Un protocollo per il lavoro clinico
con le famiglie adottive.
Il primo incontro e la consultazione

Paola Comuzzi1, Sara Ferraris2, Gregorio Mazzonis3



In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef­ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.


In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe-rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.



Riassunto. L’articolo si propone di illustrare un protocollo di consultazione per la presa in carico terapeutica della famiglia adottiva, frutto di una pratica clinica consolidata e di una casistica estesa (circa 200 casi). La cornice teorica di riferimento in cui esso si colloca comprende la teoria dell’attaccamento, la terapia sistemica, la psicologia del trauma e della resilienza. Gli autori partono dalla considerazione che questa tipologia di famiglie presenta specificità che le caratterizzano, sia in relazione ad alcune dimensioni psicologiche concernenti i figli, sia rispetto ad alcune particolarità familiari. Alla luce di tali ridondanze anche i diversi trattamenti presentano delle sequenze che si sovrappongono, e le procedure proposte nell’articolo rappresentano il tentativo di modellizzare queste ricorrenze cliniche. Le peculiarità del modello, che viene illustrato nel dettaglio delle tematiche trattate in ciascuna seduta e con esemplificazione di casi, sono da un lato la centralità data ai temi adottivi nell’approccio clinico al problema e dall’altro il forte coinvolgimento richiesto ai genitori.

Parole chiave. Famiglia adottiva, protocollo, consultazione, reazioni post-traumatiche, terapia familiare.


Summary. A clinical work protocol with adoptive families. First meeting and consultation.
This article illustrates a consultation protocol to be used in therapy sessions with adoptive families. This protocol comes from well-established clinical practices and an extensive case history (about 200 cases). The cornerstone on which this protocol hinges, is comprised of attachment theory, systemic therapy, trauma psychology and resilience psychology. The authors begin by considering the idea that these families have specific traits that characterize them, both in relation to the way they think of their children, as well as, towards specific family traits. In light of these redundancies, even differing treatment plans have some overlapping sequences. The procedures suggested in the article represent an attempt to find models within these clinical occurrences. The unique nature of this model, described in detail in the topics used for each session and with case descriptions, is on the one hand, the central role given to adoption issues when using clinical approaches and on the other, the intense participation asked of the parents.

Key words. Adoptive family, protocol, consultation, post-trauma reactions, family therapy.
Resumen. Un protocolo para el trabajo clínico con familias adoptivas. El primer encuentro y la consulta.
El artículo se propone ilustrar un protocolo de consulta para tomar a cargo terapeuticamente la familia adoptiva, y es el fruto de una practica clínica consolidada y de una extensa casuística (aproximadamente 200 casos). El marco teórico de referencia comprende la teoria del apego, la terapia sistémica, la psicologia del trauma y de la resiliencia. Los autores dicen que esta tipologia de familias presentan especificidades que las caracterizan, ya sea en relación con algunas dimensiones psicológicas de los hijos, ya sea respecto a algunas particularidades familiares. A la luz de tal redundancia tambien los diversos tratamientos presentan secuencias que se sobreponen y los procedimientos propuestos en el artículo representan el intento de modelizar dichas secuencias clínicas. La peculiaridad del modelo que es ilustrado en el detalle de las tématicas tratadas en cada sesion y con ejemplos de casos, son por un lado la centralidad dada a los temas adoptivos en el abordaje clínico del problema y por el otro el gran compromiso emocional que se le requiere a los padres.

Palabras clave. Familias adoptivas, protocolo, consulta, reacciones post-traumaticas, terapia familiar.
PREMESSA
La famiglia adottiva è diversa dalle altre famiglie? Ha senso elaborare procedure specifiche per il lavoro terapeutico con questa tipologia di famiglie? Ci siamo interrogati molto su questo punto e, dopo anni di pratica clinica con le famiglie adottive, ci sembra di poter rispondere affermativamente. Certamente, queste famiglie non costituiscono una realtà a parte rispetto alle altre, ma presentano delle specificità che le accomunano sia in relazione ad alcune dimensioni psicologiche concernenti i figli [1,2] sia rispetto ad alcune caratteristiche familiari [3]. Tali elementi di trasversalità rendono sovrapponibili alcuni passaggi chiave del lavoro clinico con queste famiglie, pur nell’ampio panorama delle diverse situazioni adottive.
Alla luce di queste ridondanze terapeutiche, anche il nostro modus operandi ha finito per presentare delle sequenze che si ripetono nelle diverse terapie, quantomeno in riferimento al primo colloquio e alla fase della consultazione. Il protocollo che qui proponiamo1, la cui presentazione è preceduta da una descrizione di quegli elementi di trasversalità sia a carico dei figli sia delle famiglie di cui accennavamo sopra, rappresenta il tentativo concreto di modellizzare questa sorta di schema clinico ricorrente.
Le matrici teoriche cui ci ispiriamo sono: la teoria sistemica, la teoria dell’attaccamento, la psicologia del trauma e la psicologia della resilienza.
I DENOMINATORI COMUNI DELLE FAMIGLIE ADOTTIVE
Aspetti distintivi dei figli adottivi
A partire dall’evento dell’abbandono i figli adottivi hanno una storia caratterizzata da esperienze altamente sfavorevoli, eventi traumatici e modelli di attaccamento insicuri e/o disorganizzati.
Ciò è indipendente dall’età in cui è avvenuto l’abbandono: un’ampia letteratura ha sottolineato infatti che i neonati accolti in adozione a poche ore dalla nascita hanno già percepito e “sofferto” la discontinuità e la rottura nei sistemi di riferimento nei confronti della figura che li ha portati in grembo, e presentano il “trauma dell’abbandono” [4].
Inoltre, già nel periodo gestazionale la storia di tali bambini è condizionata dallo stato di salute psico- fisico e sociale della loro madre (alcolismo, tossicodipendenza, malattia mentale, prostituzione, violenza nelle relazioni, ecc.).
Molti di loro poi, arrivano all’adozione dopo aver vissuto anni nelle loro famiglie biologiche e in istituti, dove le esperienze di vita relazionale, i modelli di legame e attaccamento sono segnati dalla disgregazione, dalla trascuratezza, dal maltrattamento e dall’abuso.
