di fare emergere quelle risorse che neppure loro sapevano di possedere. Ovviamente tutto questo era reso possibile dalla relazione terapeutica che si era instaurata, dal calore, l’empatia ed il contenimento che avevo offerto loro, e dall’averli visti come famiglia. La relazione terapeutica era divenuta, infatti, una “pelle psichica” attraverso la quale i membri di questa famiglia potevano esplorarsi sotto nuove forme e risorse.
Gli incontri con il nonno materno, svolti sia congiuntamente a Roberta, Alessandro e Mattias che individualmente, vennero effettuati con il fine di portarlo a divenire consapevole di quale fosse il suo posto all’interno del quadro familiare. Molto reticente e chiuso nell’aspetto, il nonno mostra da subito, già al livello non verbale, come si fosse posto fuori dalla scena, o quanto meno in posizione periferica: si avvicinava al piccolo Mattias, ma non invadendo gli spazi dei genitori, cercando di inserirsi nelle interazioni con gli altri, ma lasciando anche alla famiglia, ed in modo evidente, lo spazio di “muoversi”. Era chiaro che gli interventi svolti dai servizi avessero consentito di fare maggiore chiarezza sulle dinamiche con la famiglia di origine di Roberta, prima eccessivamente invischiate e confuse. A differenza di prima, inoltre, il signor Angelo non si reca continuamente presso la casa-famiglia, rispettando maggiormente le regole che gli vengono date dagli operatori e da Alessandro; questo è stato un elemento di importante evoluzione in quanto nel caso del primo figlio, Angelo, il nonno sabotava qualsiasi regola posta dalla comunità nella quale risiedevano la figlia ed il nipote, arrivando a sporgere anche delle denunce per presunti maltrattamenti sulla figlia.
IL DIFFICILE RAPPORTO CON IL “SERVIZIO TUTELA MINORI”
La mia domanda di supervisione indiretta nasce e cresce dal progressivo incontro con Roberta ed Alessandro e dal confronto con gli altri professionisti che seguivano il caso: infatti la documentazione passata sul caso, gli operatori del “Centro Famiglia”, specialmente l’assistente sociale referente del caso, quelli della casa-famiglia erano tutti d’accordo che, non tanto i genitori, quanto il contesto attorno ad essi non avrebbe potuto garantire una vita sana a Mattias. La stessa collega CTU che aveva seguito il primo procedimento di Roberta ed Alessandro reputava i genitori non adeguati. Ma era anche vero che Roberta allora non era la stessa che io stavo conoscendo: non era riuscita a diventare grande, l’invasività del padre l’aveva resa doverosamente rispettosa del contratto implicito e primario di supportare prima di tutto la sua famiglia di origine; il lutto della sorella alla quale Roberta era molto legata non era stato elaborato; Alessandro era tenuto fuori e non era riuscito a “prendersi” il suo ruolo di compagno e padre di famiglia. Roberta, ma soprattutto il contesto attorno a lei, durante la prima valutazione della genitorialità, era diverso da quello attuale. L’assistente sociale aveva riferito che il nonno sembrava proprio il papà del primo nipote perché era lui ad essere sempre in prima linea. Angelo, inoltre, era portatore di una patologia che richiedeva maggiori cure che non potevano effettivamente essere date da un sistema familiare multiproblematico quale era quello di Roberta ed Alessandro in quel momento.
Ma ora c’era qualcosa di diverso; io vedevo altro. Vedevo come Mattias passasse dalle braccia della mamma a quelle del papà sorridendo durante le osservazioni familiari: in queste situazioni non si può prescindere dalla relazione che il bambino ha con i propri genitori e lui è il destinatario di ogni iniziativa del gruppo di tutti gli operatori; al centro dell’azione psicoterapeutica ci sono il bambino e le relazioni con le figure importanti della sua vita. Si lavora sulle relazioni e si rinforzano i legami per costruire e ricostruire, per aiutare i bambini e i loro genitori a relazionarsi: si lavora con la famiglia!
