Immmagini e fotografie nella psicoterapia sistemica: una ricerca sui fattori di implementazione dell’alleanza terapeutica

Giuseppe Ruggiero1, Stefano Iacone2, Ilaria de Luca3, Giovanna Loffredo3



Particolarmente dedicato ai medici e agli operatori della salute, l’articolo col­locato in questa sezione risponde a una domanda fondamentale sulla possibilità di utilizzare, fuori dal campo in cui esso nasce, il sapere che origina dal lavoro degli psicoterapeuti.


Especially adressed to practitioners and other health specialists, the article placed in this section answers to the main question on the possibility to make use of the knowledge resulting from the work of psychoterapists outside the field in which it is born.


Dedicado especialmente a los médicos y demás profesionales de la salud, el artículo presentado en esta sección responde al tema fundamental sobre la posibilidad de utilizar los conocimientos derivados del trabajo de los psicoterapeutas fuera de su campo original.



Riassunto. La psicoterapia familiare di matrice sistemica ha costantemente sollecitato interventi specifici sui registri non linguistici dell’interazione familiare, come ad es. le sculture familiari, ma l’uso di immagini e fotografie ha beneficiato di un’attenzione particolare grazie soprattutto all’instancabile lavoro di Rodolfo de Bernart. È ormai opinione condivisa infatti che l’uso di immagini, sia attraverso tecniche più strutturate sia attraverso un lavoro libero e creativo, faciliti il trattamento di individui, coppie e famiglie. Attraverso il costrutto di “mente estetica”, maturato nell’ambito delle nuove scienze della mente e di quello di “intelligenza emotiva” di Meyer e Solovey, questa ricerca sperimentale esplora l’ipotesi che l’uso delle immagini, e nello specifico di questa ricerca quello del “collage di immagini”, sia un fattore di implementazione dell’alleanza terapeutica, in particolare nel setting di coppia.

Parole chiave. Alleanza terapeutica, mente estetica, immagini, intelligenza emotiva.
Summary. Pictures and photos in systemic psychotherapy: a research on implementation’s factors of the therapeutic alliance.
The systemic psychotherapy has consistently urged specific interventions on non-linguistic registers of family interaction, for examples the family sculptures, but the use of images and photographs has been granted particular attention thanks to the work of Rodolfo de Bernart, is now widely accepted fact that the use of images, both through more structured techniques that through a free and creative work, brings benefits to the treatment of individuals, couples and families. Through the construct of “aesthetic mind”, developed as part of the new sciences of the mind and that of “emotional intelligence” of Meyer and Solovey, this experimental research explores the hypothesis that the use of the images, and specifically the use of the “collage of images”, is a factor of implementation of the therapeutic alliance, particularly in the couple setting.

Key words. Therapeutic alliance, aesthetic mind, images, emotional intelligence.
Resumen. Imágenes y fotos en la psicoterapia sistémica: búsqueda de factores de implementación de alianza terapéutica.
La familia de la matriz de la psicoterapia sistémica ha instado a las intervenciones específicas en un registro no lingüísticos de la interacción familiar, come por ejemplo las esculturas familial, pero el uso de imágenes y fotografías se ha concedido especial atención gracias al juego de Rodolfo de Bernart, es ahora ampliamente hecho aceptado que el uso de imágenes, ya sea a través de técnicas más estructuradas que a través de un trabajo libre y creativo, facilitar el tratamiento de los individuos, parejas y familias. A través de la construcción de la “mente estética”, desarrollado en el marco de las nuevas ciencias de la mente y de la inteligencia emocional de Meyer y Solovey, esta investigación experimental explora la hipótesis de que el uso de las imágenes, y buscar específicamente el uso del collage de las imágenes, es un factor de aplicación de la alianza terapeutica, en particular en el setting de pareja.

