Cinque assiomi dell’emozione umana:
una chiave emotiva per la terapia familiare


Esteban Laso Ortiz1



Particolarmente dedicato agli psicoterapeuti, l’articolo collocato in questa rubrica risponde all’esigenza di una sottolineatura: caratterizzando in modo diverso forme diverse di psicoterapia, non stiamo perdendo il senso dell’unità possi­bile intorno al concetto di psicoterapia?


Particulary addressed to psychotherapists, the article in this section answers to the need of focusing on the following consideration: by characterizing psychotherapy in different ways aren’t we loosing the sense of unity involved in the concept of psychotherapy?


Este artículo está dedicado a los psicoterapeutas, en él se trata de responder a la cuestión: definiendo de distintas maneras la psicoterapia, non se corre el riesgo de perder la unidad del concepto de psicoterapia?



Riassunto. “I cinque assiomi della comunicazione umana” è uno dei testi più volte citati nella terapia familiare. Ciò nonostante, dalla sua prima pubblicazione ci sono state molte scoperte nell’ambito delle emozioni e della psicoterapia. Perciò, presento una versione aggiornata degli assiomi incorporando le suddette scoperte in una cornice sistemico-relazionale.

Parole chiave. Emozione, comunicazione, terapia familiare, terapia sistemica.
Summary. Five axioms of human emotion: an emotional key for family therapy.
The five axioms of human communication are one of the most widely cited texts in family therapy. However, much has been discovered in the field of emotion and psychotherapy since their original publication. Therefore, I present here an updated version of the five axioms by incorporating those discoveries within the framework of relational-systemic therapy.

Key words. Emotion, communication, family therapy, systemic therapy.


Resumen. Cinco axiomas de la emoción humana: una clave emocional para la terapia familiar.
Los cinco axiomas de la comunicación humana son uno de los textos más citados en la terapia familiar. Sin embargo, desde su publicación original ha habido varios descubrimientos en el ámbito de las emociones y la psicoterapia. Por tanto, presento una versión actualizada de los axiomas incorporando dichos descubrimientos en un marco sistémico-relacional.

Palabras clave. Emoción, comunicación, terapia familiar, terapia sistémica.
INTRODUZIONE: L’EMOZIONE, CONVITATO DI PIETRA DELLA TERAPIA FAMILIARE
Nel suo libro più recente, Bertrando afferma che «il lavoro con le emozioni è il meno teorizzato nella letterattura sistemica» [1]. In effetti, nonostante le scoperte sul tema nelle ultime decadi, è possibile che, sia il terapeuta familiare che voglia imparare a lavorare con le emozioni nell’ambito della seduta, sia il ricercatore che cerchi di introdurle nella propria riflessione, finiscano la loro revisione della letteratura con poca informazione circa l’emozione stessa.
A tal proposito due esempi: il primo, il testo introduttivo di Dallos e Draper [2], nel quale nel capitolo dedicato alle emozioni, subito dopo aver fatto una breve panoramica sui postulati dei pioneri della terapia familiare, gli autori discutono l’attaccamento. (A proposito, è possibile che gli autori siano consapevoli dell’insufficenza del loro approccio, dato il titolo del capitolo: “Idee che continuano a bussare alla porta [della terapia familiare]”); il secondo, da un punto di vista più postmoderno, Ramos [3], dopo un titolo che promette delucidazioni su cosa succede se “aggiungiamo gli affetti”, tratta e classifica i temi di una conversazione terapeutica in funzione delle emozioni negative o positive che suscitano negli interlocutori ponendo delle domande che rimangono in sospeso (come “Perché essere visto male da chi partecipa a una rete conversazionale può generare in una persona delle emozioni negative?”, ecc.).
Negli ultimi anni, la ricerca sulle emozioni ha gettato le basi per una comprensione integrativa dei processi alla base dei pattern relazionali, senza avere avuto molta influenza nella discussione teorica o nella pratica sistemica. La terapia familiare ha cominciato a spostare il suo disprezzo storico verso la emozione, ma non è stata ancora in grado di affrontarla tessendo un discorso non riduttivo che riesca ad integrare il corporeo, l’esperenziale e l’individuale nelle concezioni sistemiche fondate nella circolarità e nella retroalimentazione.
PERCHÉ “CINQUE ASSIOMI DELL’EMOZIONE UMANA”?
Forse l’espressione più pura delle suddette concezioni sistemiche sono i cinque assiomi della comunicazione umana [4], che non hanno paragone in eleganza, generalità e utilità pratica. Ancora oggi, quasi cinque decadi dopo essere stati pubblicati, continuano ad essere frequentemente il primo contatto degli studenti con l’epistemologia sistemica, le fondamenta su cui si erigono il modo di pensare e di agire del terapeuta relazionale1.
Questo testo si propone di mettere a disposizione dei terapeuti e dei teorici della famiglia una comprensione delle emozioni integrandola con i classici assiomi della comunicazione umana per orientare la ricerca sulla permanenza e sul cambiamento dei pattern distruttivi d’interazione nelle famiglie e nei sistemi sociali. In questo modo, oltre a sfruttare la generalità, l’astrazione e la potenza esplicativa di tali assiomi, si cerca di mettere in evidenza come essi derivino a loro volta dalla struttura emotiva umana e come, facendo attenzione a questo processo affettivo sottostante, i terapeuti possano intervenire in modo più efficace e diretto.
Per fare ciò, descrivo di seguito la versione classica di ogni assioma e ne propongo una versione aggiornata, trattandola brevemente.
PRIMO ASSIOMA
“Non si può non comunicare” = “Non si può non risuonare”