Vedevo una coppia più coesa, un nonno che si era messo da parte, una Roberta più solida, un Alessandro più padre e compagno, e pensavo che questa famiglia sarebbe dovuta essere messa nelle condizioni di attivare le proprie risorse e sostenerle; non si poteva tagliare loro le gambe prima di avere investito e creduto nelle risorse che mostravano; tutti i possibili fattori pregiudizievoli per Mattias, quali possibili maltrattamenti, incuria da parte dei genitori, stato di abbandono, erano esclusi al momento. Era anche vero però che esistevano dei limiti e dei fattori di rischio reali ed evidenti nella situazione di questa famiglia che non si potevano tralasciare; bisognava pensare che Mattias un giorno sarebbe diventato grande ed avrebbe avuto bisogno di altri stimoli che la fragilità di Roberta e di Alessandro, la presenza di un contesto culturale basso e limitato, specie quello legato alla famiglia di origine di lei, non avrebbero potuto garantirgli.
Ma chi si poteva prendere la responsabilità (quasi divina) di allontanare un bambino da due genitori che volevano il suo bene ed erano attenti e scrupolosi verso di lui?
Fu in quel momento che chiesi maggiormente aiuto; volevo affrontare il conflitto che mi tormentava, conflitto che riguardava la profonda difficoltà di integrare quanto sperimentato in veste di terapeuta familiare dentro la stanza e quanto emergeva dalle opinioni degli altri; temevo di potere prendermi una responsabilità che avrebbe gravato forse per tutta la vita su Mattias.
In realtà, più che Mattias e la sua famiglia, il discorso riguardava un altro livello: ero all’interno di una situazione conflittuale con il gruppo di operatori. Ero io che ero scissa e non riuscivo ad integrarmi ed è facile in una situazione sì fatta che si attivi un funzionamento borderline. Io vedevo quello che gli altri non vedevano e questo mi metteva profondamente in crisi facendo emergere un antico conflitto fra autonomia e dipendenza/omologazione, un conflitto che conoscevo e stavo già vivendo nella mia vita per altro tipo di dinamiche a livello personale, e questo non fece che aumentare le mie profonde difficoltà:
“[…] ciò che caratterizza la gran parte dei gruppi che chiedono la supervisione di uno psicoterapeuta è la presenza, nel gruppo stesso, di alcune competenze psicoterapeutiche che entrano, più o meno, in conflitto con alcune rigidità istituzionali, in cui un’altra parte del gruppo tende a rinchiudersi. […] Ciò che viene richiesto in casi come questo è un cambiamento integrativo che è prova evidente di un buon livello di impegno impossibile in tanti gruppi in burnout, dove la richiesta di formazione non si traduce tanto in una richiesta di supervisione quanto in una richiesta di “aggiornamenti” più o meno settoriali” [7, p. 286].
Ciò che accomunava tutti gli operatori era il controverso concetto di cosa potesse significare “tutela”. Il mio ruolo all’interno del servizio è stato un ruolo complesso, ma sicuramente fondamentale per guardare e conoscere a fondo i soggetti così come per effettuare un lavoro che mirasse anche ad un cambiamento e ad un superamento dei blocchi evolutivi dei genitori: “Sono assolutamente d’accordo con te sulla linea che stai seguendo. Aiutare e sostenere questi due genitori nel tentativo di costruire una loro famiglia intorno al piccolo Mattias è giusto sia dal punto di vista etico che dal punto di vista psicologico”, sono state le parole di Luigi Cancrini, ad un convegno da lui tenuto a Palermo sull’ascolto dei minori, nel descrivermi e “restituirmi” la situazione su cui stavo lavorando.