Palabras clave. Alianza terapéutica, mente estética, imágenes, inteligencia emocional.
introduzione
Nella sua autobiografia Carl Whitaker racconta un aneddoto piuttosto bizzarro: nella clinica psichiatrica in cui stava muovendo i suoi primi passi come psichiatra decide di sperimentare una nuova ed originalissima tecnica, ovvero quella di mettere a disposizione dei suoi pazienti psicotici un bel biberon pieno di latte caldo sperando in questo modo di favorire una benefica regressione [1].
È facile sorridere sull’ingenuità e l’empirismo artigianale che pervade lo spirito di questo pioniere della terapia familiare, ma l’episodio aiuta a cogliere un’anima profonda del movimento sistemico, ovvero quella grande creatività e volontà di sperimentare, azzardare e credere nelle risorse umane. È un modus operandi che ha contraddistinto anche generazioni successive di terapeuti sistemici che hanno poi trasformato queste idee in un ampio bagaglio di tecniche e strumenti clinici, diventati basilari nella formazione. In questo bagaglio vanno collocate, a nostro avviso, anche i diversi strumenti che prevedono l’uso di immagini e fotografie in psicoterapia. Queste tecniche hanno una storia piuttosto recente, ma godono di una prassi consolidata e soprattutto di un consenso piuttosto diffuso. La psicoterapia familiare di matrice sistemica ha costantemente sollecitato interventi specifici sui registri non linguistici dell’interazione familiare - come ad es. le sculture familiari [2-4] - ma l’uso di immagini e fotografie ha beneficiato di un’attenzione particolare grazie soprattutto all’instancabile lavoro di Rodolfo de Bernart in questa direzione, sebbene non siano mancate esperienze significative anche in Europa (ci riferiamo ad esempio allo Spectro Card di Halkonen) [5,6]. Il “collage di immagini” o il “genogramma fotografico” sono forse gli esempi più brillanti e fortunati di questa felice stagione e tutti i terapeuti che li hanno usati ben conoscono le potenzialità trasformative che possiedono questi strumenti.
Oggi però i tempi sono cambiati, gli psicoterapeuti di molti orientamenti sono tesi ad un confronto serrato con altre discipline e soprattutto includono metodologie di tipo scientifico per validare le proprie prassi cliniche [7]. La ricerca non è più un tabù o un’esclusività degli psicologi sperimentali. Sono maturate le premesse per valutare anche attraverso gli strumenti della ricerca clinica la validità dei propri interventi nella stanza di terapia. In merito all’uso di immagini, fatta eccezione per il lavoro di Emanuela Saita su fotografie scelte liberamente [8], non esiste alcuno studio correlazionale tra immagini e psicoterapia sistemica. Va anche detto però che questo diverso clima è frutto anche di un incontro felice tra la psicoterapia e le nuove scienze della mente (neuroscienze, scienze cognitive, evoluzionismo). Tra i diversi frutti di questo incontro, possiamo annoverare anche una rivisitazione del “potere” delle immagini nella vita psichica dell’uomo. È emerso infatti il fertile costrutto di “mente estetica”, che getta nuova luce sia sui processi percettivi e di fruizione delle immagini sia sulle loro enormi potenzialità trasformative.
MENTE ESTETICA, INTELLIGENZA EMOTIVA E PSICOTERAPIA
La “mente estetica” è stata intesa inizialmente da molti autori [9-11] come quel network neurale (o modulo) articolato in diverse aree che ci fa godere del “bello” e ci allontana dal “brutto”. Questo programma di ricerca è stato ribattezzato da alcuni autori “neuroestetica”. La neurocultura, ovvero quel coacervo di discipline che si ornano del suffisso “neuro” (tra le tante, la neuroeconomia, la neurodidattica, la neuroestetica etc.), traduce e aggiorna, in una direzione ancora incerta, l’antagonismo tra il mondo soggettivo dell’anima e quello oggettivante della scienza positivistica [12]. La neuroestetica in particolare sembra aver raccolto quella tensione irriducibile tra l’ineffabilità delle espressioni artistiche e le scienze della vita: si propone infatti di approfondire le basi biologiche di questa attività esclusivamente umana e per secoli intesa esclusivamente come un’attività puramente ermeneutico-interpretativa. Le basi del “cervello visivo” invece avrebbero le proprie regole, una propria sintassi e sarebbero condivise da tutti i discendenti di Homo Sapiens.
L’arte degli ultimi 40.000 anni – dalle caverne di Lascaux a Picasso - risponderebbe agli stessi principi di organizzazione neurale, quindi ad una sintassi percettiva che affonderebbe le sue origini nella selezione naturale (e sessuale) ed avrebbe un alto valore adattativo. Questa visione riduzionistica ci separa però dal senso profondo dell’esperienza estetica che, sebbene nata da valenze adattative, è impregnata di colorature affettive intense e irripetibili. Scienze cognitive ed evoluzionismo ci hanno infatti abituati a pensare che “the sense of Beauty” [13] non è un lusso dell’evoluzione, un meraviglioso ornamento che ci fa godere di sinfonie e tele antiche, ma è un dispositivo unico che favorisce l’intersoggettività.
Come infatti sottolinea Terence Deacon, la facoltà estetica segna una competenza simbolica di riorganizzare un pool di emozioni primarie ed assemblare dei blend emozionali qualitativamente superiori. Il dispositivo estetico – più vicino ad una “impalcatura esterna”, per usare l’espressione cara ai fautori della mente estesa, che ad un modulo interno al cervello - segna percorsi emozionali “interni” all’individuo ma disegna anche spazi di condivisione e sintonizzazione [14]: «L’espressione artistica va pensata come una forma mediata d’intersoggettività dove l’oggetto simbolico funge da mediatore tra chi l’ha realizzata e chi ne fruisce. La visione è un processo multimodale che implica l’attivazione di circuiti cerebrali non solo visivi, ma anche senso-motori, viscero-motori e affettivi, mediata quindi dal corpo» [15]. Quindi la fruizione della bellezza e la sensazione benefica ad essa connessa - certamente declinata in modi molto peculiari dalle diverse culture - avrebbe basi innate e si intreccerebbe strettamente con altri dispositivi mentali come l’intersoggettività, l’attaccamento, la sintonizzazione affettiva, la sessualità. È questa impressionante sinergia tra sé e il mondo, tra dispositivi mentali differenti che restituisce all’individuo una sensazione di “pienezza”, di vitalità e di felicità. In sintesi, la “aestethic faculty” [14] non sarebbe la ciliegina che corona una meravigliosa mente simbolica – troppo spreco per l’evoluzione – piuttosto un dispositivo cognitivo-emozionale che ci mette in contatto con gli altri, gratifica i suoi utilizzatori, media appartenenze, crea un “noi”, senza utilizzare simboli e parole. È un acceleratore degli spazi d’intersoggettività [16].