Il più noto, semplice e generale degli assiomi afferma che, per le persone che condividono lo stesso spazio e tempo, non è possibile non comunicare [4]. In altre parole, tutti comunichiamo continuamente senza porre attenzione alle nostre intenzioni. Si noti che tale assioma non si limita alle persone che intendano partecipare volontariamente all’interazione: il passeggero che ostentatamente si concentra nel suo libro o il marito assorto in una partita alla televisione stanno comunicando, attraverso il loro comportamento, che non sono interessati a partecipare all’interazione. Inoltre, la comunicazione è indipendente dell’intenzione stessa di comunicare: la hostess che sorride nervosamente, chiedendo al passeggero di raddrizzare la propria poltrona, dimostra che non è necessario che il gesto derivi da un desiderio di trasmettere un messaggio perché questo sia capace di farlo. L’aspetto fondamentale è il fatto che noi esseri umani trasmettiamo continuamente, volontariamente o meno, messaggi ai nostri congeneri.
Ebbene, la spiegazione che forniscono gli autori è che sia impossibile non avere un comportamento, ovvero che “non esista un qualcosa che sia un non comportamento” [4]. Che questo sia vero o meno (non c’è unanimità al riguardo; cfr. Seligman [6]), non spiega perché, oltre ad avere comportamenti, noi esseri umani rispondiamo sempre al comportamento degli altri, orientando sempre le nostre azioni verso gli altri. Senza orientarsi verso gli altri il comportamento non diventa comunicazione. Un frammento di condotta non è, in sé e per sé, un messaggio; quest’ultimo consiste in una condotta più un significato, il comportamento dell’emittente più l’interpretazione del destinatario (che può coincidere o meno con l’intenzione del primo).
Pertanto, l’impossibilità di non comunicare deriva da un fenomeno fondamentale: l’orientamento automatico, tacito e continuo degli esseri umani verso gli altri. Dietro l’impossibilità di non comunicare c’è l’impossibilità di non collegarsi, di rimanere impassibili dinanzi alla sola presenza dell’altro. Come indicano tra gli altri Goffman [7] e Searle [8], possiamo soltanto capire ciò che qualcuno ci dice nella misura in cui lo capiamo in precedenza a livello basico: imparare a parlare richiede una capacità precedente d’interpretare i gesti e i fonemi come azioni orientate verso un obiettivo.
In termini più contemporanei, la capacità di comunicare deriva dalla capacità umana di creare una “teoria della mente” dell’altro [9], a sua volta dipendente, così sembra, dai “neuroni specchio”, una struttura del sistema nervoso dei primati e degli umani scoperta da più di un decennio [10]. I neuroni specchio si attivano sia realizzando un’azione sia osservando un congenere simile mentre la realizza, quel che secondo diversi teorici [11], permette d’interpretarla grazie a un “modello interno” dell’altro, in aggiornamento continuo, che codifica il suo movimento come un’azione orientata verso un obiettivo. Inoltre, e più importante ancora, è che l’essere umano ha a disposizione neuroni specchio innervati nei muscoli che controllano l’espressione facciale delle emozioni; vale a dire, neuroni che si attivano quando qualcuno adotta l’espressione facciale di una delle “emozioni di base” (che discuterò successivamente) oppure quando vede qualcuno adottarla, che sembra sottostare alla nostra notevole capacità empatica: comprendere l’altro implica in un certo modo ricreare nel nostro interno il suo stato emotivo, che non può non cambiare il nostro (dato che adottare un’espressione facciale induce l’emozione corrispondente) [12,13].
Questa permanente connessione emotiva di sottofondo tra gli interlocutori diventa evidente nel fenomeno del “contagio emotivo” [14], “la tendenza ad imitare e sincronizzarsi automaticamente con le espressioni facciali, vocalizzazioni, posture e movimenti di un’altra persona, che conduce a convergere emotivamente con questa” [15]. L’evidenza suggerisce che il contagio emotivo non è frequente ma ubiquo e che nasce dalla mutua sincronizzazione dei pattern di movimento, delle espressioni emotive e del comportamento paraverbale dei partecipanti all’interazione.
Questa capacità di risuonare fornisce dei vantaggi evolutivi cruciali alla specie umana. Qualsiasi organismo cerca continuamente di orientarsi in rapporto al proprio ambiente e ai propri bisogni vitali. Tuttavia, gli esseri della stessa specie sono un aspetto dell’ambiente al quale la maggioranza degli organismi presta particolare importanza e attenzione, come dimostrato dalla facilitazione sociale, fenomeno che si verifica anche tra gli insetti [16]. Orientarsi verso il comportamento dei simili fornisce un vantaggio definitivo: condividendo una nicchia ecologica, sono i concorrenti diretti per il cibo e le risorse, ma anche i potenziali partner nella generazione di prole. Questo vantaggio si potenzia quando, oltre ad attendere la condotta presente, l’organismo diventa capace di anticipare la condotta futura dei conspecifici, che va oltre la predizione della loro traiettoria dato che implica elaborare una congettura tacita del loro obiettivo o proposito. Questa capacità permette all’organismo non soltanto di coordinarsi con i compresenti nel qui e ora, ma anche a medio termine: evitare un possibile attacco, sfruttare una futura offerta di accoppiamento, ecc. È precisamente questo ciò che fanno i neuroni specchio: emulare l’emozione dell’altro e, attraverso essa, la sua intenzione.
La controparte di questo meccanismo, anche evolutivamente selezionata, è che noi esseri umani trasmettiamo costantemente informazione relazionale (e non “messaggi”, termine che dovrebbe essere riservato per gli atti comunicativi intenzionali e consapevoli) codificata nella nostra postura, nella condotta paraverbale e soprattutto nei gesti, in maggiore quantità riguardo a qualsiasi altro mammifero. La suddetta informazione armonizza tacitamente i membri di un gruppo di fronte all’azione cooperativa (sebbene possa anche essere utilizzata per trarre vantaggio anticipandosi rispetto ad essa). In questo modo, che l’espressione facciale di qualcuno traspaia di solito il suo stato emotivo ubbidisce alla nostra natura essenzialmente sociale e mammifera; da qui il problema del doppio legame, l’incongruenza tra il digitale e l’analogico insieme alla mancanza di consapevolezza dell’emittente riguardo al suo stato emotivo di fondo e a ciò che trasmette analogicamente di conseguenza.
In definitiva, l’essere umano è squisitamente sociale, evolutivamente disegnato per armonizzarsi in modo tacito, automatico e costante con i propri congeneri attraverso il movimento ritmico [17] e il contagio emotivo, costruendo “l’intenzionalità collettiva” che sta alla base di istituzioni e società [8]. A parità di condizioni, per l’essere umano è impossibile non trasmettere i suoi stati d’animo e non risuonare con quelli altrui.
SECONDO ASSIOMA
“Tutta la comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto relazionale in modo tale che il secondo classifica il primo ed è, dunque, una metacomunicazione” = “Tutta la comunicazione ha un aspetto di contenuto ed un aspetto emotivo, che incornicia il primo classificandolo all’interno di un insieme di emozioni e delle loro concomitanti strategie”.