Queste parole, ma anche tutto il lavoro che stava facendo in me stessa, mi incoraggiarono a portare questi due genitori verso una visione più integrata del lavoro con il Tribunale nei loro confronti, aiutandoli ad attivarsi ed a ritenersi i principali protagonisti di un cambiamento: “Spingi i loro processi di crescita, proponendo loro un minimo di fiducia nel fatto che il Tribunale non è un nemico e può essere per loro, invece, uno stimolo importante per realizzare un sogno sognato forse, all’inizio, in modo un po’ frettoloso e disorganizzato”, scrisse Cancrini in una lettera di confronto che seguì a quell’incontro.
Anche questo evento, giunto al momento giusto, fu un altro “step”, importante attivatore delle mie risorse, nell’incontro con la famiglia di Mattias e servì ad accrescere la fiducia in ciò che stavo apprendendo.
Ero ora certa che gli interventi di “Tutela delle Famiglie” assumessero una doppia connotazione, terapeutica e preventiva, ed il problema andava affrontato con l’aiuto di tutti ed attraverso un coordinamento, la programmazione e la progettazione degli interventi in un vero e proprio lavoro di rete. «Il gruppo è la mente che connette, che dà vita alla rete, l’anima e la fa pulsare attorno al gruppo familiare» [8]. Ma muoversi dentro queste situazioni eleva sempre i livelli di ansia degli operatori e comporta spesso un’esclusione di tali famiglie o li conduce a risoluzioni frettolose e drastiche.
IL TEMPO DELLA VALUTAZIONE: UN PROGETTO COMUNE
Il lavoro valutativo procedeva grazie alla supervisione attraverso la quale avevo iniziato a svolgere un lavoro su più livelli (colloqui individuali, familiari, osservazioni madre-bambino, familiari, con il nonno paterno; visite domiciliari ed in casa famiglia); non solo, Roberta ed Alessandro non erano stati guardati solo come meri soggetti da valutare, ma principalmente come “Persone”: l’empatia, l’accoglimento delle emozioni inespresse, le restituzioni di quanto emergesse dai colloqui, la comunicazione del possibile lavoro insieme, tutto ciò aveva reso Alessandro e Roberta più partecipi. Dentro la stanza il lavoro era divenuto terapeutico; erano emersi dati importanti in merito all’evoluzione del sistema familiare, della coppia genitoriale e del percorso verso una genitorialità più consapevole di Roberta ed Alessandro: cercavo anche di fungere da ponte fra loro, le loro fantasie e desideri, il loro livello di contatto con la realtà ed il mondo esterno; cercavo di attivare in loro maggiori risorse e lavoravo affinché il loro impegno e la maggiore consapevolezza divenissero lo strumento fondamentale per la riuscita del progetto.
Il tempo per una risposta al Giudice, intanto, si avvicinava; Rita mi diceva di andare avanti nel mio lavoro di “comprensione” contenendo l’ansia per un eccessivo coinvolgimento. Parallelamente l’assistente sociale si mette nuovamente in contatto con il CSM di Marsala, con lo psichiatra e gli altri membri dell’equipe che avevano già seguito la coppia durante il primo procedimento. Un altro risultato importante, dunque, si stava realizzando: anche l’assistente sociale si era smossa dalla propria rigidità e passività ed iniziava a considerare l’idea di dare spazio ad una nuova valutazione che non dovesse essere il copione e la ripetizione pedisseque di quella precedente: la psicoterapia aiuta non solo i pazienti, ma anche i sistemi ad essi correlati. Si era andati oltre lo statico lavoro di delega di responsabilità ai servizi, i quali si limitavano a prendere atto di quanto esistesse, e venne effettuato un lavoro attivo di “attivazione di risorse” già esistenti e rimaste prima nascoste.
Mi reco, dunque, insieme alla pedagogista presso la casa famiglia in cui Roberta permaneva insieme al piccolino osservando la cura con la quale Roberta si occupava del figlio, la pulizia e l’ordine tenuto nella stanza, nei cassetti dove lei riponeva i vestiti del piccolo. Si trattava di conquiste che gli stessi operatori della casa famiglia ritenevano impensabili rispetto a come si era presentata Roberta all’inizio e rispetto alla sua provenienza. La stessa, giunta alla casa famiglia, non sapeva neppure che si dovessero cambiare le lenzuola per essere lavate. Pian piano Roberta fu ben predisposta ad apprendere forme più evolute di cura di sé e del proprio ambiente e sembrava essere in grado di applicarle autonomamente. Ci colpì molto la foto di Angelo sul comodino di Roberta.