L’estetico, lungi dal ridursi ad una funzione accessoria o residuale (o nel migliore dei casi, ad una funzione specializzata nella fruizione di opere d’arte e affini), si configura piuttosto come una dimensione che permea l’intero campo della nostra vita mentale: l’attività estetica racconta quindi un “felice contatto” tra aspetti dell’interiorità, ma soprattutto tra sé e il mondo.
È su questa intuizione che abbiamo ipotizzato già in altre occasioni che il contatto con i pazienti possa avvenire anche su aree poco considerate, come la cosiddetta “mente estetica”, ovvero quegli apparati di condivisione intensissima che ci mette in comunicazione con un mondo privo di parole, ma che parla con la stessa sintassi delle emozioni e del corpo. “The artful mind” [17], intesa come apparato neurale, ci fa fruire certamente del “bello” e del “brutto”, ma si è evoluta sostanzialmente per creare una condivisione collettiva e una diversa elaborazione delle emozioni. Anche quando percepiamo l’incantevole bellezza dello sguardo della nostra partner, ne percepiamo così l’impronunciabile affinità che ci unisce a lei, viviamo nell’area estetica della nostre menti. È un’area che trascendere il confine personale ed emerge dal contatto [18]. La dimensione estetica può essere una dimensione di contatto, di connessione emotiva tra paziente e terapeuta.
Questo discorso ha una chiara implicazione nella clinica: se la mente estetica accelera il processing delle emozioni e il contatto con il mondo, l’uso in terapia di linguaggi analogici diventa fondamentale e non una vicenda ornamentale. Così l’uso di immagini, il linguaggio delle fotografie, il canto, la danza diventano strumenti con cui costruire il campo terapeutico. Caillé, grande esperto dei linguaggi analogici in terapia, ha parlato di una danza epistemica nell’incontro con il terapeuta, ovvero di un “ballare insieme, conoscendosi” [4]. Profondo conoscitore delle implicazioni del lavoro sul corpo in psicoterapia, Caillé sapeva che questa sua espressione era più di una metafora. Oggi parliamo di conoscenza incarnata e sappiamo quanti “spazi della mente” siano liberi dall’influenza delle parole ed assoggettati soltanto al registro emotivo.
INTELLIGENZA EMOTIVA ED ALLEANZA TERAPEUTICA
La facoltà estetica si intreccia quindi in modo insopprimibile con le emozioni ed il loro processamento. Si pone anzi come un potente catalizzatore della sfera emotiva. È quindi rapportabile ad un altro importante costrutto della psicologia degli ultimi anni: l’intelligenza emotiva (IE). Questo concetto, divulgato con successo da Goleman ed operazionalizzato da Mayer e Salovey [18,19], si focalizza sul riconoscimento degli stati d’animo propri e altrui, sulla regolazione degli stati affettivi e la risoluzione dei problemi interpersonali. Pertanto l’IE può essere definita come «abilità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie e degli altri, di distinguerle tra di loro e di usare tale informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni» [19,20]. È un costrutto che analizza i processi “interni” ma li vede sempre strettamente interconnessi con il contesto e con le relazioni. Non appare un azzardo ipotizzare una ampia sovrapposizione funzionale tra “dispositivo” estetico e IE.
L’IE è considerata come un sottoinsieme delle “intelligenze personali” definite da Gardner [21], focalizzata principalmente sul riconoscimento e l’uso delle emozioni e la ricaduta sulla regolazione del comportamento; è possibile considerarla anche come un sottoinsieme dell’intelligenza sociale. Nel loro articolo del 1990, Salovey e Mayer, cercarono di sintetizzare i diversi processi che sottendono il dipanarsi della nostra trama emotiva ed hanno fondamentalmente individuato quattro aree. Queste comprendono la capacità di:
1. Percepire ed esprimere le emozioni. Questo primo ramo dell’IE si riferisce alla capacità di percepire ed esprimere i sentimenti. È necessario primariamente prestare attenzione e decifrare la comunicazione emotiva dalle espressioni facciali e dal tono della voce. Questo è collegato alla capacità di cogliere la “giusta” espressione del volto, la coloritura della prosodia vocale, in sintesi la capacità di cogliere qualità estetiche che emergono dalle Gestalt percettive.
2. Usare le emozioni per facilitare il pensiero. Il secondo ramo dell’IE riguarda la facilitazione emotiva delle attività cognitive. Le emozioni entrano a far parte del sistema cognitivo sia come sentimenti pensati, sia come fattori di distorsione percettiva. Come quando una persona triste pensa: “Sono inutile”. Questo secondo ramo dell’IE si focalizza su come l’emozione agisce sul sistema cognitivo, ma soprattutto valuta come questo modifichi le nostre interazioni con il contesto: come viene utilizzata per risolvere i problemi, per prendere decisioni e per facilitare impegni creativi. Chiaramente, il pensiero può essere disgregato dalle emozioni come l’ansia e la paura, ma le emozioni possono anche “mettere ordine” nel sistema cognitivo, ma il suo processamento è indiscutibilmente alla base del gesto creativo.
3. Capire le emozioni. Il terzo ramo riguarda la comprensione delle emozioni. La competenza fondamentale a questo livello riguarda la capacità di identificare le emozioni con le parole e «riconoscere le relazioni fra gli esemplari del lessico affettivo» [20]. L’individuo emotivamente intelligente è capace di riconoscere che i termini usati per descrivere le emozioni sono sistemati in “aggregati semantici” che possono essere degli “insiemi sfocati” [22]. Questo ramo si riferisce anche alle capacità di navigare nell’indeterminazione e nelle sfumature della sfera emotiva, che non sono sempre catturate efficacemente da un pur ricco vocabolario. La persona che è capace di “capire” effettivamente le emozioni coglie i loro significati, come si mescolano tra di loro, come si modificano col tempo, ed è capace di afferrare alcuni ambigui snodi delle relazioni interpersonali. Questa, per molti versi, appare la quintessenza della fruizione dell’arte.
4. Gestire le emozioni. Generalmente si identifica l’IE col suo quarto ramo. Errore legato in parte ad una cattiva divulgazione, ed in parte alle pressioni adattative della cultura competitiva: gestire le emozioni o un efficace regolazione emotiva non va intesa in senso riduttivo. Non è un modo per liberarsi dalle emozioni fastidiose o un effettuare “fughe emotive” nelle relazioni umane [20]. Va data piuttosto un’accezione di cambiamento attivo del contesto.

