Un grande allarme da un piccolo centro
del mondo: i minori nell’ambito delle dipendenze


Saverio Provenzale1, Maura Tedici2

«Capire chi siamo, quali sono i nostri rapporti
con il resto del mondo, trovare con il confronto
somiglianze e differenze, dividere il mondo circostante
 in cose positive e negative, utili e inutili, importanti e
meno importanti, è un unico processo di costruzione
di immagine di Sé che accompagna tutta la vita». [1]
M. G. Cancrini – L. Harrison

«I tempi siamo noi, come siamo noi così sono i tempi»
Sant’Agostino, Sermones 80, 8


Riassunto. Il presente contributo si pone l’obiettivo di mettere in luce gli interventi a favore dei minori che a diverso titolo e talvolta loro malgrado gravitano attorno a diversi servizi, compreso quello dedito alle dipendenze patologiche. Inoltre, fotografa un fenomeno da non sottovalutare, la vulnerabilità dei minori, che da un lato vengono messi al mondo senza la necessaria consapevolezza e dall’altro, conseguentemente, si ritrovano protagonisti di interventi complessi e talvolta invasivi. I trattamenti integrati tra più servizi necessitano di buone pratiche, oltre alla professionalità e alla sensibilità degli operatori, al fine di garantire una sacra messa in sicurezza, mediante la collocazione in un contesto familiare che dia al minore la possibilità di andare verso uno sviluppo adeguato e di interrompere il circuito delle dipendenze patologiche trigenerazionali.

Parole chiave. Minori, messa in sicurezza, buone pratiche, interventi integrati, dipendenze, Ser.T.

Summary. Great alarm from a small town in the world: minors and dependencies.
The objective of the present contribution is to highlight the intervention in favour of minors gravitating around different services, including the one devoted to pathological dependences. It also analyses a phenomenon that shouldn’t be underestimated, the vulnerability of those minors who are brought into the world without the necessary awareness and consequently experience complex and sometimes invasive interventions. Combined treatments between different services need practice, in addition to the workers’ competence and awareness in order to guarantee security, by placing the minor in a family context who can ensure an adequate development and who can interrupt the circle of tri-generational pathological dependences.

Key words. Minors, security, practice, combined interventions, dependence, Ser.T.

Resumen. Gran alarma de una pequeña ciudad en el mundo: menores y dependencias.
La presente contribución tiene por objetivo evidenciar las intervenciones a favor de menores que de varias formas y a veces en contra de su volundat rotan por diversos servicios, incluido el de dependencias patológicas. Además ilustra un fenómeno que no debe ser subestimado, la vulnerabilidad de los menores que de una parte, son traídos al mundo sin el necessario conocimiento, y del otro, en consecuencia, son participes de intervenciones complejas y hasta inuasiuas. Los tratamientos integrados en más de un, servicio requieren buenas prácticas, además de la profesionalidad y sensibilidad de los operantes, con el fin de garantisar la plena seguridad mediante la ubicación en un contexto familiar que dé al menos la posibilidad de avanzar hacia un desarrollo adecuado y de interrumpir el circuito de las dependencias patológicas multi generaciones.

Palabras clave. Menores, seguridad, buenas prácticas, intervenciones integradas, dependencias, Ser.T.
PREMESSA
La considerazione che ci apprestiamo a mettere, o meglio, a rimettere in luce non appartiene alle idee nuove ma piuttosto a quell’insieme di idee, di concetti e di situazioni su cui più volte il mondo scientifico, le università, i diversi servizi di politica sociale si sono interrogati. Spesso in aule gremite di gente, abbiamo ascoltato belle e allo stesso tempo vuote parole, consapevoli che al termine della riunione, del convegno o della campagna elettorale, sarebbero state gettate al vento da coloro che le avevano pronunciate e per le quali erano stati applauditi. Sono proprio costoro che ancora oggi non si sono resi conto di aver distrutto così i diritti di tutti, specialmente di molti minori. Non basta parlare, non basta scrivere, è necessario fare ma soprattutto lasciar fare a chi è motivato, a chi non persegue a tutti i costi il potere o il “dio dinero” come giustamente sancisce Papa Francesco, a chi è professionalmente preparato a confrontarsi con chi vive in situazioni di disagio e di emergenza.
Troppi minori sono costretti a vivere in stato di evidente sofferenza, in contesti per niente protettivi e/o inidonei a garantire un’adeguata ma neppure sufficiente condizione di sicurezza e di garanzia per il loro sviluppo bio-psico-sociale. Tali bambini diverranno adolescenti problematici e poi adulti che vedremo trattati impropriamente con psicofarmaci, senza una diagnosi certa che non sia quella oggi frequente di sindrome bipolare, a cui tra qualche anno si sostituirà un’altra categoria diagnostica più in voga. Ma forse questa osservazione ha una spiegazione, tutto è un business! Tuttavia, nemmeno di fronte a questo scenario è consentito arrendersi, abbiamo il sacro dovere di contrastare tutto ciò, anche se i poteri forti si dovessero arrabbiare. Gli operatori sensibili non dimenticano gli insegnamenti di Bowlby: «Sebbene gli schemi comportamentali, una volta formati, tendano a persistere, non è sempre e necessariamente cosi» [2].
L’APPROCCIO MEDICO: LA TERAPIA METADONICA
Poiché la maggior parte dei pazienti in carico al Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T) soffre di dipendenza da eroina, è molto comune la condizione di genitori in trattamento farmacologico con metadone.
Il Ser.T di Empoli, rispetto alle terapie metadoniche somministrate ai genitori di minori, segue le seguenti linee guida:
attivazione di terapia metadonica con dosaggi non superiori a 60 mg. In caso di necessità di dosaggi superiori per interrompere l’uso di eroina, si suggerisce al soggetto di programmare un decondizionamento protetto da eroina in struttura residenziale;
monitoraggio continuo, tramite il rilascio bisettimanale di campioni urinari, del raggiungimento prima e del mantenimento poi dell’astinenza;
programmazione di riduzione progressiva del farmaco sostitutivo, dopo verifica di tre mesi di astinenza dall’uso di eroina, per fronteggiare la condizione drug free;
nei casi di genitori di minori è fondamentale che il trattamento con metadone si utilizzi per l’interruzione di uso di entrambi.

Nei casi di tossicodipendenti genitori di minori è fondamentale verificare la loro “tenuta” rispetto alla condizione drug free da tutte le sostanze psicoattive, soprattutto per provare ad offrire ai minori, la presenza di adulti lucidi e non anestetizzati emotivamente.