Mi reco anche presso l’abitazione di Roberta ed ebbi modo di comprendere tutti i dubbi delle mie colleghe del servizio: l’abitazione di Alessandro e Roberta era chiusa perché Alessandro si trovava al lavoro. Vedo però la desolazione della casa dei genitori di Roberta: sembrava di avere davanti una famiglia di vichinghi: da lontano; c’erano due grosse sagome di donne che l’assistente sociali mi dice essere quelle della madre e della sorella di Roberta. Non riesco neppure ad entrare dentro casa; l’odore è troppo sgradevole; vedo un albero di natale accanto al divano della donna. Mi rendo conto di quanto sia facile ritenere quell’ambiente non adeguato alla crescita di Mattias; perché in realtà lo è. In quel momento uno scoraggiamento mi fa sentire superficiale e sognatrice per tutto quello che avevo pensato sul conto di Roberta ed Alessandro. Poi però ci avviciniamo alla casa della coppia; anche se era chiusa, la porta era a vetri e riusciamo a scorgere una parte dell’interno: è tutto ordinato. L’assistente sociale del CSM racconterà, tempo dopo, di quanto Alessandro tenesse la casa in condizioni igieniche adeguate. Pian piano arrivo a pensare che, nonostante la presenza di evidenti fattori di rischio, il nucleo di Alessandro e Roberta possa essere un nucleo a sé che può funzionare in modo diverso da quello dei parenti; ho pensato che un lavoro con loro di presa di responsabilità rispetto a cosa sia necessario al livello igienico, organizzativo, affettivo potesse essere la chiave dell’intervento.
Nello stesso periodo incontro insieme all’assistente sociale anche lo psichiatra e l’assistente sociale del CSM di Marsala e gli stessi si mettono a disposizione per una nuova valutazione della genitorialità di entrambi; lo psichiatra dice che nel frattempo la coppia poteva avere fatto dei passi avanti e che non bisognava dare nulla per scontato. Questo incontro mi appare un’illuminazione così come i commenti avuti dalla pedagogista nei giorni a seguire: la stessa concordava con me sulle reali risorse affettive della coppia e sulla necessità di trovare una soluzione alternativa all’adozione.
Giorni a seguire, apprendo che l’assistente sociale del CSM aveva telefonato all’assistente sociale del servizio dicendo di avere trovato una signora vicina di casa di Roberta che si diceva disponibile a supportare Roberta una volta a casa. La signora conosceva bene Roberta e chiedeva però un supporto nella gestione dell’invadenza del padre di Roberta, chiedendo che si mettesse da parte. Anche questo sembrava un passaggio che non sarebbe mai potuto accadere fino ad un certo punto. Lo stesso Giudice allora aveva mostrato le sue perplessità in merito, ma questa era l’unica ed ultima strada proposta che lo stesso accoglie con scetticismo.
Dopo una prima fase di rifiuto da parte di Roberta ed Alessandro di potersi appoggiare su qualcuno, nel timore di perdere il figlio, gli stessi, una volta resi consapevoli durante i colloqui che questa fosse l’unica strada per potere tornare a casa, si erano dichiarati disponibili a ricercare fra i parenti ed i vicini una figura che potesse non tanto prendere in affidamento il piccolo Mattias quanto supportare Roberta nel prendersi cura di lui. Entrambi, durante i diversi colloqui, avevano fatto riferimento a diversi parenti i quali però non erano risultati poi consoni al ruolo che avrebbero dovuto svolgere. Ma questa volta era proprio l’assistente sociale che attivandosi aveva individuato nella vicina di casa la risorsa esterna adeguata alla situazione che necessitava di un sostegno. Ci rechiamo insieme alla stessa in visita alla signora. Incontro a cui parteciparono in tanti: noi del servizio tutela minori, l’assistente sociale del CSM, Roberta con Alessandro ed anche il padre di Roberta in quanto l’obiettivo era principalmente “metacomunicare” a tutti quale fosse il senso di questo intervento.