In base al secondo assioma, ogni messaggio comporta due elementi: il primo, un “contenuto” corrispondente alla parte esplicita; il secondo, un “metamessaggio” che funge da “cornice” al primo fornendogli un senso. Il contenuto, facile da identificare e definire, è quasi banale; il metamessaggio, invece, più interessante per l’intervento terapeutico o la ricerca, diventa purtroppo ambiguo2, come dimostrato dalle successive definizioni ed esempi che gli autori sperimentano senza riuscire a catturare del tutto la sua essenza.
Così cominciano segnalando che “una comunicazione non soltanto trasmette informazione, ma al tempo stesso impone un comportamento” [4, p. 43], per cui assimilano tacitamente il contenuto con una “notizia” e il metamessaggio con un “comando” (alla maniera di un neurone il cui sparo informa il successivo che l’antecedente ha sparato e a sua volta lo fa attivare). Tuttavia, indicano di seguito che il metamessaggio è un “aspetto connotativo” che “si riferisce al tipo di mesaggio che deve essere assunto e perciò, in definitiva, alla relazione tra i comunicanti”, e forniscono un esempio immaginando che una donna indichi la collana di un’altra e le chieda “sono autentiche queste perle?”. Se il contenuto è inequivocabile e si riferisce a un oggetto (le perle), il tono della voce, il contesto e l’espressione del viso possono suggerire: un rapporto di amicizia, un atteggiamento di concorrenza, relazioni commerciali formali, ecc. [4, p. 53] 3.
Successivamente, propongono come esempi di un metamessaggio “Questo è un ordine” oppure “Sto solo scherzando” per concludere indicando che “si può esprimere la relazione anche in modo non verbale (gridando, sorridendo, ecc.) e che “il contesto in cui ha luogo la comunicazione servirà a chiarire ulteriormente la relazione: ad es., possiamo capire meglio le frasi sopracitate se sappiamo che sono state pronunciate tra soldati in uniforme o nell’arena di un circo” [4, p. 45].
Tuttavia questa analisi (comunque pioniera) non risolve l’incognita tacitamente sollevata dall’assioma – e che curiosamente è passata inosservata dalla sua pubblicazione originale: se la metacomunicazione “classifica” il contenuto, con quale sistema di categorie lo fa?
La metainformazione stricto sensu relazionale è codificata nei componenti non verbali (posizione, gesto, prossimità) e paraverbali (intonazione, volume, timbro) del messaggio perché riguarda il modo in cui il parlante sperimenta l’interazione e se stesso nel momento in cui lo emette; in altre parole, il suo stato emotivo, che determina la disposizione dinamica con cui affronta la situazione e gli altri, poiché l’emozione può essere vista come un’attribuzione automatica e tacita di significato, che massimizza la sopravvivenza e il successo dell’organismo e che opera classificando le situazioni in un insieme limitato di alternative caratterizzate da uno scenario prototipico e una strategia concomitante [19]. Queste alternative sono state sviluppate nel corso di migliaia di anni di evoluzione biologica, nelle emozioni di base, e di secoli di evoluzione socioculturale, nelle emozioni complesse; sono il prodotto di migliaia di incontri degli antenati pre- e ominidi con gli scenari più ricorrenti e cruciali per la loro sopravvivenza e la loro riproduzione, che sono rimasti così “registrati” come i repertori di risposte coerenti, instantanee e paradigmatiche che chiamiamo “emozione”. Dal fatto che diverse specie mostrino agressività innata ( ira) ne consegue che i loro antenati si trovarono più volte in situazioni in cui dovettero respingere un’invasione dei loro interessi vitali; dal fatto che sentano paura e fuggano o si paralizzino; ne consegue che hanno anche incontrato scenari che sopraffacevano la loro capacità di fronteggiarli, ecc.
Questa teoria dell’emozione unifica la visione sociocostruzionista con l’evolutiva: in entrambi i casi si tratta di repertori di comportamento ed esperienza che emergono più o meno automaticamente dinanzi a situazioni determinate in modo biologico o culturale (nel caso delle emozioni complesse che si fondano sul linguaggio, come indicato dal sociocostruzionismo). L’introduzione delle emozioni risolve il quesito sul sistema di categorie dentro cui la metacomunicazione classifica un messaggio: lo fa o entro le quattro emozioni di base universali (che descrivo di seguito brevemente) o dentro le emozioni complesse di una cultura (ad esempio, la vergüenza ajena ispanica o il fago ifaluk) [20], che possono essere intese come ulteriori differenziazioni delle stesse.
Non c’è un accordo circa il numero delle emozioni di base umane [21]; tuttavia, una delle implicazioni di questa teoria è che devono essere relativamente poche dato che non può esserci una pletora di scenari astratti sostanzialmente diversi (però ricorrenti nella catena evolutiva) che compromettano gli interessi vitali di un essere umano. Pertanto sostengo, in linea con la ricerca recente [22], che ce ne siano soltanto 4, con i loro scenari e le loro strategie concomitanti:

Allegria: l’individuo ha vinto o sta sfruttando una risorsa che potenzia i suoi interessi vitali. L’individuo si espande e si flessibilizza, letteralmente e metaforicamente, per integrarla e assicurare la sua permanenza.
Tristezza: ha perso una risorsa fondamentale (in particolare, un legame affettivo); si ripiega per minimizzare nuove perdite, valutare le proprie risorse e riprendere le forze.
Paura/sorpresa: è successo qualcosa d’inaspettato e non banale; si ferma per riorientarsi e concentrarsi sulla novità fino a decidere se è o no minacciosa ed eventualmente fuggire.
Disgusto/ira: qualcosa di dannoso minaccia di invadere l’individuo o di impadronirsi di risorse chiave o di ostacolarne l’azione. L’individuo allontana e protegge i punti di ingresso (bocca e naso), mentre si compatta e si impegna al fine di bloccarne il passaggio ed espellerlo dal suo cammino.
Gli scenari delle prime due non sono ambigui e sono emozioni primarie “pure”; gli scenari delle ultime due, invece, comportano improvvisi cambiamenti dell’ambiente che possono svilupparsi verso direzioni diverse. In concomitanza, l’espressione facciale dell’individuo (indicatrice delle variazioni esperienziali e disposizionali) parte da uno stato iniziale di allerta o tensione e si differenzia man mano in frazioni di secondo verso la paura o la sorpresa, il disgusto o l’ira, nella misura in cui la persona processa l’informazione dell’ambiente fino ad inserirla dentro una categoria.
Questa classificazione è soltanto l’inizio. La straordinaria complessità emotiva umana deriva da due fattori: l’agilità dell’elaborazione tacita e il fatto che le emozioni si combinano dando forma a “fasci” esperienziali con diversi “strati” (come minimo, primario e secondario4. La metafora più utilizzata per capire questa combinazione è cromatica, le emozioni di base quali colori primari e le complesse quali secondari, da cui ne consegue una “mappa dell’emozione” (il modello circomplesso) [25]; però è insufficente perché non considera il fattore temporale: gli strati che integrano tutto l’episodio emotivo cambiano continuamente. Risulta più ragionevole una metafora musicale: emozioni che, quali note di un accordo, si sovrappongono con maggiore o minore armonia e si succedono, lasciando il passo ad una melodia che può, a sua volta, essere analizzata in due direzioni; diacronica, facendo attenzione ad un piano (o strumento) specifico per contemplare la sua trasformazione durante l’episodio, e sincronica, “sbucciando” uno per uno gli strati dell’esperienza dalla più coinvolgente, intensa e immediata, alla più sottile, profonda e astratta [19]. Emozioni complesse quali la melanconia o la vergüenza ajena equivalgono a queste “armonie” che si ergono su una nota-base o “chiave” (la tristezza nella melanconia, il disprezzo nella vergogna, ecc.) che le “atterra” fornendogli un senso globale (l’interesse vitale della persona che è in gioco nella situazione e ciò che si aspetta si verifichi).
In definitiva, la metacomunicazione implicita in qualsiasi mesaggio consiste nella classificazione tacita della situaizone da parte del parlante dentro una delle emozioni di base e i rispettivi accordi.
TERZO ASSIOMA
“La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti” = “La natura di una relazione dipende dalle emozioni reciproche che la configurano e sostengono, le quali influiscono nella punteggiatura delle sequenze di comunicazione”.