Il quadro clinico che ne risulta è quasi sempre compatibile con la sindrome post-traumatica da stress meglio ancora definita come “disorganizzazione dell’attaccamento e sviluppo traumatico” [5,6]2.
Nella costruzione degli schemi di attaccamento e quindi della competenza relazionale e sociale questi bambini sono spesso portatori di evidenti difficoltà. L’assenza di sintonizzazione emotiva ed affettiva da parte delle figure di riferimento pre-adottive vissuta da questi bambini permette di posizionarli all’interno dello schema di attaccamento disorganizzato.
Le precoci traumatizzazioni che questi bambini subiscono, soprattutto in relazione alle figure di attaccamento, come la letteratura ci insegna, fanno sì che le loro personalità si riorganizzino in maniera difensiva, usando una o più delle 5 strategie di riorganizzazione della personalità: punitiva/tirannica, protettiva, compiacente, seduttiva, autarchica [6]. Tali riorganizzazioni sono collegate alle reazioni post-traumatiche fisiologiche che ogni essere umano usa in situazioni di pericolo quali il congelamento (freezing), la lotta (fight) e la fuga (flight).
Questo fa sì che il loro funzionamento mentale ed emotivo sia condizionato da uno stato generale di insicurezza e di allarme, che si protrae nel tempo, anche quando la condizione di vita è mutata favorevolmente, determinando un modus vivendi che mina pericolosamente il futuro e la possibilità di adattamento alla vita quotidiana di questi soggetti.
Quasi tutti presentano difficoltà di apprendimento, di attenzione, di concentrazione e di memoria, una certa discontinuità nel rendimento, senso di avere la “testa vuota” o altrove. Alcuni di loro invece presentano veri e propri disturbi dell’apprendimento (adhd, dislessia, discalculia, ecc.).
Un senso profondo di disvalore li accompagna sempre, non credono in loro stessi e nelle loro capacità. Ciò contrasta con una spiccata tendenza a fare da soli e a bastare a se stessi che può essere confusa con autonomia, ma che in realtà è difesa autarchica e mancanza di fiducia nell’aiuto di adulti protettivi e sintonici.
Un’altra specificità riguarda l’arduo compito di integrare multiple appartenenze, sia sotto il profilo familiare (famiglia biologica e famiglia adottiva) sia culturale (paese di origine e paese adottivo) sia addirittura fisica (tratti somatici dell’etnia di origine), con i conseguenti sentimenti di diversità ed estraneità. “Alla fine non riesco a considerarmi né completamente italiano né completamente indiano” [7]. A queste difficoltà si aggiungono quelle legate alla discriminazione su base razziale, fenomeno in riduzione ma tuttora presente. “… i poliziotti mi hanno trattato come un delinquente! solo dopo aver controllato i documenti e chiamato mio padre in questura, sono diventati più gentili”, riferì un adolescente somalo fermato ad un controllo antidroga.
Otre a ciò, si nota sempre una grande difficoltà nel riconoscimento e nella regolazione delle emozioni, il cui livello di intensità varia dal “troppo” al “troppo poco”.
Oggi siamo in grado di comprendere meglio cosa determini questo funzionamento grazie alle recenti teorizzazioni e ricerche3.
Si osservano quindi in molti bambini e ragazzi adottivi reazioni e scoppi di rabbia sproporzionati rispetto agli eventi che li scatenano, a testimonianza che le radici di tali emozioni originano nel loro passato pre-adottivo, e che gli eventi del presente fungono da riattivatori. Specie nel periodo adolescenziale queste esplosioni di rabbia assumono intensità tale da motivare la richiesta di aiuto terapeutico caratterizzata da grande urgenza o emergenza.
All’opposto, alcuni di loro hanno una sorta di anestesia emozionale, che li rende indifferenti e resistenti a provare emozioni, delle lastre di ghiaccio sulle quali tutto sembra scivolare e non lasciare traccia.
Si può facilmente comprendere quanto possa essere inefficace, e a volte addirittura dannoso e fuorviante per la riuscita terapeutica, ignorare e non trattare questi aspetti specifici del funzionamento dei soggetti adottivi.
Le reazioni critiche o punitive dell’ambiente che considera i loro comportamenti secondo i criteri relativi al carattere mal formato, alla “cattiva” educazione ricevuta o peggio ancora alla “pazzia”, non fanno altro che rinforzare il funzionamento di questi ragazzi e la loro visione negativa di sé e del mondo, lasciandoli intrappolati nei loro stessi meccanismi difensivi che impediscono loro, in un circolo vizioso infinito, di accedere al nutrimento di relazioni affettive finalmente risananti.
Aspetti caratteristici dei genitori adottivi
Anche le coppie adottive sono caratterizzate da alcuni funzionamenti comuni.
Nei primi anni successivi all’adozione appaiono come totalmente assorbite dalla funzione genitoriale il cui esercizio hanno tanto atteso e desiderato, e sul far recuperare ai figli una vita “normale”, acquisendo competenze ed esperienze che sono loro mancate.
La rispondenza veloce, tipica dei bambini, agli stimoli ed una tendenza all’“iper-adattamento” tipica di quelli adottivi, fanno sì che i genitori sottovalutino facilmente i costi emotivi di questo ambientamento familiare, esponendo i figli a veri e propri cortocircuiti emotivi nella pre-adolescenza e adolescenza.
All’inizio dell’esperienza adottiva su ambedue i fronti, quello dei genitori e quello dei figli, prevale il bisogno di voltare pagina, di mettere da parte le sofferenze del passato e di viversi come una famiglia uguale a tutte le altre. Dopo l’iniziale apertura dei bambini con i genitori sui propri racconti di vita pre-adottiva, a volte con rivelazioni più o meno sorprendenti di abusi e maltrattamenti, le comunicazioni sul passato e soprattutto sui significati relativi a ciò che è accaduto vengono interrotte.
Noi esperti invece sappiamo che domande quali “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Perché proprio a me?” non sono mai archiviate una volta per tutte, ma riaffiorano e vanno aggiornate nelle diverse fasi del ciclo di vita di un adottivo, e condivise all’interno della famiglia.
La coppia genitoriale è raramente informata sui condizionamenti psicologici che le esperienze traumatiche lasciano nelle persone, così come sono ignari che la loro storia personale di vita possa intrecciarsi e risuonare con quella dei loro figli. Questa influenza comporta, talvolta, reciproche riattivazioni post-traumatiche.