Successivamente questi autori hanno suggerito questo diagramma più analitico e dettagliato per illustrare la complessa articolazione dell’IE (figura 1); questo sarà loro utile per ideare uno strumento di valutazione, ovvero il MSCEIT.
Sebbene maturato in ambito cognitivista, l’IE appare chiaramente un’intelligenza “ponte” tra la mente individuale e quella dell’altro, quindi sebbene tradisca ancora una concezione monistica della mente, si intuisce la valenza intersoggettiva di questo costrutto e di come si intrecci strettamente la regolazione emotiva e il “dispositivo” estetico della mente.
Queste considerazioni ci portano quindi ad ipotizzare un mutuo incremento co-evolutivo tra IE e “mente estetica”, dove i processi sottostanti dell’una favoriscano un cambiamento dell’altra. In parole più semplici, possiamo dire che l’attivazione e la sollecitazione della mente estetica, in un contesto relazionale altamente significativo, possa incidere favorevolmente sul processing emotivo degli individui, favorendo successivamente una maggiore sintonizzazione e/o attutendo fenomeni di misattunement [23,24]. Al pari una buona IE ci rende più ricettivi all’espressione artistica.



IL COLLAGE DI IMMAGINI
Come ricordava già Jung [25], la mente utilizza il linguaggio delle immagini per comunicare gli aspetti più profondi e complessi della vita psichica. La psicoterapia ha assimilato a vario titolo questa preziosa lezione junghiana. La svolta relazionale e le neuroscienze oggi ci portano ad ipotizzare che l’uso di immagini solleciti il processamento di codici pre-verbali e pre-simbolici e li faccia transitare in un’area riflessiva e simbolica. Lavorare in psicoterapia con immagini, fotografie e produzioni grafiche significa stimolare gli aspetti analogici della comunicazione, evocare risvolti emotivi, favorire elaborazioni ed integrazioni tra aspetti emotivi e cognitivi [26-28].
Rispetto a questi contributi, la teoria dei sistemi viventi ci porta piuttosto a sottolineare come la condivisione delle immagini crei poi un processo emergente assolutamente peculiare: le immagini trascendono immancabilmente il significato inteso dal singolo e disegnano così la trama emotiva dell’incontro. Le immagini portate in terapia non sono mai rigidamente ancorate a contenuti o ad emozioni, ma attivano un fenomeno partecipativo, quindi di sintonizzazione interpersonale. La “mente estetica” è immancabilmente un dispositivo sinergico al campo intersoggettivo.
La tecnica che a nostro avviso raccoglie meglio queste riflessioni, oltre ad essere uno strumento collaudato e idoneo a un protocollo sperimentale, è il collage di immagini nella forma elaborata e proposta da Rodolfo de Bernart e dall’Istituto di Terapia Familiare di Firenza (ITFF) [29]1.
Ipotesi della ricerca
L’ipotesi della ricerca è che l’uso di immagini in terapia e, nello specifico, l’uso del collage solleciti l’attivazione di quei network neurali denominati “mente estetica” e quindi si possa riscontrare:
• un miglioramento del processing emotivo dei pazienti, espressi e misurati nelle diverse aree, compiti e rami che vanno a comporre l’IE, secondo la proposta di Meyer e Solovey;
• l’incremento dei processi di condivisione e sintonizzazione nel setting terapeutico che troverebbe riscontro in un’implementazione dell’alleanza terapeutica, come formulata da Horvath [30]. L’alleanza terapeutica si è dimostrata negli anni un fattore determinante per il buon esito di un processo terapeutico, fattore che sembra trascendere i diversi modelli teorici in quanto qualità emergente tra paziente e terapeuta [30-32]. Nello specifico abbiamo ritenuto interessante indagare l’eventuale correlazione tra l’alleanza terapeutica e l’uso del collage di immagini in terapia [29].
• inoltre si intende verificare eventuali differenze di questi processi di implementazione nei diversi setting. Valutare quindi l’andamento dell’alleanza nelle terapie di coppia e nelle terapie individuali che usano il collage.
Il campione
Il campione sperimentale è stato selezionato all’interno dell’utenza afferente all’IMePS o presso gli ambulatori in cui esercitano i didatti o allievi didatti dell’IMePS. Il campione è composto da 12 pazienti seguiti in setting individuale e 12 pazienti (6 coppie) seguite in un setting di coppia, per un totale di 24 soggetti.
Descrizione degli strumenti
Ai fini della misurazione dell’IE e quindi del processing delle emozioni, abbiamo individuato nel MSCEIT (Caruso-Solovey Emotive Intelligence Test) il test idoneo al nostro scopo. Oltre ad esprimere un punteggio totale, il MSCEIT si compone di 14 tra aree, rami e compiti (tabella 1). Questo viene somministrato nella forma test e re-test: la prima volta viene somministrato tra la prima e la terza seduta. La seconda somministrazione viene effettuata tra la decima e la quindicesima seduta.