A parte il primo momento di tensione creato dal padre di Roberta che attua, anche se per poco, il medesimo copione iniziale di ritenersi il padre patriarca e ladro di scena, l’incontro procede apportando un importante passo nel cammino di cambiamento, passo che viene raggiunto chiarendo a tutti i soggetti presenti e coinvolti la funzione della signora rispetto alla famiglia, il senso dell’azione di supporto e l’occasione data alla coppia per il bene di Mattias; vengono date a ciascuno le proprie responsabilità, compresi i nonni materni, sottolineando come il Tribunale non fosse contro loro, ma che il principale obiettivo dovesse essere quello di pensare principalmente a ciò che era il bene di Mattias.
Gli operatori esprimono comprensione e fiducia verso la coppia nonostante sarebbero stati seguiti in modo continuo dai servizi: i limiti ed i rischi di una regressione così come quelli strutturalmente presenti non dovevano essere tralasciati.
A quel punto scriviamo al Tribunale una relazione definendo con estrema chiarezza le risorse ed i punti di forza del padre, della madre, della coppia sottolineando come il tempo attuale della famiglia sia diverso da quello passato e come Roberta ed Alessandro abbiano il diritto, in quanto genitori del minore, di nuovi strumenti di supporto per svolgere la loro genitorialità. Ovviamente il passaggio non sarebbe avvenuto improvvisamente, ma attraverso un intervento di supporto offerto sia alla mamma ed al bambino che alla famiglia affidataria, anche per monitorare le tensioni ed i fattori di squilibrio evidentemente presenti.
Poi, nel gennaio 2015, il mio incarico volge al termine. Termina il progetto del quale avevo fatto parte e che mi aveva reso operatore attivo del Centro della Famiglia di Marsala per tre anni. Lascio dunque il monitoraggio di questa fragile famiglia agli altri, essendo consapevole che sarebbero state molte le spinte che avrebbero potuto riportarla indietro; il lavoro con questa famiglia, infatti, necessitava di una costanza e di una cura che i servizi, forse per mancanza di tempo e di cultura, non avrebbero potuto garantire.
FOLLOW-UP
Durante questi due anni ho seguito raramente la situazione di Roberta ed Alessandro, usufruendo delle pochissime e veloci informazioni fornite dall’assistente sociale nelle poche volte che l’ho incontrata; lei era rimasta l’unico riferimento della coppia al Centro per la Famiglia. Avevo incontrato una volta Alessandro per caso, per strada; si era avvicinato e mi era apparso arrabbiato; continuava a dirmi che il lavoro dei servizi non era come quello che avevo svolto io e che se questa volta avessero sbagliato nei suoi confronti e verso Roberta avrebbe fatto qualcosa di male. In quell’occasione ho pensato che Alessandro avrebbe avuto bisogno di un contenimento e che altre volte, durante i colloqui, aveva portato la stessa rabbia, rabbia che poi si placava nel momento in cui veniva ascoltato e gli veniva fornito un dato di realtà rispetto alla sua situazione.
Poi, qualche tempo fa, decido di recarmi presso il servizio di persona, con il principale obiettivo di sapere di più su di loro. Le notizie che l’assistente sociale mi fornisce, però, non sono buone: “potrebbe andare meglio, Silvia. Adesso dovrò scrivere al Tribunale; il Giudice sta aspettando una mia relazione e peraltro sono in ritardo. Pare che Alessandro non tratti bene la compagna; Roberta non si sente di prendersi la responsabilità di Mattias, pare sia stanca, e la signora, vicina di casa, ha avuto una discussione, o forse più discussioni, con Alessandro dopo che Roberta ha abortito naturalmente. A Mattias poi mancano gli stimoli; l’ultima volta lo abbiamo visto rallentato”. A quel punto domando alla mia collega come mai non si fosse attivata per fornire a Mattias l’asilo nido a tempo pieno per come era stabilito nel progetto di reinserimento di Roberta e del figlio e lei mi risponde di avere effettivamente messo da parte la cosa.