Infine, c’è sempre la tendenza nella coppia a banalizzare la propria sofferenza per la mancata genitorialità naturale. Si ascoltano spesso frasi del tipo: “Fin da piccola desideravo adottare un bambino”, “perché sottoporsi a cure mediche invasive... con tutti i bambini soli che aspettano dei genitori?”.
Per quanto riguarda le problematiche relative alla diversità somatica e razziale, c’è molta attenzione da parte dei genitori nel proteggere i propri figli dalle offese e dagli atti di bullismo dei coetanei, ma si trovano in difficoltà di fronte al vissuto negativo interiore del bambino che si percepisce “diverso” a prescindere dall’ambiente esterno. “Perché voi non siete uguali a me?... avrei voluto che foste anche voi marroncini come me...”, sono le parole di un piccolo ai suoi genitori adottivi.
PERCHÉ LAVORARE CON LA FAMIGLIA?
Si trova spesso nelle definizioni che le famiglie adottive danno di loro stesse dichiarazioni del genere “siamo una famiglia un po’ speciale”, quando il focus è la valorizzazione delle diversità somatiche e della storia della sua costituzione, e all’opposto “siamo una famiglia come tutte le altre”, quando il focus è sulle relazioni all’interno dei componenti. È difficile smentire una di queste definizioni a favore dell’altra. Noi pensiamo che siano vere entrambe e che il legame genitoriale adottivo abbia una sua specificità che lo differenzia da quello biologico.
Alla luce di questa complessità, riteniamo che l’approccio terapeutico che coinvolge tutta la famiglia sia il modo più completo ed efficace di approcciare al disagio di un figlio, tanto più se è un figlio adottivo. Tuttavia, se «nella pratica della terapia sistemica familiare si è abituati ad affrontare il trauma come un evento intrafamiliare» [12], nel lavoro con le famiglie adottive, la peculiarità è che il trauma si colloca nelle esperienze sfavorevoli infantili che precedono la formazione del sistema familiare attuale e che invece lo traumatizzano a loro volta. Ciò spesso, come abbiamo già accennato, può riattivare traumi non risolti nei genitori.
IL PROTOCOLLO DELLA CONSULTAZIONE
Nel nostro modello clinico la consultazione, che comprende il primo incontro e una serie di 4/5 incontri successivi, è una fase molto importante sia per inquadrare il problema portato dalla famiglia, sia per attivare quella complessa serie di mosse terapeutiche che stimolano e favoriscono motivazione, fiducia e alleanza tra le parti coinvolte nel lavoro.
Solitamente il primo contatto avviene tra il terapeuta e uno dei genitori attraverso una telefonata o una comunicazione via e-mail durante la quale si raccoglie la preoccupazione per il disagio di un figlio, una prima presentazione del problema e la disponibilità del figlio e dei genitori ad un incontro conoscitivo. Si concorda la data del primo incontro a cui noi invitiamo generalmente i soli genitori, per una serie di ragioni, a differenza di quanto avviene nel modello selviniano [13] in cui il figlio adolescente viene convocato sin dalla prima seduta.
Innanzitutto perché spesso, in questa fase, sono i genitori i soli ad aver riconosciuto l’esistenza di un problema e quindi a presentare la motivazione più consistente per farsi aiutare4
Una seconda ragione consiste nel fatto che dedicare loro questo momento ci consente di acquisire il loro punto di vista più autentico e di facilitare la loro libera espressione circa la complessità psicologica e relazionale della situazione. Soprattutto con figli adolescenti capita spesso che i genitori, a fronte di paure e preoccupazioni, raccolgano informazioni con modalità non proprio trasparenti (per es., spiare i loro cellulari) che non sanno come condividere con i figli, temendo le loro reazioni. Inoltre, questo primo incontro può assolvere una funzione conoscitiva rispetto ad informazioni sulla storia pre-adottiva che, al momento della presa in carico, non sono ancora state condivise con i figli. Un terzo vantaggio di questo tipo di convocazione è la precoce focalizzazione psicologica sui genitori: l’assenza del figlio consente più facilmente di fare emergere il loro disagio personale nei confronti delle sue difficoltà, il loro senso di impotenza, di disperazione o di inadeguatezza, cominciando precocemente a coinvolgerli in prima persona e non solo come testimoni delle difficoltà altrui. Infine, questo primo incontro risulta spesso di aiuto ai genitori nel coinvolgere un figlio reticente nella consultazione.
Nonostante il rischio di fare sentire in questo modo il figlio emarginato o poco rilevante, nella nostra prassi con gli adottivi questa mossa non si è mai rivelata un ostacolo alla sua partecipazione (anche limitata) successiva.
La richiesta di aiuto da parte dei genitori non viene quasi mai per problematiche relative all’adozione in sé, ma piuttosto per difficoltà del bambino/ragazzo nella sfera comportamentale, sociale ed emotiva di fronte alle quali i genitori non trovano risposte e strategie efficaci.
In realtà, noi sappiamo che l’adozione c’entra sempre. Durante tutta la fase della consultazione dal primo incontro in poi, ne dovremo fare la chiave di lettura attraverso la quale significare quello che succede. Dovremo aiutare la famiglia a riportare in primo piano tematiche che difensivamente hanno cercato di archiviare. La sofferenza, l’abbandono, il maltrattamento, gli eventi traumatici, il lutto, il senso di inadeguatezza e di impotenza sono sempre presenti nelle storie dei loro figli, e rifuggire da essi aiuta a volte anche i genitori a stare lontano dalle proprie aree di sofferenza irrisolte.
Gli obiettivi della fase della consultazione sono:
1. La raccolta delle informazioni, che riguardano: la descrizione del problema, la storia pre-adottiva, l’anamnesi familiare e la storia personale di ciascun genitore. Ha uno scopo conoscitivo e diagnostico, aiuta a comprendere le problematiche all’interno del nucleo familiare, evidenziando il materiale che verrà trattato successivamente in corso di terapia.
2. La valutazione delle risorse disponibili per un eventuale percorso terapeutico: si esplorano sia il grado di motivazione alla richiesta di aiuto, sia le competenze metariflessive e di consapevolezza dei genitori e del figlio.