L’alleanza terapeutica viene misurata attraverso la WAI [29] ed è raccolta seduta per seduta. Il collage viene effettuato tra la terza e la quarta seduta e la sua “elaborazione” può essere conclusa anche in più incontri.
RISULTATI
Da un primo grafico (figura 2) si evince un dato iniziale significativo: al termine del protocollo si assiste ad un incremento piuttosto generalizzato dell’IE. Questo è tanto evidente quanto scontato e prevedibile. Infatti appare assolutamente in linea da quanto misurato da Chantrell [33] o più di recente da Rieck e Callaghan [34] e da Nyklicek et al. [35] che concordano nell’affermare che il quoziente di IE, sebbene non sia un fattore predittivo dell’outcome della terapia, appare correlato ad un miglioramento della sintomatologia. Una psicoterapia insomma facilita l’incremento globale e fattoriale dell’IE – misurata con il MSCEIT – anche nel breve periodo e questo ha una ricaduta in diverse patologie [36].
Ad un’analisi correlazionale product-moment r tra una “buona alleanza” (punteggio >15 alla WAI) e le 14 scale della MSCEIT su tutto il campione emerge una positiva ma debole correlazione con tutte le scale. Sono risultati piuttosto omogenei, ovvero esprimono valori r tra 0,30 e 0,33 con un intervallo di confidenza +/- 0,04. Questi dati non ci permettono di cogliere le peculiarità dell’uso di immagini in terapia e ci hanno indotto a cercare una differenza significativa tra le due tipologie del campione: le terapie individuali e di coppia.