Secondo la spiegazione fornita dagli autori sul terzo assioma, ogni partecipante di un’interazione tende a interpretarla in modo idiosincratico e coerente con i propri atti, facendo attenzione soltanto agli eventi che sostengono tale interpretazione e ignorando o disprezzando quelli che la contraddicono. Poiché lo stesso vale per gli altri, gli atti di tutti sono interpretati da tutti in modo tale che generano un pattern la cui permanenza è dovuta alla cecità selettiva: ognuno si vive come reagendo o difendendosi da ciò che gli altri “gli fanno” senza accorgersi del proprio contributo al circolo vizioso. Il classico esempio è la coppia in cui “l’uomo dichiara che chiudersi in se stesso è la sua unica difesa contro il brontolare della moglie, mentre lei etichetta questa spiegazione come una distorsione grossolana e volontaria di quanto ‘realmente’ accade nel loro matrimonio: vale a dire che lei critica il marito a causa della sua passività” [4, p. 48].
Questo assioma è il seme della “realtà inventata” del Watzlawick tardivo [26] e la giustificazione della tecnica caratteristica del MRI, la riformulazione (reframing) [27 p. 117 e segg.]. Il modo più chiaro di ritrarre questo incastro tra le azioni e le interpretazioni reciproche, chiamate da Bateson “ecologia delle idee”, è il diagramma a “farfalla” (bow tie) [28], con una colonna a partecipante e due righe a colonna, una con l’interpretazione del comportamento dell’altro e l’altra con l’azione concomitante. La Figura 1 è il bow tie della paradigmatica coppia del MRI, George e Martha, protagonisti di “Who’s Afraid of Virginia Woolf?” di Edward Albee.
Si noti che Martha “vede” soltanto gli atti di George e la sua interpretazione degli stessi, al contrario di lui; ugualmente, che entrambi sono collegati unicamente attraverso le rispettive interpretazioni degli atti dell’altro, seguendo il dictum costruttivista “non esiste l’interazione istruttiva” [29].