Quando i genitori di minori non sono in grado di mantenere la sobrietà, gli operatori tutti del Ser.T, ma soprattutto il medico, operano per motivarli al percorso comunitario.
L’APPROCCIO SISTEMICO-RELAZIONALE E IL PROTOCOLLO MINORI NELL’AMBITO DEL SER.T
La considerazione espressa nella premessa del presente lavoro, a nostro avviso, dovrebbe essere lo script che tutti gli operatori e le istituzioni dovrebbero tenere sempre sia in tasca sia nella mente come una bussola per non smarrire l’obiettivo di provare a dare risposte semplici, concrete, mettendo a fuoco buone pratiche sia istituzionali sia professionali.
Dopo circa venti anni di esperienza nell’ambito dei mestieri di aiuto, per uno degli scriventi, inizia un’altra sfida. Abbiamo deciso quindi di scrivere alcune considerazioni sulla gestione e la cura del paziente con problemi di dipendenza. L’idea nasce dal presupposto che dobbiamo iniziare a scrivere quello che pensiamo e a fare quello che scriviamo (dopo aver verificato che ciò che pensiamo determina buoni risultati).
La cornice teorica di riferimento è indubbiamente la teoria sistemico-relazionale unitamente ai principi della medicina tossicologica, oltre alla pratica esperienziale e al buon senso.
Negli ultimi dieci anni molto è cambiato nell’ambito delle dipendenze. Le dipendenze che possono qualificarsi storiche sono sempre presenti, anche se con incidenza altalenante e variabile. Parallelamente, se ne fanno avanti di nuove che crescono con forza mosse da gente senza scrupoli. Inoltre, con la diffusione di internet tutto o quasi è possibile, dall’acquisto di sostanze all’incremento di contatti per aumentare il numero dei clienti, senza dimenticare che il molto tempo speso “in rete” è a sua volta una dipendenza che crea grande allarme. Appare significativo riflettere sul mondo virtuale visto che attira sempre più minorenni, numerosi anche nei Ser.T, in cui l’età degli utenti tende sempre più ad abbassarsi. Il presente lavoro non pretende di proporre la panacea per fronteggiare il fenomeno dei giovani consumatori ma offrire idee, spunti di riflessione, progetti e considerazioni per non sottovalutare il fenomeno sempre più diffuso nelle famiglie, nelle scuole, nei servizi e chiaramente nella società intera.
Sono appena rientrato, dopo un’assenza di quasi cinque anni, nell’ambito delle farmacotossicodipendenze e mi sono trovato di fronte a centinaia di situazioni in cui il minore è protagonista a vario titolo. Egregi colleghi, non basta più, semmai talvolta sia stato sufficiente, fare prevenzione per dissuadere i giovani dalla curiosità di assaggiare le sostanze. Sicuramente anche queste considerazioni arrivano in ritardo. Tuttavia crediamo che sia giunto il momento di smettere di attribuire responsabilità sempre ad altri. Crediamo con forza che, seppur pratica ardua, i minori debbano essere presi in carico dai servizi. La realtà a cui si fa riferimento è rappresentata da minorenni che fanno uso di sostanze, figli di genitori tossicodipendenti o di persone che hanno fatto uso di sostanze.
A tale proposito il Prof. L. Cancrini, ci ricorda: «Quello che è importante ritenere, tuttavia, è che la cura si deve sviluppare su due piani: quello dell’intervento capace di modificare la sua situazione contestuale e quello dell’ascolto terapeutico che permette l’elaborazione del vissuto» [3].
Quando si parla di servizi intendiamo dire che ognuno di questi deve fare la sua parte, intervenendo nei modi previsti dalla deontologia professionale e dalla legge. Non possiamo permetterci il lusso di mandare al macero i nostri figli in senso antropologico, sociale, culturale e soprattutto civile.
I MINORI ALL’INTERNO DEI SER.T
Da quanto si evidenzia nei Ser.T, e non solo, crediamo che sia giusto e doveroso interrompere il circuito disfunzionale che vede coinvolti allo stato attuale, sistemi familiari nell’arco di tre generazioni. Vediamo e prendiamo in carico ragazzi che sono cresciuti, prima di essere collocati in regime di affido extrafamiliare, in una famiglia in cui uno dei genitori o entrambi sono stati pazienti del Ser.T. Assistiamo a riunioni in cui l’attenzione non è posta sul sistema famiglia con all’interno ovviamente il figlio, con la propria storia e con il proprio progetto di trattamento. Anzi, ci troviamo in situazioni in cui gli addetti alla cura non collaborano, strumentalizzando i fruitori dei trattamenti in un gioco simmetrico, colludendo con le richieste dei pazienti in modo strumentale.
Bello sarebbe poter sostenere che chi gestisce questi servizi non è consapevole dei danni che procura ai minori e alla società ma purtroppo non sempre è cosi. Lo scopo di questo gioco è la lotta per cercare di ricevere più fondi e più prestigio mediatico.
A distanza di più di un secolo dal grande sforzo del professor Sigmund Freud non possiamo e non dobbiamo permettere questa catastrofe. Ciò chiaramente non vale solo per i minori in stato di bisogno ma per tutte le persone che necessitano di aiuto secondo i protocolli della sanità regionale e di quella nazionale, senza mai perdere di vista il rispetto della deontologia professionale di ogni mestiere di aiuto, soprattutto per chi riveste ruoli di responsabilità. Certo non possiamo dimenticarci di citare il Tribunale dei Minori, con il quale dobbiamo confrontarci talvolta a più riprese sul medesimo caso. Ciò denota una disfunzione della comunicazione scritta, in cui i professionisti faticano ad esporre i fatti e le ipotesi d’intervento in modo chiaro, non assumendosi così le dovute responsabilità, quando addirittura non eludono le prescrizioni del giudice stabilite in favore dell’intero nucleo familiare. Precisazione importante questa e da non fraintendere. Infatti, anche la statuizione, dopo le dovute osservazioni e valutazioni, dell’allontanamento del minore dalla famiglia per grave inefficienza genitoriale, è un intervento a favore di tutto il sistema famiglia. Il bambino ha diritto di essere messo in sicurezza e collocato in ambiente adeguato. In presenza di patologie e di problematiche di dipendenza, all’adulto non deve essere permesso di usare i figli come alibi per continuare a delinquere e a consumare sostanze, distruggendo le loro vite.