3. La ridefinizione del problema in chiave post-traumatica: è importante portare precocemente la famiglia a pensare che la sofferenza attuale del bambino/ragazzo derivi quantomeno in parte dall’uso delle risposte post-traumatiche imparate nel passato pre-adottivo e ormai disfunzionali, per arrivare all’inquadramento del sintomo/problema nel contesto relazionale familiare.
4. La formulazione del piano terapeutico (per es., obiettivi, formati, tempi) e la sottoscrizione del contratto. Si definisce il contenuto della terapia e la relazione terapeuti/pazienti.
Durante tutta la consultazione, che precede e prepara la vera e propria fase della “terapia” intesa come “fase del cambiamento”, si affrontano quelle che Selvini, Sorrentino e Gritti [14] descrivono come le prime tre fasi della resilienza:
• riconoscere l’esistenza di un trauma irrisolto;
• la messa in sicurezza della vittima (fermare il trauma);
• la condivisione del dolore.
Il lavoro in équipe
Nella presa in carico delle famiglie adottive il nostro modello prevede sempre l’équipe formata da due terapeuti per tutta la fase della consultazione. Il primo colloquio invece solitamente viene effettuato da un solo terapeuta, così come l’incontro individuale con il figlio, nella fase delle sedute parallele (vedi p. 79).
La co-presenza e collaborazione dei due terapeuti è irrinunciabile data la complessità delle tematiche adottive, sia in termini di qualità dell’intervento terapeutico, sia a protezione dei terapeuti esposti anch’essi al rischio di traumatizzazione. In particolare, quando si trattano adolescenti adottivi, i terapeuti sono continuamente chiamati ad intervenire in situazioni di urgenza per la messa in sicurezza e tutela di questi ragazzi.
Il primo incontro (i genitori): “l’accoglienza”
Come detto precedentemente, il primo incontro ha scopo informativo e conoscitivo ed è il primo momento di confronto con la famiglia, a partire dalla coppia genitoriale.
È caratterizzato da quattro passaggi che riteniamo fondamentali quali: l’accoglienza della coppia e il riconoscimento della complessità che attraversano, la descrizione dettagliata del problema, una breve raccolta della storia pre-adottiva e una prima risignificazione del problema.
Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo constatato che l’atteggiamento di comprensione e accoglienza del terapeuta avvia una preziosa alleanza con la coppia genitoriale.
Spesso infatti i genitori portano un forte senso di impotenza e di frustrazione, ascrivibile a una sorta di aspettativa delusa circa i supposti effetti positivi del loro affetto: è come se per loro fosse poco comprensibile che il loro amore non abbia potuto cancellare il dolore generato dalle vicende pre-adottive. Hanno la sensazione di essere il bersaglio dei comportamenti disfunzionali e disorganizzati del figlio, generando in loro il vissuto di un fallimento educativo e di rifiuto.
Espressioni quali “non c’è niente che lo colpisca”, “ci ha messo all’angolo”, “siamo sotto ricatto”, “abbiamo fallito come genitori”, “vuole comandare sempre lui/lei” sono esemplificazioni del senso di sconfitta di questi genitori feriti. È facile che questo atteggiamento sfumi poi nella visione del figlio adottivo come danneggiato e nella loro constatata impossibilità di ripararlo. Per queste ragioni è importante empatizzare con loro, genitori, riconoscendo le grandi difficoltà incontrate e la legittimità dei loro sentimenti, evitando atteggiamenti colpevolizzanti e giudicanti.
La raccolta del problema, secondo passaggio della seduta, non deve avere una dimensione statica ma dinamica. Nel rispetto della tradizione sistemica («far parlare il calendario», diceva il pioniere Bowen [15]) si cercherà con la famiglia di individuare la tipologia del sintomo o disagio, i tentativi precedenti di affrontarlo, eventuali indagini psicodiagnostiche o mediche precedenti.
Per quanto riguarda le problematiche portate5, la maggior parte rientra nell’area delle difficoltà di relazione intrafamiliare e disturbi del comportamento, sia fuori che dentro casa.
Durante il periodo adolescenziale, la gestione della rabbia e dell’impulsività, con episodi di aggressività verbale e fisica tra genitori e figlio, fughe da casa, abbandoni scolastici e uso di sostanze, diventano la prima fonte di allarme.
Anche la difficoltà di relazione con i pari è presentata dai genitori come punto degno di preoccupazione: prese in giro per il colore della pelle o per le difficoltà, frequentazioni poco raccomandabili, appartenenza a gruppi devianti o al contrario eccessivo ritiro ed inibizione.
La gestione dell’impegno scolastico, gli eventuali disturbi di apprendimento e quelli evolutivi sono un altro dei motivi più ricorrenti che spingono i genitori a chiedere un consulto, così come la presenza di sintomatologia (problemi di addormentamento, enuresi/encopresi, incubi notturni, comportamenti sessualizzati, disturbi alimentari).
È importante indagare quando il problema/sintomo è insorto la prima volta e in quali circostanze si verifica attualmente in modo da identificare gli eventuali trigger o riattivatori. L’obiettivo di questo lavoro è quello di cercare di incrementare la consapevolezza e la prevedibilità dei comportamenti disturbanti dei figli e di cominciare a instillare nel genitore l’idea che essi abbiano un senso.
Infatti il comportamento che appare così irrazionale e disfunzionale acquista un senso, e rivela la propria intelligenza se letto alla luce della sua storia pre-adottiva: come spiega Vadilonga [16], il bambino non fa altro che trasferire i comportamenti appresi nel periodo pre-adottivo − e che in tale situazione si sono rivelati utili – all’interno del contesto adottivo, dove possono rivelarsi disadattavi.
Ricordiamo l’estrema difficoltà dei genitori di Malia, una ragazzina di 9 anni di origine colombiana, che raccontava bugie definite dagli stessi “banali e inutili”, come per esempio il colore della canottiera indossata. Per questi genitori era inconcepibile che la figlia non dicesse loro la verità soprattutto quando la bugia non copriva questioni gravi o che avrebbero comportato importanti rimproveri da parte dei genitori.
Questo determinava inoltre la spiacevole sensazione da parte di questi ultimi di essere presi in giro proprio per la gratuità percepita della bugia.
