Commento all’articolo di Esteban Laso Ortiz

Alfredo Canevaro


«Se non possedete la grazia o se l’avete persa o non riuscite più a trovarla,
venite ricacciati verso la ragione, la più nobile delle facoltà secondo gli antichi greci,
ma che non permette di comprendere il mistero,
il paradosso e la tragedia della condizione umana.
Al contrario, la ragione può essere la scure del boia,
o un’arma micidiale, a meno che non intervengano le ragioni del cuore
per protestare contro il tragico nonsenso dei sillogismi umani».
Morris West
(Il destino è nelle nostre mani,
Sperling and Kupfer Edition, 1997, p. 5)


L’autore di questo bell’articolo è un giovane terapeuta ecuadoriano che vive e lavora in Messico, a Guadalajara, dove insegna all’università e fa parte dello staff didattico dell’Istituto Tzapopan, diretto dal prof. Raúl Medina Centeno, lavorando particolarmente sul self personale degli allievi.
Esteban è una brillante figura emergente nel campo della terapia sistemica iberoamericana e ha la singolare sinergia tra la figura dello “scholar”, colto, studioso, rigoroso, con la “stoffa” del terapeuta, impegnato e convinto del potere trasformativo dell’empatia.
In questo articolo ha colto nel pieno le mancanze del famoso libro di Watzlawick, Beavin e Jackson che, pur essendo un testo cardinale della terapia sistemica, tralasciò l’importanza delle emozioni nella comunicazione umana e, ovviamente, nella terapia. Probabilmente il bisogno di differenziarsi dalla terapia psicoanalitica e dai suoi eccessi e “abbagliati” dalla luce sistemica, gli autori, brillanti nell’esposizione e rigorosi nella comprensione, diedero poco risalto all’importanza delle emozioni, soprattutto nella terapia.
Laso cita se stesso quando dice: «In questa ecologia delle idee le emozioni brillano per la loro assenza, che non rende giustizia al loro ruolo di radice dell’azione, sia motivazionale che temporale». E continua: «In breve, il cambiamento sostenibile presuppone di modificare le emozioni che definiscono la relazione perché da loro dipendono sia le azioni che la punteggiatura della sequenza degli eventi e gli approcci di terapia familiare devono superare l’ecologia delle idee per abbracciare un’ecologia delle emozioni» [1, p. 100].
È chiara l’importanza di questo approccio per la comprensione del processo terapeutico e le sue leggi e, soprattutto, per l’utilizzazione delle emozioni che devono essere cercate attivamente dal terapeuta sistemico e non aspettare passivamente che si manifestino.
Nella nostra cultura, già dalla prima infanzia, l’educazione reprime la libera manifestazione dei sentimenti perché ritenuti “irrazionali” e “incontrollabili”.
I nostri pazienti sono maestri nell’arte dell’evitamento delle emozioni implicate nelle disfunzioni e noi dobbiamo essere maestri nell’arte del controevitamento cercando attivamente di produrre l’incontro emozionale che possa cambiare la relazione e rispettando, neutralmente, il risultato di questo incontro che dipende delle valenze psicologiche ed emozionali di costoro.
Più avanti nella lettura Laso dice: «Perfino l’archetipo del digitale, la cognizione umana, sembra appoggiarsi sull’analogico. Dopo un lungo periodo di razionalismo cartesiano (delle cui insufficienze parla dettagliatamente Descombes, 2001), la scienza cognitiva e la filosofia della mente stanno cominciando a decantarsi per l’enacment (il primato dell’azione come origine e modello della cognizione, Hawkins e Blakeslee, 2005)».
Questo mi fa ricordare quanto diceva Moreno, già negli anni Trenta, che l’azione precede la parola, essendo stato il primo a scartare il lettino freudiano costruendo la sua teoria dello psicodramma e del sociodramma.
Tornando alla relazione tra la cognizione e l’emozione mi viene in mente la relazione che c’è, nella lingua cinese, tra l’ideogramma attuale e il pictogramma originale di 5000 anni fa, che “disegnava” la situazione che la parola definiva. Per esempio, la parola utero si dice: “il palazzo del bambino” e il pictogramma originale disegnava un bambino con un tetto sopra, cioè le due radici che formano parte dell’ideogramma attuale. Per inciso, è interessante segnalare che nella lingua cinese tutto quello che significa “psiche” ha come radice il cuore, per cui la parola psicologia si dice “lo studio dei suoni del cuore”.
Questa metafora ci ricorda l’elemento intrasferibile della persona del terapeuta, che vive e penetra con la sua intuizione il mondo a volte confuso e caotico dei pazienti, per permettergli sia una sintesi arricchente, sia un salto di qualità nel processo trasformativo.
Malgrado il linguaggio sia la massima acquisizione dell’essere umano, esso ci permette anche di mentire o mistificare, invece le emozioni non mentono mai ed è partendo da loro che cambiano gli schemi cognitivi, come dicono Greenberg e Johnson [2].
Il cambiamento intrapersonale avviene quando c’è:
• consapevolezza delle emozioni di base ricorrendo a questa nuova informazione per la risoluzione dei problemi;
• ristrutturazione degli schemi emozionali che rappresentano il Sé, gli altri e la situazione contestuale;
• modificazione delle cognizioni.