A proposito del Tribunale dei Minori, abbiamo preso atto, proprio negli ultimi mesi, che a Firenze il nuovo presidente sta cambiando linee-guida. Infatti la nuova politica mira al superamento della condizione di precarietà del minore in affido, al fine di garantirgli una stabilità delle relazioni affettive ed educative con i caregiver. Ciò dovrebbe concretizzarsi evitando il rinnovo automatico del periodo di affido, come avveniva fino ad oggi. Alla scadenza dei canonici 24 mesi previsti ex lege, dovrebbe essere fatta la valutazione delle condizioni della famiglia di origine, allo scopo di favorire il rientro del minore o il definitivo allontanamento con la dichiarazione dello stato di adottabilità.
LE BUONE PRATICHE A FAVORE DEI MINORI
Il Ser.T di Empoli ha messo in opera (dall’anno 2003) un protocollo operativo con il Servizio Sociale Minori per fronteggiare il fenomeno dei minori in stato di pregiudizio, al fine di garantire lo sviluppo di un pattern di attaccamento sano e sicuro, interrompendo il circuito disfunzionale delle dipendenze che si presenta, come abbiamo accennato sopra, ormai su tre generazioni. L’esigenza di individuare un modello di intervento nasce dall’esperienza che lo stato di tossicodipendente di un genitore spesso, non sempre, costituisce elemento di disagio, potenzialmente pregiudizievole per i figli.
L’obiettivo fondamentale di una buona pratica consiste nell’individuare con cura il contesto adeguato a garantire una vita dignitosa. Tale obiettivo spesso si concretizza nella collocazione del minore al di fuori della famiglia di origine. Simile scelta presuppone coraggio e responsabilità professionale perché contravviene a interventi di comodo, consolidati a tal punto da esser divenuti consuetudine, che privilegiano la permanenza del minore nella famiglia di origine pur non avendo essa competenza e capacità per un corretto sviluppo. «Il problema, il disagio del paziente designato, si correla così sia alle difficoltà degli altri componenti il nucleo familiare sia alla inadeguata evoluzione del sistema e si ipotizza che il cambiamento, per essere significativo, debba avvenire (in modo circolare) ad entrambi i livelli: individuale e sistemico» [4].
La titolarità degli interventi di tutela dei minori è del Servizio Distrettuale Minori, mentre il Ser.T. ha la competenza del progetto terapeutico del genitore. L’area degli interventi sulle capacità genitoriali dei tossicodipendenti è un’area di condivisione e di co-progettazione tra servizi. Non sono esclusi dal protocollo né dall’attuazione pratica la Psicologia, la Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, il Tribunale per i Minorenni e sarebbe auspicabile nemmeno la Psichiatria. Ciò consente anche di potenziare la collaborazione tra i servizi stessi e di attivare processi di cambiamento: «Tutte le terapie sono strategiche, nel senso che devono portare a un cambiamento, nel senso che un terapeuta deve selezionare le sue risposte e deve selezionare le aree di intervento» [5].
I destinatari e le aree d’intervento sono principalmente tre:
1. minori figli di utenti tossicodipendenti in carico o conosciuti dal Ser.T per i quali si individuano situazioni di rischio;
2. minori figli di soggetti tossicodipendenti non in carico al Ser.T ma conosciuti dai servizi territoriali;
3. minori tossicodipendenti in carico al Ser.T o conosciuti dai servizi territoriali.

Per ciascuna delle suddette aree riportiamo due casi esemplificativi.
Area di intervento sub 1
Il caso di Libera, della Russia e dell’integrazione mancata
La signora Libera si è trasferita in Italia nel 1994 ma già dall’età di 16 anni ha iniziato con un’amica a lavorare stagionalmente a Rimini, con l’obiettivo di rendersi autonoma economicamente e svincolarsi dalla famiglia di origine. Libera riferisce che la sua infanzia è stata serena e felice ma analizzando i fatti da lei riportati, emerge una incoerenza tra ciò che tenta di far apparire e i contenuti della sua storia. Racconta che all’età di 7 anni è stata abbandonata da suo padre, che in seguito non ha più visto e ancora oggi non ha idea di dove sia e cosa faccia. Dopo poco, la mamma ha iniziato una relazione affettiva con un altro uomo che in seguito ha sposato.
Il matrimonio è durato tre anni circa, nel corso dei quali Libera ha strutturato una buona relazione, riconoscendo nel secondo marito della madre la figura genitoriale maschile di riferimento. Dai 7 ai 10 anni, la paziente ha vissuto due abbandoni da parte dei rispettivi primi due mariti della madre, che in seguito ha sposato altri uomini. Del primo, suo padre biologico, non ricorda niente; rispetto al secondo, suo padre affettivo, ancora oggi, pur con distacco emotivo, prova rabbia e sofferenza. La stessa rabbia che prova nei confronti della madre, la quale ha vissuto in Italia dal 2000 al 2010, periodo in cui sono nati entrambi i figli di Libera.
Si ipotizza che tutto sia andato più o meno bene fino a quando Libera non è rimasta incinta del primogenito, nel 2001. Da questo momento in poi i suoi racconti si fanno confusi e frammentati, in quanto ella sostiene di avere difficoltà di memoria e di concentrazione. Il tema che Libera condivide con più serenità è il lavoro. Questo sembra essere l’unico ambito in cui Libera si identifica e si riconosce. Lo definisce “il pilastro di tutto”, tuttavia la paziente non è in grado di rendersi autonoma attraverso il lavoro, cosi come è successo in passato, in quanto non riesce a mentalizzare un progetto a medio e lungo termine. Si sente contenuta sia a livello dell’umore sia dell’acting-out solo nell’ambito di un progetto a breve temine e in un contesto protetto. Di fronte alle proprie responsabilità, la paziente reagisce in modo impulsivo, mentre di fronte a una progettualità, il tono dell’umore diventa depresso, associato a idee bizzarre di tipo autolesionistico e/o suicidario.
Il tono dell’umore evidenzia una significativa oscillazione tra uno stato maniacale e uno depressivo.
I meccanismi di difesa prevalenti di Libera sono la scissione, la negazione e l’identificazione proiettiva. Inoltre, nei momenti di deriva borderline [6] Libera utilizza la sostanza alcolica sia per contenere l’angoscia sia per trovare il coraggio e la forza di mettere in atto i tentativi suicidari.
Il funzionamento di personalità soddisfa i criteri del disturbo schizoide del DSM-5, con tratti borderline e istrionici [7].