Un altro caso che ci ha particolarmente colpito nella nostra esperienza clinica riguarda Charu, una ragazzina di 7 anni, di origine indiana e adottata a trenta mesi circa, che pur vivendo situazioni di forte discriminazione in classe non riferiva ai genitori vissuti negativi riguardo la sua vita scolastica ma anzi si mostrava entusiasta e desiderosa. I genitori, motivati da spinte protettive nei suoi confronti, non riuscivano a comprendere le ragioni di questo (apparente) scarso senso critico e temevano fortemente per il suo continuo esporsi a situazioni relazionalmente sfavorevoli pur di non chiedere aiuto o riferire agli insegnanti quanto accadeva.
Un’altra situazione piuttosto ricorrente riguarda le esplosioni di rabbia a seguito di modeste frustrazioni. Telma, una ragazza di 12 anni di origine brasiliana, di fronte a un banale “no” della madre a una sua richiesta di poter uscire con un’amica qualche ora al pomeriggio, ha reagito spaccando tutte le cornici del salotto e stracciando le foto che la ritraevano. Queste reazioni così violente, decisamente sproporzionate all’evento che le innescano, fanno sentire i genitori da un lato cattivi e dall’altro impotenti (“come facciamo a educarla se a ogni limite o divieto ci spacca mezza casa?”).

Il racconto della storia pre-adottiva in questa precisa fase della seduta ha lo scopo di rendere più comprensibile il comportamento del figlio e di alleggerire la sensazione dei genitori di esserne il “bersaglio”.
Utilizzando la metafora di una pistola si può dire che il comportamento disfunzionale attuale è il colpo che la storia pre-adottiva ha messo in canna e che la situazione adottiva che lo attiva è il grilletto che viene premuto. Una volta che il genitore comprende che il comportamento del figlio è il frutto di apprendimenti legati al suo passato e attivati dalla situazione attuale è emotivamente più libero di affrontarlo. In particolare, si sentirà meno in colpa, meno incapace e potrà affiancare il figlio con maggiore serenità nella ricerca di una soluzione.
Nel caso di Malia, l’esplorazione della sua storia pre-adottiva ha fatto emergere il suo coinvolgimento nell’attività di accattonaggio del padre e il ricorso alla tecnica della bugia da parte della figlia quando tornava dalle sue missioni con poco guadagno per evitare di incorrere in pesanti sanzioni verbali e fisiche da parte del genitore. Il ricorso alla bugia aveva assunto nella vita di questa ragazzina una funzione salvifica e quindi anche quando si sentiva in leggero difetto (perché magari non aveva messo la maglietta stirata ma quella preferita) vi ricorreva in automatico senza nessuna intenzione di prendere in giro i genitori.
Nel caso di Charu, la spiegazione risale al modo in cui è stata gestita la sua gravidanza e la sua nascita. Infatti, la madre, molto giovane e non sposata, rimane incinta di un ragazzo che la lascia alla notizia della gravidanza. A questo punto il padre di lei decide di chiuderla in casa e la costringe a non uscire per tutto il periodo per evitare la vergogna sociale. Quando la bambina nasce non viene né lavata né nutrita nella speranza che muoia rapidamente. La bambina invece, attaccata alla vita, urla e si dispera fino a quando la madre e il nonno non decidono di abbandonarla davanti ad un ospedale per evitare che qualcuno del villaggio capisca dal pianto che la madre era rimasta incinta. La determinazione e l’ostinazione sono state le sue ancore di salvezza.
Per quanto concerne Telma, la sua storia pre-adottiva fornisce inequivocabili chiavi di lettura per comprendere la sua scarsa tolleranza attuale alle frustrazioni, anche quelle più leggere e quotidiane. Il senso di impotenza e di sottomissione patito durante i diversi episodi di abuso sessuale a cui era stata sottoposta nella sua famiglia di origine hanno fortemente ridotto la sua tolleranza alle situazioni frustranti, così come la rabbia patita e a lungo repressa l’aveva caricata come una molla pronta a scattare. Il risultato di questo passato è che ogni piccolo dispiacere provoca una reazione di rabbia sovradimensionata rispetto alla reale entità del problema.

Al termine dell’incontro, si concorda con i genitori la convocazione del figlio alla seduta successiva, informando della presenza del secondo terapeuta dell’équipe.
La prima seduta di consultazione (genitori e figlio): “le buone ragioni del figlio”
La convocazione del figlio ha come scopo quello di raccogliere il suo punto di vista sul problema presentato dai genitori ed avere una prima “fotografia” relazionale della famiglia.
L’età del figlio determina se la seduta avrà un andamento più osservativo (prima infanzia) attraverso giochi, disegni, triangolo di Losanna, o più diretto (dalla seconda infanzia) attraverso un dialogo più partecipato attivamente.
Sarà compito dei terapeuti, in questa seduta, valutare la qualità della relazione affettiva, il tipo di attaccamento, come si colloca il figlio nella dinamica della coppia, la qualità delle comunicazioni tra genitori e figli (capacità di esprimere i propri sentimenti, di parlare di cose dolorose oppure eventuali strategie di evitamento), la presenza di eventuali atteggiamenti squalificanti, la capacità o incapacità di accogliere il punto di vista dell’altro, e alcune competenze genitoriali come la capacità di consolare, di sostenere, di comprendere, e il grado di centratura sui rispettivi bisogni 6.
Far descrivere il comportamento problematico dal figlio che ne è l’autore, cercando di spingerlo a trovare delle motivazioni al medesimo, è un altro passaggio importante. Abbiamo incontrato frequentemente bambini e ragazzi che non fanno menzione con i terapeuti della loro condizione di adottivi (soprattutto se etnicamente simili ai genitori), spostando l’accento su un’area di problematicità che li allontana dal collegamento con gli eventi traumatici.
Si cercherà allora, alla luce della storia pre-adottiva che è stata raccolta nel primo incontro, di porre in evidenza l’ipotesi che il suo modo di funzionare attuale è determinato dal suo passato.
Esperienze frustranti attuali richiamano le profonde angosce abbandoniche o di pericolo di vita legate al passato, nelle quali la marcata reattività ha assolto una funzione protettiva e salvifica.
Questa mossa terapeutica stimola la consapevolezza di come il bambino/ragazzo funzioni e le cosiddette “buone” ragioni che lo motivano.