Ciò nonostante e in linea con l’osservazione aperta da questo articolo, in questa ecologia delle idee le emozioni brillano per la loro assenza, che non rende giustizia al loro ruolo di “radice dell’azione, sia motivazionale che temporale” [19, p. 100]. La classificazione emotiva, tacita, della situazione supera la cognitiva cosciente e la determina, così come stabilisce il tipo di azione che la persona sceglie; se Martha si sente surrettiziamente triste per ciò che vive come disprezzo o indifferenza da George, tenderà a reagire con rabbia e sospetto nonostante lui o il terapeuta cerchino di convincerla che “non lo sta capendo” o che “non sta vedendo la totalità del problema”. A ciò va aggiunto che la conessione emotiva è diretta, non mediata dalla “costruzione” o dalla “punteggiatura della sequenza degli eventi”, che emergono quando lei ormai si è attivata, inquadrandole (per il contagio emotivo descritto in precedenza). Come qualsiasi terapeuta sa, è estremamente difficile prendere distanza da una situazione per riuscire a contemplarla quando si è sotto l’effetto di un’emozione; quindi la terapia di coppia di successo non implica soltanto disattivare i circuiti reciproci di attacco e di critica, ma incoraggiare la riconnessione emotiva ad un livello più profondo e salutare (il flusso dell’ “amore complesso”) [30].
In breve, il cambiamento sostenibile presuppone di modificare le emozioni che definiscono la relazione perché da loro dipendono sia le azioni che la “punteggiatura della sequenza degli eventi” e gli approcci di terapia familiare devono superare l’ecologia delle idee per abbracciare un’ecologia delle emozioni, come illlustrato dalla Figura 2.



