Commento all’articolo di Jacques Miermont

Massimo Pelli


Il lavoro di Miermont è una riflessione sulla necessità di ridurre il gap tra terapia familiare e psichiatria, gap che tutti gli operatori dei nostri Servizi per la salute mentale di formazione sistemica sentono, anche se è poco visibile dall’esterno. Miermont dice chiaramente che bisogna ripensare al modo con cui gli operatori di formazione sistemica lavorano con le famiglie nell’Istituzione e parla di terapie istituzionali, concetto poco utilizzato nella realtà italiana.
In realtà tutti noi lavoriamo con la famiglia durante il ricovero per avere informazioni, conoscere il contesto in cui si è sviluppata la crisi, condividere con la famiglia la diagnosi e il progetto terapeutico, e lavoriamo con le famiglia nel successivo percorso di trattamento nella rete dei servizi territoriali, a partire dal CSM che è il servizio di accoglienza della richiesta di aiuto e/o il servizio che riceve la situazione alle dimissioni dal reparto ospedaliero in cui è stata trattata l’acuzie, l’urgenza psichiatrica. Il CSM è il servizio che detiene la competenza del progetto terapeutico e costruisce i percorsi terapeutici – riabilitativi – assistenziali e li articola in segmenti che spostano il focus dell’intervento a seconda dei bisogni della situazione clinica del paziente: dall’inserimento in Comunità, al Centro Diurno, all’inserimento nelle residenze assistite a completamento di un circuito di inclusione sociale e di riappropriazione delle competenze relazionali e sociali del paziente. Lavorare con la famiglia lungo questi percorsi e soprattutto condividere con la famiglia i punti di snodo e i passaggi che supportano la ripresa delle competenze è ineludibile e assolutamente necessario per evitare movimenti contrappositivi e omeostatici del sistema familiare. Il lavoro di Miermont ci parla di questo, e ci invita a riflettere su come evitare che la relazione tra équipe e la famiglia, nell’ambito del lavoro istituzionale, possa diventare simmetrica e fonte di contrapposizioni che spesso annullano i miglioramenti del paziente e sono a rischio di drop-out.
Questo lavoro con le famiglie non è terapia familiare, anche se, a mio avviso, necessita di competenze sistemiche. Attenzione all’invio a terapie familiari esterne, che possono essere vissute dalla famiglia come segnali di incompetenza, colpa, mal funzionamento familiare che ha causato la malattia del paziente. Questa concezione non porta da nessuna parte. Soprattutto non andare alla ricerca della patologia. La ferita deve essere lasciata stare, più si gratta e più si infetta.
Questo, che sembra così facile da dire, non è affatto facile da fare. Soprattutto per i medici, che sono abituati a cercare una patologia, e qualche volta anche per gli psicologi: anch’essi alla ricerca di patologie e diagnosi.
Arrivare alla terapia familiare, intesa come intervento definito da un setting specifico, è un obiettivo che necessita di un lungo percorso fatto di fiducia, rassicurazione, condivisione di scopi e di coinvolgimento emozionale che si costruisce intorno a una relazione di collaborazione: l’alleanza terapeutica. Da questo punto di vista è importante la collaborazione tra l’inviante psichiatra e il terapeuta familiare: l’inviante deve restare parte integrante del sistema terapeutico.
Così come è necessario che la valutazione del trattamento veda riuniti gli operatori delle diverse équipe che sono state attivate intorno al percorso terapeutico-riabilitativo, a seconda della fase evolutiva, e infine confrontata con le aspettative, la valutazione e i bisogni del paziente e della famiglia.