Il discorso infatti cambia quando andiamo ad osservare i risultati delle terapie di coppia (figura 3). Correlando una “buona alleanza” e i fattori del MSCEIT sono emerse infatti alcune robuste correlazioni: la comprensione delle emozioni (scala 6 - Ramo 3/compito C) ha un valore di 0,47, e la gestione delle emozioni (Scala 7 - Ramo 4/compito D) di 0,46. Anche il compito C (cambiamenti) e quello G (miscele) evidenziano una correlazione significativa (rispettivamente 0,39 e 0,37). A nostro avviso, questo ci racconta come il lavoro con il collage nel setting di coppia migliori significativamente la comprensione reciproca delle emozioni e la loro gestione durante le sedute. Necessariamente questo ha una ricaduta positiva sull’alleanza tra i tre protagonisti del setting. Se infatti confrontiamo i valori correlazionali dei suddetti fattori tra il sotto-campione delle terapie individuali e quelli di coppia lo scarto è in media di 0,12.
Questa ipotesi trova un’ulteriore convalida nell’analisi dei grafici che riassumono l’andamento dell’alleanza terapeutica, seduta per seduta (figure 4 e 5): nelle terapie di coppia il grafico non ha avuto il classico andamento “a campana” (figura 5) - rispettato sostanzialmente nelle terapie individuali (figura 4) -, evidenziando un’implementazione ed un’“armonizzazione” sorprendente dei punteggi dei due partner dopo la somministrazione del collage, ovvero tra la quarta e la quinta seduta. Questo ci suggerisce che il collage di immagini funzioni affettivamente quale acceleratore dell’intersoggettività nel setting di coppia, dove un cambiamento favorevole del processing emotivo, una conseguente implementazione dell’alleanza terapeutica porta ad una maggiore reciprocità tra i partner, una fluidità emotiva diversa ed effetti benefici a cascata.