Qualora il figlio risulti poco consapevole, si cercherà di utilizzare il racconto dei genitori per fare sì che egli arrivi a vedersi almeno “dal di fuori”, attraverso gli occhi dei genitori. L’atteggiamento empatico dei genitori, agevolato dalla comprensione del funzionamento post-traumatico del figlio, può favorire, in un gioco di reciproche accoglienze, la comprensione del valore protettivo e affettivo che esprimono le loro proposte educative e di contenimento.
Infine, si compie la valutazione delle risorse disponibili all’interno della famiglia, per un eventuale percorso terapeutico.
Non è infrequente infatti, soprattutto con adolescenti, incontrare riluttanza e non disponibilità ad accettare ulteriori incontri. Il desiderio di riuscire da soli, la scarsa consapevolezza di sé, la fobia delle proprie fragilità e la conseguente indisponibilità a lavorarci sopra sono alcune delle principali ragioni di queste resistenze.
A volte, sono i genitori a sottolineare una sorta di stanchezza a impegnarsi per il figlio.
Non è detto quindi che all’opportunità di sostenere un lavoro psicologico corrisponda la disponibilità a effettuarlo [20].
In questa fase, allora, risulta di particolare importanza che il ragazzo possa percepire la situazione non come ostile ma come protettiva, così come i genitori non si devono sentire “cattivi” se lo portano, o “falliti” se non ci riescono.
La seconda seduta di consultazione (famiglia nucleare): “il telaio familiare”
La seduta con la famiglia al completo7 è un interessante osservatorio delle dinamiche tra le persone. Le famiglie adottive “nascono” dall’incontro tra persone, adulti e bambini, che inizialmente sono estranei e che poi si incamminano verso la graduale e complessa costruzione di legami d’amore e di appartenenza.
La seduta familiare permette di avere una immediata fotografia di come sono arrivati a volersi bene, divenendo genitori, figli ed eventualmente fratelli. La fratria è sempre oggetto di grande interesse e merita molta attenzione per la complessità delle dinamiche che si mettono in campo. I genitori devono svolgere il difficile compito di gestione delle relazioni tra i fratelli che possono esprimere ambivalenza, conflittualità, gelosia. Nel caso delle famiglie adottive il tutto è reso più complesso 8.
In questo incontro è fondamentale:
• raccogliere il punto di vista dei fratelli sul disagio del figlio in difficoltà;
• osservare il clima familiare: collaborazione, alleanze, schieramenti, il grado di comunicazione, i temi leciti e non leciti, l’apertura comunicativa sui temi adottivi con i fratelli;
• valutare la posizione nella fratria e il ruolo: alleanza, supporto reciproco, condivisione emotiva del passato comune, competizione. Nel caso di fratelli biologici, è importante osservare quanto il fratello maggiore sia o no riuscito a svincolarsi dal ruolo protettivo di genitore vicario concedendo l’accesso dei fratelli minori ai genitori adottivi;
• verificare eventuali denominatori comuni nella fratria in termini di reazioni post-traumatiche, comportamenti, emozioni, strategie di “sopravvivenza” assunte; connettere la diversità delle strategie ai ruoli/posizione nella fratria (più facilmente, ma non sempre, è il primogenito quello che “lotta”, mentre gli altri privilegiano la “fuga” o la “sottomissione”);
• indagare lo stato di benessere/malessere dei fratelli (apparentemente) non problematici;
• condividere i diversi contributi individuali nei termini di ricordi, vissuti, informazioni, che formano il puzzle della loro storia pre-adottiva (nel caso di figli adottivi e fratelli biologici);
• raccogliere la disponibilità dei fratelli a partecipare al percorso terapeutico.

A partire dai contenuti emersi si avvia la condivisione dei significati che accompagnano le difficoltà familiari, e si sottolinea in chiusura l’importanza del contributo, in termini di risorse positive, di ciascun componente a costituire una “squadra” a supporto del figlio/fratello in difficoltà.
Le sedute parallele
Dopo la seduta familiare si propongono brevi tranche (2/3 colloqui) separate9 e in parallelo genitori e figlio (a partire da 7/10 anni in su), volte ad approfondire le storie personali10.
Questa modalità di separare, in un certo senso “prematuramente” genitori e figlio, è supportato dalla considerazione che trattandosi l’adozione di un incontro di storie pluritraumatiche, gli spazi psicologici individuali consentono da un lato un maggiore senso di libertà e dall’altro proteggono dai rischi di trumatizzazioni reciproche. Eventuali racconti di eventi traumatici nella storia dei genitori, in una fase così precoce della terapia, potrebbero infatti fungere da ulteriori traumatizzazioni per il figlio.
In presenza di bambini al di sotto dei 7 anni, si raccolgono i loro ricordi nella seduta congiunta con i genitori.
La seduta con il figlio: la storia del figlio
La seduta con il figlio viene effettuata considerando la sua età anagrafica e il tempo di arrivo in Italia (sufficiente conoscenza della lingua italiana).
Con l’adolescente (da 11 anni in su) in apertura di seduta si rammenta al ragazzo/a l’obiettivo di tale incontro: la raccolta più dettagliata del suo passato pre-adottivo integrandola con il suo vissuto e i suoi ricordi, la ricostruzione del suo inserimento nella famiglia adottiva e dell’evoluzione di tale inserimento. La sua reazione ci fornisce importanti informazioni: quanto la storia pre-adottiva sia argomento di cui si può parlare in famiglia, quanto invece sia un tabù, quale “stratificazione” difensiva ci sia sopra, il livello di banalizzazione sull’essere stato adottato, il livello di idealizzazione della storia pre-adottiva e dei genitori biologici (per es., “mi hanno lasciato perché erano poveri”…).
È utile riprendere le connessioni fra la sua storia e le sue difficoltà, proposte in chiusura della seduta con i genitori, legittimandogli i suoi comportamenti attuali con il dolore, la rabbia e la tristezza che vi stanno dietro.
Aumentare, infatti, il livello di conoscenza ha come obiettivo principale quello di abbassare gradualmente gli “tsunami emotivi” che sono alla base di pericolosi agiti auto- ed etero-diretti.
Si aiuta il ragazzo a dare un nome a ciò che lo “guida a schiantarsi pericolosamente”: i traumi del passato.
Questa significazione rappresenta spesso una prima e fondamentale chiarificazione per il ragazzo che fino a quel momento si è sentito solo “pazzo, sbagliato, folle, brutto, schifoso, spazzatura, immeritevole o meritevole solo di cose brutte, colpevole di tutto ciò che di negativo gli succede” (tutte definizioni autoriferite da alcuni dei nostri ragazzi).