L’ambito amicale e delle relazioni interpersonali è molto modesto, Libera sembra non aver strutturato relazioni amicali, se non in ambito lavorativo. L’ambito affettivo denota insicurezza e ambivalenza, la paziente sembra aver appreso un pattern di attaccamento insicuro, ansioso e disorganizzato; allo stato attuale, non è in grado di progettare il futuro né per se stessa né per i propri figli. La relazione con i figli è espressa con distacco, vissuta come un impegno e priva di trasporto emotivo.
La relazione con lo scrivente è buona, tuttavia non adeguata al contesto; inoltre, si esprime con un linguaggio non consono, con la tendenza all’oscillazione tra una relazione alla pari e un atteggiamento infantile.
Si ipotizzano una serie di interventi, a favore della paziente, che prendano in considerazione una modalità sinergica e cauta, allo scopo di renderli efficaci ad aiutarla a raggiungere obiettivi chiari e condivisi sia a breve sia a medio termine.
Considerazioni
La presente situazione assume significatività per almeno due motivi. Il primo riguarda la collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale. Il secondo riguarda un’attenta presa in carico che ha offerto alla signora non solo un inquadramento diagnostico non speculativo, tra servizi, ma soprattutto la possibilità di impostare un intervento psicologico, medico e riabilitativo più consono ai suoi bisogni di persona che ha tentato il suicidio, prima affondando la lama del coltello nello stomaco (salva per pochi millimetri) e in seguito intossicandosi con i farmaci. Oggi Libera si fida dei servizi, segue le prescrizioni sia mediche sia di natura psicologica, ha modificato la relazione con i figli non vivendoli più come minacciosi dalla propria autonomia, si sta gradualmente inserendo nel mondo del lavoro ed è in programma anche l’autonomia abitativa. Tale intervento, nel nostro piccolo richiama l’approccio di Basaglia. Tuttavia, Libera continua a trasmettere il messaggio che non intende smettere né la relazione psicoterapica né tanto meno la relazione con i servizi. La costruzione dello svincolo [6] non è solo una questione pratica ma soprattutto un’evoluzione psicologica.
Il caso della Signora che sfida il mondo delle sostanze stupefacenti con la forza della gravidanza e l’ausilio dei servizi
La Signora di 42 anni, dal novembre 2005, da quando ha scoperto di essere incinta, non usa più sostanze stupefacenti né illegali né legali. All’epoca conviveva in regime di matrimonio con il padre del figlio, proveniente dal Senegal ed era affetta da dipendenza da sostanze psicotrope. Nel momento in cui ha scoperto di essere in attesa di un figlio, ha abbandonato il marito per far rientro dai propri genitori, iniziando subito dopo un percorso di cura al Ser.T di Empoli, che la stessa ha proseguito e completato presso la Comunità Terapeutica di San Patrignano. Ella dichiara che la scoperta dello stato di gravidanza le ha dato la forza di ribellarsi, dopo anni, a una relazione patologica con il marito in cui veniva vessata verbalmente, oltre a subire percosse ogni qual volta la tensione aumentava anche per futili motivi. I genitori della Signora non hanno esitato ad aiutare la figlia quando quest’ultima ha chiesto loro aiuto per sé e per il nascituro.
Infatti, ancora oggi che il minore ha 10 anni, i nonni materni rappresentano un saldo punto di riferimento per il piccolo. La relazione interpersonale che la Signora ha mantenuto nel tempo sia con il servizio che con gli operatori di riferimento non lascia dubbi sulla maturità emotiva e sulle capacità di coping che ha acquisito per fronteggiare al meglio i possibili eventi critici sia del proprio ciclo vitale sia rispetto alla crescita del figlio.
Nel corso del 2014 ha chiesto una consulenza al servizio scrivente per essere sostenuta a fronteggiare, al meglio, i comportamenti oppositivi del figlio. Durante i colloqui è emerso, oltre a quanto esplicitato sopra, in particolare la forte preoccupazione “di Mamma” per i comportamenti oppositivi del figlio. La Signora riferisce che il bambino dopo ogni telefonata del padre si chiude e diventa irrequieto ed oppositivo rispetto alle sue indicazioni educative. Le telefonate del padre, così come le visite, avvengono sempre in modo imprevedibile ed estemporaneo.
La stessa reazione del minore si manifesta ogni qual volta il piccolo aspetta il padre e questi non si presenta agli appuntamenti concordati, come spesso accade. L’atteggiamento dell’ex marito, cosi come la mancanza di dialogo e di sostegno adeguato della figura paterna sia nei confronti della madre, anche se ex moglie, sia del proprio figlio è indice di una significativa destabilizzazione emotiva che produce conflitti, sofferenza psicologica e confusione nei minori. Sempre nel corso dei colloqui con lo psicologo, la Signora dichiara che non riceve alcun tipo di sostegno per la crescita del figlio, né di tipo affettivo né di tipo economico, nonostante la sentenza esplicitata nella causa di separazione.
La Signora, nell’ambito della relazione terapeutica, ha avuto la possibilità di esprimere le proprie difficoltà nel crescere il figlio da sola, anche se con il sostegno dei nonni e con l’aiuto dei servizi e di individuare strategie che l’aiutassero a contenere le preoccupazioni genitoriali, a gestire il rapporto con il figlio sul piano del contenimento comportamentale, nell’ambito del profitto scolastico e della rassicurazione affettiva. Pertanto, visto lo sviluppo degli eventi (figura paterna completamente assente su tutti i piani e i livelli, prescrizioni del Tribunale tutte inevase da parte del padre del minore, capacità della madre di prendersi cura del figlio con il sostegno dei nonni materni e “a richiesta” con l’ausilio dei Servizi) gli operatori del Ser.T sono professionalmente ed eticamente convinti che la Signora abbia tutte le risorse e le capacità per far fronte allo sviluppo evolutivo del bambino.
Considerazioni
Questa situazione appare estremamente significativa per la durata. Infatti, sono ben 10 anni che la Signora presenta totale affrancamento dalle sostanze stupefacenti, ma rientra comunque nel protocollo minori al fine di garantire al suo bambino uno sviluppo evolutivo congruo. Tale sviluppo deve essere monitorato dai servizi in quanto rischia di essere compromesso dalla “discontinuità degli affetti” [3] riconducibili alla figura paterna. Il padre del bambino infatti è completamente assente, non seguendo le prescrizioni del Tribunale ma comportandosi in modo arbitrario, ambivalente e discontinuo.