Juan Rof Carballo, psicosomatologo spagnolo, nel suo più bel libro, Ordito affettivo e malattia, enfatizza la capacità plastica dell’organismo di reagire alla malattia o al trauma, facendo regredire i tessuti a fasi meno differenziate di sviluppo per ritrovare una capacità rigenerativa: «Se i sistemi biologici non fossero capaci di regredire a una fase primaria dello sviluppo, cioè a una fase embrionale della loro struttura, meno differenziata, l’organismo perderebbe uno dei suoi più importanti meccanismi di sicurezza» [3, p. 40]. E aggiunge: «Se a un dato momento subentra una situazione che l’individuo non è capace di tollerare, la struttura umana crolla e cade in depressione o nevrosi. Allora, se l’ordito della personalità umana fosse definitivo, il problema non avrebbe soluzione… Ma la natura, anche nella sfera psichica, ha disposto le sue strutture in forma che possano rifarsi.
[…] Il gran mistero della physis ippocratrica forse radica in questa disposizione della vita a ricreare di nuovo quello che è stato distrutto dal trauma o dalla malattia. La personalità dell’uomo, come la sua biologia, conserva plasticità, cioè è capace anche di rifarsi, riformarsi fino alla sua profondità» [3, p. 41].
Rof Carballo paragona il concetto del biologo Kortland della reprogressione alle vicissitudini della psicoterapia analitica, quando il paziente entra in regressione per tornare a fasi più primitive della vita umana, per poi, sotto la tutela dell’analista, dare vita ad un’integrazione della persona umana più salda e armoniosa. Più resistente alle diverse circostanze della vita [4].
Continua: «Si dimentica spesso che probabilmente ogni progressione, cioè ogni passo verso una struttura più integrata, complessa e autonoma, richiede per arrivare a buon fine una regressione previa. “Reculer pour mieux sauter” è un precetto che ha un’evidente realtà biologica come ha comprovato Kortland con i cormorani» [5].
E finisce con una frase profonda e piena di suggerimenti: «Acaso la función biológica de la emoción sea la de mantener al hombre en sempiterna posibilidad de immadurez, es decir, de reprogresión…». Forse la funzione biologica dell’emozione è quella di mantenere l’uomo in permanente possibilità d’immaturità, cioè di reprogressione.
L’articolo di Laso, con una profusa bibliografia, piacerà molto ai nostri lettori e arricchirà la giusta integrazione delle emozioni nella psicoterapia recuperando un posto di privilegio nella comprensione del processo psicoterapeutico e nel conseguente agire terapeutico.
bibliografia
1. Laso E. El trabajo con emociones en terapia familiar: teoría y aplicaciones. In: Medina R, Laso E, Hernández E (eds). Pensamiento sistémico: nuevas perspectivas y contextos de aplicación. Guadalajara: Litteris, 2014.
2. Greenberg LS, Johnson SM. Emotional change processes in couples therapy. In: Blechman EA (ed). Emotions and the family. Hillsdale, NJ: Erlbaum, 1990.
3. Rof Carballo J. Urdimbre afectiva y enfermedad. Madrid: Editorial Labor, 1961.
4. Balint M. La regressione. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1983.
5. Canevaro A. Quando volano i cormorani. Terapia individuale sistemica con il coinvolgimento dei familiari significativi. Roma: Edizioni Borla, 2009.