Tutto era tornato al principio, come se il lavoro effettuato con Roberta ed Alessandro non fosse mai stato svolto, come se fosse stato un sogno o una parentesi mai realmente esistita… i servizi rispondevano nuovamente allo stesso modo ai sintomi ed alle difficoltà mostrate da Alessandro e Roberta; gli stessi erano nuovamente scollati fra loro e con i servizi. I sintomi emergenti (“pare che Alessandro non tratti bene la compagna; Roberta non si sente più di prendersi la responsabilità di Mattias”) non erano più riletti all’interno di un contesto ed un funzionamento familiare più complesso dei singoli comportamenti dei soggetti coinvolti; nessuno aveva risignificato l’aborto spontaneo come attivatore di vecchie ferite così come nessuno aveva pensato che fosse “troppo” per una mamma fragile come Roberta potere gestire il piccolo Mattias senza il supporto esterno, l’asilo a tempo pieno, che peraltro era stato identificato a priori come necessario a permettere un adeguato sviluppo psicofisico del piccolo. Gli operatori avevano colluso nuovamente con i limiti di questa famiglia, più che porsi in una posizione di ascolto e fornire un supporto costante alla stessa. Tutto era tornato come al principio, ma io questa volta non potevo fare più nulla.
Non dico nulla alla mia collega perché mi rendo conto di non avere più gli strumenti per farlo; una tristezza profonda mi invade; ma poi affiora un insight riguardante lo spirito con il quale questo lavoro era stato fatto: si trattava di un tentativo di attivare nuove risorse in questo fragile sistema; si trattava di lavorare con una complessità non di facile gestione e comprensione, una complessità che comprendeva non solo le dinamiche famigliari del sistema, ma anche quelle dei servizi professionali coinvolti ed il rapporto fra i due.
Oggi rifletto su un’informazione fondamentale che ho assimilato: la cultura psicoterapica, più che confermare l’impossibilità di un cambiamento, per come avevano fatto e continuavano a fare i servizi, lo attiva, dando la possibilità ai soggetti di vedersi con occhi nuovi e di mettere in atto comportamenti in grado di sbloccare l’omeostasi del sistema. Fa parte anche della medesima informazione che le dinamiche all’interno dei sistemi funzionano anche come degli elastici o come calamite: tornare indietro è sempre possibile, anzi è una variabile da considerare durante il processo.
IL RUOLO DELLA SUPERVISIONE INDIRETTA
Il ruolo della supervisione indiretta nella pratica psicoterapica sistemica potrebbe essere riassunto in un passaggio fondamentale: attraverso l’“occhio indiretto e consapevole” del supervisore, ho visto e guardato i membri del sistema familiare come persone, come persone con tante difficoltà, ma anche con risorse per il figlio. Nel momento in cui non mi sono limitata a guardare chi avevo davanti, ma sono entrata dentro ciascuno, dentro il loro modo di essere coppia, esplorando le emozioni profonde ed indicibili di questi genitori, assumendo un atteggiamento lontano dai pregiudizi, si è instaurata un’alleanza con loro che è stata il motore di nuovi interventi sia con Roberta ed Alessandro che con il sistema degli operatori; si sono attivate a quel punto nuove risorse sia nel sistema familiare che in quello della rete di supporto sociale: la pedagogista, lo psichiatra e la disponibilità della signora vicina di casa ne sono stati un esempio.