La Signora ha il diritto di non essere intralciata nel delicato compito genitoriale, dalle interferenze occasionali dell’ex coniuge, semmai, ha poi il dovere di farsi aiutare e di denunciare eventuali incongruenze morali e legali riscontrate nella (ipotetica) cogestione dell’affidamento del minore.
Area di intervento sub 2
Il caso del ragazzo Resiliente [3]
Il giovane paziente ha iniziato a fumare derivati della cannabis a 14 anni e ha mantenuto nel tempo un uso occasionale. Resiliente ha riferito inoltre di consumare alcolici, birra, soprattutto quando torna a Empoli, dalla nuova collocazione in altro Comune Toscano, all’interno dei vecchi contesti amicali.
Dall’anamnesi tossicologica e dalla valutazione psicologica emerge un uso iniziale di derivati della cannabis legato a un comportamento tossicofilo che al momento va inteso come una “vulnerabilità” del ragazzo a poter sviluppare nel futuro un abuso o una dipendenza dalle droghe e/o dall’alcol.
Il ragazzo viene preso in carico su segnalazione del servizio sociale di competenza dopo che i genitori affidatari hanno trovato nel suo zaino 5 grammi di hashish. Il servizio sociale lo accompagna al Ser.T per una valutazione.
L’ambito dello studio è compromesso dalla tendenza alla discontinuità dettata dalle problematiche personali, dall’agitazione psicomotoria e della situazioni di conflitto comportamentale e interpersonali che si verificano nell’ambito del contesto scolastico e familiare. L’area degli affetti oscilla tra la idealizzazione e la tendenza alla rimozione degli eventi critici [3]. Nel corso della valutazione il ragazzo presenta difficoltà sia nella concentrazione sia nel mantenere l’attenzione verso il compito, manifestando il bisogno di essere stimolato e contenuto sia sul piano comportamentale sia su quello emotivo.
Il tono dell’umore sembra stabile anche se sono possibili momenti di iperattività. Resiliente manifesta un comportamento disfunzionale, con disagio somatico e con la tendenza a rifiutare di affrontare i problemi. Presenta un significativo bisogno di accettazione e di approvazione sociale. Resiliente crede che gli altri non siano in grado di capire la sua situazione e di aiutarlo. Riconosce in parte di avere problemi sia con le sostanze psicotrope sia con l’alcol.
Il funzionamento di personalità sembra strutturarsi prevalentemente sull’evitamento come difesa per fronteggiare il disagio psicosomatico e una scarsa propensione a pensare al futuro e ad assumersi le responsabilità delle proprie azioni. L’anamnesi familiare presenta caratteristiche di multiproblematicità con scarse funzioni educative e di contenimento affettivo, emerge l’uso di sostanze da parte della madre (ex eroinomane) e del fratello, eventi avversi in ambito familiare con stato socio-economico inadeguato. In ultimo, ma di significativa importanza per il giovane paziente, l’assenza di relazione con il padre, dal quale è stato abbandonato in tenera età, anch’egli ex eroinomane. Quando il ragazzo è nato entrambi i genitori consumavano quotidianamente eroina e metadone.
Considerazioni
Resilente è conosciuto dai servizi sociali da quando era piccolo e faceva allo stesso tempo impazzire e innamorare i diversi operatori che si sono succeduti nel rapporto con lui. Il contesto familiare presenta le caratteristiche delle famiglie multiproblematiche.
Entrambi i genitori hanno fatto uso di eroina, la madre e il fratello maggiore usano tutt’ora THC, il padre che probabilmente è ancora sotto terapie sostitutive, ha una nuova compagna ed un figlio piccolo.
Sia la madre sia il padre hanno sempre illuso il figlio sul piano affettivo e di relazione con continue promesse di occuparsi di lui, mai concretizzatesi per la loro puntuale incoerenza [3].
Da qui Resiliente ha imparato a fronteggiare, a suo modo, le frustrazioni, le ingiustizie e la sofferenza psicologica, strutturando nel tempo una fragilità emotiva associata ad una forza apparentemente inspiegabile. Prima dell’inserimento in comunità, al giovane è stata data l’opportunità di crescere con dei genitori affidatari, i quali però non hanno avuto la forza di comprendere e contenere le sue continue provocazioni, nonostante il significativo sostegno dei servizi. Uno dei fattori, sicuramente non l’unico, che ha fatto fallire il progetto dell’affido extrafamiliare, è stata l’ambivalenza con la quale entrambi i genitori hanno trattato il ragazzo, illudendolo e disilludendolo continuamente. Oggi, il giovane che tutti volevano è finalmente collocato in un contesto in cui può costruire e creare la propria vita con tutta la forza che possiede. E pensare che, tra i tanti inseriti in comunità, è stato il più collaborativo.
Il caso del piccolo Temerario [8] che gioca con le macchinine volanti
Il giovane Temerario ha iniziato a fumare sigarette verso i 10 anni, subito dopo, intorno ai 12/13, è passato a fumare cannabis sottoforma di marijuana prima e hashish dopo. Dai 14 anni al periodo antecedente l’arresto, il ragazzo ha incrementato l’uso di cannabis che è diventato pluri-quotidiano.
Rispetto all’alcol il soggetto non specifica a quale età ha cominciato a bere ma afferma di alternarne l’utilizzo rispetto all’assunzione o meno di cannabis.
Nel corso della presa in carico, l’atteggiamento del soggetto si è come “placato”, esprimendo minore difensività nella relazione con gli operatori. Superato l’indugio iniziale, rappresentato da un atteggiamento di chiusura nelle relazioni interpersonali, influenzate da un grave disturbo d’ansia (tic motori prevalentemente facciali, dei quali una recente consulenza neurologica ha escluso l’origine organica), il ragazzo ha intrapreso una terapia psicologica, dimostrandosi disponibile al dialogo e manifestando una buona compliance al trattamento.
Temerario ha fieramente asserito di essere “come Bob Marley”, evidenziando un uso di droghe piuttosto ideologizzato, ponendo l’enfasi (a scopo autoassolutorio) sulla differenza fra droghe “leggere” e droghe “pesanti”.
L’uso di alcol, seppure non assente, non appare altamente problematico. Tuttavia il ragazzo stesso mette in evidenza una pericolosa correlazione tra THC e alcol.
Non è da escludere comunque nel corso del tempo che il giovane Temerario, se lasciato a contatto con un gruppo di riferimento nel quale si consumino droghe psicotrope, possa esserne attratto e strutturare sia una dipendenza da sostanze sia un funzionamento di personalità antisociale. Sembra però, dall’accertamento psicologico effettuato, che tale vulnerabilità si possa arginare tramite un intervento psicoeducativo mirato alla maturazione bio-psico-sociale del ragazzo.