Viene quindi proposta una lettura psicoeducazionale su cosa si definisce traumatico e sulle diverse reazioni post-traumatiche messe in atto, “visualizzandole” insieme a lui in quello che noi chiamiamo “il gioco degli abbinamenti”, aiutandolo ad associare comportamenti messi in atto e reazioni post-traumatiche sottostanti. Tale nuova prospettiva permette di aprire, spesso per la prima volta, la “temuta porta” della propria dolorosa storia, entrando gradualmente nel percorso verso la consapevolezza delle “buone ragioni” del suo grave e profondo malessere.
Si cerca di portare il ragazzo ad allearsi a noi terapeuti “contro” il trauma che domina e segna la sua giovane vita.
Questi ragazzi hanno una forma di cecità verso le proprie parti “buone, funzionali, costruttive”, troppo abituati a vedersi o a rispecchiarsi solo in quelle malevoli e distruttive.
Le parti funzionali, infatti, vanno cercate insieme, sostenute, visto che sono quasi costantemente “schiacciate e sabotate” causando e alimentando una crescente immagine di sé come di persona “senza speranza” di cambiamento (“tanto è inutile che vengo, che lei dottoressa perda tempo con me, che tanto sono senza speranza e senza futuro”).
Infine, si verifica la disponibilità a prendere parte e in che modo al percorso terapeutico che potrà venire proposto al termine della fase di consultazione.
La seduta individuale con i bambini11 non viene sempre effettuata, essendo necessariamente vincolata alle competenze cognitive e linguistiche degli stessi e alla loro capacità emotiva di sostenere degli incontri con adulti non familiari, separandosi dalle proprie figure adulte di riferimento.
Gli obiettivi sono:
• osservare come il bambino si relaziona con il terapeuta senza la presenza dei genitori;
• verificare la sua tenuta nel setting terapeutico individuale (capacità di separarsi dalle figure di attaccamento);
• valutare la sua competenza meta-riflessiva attraverso il racconto della sua storia e delle sue relazioni attuali con i genitori;
• verificare la sua adesione consapevole al progetto terapeutico in termini di consapevolezza, alleanza, competenza.

Questi sono tutti elementi predittivi della possibilità di effettuare, nella fase di terapia, eventuali tranche di lavoro individuali, o con l’affiancamento di uno dei genitori, per es. con l’uso dell’EMDR e di tecniche di potenziamento delle risorse positive.
Seduta genitori: le buone ragioni dei genitori
Questo incontro ha l’obiettivo di lavorare sulle “buone ragioni” dei genitori. Delicato è il momento in cui si propone ai genitori una focalizzazione su di loro in quanto potrebbe risultare ai loro occhi poco motivata e sorprendente.
È importante motivare questa proposta nei termini di acquisire una consapevolezza circa le risonanze emotive che i comportamenti del figlio e più in generale la sua storia e il suo modo di essere evocano in loro. Bisogna aiutarli a capire che la focalizzazione su di loro è un aiuto a esercitare in modo più efficace e funzionale la loro genitorialità, e non origina dal fatto che li riteniamo i colpevoli delle sofferenze del figlio.
Dopo questa premessa, e se non ci sono aggiornamenti particolari sulla situazione familiare, iniziamo la seduta chiedendo le loro reazioni emotive al comportamento del figlio, a come questo li fa sentire e a come loro reagiscono a questi sentimenti: una situazione piuttosto ricorrente è quella di genitori che si sentono impotenti nei confronti dei figli e che reagiscono sulla base del sistema motivazionale competitivo cercando di fargli comprendere “che non è lui a comandare in casa”. Dal momento che spesso le reazioni più istintive sono quelle meno funzionali si cercherà da un lato di comprendere e legittimare le loro reazioni, ma anche di evidenziare come anche per loro si tratti di risposte determinate da apprendimenti precedenti, cioè da risposte che in quelle situazioni nella loro storia si sono rivelate utili, ma che nel contesto attuale si rivelano disfunzionali. Per fare questo cerchiamo di approfondire la storia dei genitori attraverso una intervista ispirata allo strumento della AAI (Adult Attachment Interview) di Main [21], finalizzata a evidenziare i loro apprendimenti sia in termini di MOI (modelli operativi interni) sia di copying, con una particolare attenzione su alcuni fattori di rischio che le ricerche [22] hanno dimostrato essere tipici della genitorialità adottiva: la capacità di tollerare il dolore, la presenza di eventuali aspettative elevate, la rigidità dei modelli educativi.
L’esplorazione delle biografie dei genitori, che viene effettuata in modo congiunto alla presenza di entrambi, riveste l’obiettivo di evidenziare come anche la loro condotta genitoriale sia fortemente influenzata da schemi relazionali appresi precedentemente al rapporto con il figlio, in modo particolare durante la loro infanzia.
Ricordiamo il senso di fallimento profondo di una madre che aveva impostato sulla fiducia e sull’apertura al dialogo il rapporto con il proprio figlio adottivo adolescente alla scoperta del frequente ricorso alle bugie. Questa donna aveva avuto un padre molto autoritario e rigido che le aveva precluso molte attività in adolescenza e al quale era stata “costretta” a raccontare bugie per poter godere di libertà minime, come uscire il pomeriggio con delle amiche all’età di 16 anni. Dal momento che aveva molto sofferto del fatto di non potere condividere con i propri genitori le gioie delle proprie esplorazioni occultate, punta molto quando diventa genitore sul fatto di non costringere il proprio figlio a raccontarle delle bugie esortandolo a comunicarle tutto. Quando le bugie del figlio la fanno sentire un genitore autoritario e rigido come il proprio padre si sente fallita come madre.
Quello che vogliamo evidenziare è che spesso una quota, una porzione, delle reazioni di un genitore sono da ascrivere alle risonanze emotive che il comportamento del figlio provoca in lui. Questa è una dinamica generazionale ricorrente nelle famiglie: la reazione emotiva per il comportamento di un figlio si rivela sproporzionata ad esso in quanto incrementata da quote di emotività che risultano in qualche modo collegate (per analogia dell’emozione provata o per altro tipo di analogia), ma che provengono da situazioni che fanno parte della storia passata del genitore. Si tratta di una sorta di “trasferimento” emotivo inconsapevole da parte del genitore che integra la reazione emotiva al figlio con una parte di emotività che attiene alla propria storia passata.