Ritengo che questo caso e l’intervento della supervisione indiretta mi abbiano fatto sperimentare un altro livello di fare psicoterapia familiare, oltre a quello dentro la stanza: ho avuto modo di “essere sistemica” con i servizi, i professionisti e le istituzioni coinvolte nel caso. Ritengo che sia stato questo livello appreso la chiave per “trovare” Alessandro e Roberta e per andare oltre il lavoro svolto dai servizi, dal Tribunale, un lavoro sicuramente arduo e consono agli obiettivi preposti, ma che non era andato abbastanza a fondo. Sì, perché penso che la magia della psicoterapia è che sia un’arte, come mi disse la prima volta la mia didatta Rita… sia l’arte di immergersi ed andare a fondo nelle persone, nelle situazioni, seppur con molta fatica a volte, riportando poi con sé il prezioso dono dell’“Incontro con l’altro” e da questo incontro diventare strumento di cambiamento per chi lo necessita e lo chiede, implicitamente o in modo diretto. Ecco, ritengo che la differenza fra il lavoro svolto dagli altri operatori, e gli altri istituti coinvolti, che avevano già conosciuto Roberta ed Alessandro ed il lavoro svolto da me non è stato tanto, o solo, nel risultato raggiunto, ma nell’avere incontrato Roberta ed Alessandro profondamente, incontro reso possibile dagli strumenti psicoterapici.
Il lavoro è stato complesso proprio perché mi ha fatto guardare ed abbracciare sia le risorse delle persone che avevo davanti, ma anche i rischi, i limiti degli stessi e gli effetti di questi ultimi. Al di là dei risultati, dunque, ho sperimentato che lavorare attraverso l’occhio sistemico e psicoterapico dia modo di fare un salto di qualità, umano e professionale; significa aprire nuovi varchi, svolgere un lavoro più consapevole ed attivare risorse inaspettate.
Senza la supervisione non avrei avuto il coraggio e la fede di credere nei miei occhi e nella mia pancia, ma ancora di più di tradurre ciò che vivevo attraverso le mie emozioni. Senza la supervisione indiretta, dunque, Mattias sarebbe stato adottato immediatamente senza effettuare ulteriori valutazioni. Si trattava di una situazione cristallizzata; gli altri conoscevano Roberta ed Alessandro da diversi anni ed io ero l’unica a guardarli per la prima volta e con occhi nuovi. Senza la supervisione avrei creduto che i miei occhi fossero quelli di un’ingenua psicoterapeuta neonata che non potevano avere la consapevolezza e l’esperienza di guardare oltre ed in modo più nitido degli altri.
Penso che i due genitori, ma anche il piccolo Mattias, dovessero avere il diritto, dal punto di vista etico e psicologico, di costruire una loro famiglia così come di sperimentare un incontro più integrato con chi si prendeva cura di loro. Ritengo che noi in quanto psicoterapeuti incontriamo le persone per fungere da attivatori di risorse spesso latenti dentro se stessi ed attorno a loro. Credo fermamente che il nostro ruolo sia anche quello di fungere da ponte, da cosiddetto “Io ausiliario” per mostrare ai soggetti che prendiamo in carico una visione più evoluta e più integrata della realtà.
È il terapeuta che può vedere queste risorse, questi punti di forza e può aiutare i soggetti, le Persone, a farle emergere progressivamente. Alessandro e Roberta avevano quelle risorse che però restavano latenti e coperte da tutti le disfunzioni presenti intorno a loro e dagli stessi limiti che loro si portano addosso. Si trattava di valorizzare i loro punti di forza. Penso che, comunque sia andata, questi punti di forza siano emersi e siano stati attivatori di importanti cambiamenti nel modo di lavorare con la famiglia, dando modo anche ai soggetti di sperimentarsi in forme più funzionali.
CONCLUSIONI
Questo lavoro mi ha donato un senso di riconoscimento della mia giovane identità professionale che è stato un boom nel mio processo di crescita. Così come parlare e scrivere di questo caso mi ha consentito di oltrepassare i vecchi apprendimenti portandomi su un altro livello. Per la prima volta mi sono sentita a tutti gli effetti psicoterapeuta sulle mie gambe e consapevole e padrona dei miei strumenti.