Considerazioni
Lo stile del funzionamento difensivo associato a un esame di realtà carente e a una bassa soglia introspettiva, sembra porsi in correlazione con un potenziale rischio di andare oltre l’uso di sostanze a scopo di socializzazione. A ciò potrebbe contribuire l’inevitabile pattern di attaccamento [2], considerato che Temerario è cresciuto fino a quando non sono intervenuti i servizi sia specialistici sia territoriali, con il padre consumatore di THC e la madre dipendente da droghe “pesanti”. Si ipotizza inoltre che il giovane Temerario possa strutturare, oltre al già esplicito funzionamento di personalità aggressivo/passivo, anche un disturbo antisociale [3].
Area di intervento sub 3
Il caso della ragazza a cui non bastava praticare il cutting per alleviare la sofferenza
Fiore, nata in un paese dell’est Europa nel 1998, riferisce di aver iniziato a fumare derivati della cannabis all’età di 13 anni, da subito con un uso quotidiano. L’anno successivo incontra l’eroina.
Fiore è conosciuta dal nostro servizio dal marzo 2014, quando si è presentata accompagnata dalla madre, su segnalazione della scuola, il cui dirigente scolastico aveva chiesto una consulenza al servizio, prima di informare la famiglia.
Fiore è figlia unica. I genitori si sono separati quando aveva 3 anni e la madre, dopo un paio d’anni, si è, trasferita in Italia in cerca di lavoro, affidandola alla propria madre e alla propria nonna. In Italia, la madre di Fiore si è unita ad un nuovo compagno a cui la paziente è molto affezionata. Con il padre la ragazza ha scarsi rapporti, esclusivamente di tipo telefonico o telematico tramite social network. Fiore ha vissuto con nonna e bisnonna fino all’età di 11 anni, quando, a causa dei suoi comportamenti oppositivi e ribelli, la nonna non se l’è più sentita di occuparsene, motivo per cui è venuta a vivere in Italia con la madre. Il trasferimento è stato vissuto molto male dalla giovane paziente, che non conosceva la lingua italiana e si è sentita per molto tempo isolata dal contesto sociale e scolastico. Ella afferma che proprio il desiderio di essere accettata, vista e considerata l’ha spinta ad iniziare a fumare cannabis e successivamente a sniffare eroina. Circa 4 mesi fa la paziente ha iniziato una relazione sentimentale con un ragazzo di 17 anni, di cui non si conosce la condizione tossicologica.
L’ipotesi di trattamento individuata per Fiore è la Comunità Terapeutica di San Patrignano (Centro Minori), con ingresso in tempi rapidi, così come di fatto è avvenuto.
Considerazioni
La prima considerazione che merita un’attenta riflessione riguarda sicuramente la facilità apparente con cui Fiore ha aderito al piano terapeutico, supportata in modo fermo e determinato dalla madre, alla quale mai è mancato in questa situazione il sostegno del compagno. Nel corso degli ultimi colloqui Fiore dichiara che fin da ragazzina si tagliuzzava per colmare il vuoto e alleviare la sofferenza psicologica. Aspetto questo che ha preoccupato molto sia gli operatori del servizio sia quelli della comunità. Non a caso, tanto è stato semplice inserirla in comunità quanto è risultato difficile e complicato nel tempo iniziare a lavorare per la sua crescita. Solo oggi, a distanza di un anno dall’inserimento in comunità, possiamo sostenere che la paziente sta muovendo i primi passi verso una stato psicofisico adeguato alla sua età.
Dal punto di vista del funzionamento di personalità si ipotizza che Fiore stesse strutturando un disturbo di personalità borderline. Altro aspetto significativo emerso con forza nella storia di Fiore è la discontinuità degli affetti [3], iniziata fin dai primi anni di vita. Ciò ha prodotto un vuoto incolmabile che l’ha vista prima tagliuzzarsi il corpo per essere sia aiutata a contenere la sofferenza psicologica sia “vista”. In Italia ha continuato il cutting anche quando nella sua vita è entrata l’eroina, sebbene questa abbia attenuato la pratica in modo importante. Tutto ciò ci induce a concordare con il contributo della L. S. Benjamin, la quale sostiene che il funzionamento di personalità borderline corrisponde all’incipit: «L’impulsività autodistruttiva (la mia sofferenza è un tuo ordine)» [9]. Ciò sembra aver caratterizzato la giovane e breve vita della ragazza in Fiore.
Il caso del giovane Virtuale [10]
Il giovane paziente nato nel 1997 è in carico al Ser.T dal maggio 2014 per una gravissima dipendenza da sostanze stupefacenti. Virtuale si è presentato al servizio spontaneamente, accompagnato dalla madre e dalla fidanzata diciottenne, dichiarando di aver iniziato a fumare derivati della cannabis molto precocemente (11 anni) e di assumere in discoteca MDMA, Ketamina e LSD (tutte droghe psicostimolanti). L’eroina è arrivata nella vita di Virtuale a 15 anni. Il giovane riferisce anche un uso problematico di alcol ed un uso saltuario di cocaina. All’anamnesi Virtuale ha dichiarato di fare uso di psicofarmaci per la gestione delle crisi astinenziali da eroina, assunti prevalentemente senza prescrizione medica e su consiglio della madre. La relazione affettiva di Virtuale con una ragazza anch’essa affetta da dipendenza patologica ha contribuito ad incrementare l’abuso di sostanze legali ed illegali. Anche la separazione dei genitori, caratterizzata da un elevato e significativo conflitto di relazione sia a livello personale sia per quanto riguarda le elementari funzioni genitoriali, ha favorito l’assunzione da parte di Virtuale di comportamenti assolutamente inadeguati all’età e al rischio. Nel corso della presa in carico, Virtuale ha facilmente perso il controllo, ha usato parole offensive sia nei confronti del medico sia dello psicologo e, cosa ancora più grave, ciò è avvenuto anche in presenza della madre, la quale è apparsa connivente e collusiva con i comportamenti disfunzionali del figlio.