Un altro esempio di “incastro” poco funzionale ricorrente adottivo-specifico riguarda i genitori che hanno subito precoci adultizzazioni e responsabilizzazioni nelle loro famiglie di origine, ricevendo anche dei riscontri positivi in termini di autostima e riconoscimenti sociali, e che si aspettano dai propri figli un medesimo atteggiamento. Condizionati da questo loro passato, essi faticano a comprendere nonché accettare gli atteggiamenti a volte immaturi e irresponsabili dei propri figli adottivi (per esempio in relazione ai loro impegni, soprattutto scolastici) che magari rappresentano soltanto una sorta di risarcimento dopo un periodo pre-adottivo caratterizzato dalla necessità di essere sempre all’erta e ipercontrollanti.
La seduta quindi, da un lato, si configura come una legittimazione delle strategie genitoriali alla luce delle loro storie e, dall’altro, è finalizzata al riconoscimento delle criticità che esse rappresentano nell’attualità. La modifica di tali strategie con altre maggiormente appropriate sarà invece l’obiettivo del percorso terapeutico.
La seduta di restituzione e la definizione del contratto: “siamo una squadra e possiamo stare meglio”
Terminate le sedute di approfondimento individuale sia con i genitori sia con il figlio si effettua un incontro congiunto, valutando la presenza degli eventuali fratelli. Si restituisce ai presenti una rilettura della situazione di disagio che sta vivendo la famiglia alla luce di quanto emerso negli approfondimenti paralleli, favorendo il riconoscimento condiviso e reciproco tanto del malessere, quanto delle “buone ragioni”: da un lato quelle del figlio (esperienze sfavorevoli pre-adottive e difficoltà specifiche dell’essere adottivi, dinamiche adolescenziali, ecc.), dall’altro quelle dei genitori (coinvolgimento affettivo e protettivo, svolgimento del ruolo educativo, proposta di regole familiari e sociali, il perché delle loro preoccupazioni, le ragioni per cui si spaventano tanto, ecc.). L’obiettivo è quello di decolpevolizzare almeno parzialmente entrambi per gli effetti negativi dei propri comportamenti sull’altro.
Questa seduta sancisce la conclusione della fase della consultazione e si conclude con la definizione del contratto terapeutico che prevede la presa in carico della famiglia. La fase della vera e propria terapia prevedrà formati flessibili, alternando formati individuali, genitoriali e familiari.
Nel caso in cui il figlio si dichiari refrattario alla terapia, si propone di proseguire con il formato genitoriale sperando in una successiva mobilitazione favorevole del figlio.
Per agevolare una visione complessiva e organica del percorso della consultazione descritto, presentiamo nella Tabella 1 una schematizzazione sintetica.
CONCLUSIONI
Il protocollo di consultazione presentato ha il vantaggio di consentire in un ridotto numero di incontri l’inquadramento di quelli che riteniamo essere gli aspetti più rilevanti per la formulazione di un piano terapeutico che risulti efficace ad affrontare le problematiche di una famiglia adottiva: la motivazione al lavoro terapeutico, i funzionamenti dei diversi componenti e la storia adottiva.
L’innovatività e la specificità che caratterizzano il nostro approccio, differenziandolo dalla maggioranza dei modelli sistemici di presa in carico, consiste nelle due mosse terapeutiche di mettere al centro l’adozione da un lato e di coinvolgere in modo consistente i genitori dall’altro.
Proprio in relazione a tali manovre terapeutiche vorremmo proporre due brevi considerazioni conclusive.
La prima è che consideriamo il disagio attuale di una famiglia adottiva sempre riconducibile in una misura più o meno rilevante all’adozione, e/o alla storia pre-adottiva. È una sorta di assioma terapeutico nato dall’esperienza clinica con questo tipo di nuclei e che preorienta e indirizza il nostro intervento. Dare centralità all’adozione evita di incorrere in rischi terapeutici che potrebbero risultare gravi: non affrontare fin dalle prime battute il tema del trauma e degli effetti che lascia negli individui potrebbe portare a ipotizzazioni eccessivamente focalizzate sul sintomo e sul qui ed ora e a formulazioni errate o fuorvianti del piano terapeutico. Il terapeuta che accetta di prendere in cura un soggetto adottivo e la sua famiglia non può non essere preparato professionalmente a trattare il “trauma”.
La seconda considerazione nasce da una critica che alcuni colleghi hanno mosso al nostro modello ritenendolo troppo sbilanciato sui genitori. A partire dalla scelta di convocare al primo colloquio i soli genitori, anche quando i figli sono adolescenti, essi ci contestano una eccessiva alleanza con i genitori o comunque uno sbilanciamento nella loro direzione. Forse un fondo di verità in questa critica c’è: del resto questo sbilanciamento è coerente da un lato con la nostra idea che il compito di un genitore adottivo sia mediamente più complesso di quello di un genitore biologico e quindi egli meriti un’attenzione particolare, dall’altro con il fatto che il genitore adottivo, a causa della portata patogena della storia pre-adottiva, è più delegante rispetto ai genitori biologici e quindi necessiti di una attenzione maggiore per non defilarsi dal percorso terapeutico. Infine, la nostra esperienza clinica ci ha insegnato quanto sia fondamentale che continuino a ingaggiarsi per aiutarlo. Un figlio adottivo ha più bisogno rispetto ad un figlio biologico del sostegno dei propri genitori per superare i propri momenti di difficoltà anche se è ancora meno disposto a riconoscerlo.
Ringraziamenti
Ringraziamo Stefano Cirillo, Dante Ghezzi, Donatella Guidi, Paola Morosini, Matteo Selvini e Anna Maria Sorrentino per il loro attento lavoro di revisione delle bozze dell’articolo, per il loro incoraggiamento a intraprenderne la scrittura e per i preziosi consigli. Ad Alfredo Canevaro vanno i nostri ringraziamenti per il lavoro di traduzione in spagnolo del riassunto. Siamo riconoscenti al CIAI per la ricca esperienza clinica che ci ha consentito di maturare per tanti anni all’interno dei suoi servizi e che ha contribuito a ispirare questo lavoro.
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