CONCLUSIONI
In sintesi possiamo affermare che l’uso del collage (e probabilmente l’uso di immagini e fotografie) in terapia crea apprezzabili risultati nei setting di coppia nella direzione di una relazione più sintonica – ad es. una maggiore empatia verso l’altro, migliore gestione delle emozioni negative, ecc. Appare invece quasi ininfluente nei setting individuali, dove probabilmente il campo intersoggettivo tra terapeuta e paziente è garantito da fattori aspecifici della relazione terapeutica, quali la giusta empatia, il sostegno emotivo e operazione di validazione delle esperienze.
Queste differenze sono ovviamente ascrivibili alle peculiarità del setting di coppia, dove la complessità dell’incontro si articola in almeno due configurazioni triangolari: il terapeuta e i due partner, i due partner ed il “noi” (o il legame). Non è solo il numero puro e semplice delle persone coinvolte, ma anche l’intreccio delle motivazioni che rende la costruzione della relazione terapeutica una sfida complessa. Come sottolinea la Escudero, esistono in primo luogo, dei ruoli della coppia, delle gerarchie, che rendono un partner più “vulnerabile” rispetto all’altro; questo è un aspetto determinante dei casi in cui sono presenti dinamiche di abuso, dipendenziali o perverse. In secondo luogo, la sicurezza è un punto chiave. Il bisogno di sicurezza all’interno del setting è una caratteristica unica del trattamento di coppia - e della famiglia [37]. Sebbene anche i pazienti in terapia individuale abbiano bisogno di sentirsi sicuri, questi (e il terapeuta) hanno maggior controllo su ciò che viene detto e sulla gradualità con cui affrontare questioni delicate. Quando i membri della coppia hanno motivazioni contrastanti nel cercare aiuto, sono in conflitto fra loro e una disconnessione emotiva tra partner genera facilmente processi disregolativi delle emozioni. Escalation simmetriche, tendenze all’agito, mistificazioni rappresentano serie minacce alla tenuta del setting. Rendere il contesto sicuro per tutti può essere un compito non facile, specialmente quando la situazione è definita dall’inizio in termini di vittoria/ sconfitta o di vittima/ carnefice.
È in questa dinamica che la facoltà estetica e l’uso di immagini mette in campo tutte le sue potenzialità: è la generazione di uno spazio intersoggettivo nuovo, meno impregnato di antichi vissuti, più facilmente esplorabile. Così è facilmente intuibile come la comprensione delle emozioni, proprie ed altrui, ma soprattutto la gestione delle stesse venga facilitata e possa essere posta come un fattore determinante per l’outcome della terapia. Proprio come i pazienti in terapia individuale devono sperimentare qualche disagio per scoprire nuovi aspetti di loro stessi, affrontare le paure e sperimentare nuovi comportamenti verso l’altro, nella terapia di coppia appare fondamentale; l’attivazione della “mente estetica” consente di creare uno spazio dove il riconoscimento e la validazione dell’altro sono meno rischiosi. Se il compito del terapeuta è di calibrare il grado di ansia nel sistema, così che nessuno si senta sopraffatto in seduta, l’uso di immagini appare come una modalità idonea a raggiungere tale fine. Il terapeuta che sollecita the aestetich faculty attraverso le immagini favorisce forti esperienze emotive di condivisione, particolarmente proficue per stabilire un’alleanza con il “noi” della coppia [4].
Per lavorare in modo efficace con le coppie e con le famiglie, i terapeuti devono contemporaneamente prestare attenzione ai bisogni individuali e ai bisogni del sistema, tessendoli insieme in un modo che abbiano senso per tutti. Quando questo processo si realizza, emerge la speranza e la persona “sotto i riflettori” sa di avere un alleato nel terapeuta. In altre parole guidare le alleanze fra i partner della coppia implica trasformare gli obiettivi individuali in obiettivi del “noi” e accrescere il senso dello scopo condiviso. A volte la condivisione di una fotografia, lavorare su un’immagine composita è il punto di partenza di questo fondamentale processo delle terapie.
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