Infatti, la madre di Virtuale spesso nel corso dei colloqui ha messo in atto comportamenti aggressivi nei confronti degli operatori del servizio, colpevoli, a suo dire, di non essere capaci di somministrare al figlio farmaci miracolosi, da consentirle di andare a lavorare senza doversi preoccupare dell’astinenza del figlio. Il giovane Virtuale vive con la madre e il compagno della stessa, il quale è riconosciuto da entrambi come padre effettivo del giovane paziente. Con il padre biologico il ragazzo non ha alcun rapporto da almeno tre anni, da quando Virtuale ha iniziato l’uso di sostanze stupefacenti. Gli operatori del servizio hanno incontrato molte difficoltà a contattarlo, per la determinata e ostinata posizione della madre (sostenuta da Virtuale con forza sovraumana) a non coinvolgerlo. In seguito alle insistenze degli operatori, la madre ha finalmente fornito il recapito dell’ex coniuge. Nel corso dell’incontro con il padre emergono due aspetti significativi. Il primo è che egli non era a conoscenza dell’uso di eroina da parte del figlio. Il secondo, altrettanto importante, è che tre anni prima aveva informato la madre dell’ipotesi che probabilmente Virtuale avesse iniziato a usare cannabis. Simile allarme è stato ignorato dalla madre e ha determinato la completa rottura della relazione padre-figlio. Dalla presa in carico all’ingresso in comunità per iniziare il personale trattamento terapeutico riabilitativo, Virtuale ha effettuato tre programmi terapeutici. I primi due si sono interrotti repentinamente senza il consenso degli operatori mentre il terzo si è concluso appunto con la collocazione del ragazzo in comunità. Tale trattamento si è reso possibile grazie alla preziosa collaborazione del Tribunale per i Minorenni, senza la quale i servizi nulla avrebbero potuto, data la ostinata contrarietà della madre. Il tempo intercorso dalla prima presa in carico all’ingresso in comunità è stato da maggio 2014 a fine febbraio 2015.
Considerazioni
Dal punto di vista del funzionamento di personalità, il giovane Virtuale, al momento della presa in carico e fino alla sua collocazione in comunità, presentava, anche se in fase di strutturazione, un disturbo di personalità borderline associato a un significativo tratto narcisistico [8].
Altra considerazione di fondamentale importanza è che il Giudice Onorario non solo è stato concorde con la linea dei servizi ma, in modo professionale ed efficace, ha determinato l’attivazione concreta del trattamento.
Oggi il ragazzo ha iniziato un percorso di vita che, oltre ad aver scongiurato rischi di overdose, gli consentirà, come sostiene L. S. Benjamin, «il ripristino del Sé di diritto» [9], cioè l’essere se stesso scevro dalle disfunzioni che hanno ostacolato il suo percorso di vita.
LE BUONE PRATICHE
Con riferimento all’area sub 1
Si prevede per i genitori tossicodipendenti la presa in carico, la definizione di un programma terapeutico individualizzato a cura del SerT, che contempla la situazione tossicomanica e il relativo trattamento.
Per il minore sono previsti la presa in carico, la valutazione socio-educativa con il relativo trattamento individualizzato, se opportuno. Non si esclude il coinvolgimento di altre figure specialistiche.
Con riferimento all’area sub 2
Si prevede una valutazione dello stato di tossicodipendenza e la relativa motivazione al trattamento con la stesura di un progetto terapeutico. Il servizio territoriale valuterà le iniziative più opportune a favore del minore.
Con riferimento all’area sub 3
Si prevede la definizione di un programma terapeutico a favore sia dei giovani pazienti sia dei loro genitori o di chi ne fa le veci. Il Servizio Sociale definisce gli interventi finalizzati a promuovere l’adesione al programma e l’attivazione delle risorse e familiari e territoriali.
In caso di non aderenza al trattamento da parte dei soggetti in causa, i servizi congiuntamente inoltrano segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, proponendo le opportune prescrizioni al fine di salvaguardare la messa in sicurezza dei bambini e/o minori.
Inoltre, le buone pratiche di intervento tengono in considerazione un livello operativo che dà luogo alla concreta attuazione dei singoli trattamenti integrati e un livello di gestione finalizzato al monitoraggio e alla verifica della corretta applicazione dei flussi di comunicazione degli esiti degli interventi.
Da un’analisi dei dati, dalla quale sono stati esclusi sia i pazienti di cui all’art. 75 del Testo Unico 309/90 e successive modifiche sia i pazienti affetti da gioco d’azzardo, in quanto di norma o non presentano situazioni pregiudizievoli o hanno una rete familiare in grado di far fronte ai bisogni dei minori, si evidenziano i seguenti risultati. Nel 2013 i pazienti in carico al Ser.T sono risultati 654, il totale dei loro figli è 287, di questi i figli minori inseriti e seguiti nell’ambito del protocollo sono 151.
Il protocollo minori necessita di un attento e puntuale monitoraggio dello stato di dipendenza patologica, della situazione familiare e del singolo componente. Non possiamo non considerare infatti che l’applicazione dello stesso non può prescindere dalla specificità di ogni individuo in quanto: “la sua personalità si potrebbe paragonare alle lunghe combinazioni alfa-numeriche di una cassaforte, i cui elementi sono comuni, ma la cui composizione, se abbastanza complessa, può essere resa unica” [11].
Le situazioni trattate nell’anno 2013 nell’ambito del protocollo sono tali da non poter essere oggetto di una sottovalutazione né tanto meno di uno sguardo superficiale. Non è opera semplice, ma come ci ricorda spesso il prof. Luigi Cancrini nel corso delle sue lezioni magistrali, noi ci dobbiamo provare.
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
La prima considerazione che merita di essere sottolineata riguarda il numero significativo dei minori che hanno bisogno di un attento e puntuale monitoraggio della propria specifica condizione nell’ambito di trattamenti integrati tra più servizi. La seconda mette in evidenza come la complessità degli interventi necessiti del contributo, teorico e pratico, di tutti gli operatori del Ser.T che concorrono alla realizzazione del protocollo a favore dei minori. Una terza riflessione riguarda i genitori dei minori in stato di precarie cure, nei casi in cui il giudice, su indicazione congiunta degli operatori, prescrive la messa in sicurezza del ragazzo. Tali genitori spesso si presentano al servizio con atteggiamento aggressivo e violento, nel momento in cui perdono “l’oggetto minore” da usare strumentalmente per far breccia nei cuori fragili degli operatori. Ancora una volta gli scritti di Cancrini ci orientano e ci sostengono per fronteggiare persone con gravi disturbi di personalità.