Rispetto poi alla supervisione indiretta, la possibilità di presentare questo stesso lavoro, lo scorso anno a Roma insieme alla mia didatta Rita, così come la possibilità di potermi confrontare sullo stesso con il professor Cancrini, ha toccato l’osso, apportando un livello di chiarezza e consapevolezza che tutt’ora fungono da “apprendimenti pilastro” per la mia professione. Perché, come dice Bateson, esistono diversi livelli di apprendimento: da quello più basso, nel quale l’incontro con un contesto apporta una semplice modifica comportamentale del soggetto, ad una forma evoluta di apprendimento attraverso la quale, entrando in relazione con un determinato contesto, si sviluppa un nuovo modo di interpretare la realtà; una sorta di visione del mondo che si trasforma e ciò che si è appreso, viene assorbito, divenendo parte della propria personalità che cambia, si arricchisce di tale assimilazione.
Rispetto alla supervisione diretta, sicuramente questa esperienza è stata un passo in più nel cammino verso l’autonomia professionale e personale ed ho avuto modo di sperimentare maggiormente il senso di responsabilità che segue alla presa di decisioni per i propri pazienti; ma anche questo mi è servito a sentirmi più misurata, più attenta e riflessiva dopo.
RINGRAZIAMENTI
Sono felice della grande opportunità che mi sono data, e che la vita mi ha dato, nella scelta di frequentare ed affrontare una scuola di specializzazione in Psicoterapia.
Il primo ringraziamento va alla mia didatta, Rita, ed alla sua grande capacità di essere dolce ed assertiva nello stesso tempo; la ringrazio di avermi accolta il primo giorno perché senza di lei non avrei scelto il CSRM con tale senso di affermazione e la ringrazio per avermi “smossa” e “bastonata” nei momenti di buio e confusione. Ringrazio Marina Li Puma, la sua sensibilità, il suo calore e la grande preparazione. Ringrazio entrambe perché si sono “prese cura di me” in questi anni; perché hanno creduto in me fermamente, andando anche oltre i miei “movimenti antiomestatici”. Le ringrazio perché mi hanno aiutata a ragionare ed a non pensare di potere sprizzare di conoscenza in modo immediato. Ringrazio il mio gruppo di training: Vincenzo, Maria, Maria Elena, Antonella Cenci, Valentina, Silvana, Giovanna, Lucia… ognuno con la propria storia unica, emozionante ed irripetibile, che con me, e come me, si sono imbattuti in questo viaggio lungo, complesso ed interessante, adesso giunto alla fine, e con i quali sono scesa nel profondo.
Ringrazio il professor Luigi Cancrini che ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada verso la Psicoterapia, non solo nei suoi libri, ma di persona, in aiuto a Mattias; lo ringrazio per avermi donato il suo tempo, il suo calore e le sue parole che tutt’ora conservo gelosamente.
Ringrazio la mia famiglia (livello trigenerazionale) con le sue caratteristiche peculiari perché se così non fosse stata non mi avrebbe permesso oggi di essere quella che sono diventata, sensibile agli altri, grintosa, profonda, acuta… e mi fermo qui.
Ringrazio mia figlia Anita Moon perché è quella che mi ha consentito, e lo fa tutt’ora, di sapermi maggiormente calare nelle dinamiche familiari, nella tutela dei bambini; ringrazio Anita perché mi ha reso più capace di andare a fondo, dentro di me e dentro di lei, più capace di amare, di riparare, di ascoltare e di non perdere mai la grinta. La ringrazio di esserci e di stare crescendo ogni giorno accanto a me.
GRAZIE…
Il lavoro del terapeuta si basa essenzialmente su una capacità non comune di ascoltare il dolore e la paura di chi deve affrontarlo […] efficacemente segnalando che il lutto del bambino o del ragazzo non richiede di essere elaborato a parte, in uno spazio terapeutico “a parte”, ma nel contesto delle relazioni che il bambino intrattiene con le persone di riferimento fondamentali per lui” [7, p. 105].
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