Infatti, richiamando il pensiero di J. Clarkin, Yeomans e di Kernberg, ci indica i passi da mettere in pratica: «Anche se questa terapia è basata sul fatto che lei riferisca liberamente tutto quello che le viene in mente, se a me sembra che quanto lei sta dicendo indichi che lei non può controllarsi sufficientemente per non agire gli impulsi aggressivi nei miei confronti, (nel presente contesto: nei nostri confronti) dovrò fare ciò che posso per garantire la mia sicurezza. Con maggiore probabilità le chiederò di andare al pronto soccorso o all’accettazione dell’ospedale per una valutazione. Se lei si rifiuta di fare ciò che le raccomando, o se la minaccia sembra troppo immediata per poterlo permettere, sarò costretto a chiamare il servizio di sicurezza della clinica o la polizia. Se si dovesse presentare una situazione simile, potremmo in seguito discuterla in un contesto dove entrambi ci sentiamo sicuri, per esempio in una stanza di ospedale in presenza di una guardia, per esplorare la decisione se continuare o meno la terapia. Comunque, nella maggior parte dei casi, l’indicazione sarebbe l’interruzione della terapia» [3].
Le suddette considerazioni ci debbono far riflettere sulla realtà di un piccolo grande Ser.T. della Toscana con l’auspicio che i Servizi di aiuto alle persone prendano ad esempio le sue azioni emotive/correttive a doppio binario, a favore dei minori e di chi se ne prende cura e a quattro dimensioni di intervento: medico, educativo, sociale, psicologico-psicoterapeutico. Un pensiero a parte va agli operatori che lavorano al front office, quali gli infermieri professionali e il personale amministrativo, che con competenza, rispetto e accoglienza empatica contribuiscono a rendere efficace il protocollo minori, così come l’intera gamma degli interventi. Ciò è garantito da una organizzazione e una gestione del servizio strutturante e connettiva degli eventi, delle storie e dei processi di trattamento: la Mente [12].
Chiaramente non tutte le situazioni riescono come quelle descritte nel presente lavoro ma, con passione e forza vogliamo ribadire che quando i servizi con i rispettivi operatori lavorano nell’ottica delle buone pratiche di intervento, anche con casi apparentemente impossibili, come la situazione del giovane Virtuale, riescono a dare la possibilità di riprendere il cammino evolutivo e interrompere la catena delle dipendenze [13], per una crescita sufficientemente connessa e corrispondente ai dati di realtà.
Resta ferma la speranza che altri servizi in cui si attuano buone pratiche con risultati ancor più efficaci possano unirsi alla diffusione delle stesse in rapporto di reciproca condivisione.
In conclusione del presente contributo molti spunti clinici, sicuramente non hanno trovato spazio, ma siamo sicuri di stimolare sia elementi di criticità sia idee a noi sfuggite affinché il lavoro si arricchisca nel processo di una sequenza connettiva di elementi di natura sia teorica sia clinica.
Tre aspetti, tuttavia, sembrano costituire la cornice che tiene insieme l’intero ambito d’intervento a favore e delle dipendenze e a favore dei minori coinvolti a vario titolo.
Il primo aspetto lo apprendiamo dalle autrici M. G. Cancrini e L. Harrison, che sostengono che il «capire chi siamo, quali sono i nostri rapporti con il resto del mondo, trovare con il confronto somiglianze e differenze, dividere il mondo circostante in cose positive e negative, utili e inutili, importanti e meno importanti, è un unico processo di costruzione di immagine di Sé che accompagna tutta la vita» [1]. Questa funzione è indispensabile per riprendere il processo di crescita.
Il secondo ce lo insegna Lorna Smith Benjamin: «Indipendentemente dalla categoria, gli individui con una personalità borderline soffrono di disturbi affettivi, dissociativi e del pensiero, di abuso di alcol e altre sostanze, di disturbi alimentari e di una varietà di disturbi d’ansia. Ci sono disturbi in ogni dominio funzionale: nei processi cognitivi, nell’umore e nel comportamento» [9]. Questo assunto soddisfa il bisogno teorico (del terapeuta) di non smarrire la strada maestra.
Il terzo è riconducibile alla discontinuità caotica degli affetti. L. Cancrini nel suo ultimo lavoro evidenzia che tale condizione si riscontra in tutti i disturbi di personalità dell’adolescente e dell’adulto. E precisa: «La discontinuità caotica degli affetti e delle cure offerte loro dalle figure di riferimento, infatti, non ne esclude l’autenticità e determina a “specchio” una caratteristica alternanza di rabbia e di ricerca nei loro confronti» [3]. Questo assunto di base è emerso in tutte le situazioni cliniche del presente contributo, con particolare evidenza in quelle di Libera, di Resiliente e di Fiore.
Tuttavia, crediamo con forza che gli adolescenti, prossimi adulti, debbano ricordare: «Ragazzi, il futuro è già vostro: prendetevelo. L’unica cosa da evitare è attenderlo, come molti di voi purtroppo fanno, invece di afferrarlo con decisione, fidandovi della vostra forza biologica, sessuale e intellettuale» [14]. Ciò vale anche per tutti coloro che hanno incontrato le sostanze stupefacenti se vengono aiutati a riprendere il proprio ciclo evolutivo, così come sta succedendo ai giovani descritti nel presente contributo.
BIBLIOGRAFIA
 1. Cancrini MG, Harrison L. Due + Due non fa ancora quattro. Roma: Armando, 2002 (ristampa).
 2. Bowlby J. Una base sicura. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1989.
 3. Cancrini L. La cura delle infanzie infelici. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2012.
 4. Malagoli Togliatti M, Cespa G, Costanzo G. Famiglie in terapia: è possibile una valutazione? Ecologia della Mente 1988; 3: 45-79.
 5. Pelli M. Non so, se mi insegni ti posso aiutare. Ecologia della Mente 1996: 11: 1-10.
 6. Cancrini L. L’oceano borderline, racconti di viaggio. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2006.
 7. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM-5. Washington, DC: American Psychiatric Publishing, 2013.
 8. Cancrini L. Quei temerari sulle macchine volanti. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1982.
 9. Benjamin SL (1996). Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Trad. it. LAS, Roma, 1999.
10. Cancrini L. Schiavo delle mie brame. Roma: Edizione Frassinelli, 2003.
11. Bodei R. Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri. Milano: Feltrinelli, 2013.
12. Bateson G. Mente e Natura. Milano: Adelphi, 1984.
13. Pezzoli C. La catena delle dipendenze. Milano: Fondazione Promozione e Solidarietà Umana, 2013.
14. Galimberti U. Ragazzi, il futuro è già vostro: prendetevelo. “Lettere a Umberto Galimberti”, la Repubblica, 3 maggio 2015.