QUARTO ASSIOMA
“Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha una semantica ma non ha nessuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni” = “Gli esseri umani si comunicano in un continuum dal digitale all’analogico; il linguaggio digitale ha una base analogica (ovvero corporea), grazie alla quale può dare un senso all’esperienza. L’aspetto analogico codifica l’intensità e valenza delle emozioni sottostanti alla relazione e che danno corpo all’interazione”.

Gli autori cominciano mettendo a confronto due tipi di “linguagggio” (o piuttosto due aspetti del linguaggio): il digitale, discreto (composto da unità indivisibili quali 0 e 1) e arbitrario, e l’analogico, continuo e simile a ciò che intende rappresentare, comparando il funzionamento dei neuroni al primo e del sistema “umorale” (endocrino) al secondo. Di seguito, segnalano che “nella comunicazione umana si hanno due possibilità del tutto diverse di fare riferimento agli oggetti (in senso esteso): o rappressentarli con una immagine (come quando si disegna) oppure dar loro un nome” [4, p. 52], e indicano che la comunicazione analogica “è ogni comunicazione non verbale”, che include “le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle stesse parole…” [4, p. 53]. Ogni messaggio ha un aspetto digitale, equivalente al contenuto del secondo assioma, e uno analogico, corrispondente alla relazione. Il primo è preciso e ha operatori logici; il secondo è ambiguo e non ha degli indicatori per la negazione o per l’orientamento temporale; invece, è adatto per “esprimere” (ma non per fare riferimento a) la forma del rapporto, virtù assente nell’aspetto digitale. Infine, “l’uomo ha la necessità di combinare questi due linguaggi… e deve costantemente tradurre dall’uno all’altro” [4, p. 57], che è la fonte d’innumerevoli malintesi e patologie.
Forse questo è l’assioma che richiede più annotazioni: dato che gli organismi presentano aspetti sia analogici sia digitali, l’opposizione tra essi è artificiosa. Ciò che ad un livello sembra digitale, si rivela analogico in un altro [31]5. Così, il neurone non risponde ad una “logica di 0 o 1”; sebbene sia certo che, in un momento isolato, può sparando o meno, è pure vero che, considerato in un periodo, presenta un tasso di sparo, un “ritmo” modificato dai neuroni afferenti: l’informazione, di conseguenza, non è codificata in termini binari, ma piuttosto nella variabilità del tasso di sparo neuronale. Ugualmente, l’attività elettrica, “digitale” (di “tutto o niente”), è intracellulare (il segnale si propaga dal corpo all’assone); la comunicazione tra le cellule dipende dalla liberazione dei neurotrasmettitori che sono catturati in quantità variabili (“analogiche”) dai recettori dendritici dei neuroni circostanti [32].
Neppure nel significato si può stabilire una distinzione nitida tra l’analogico e l’arbitrario. Un segno può riferirsi ad un oggetto in virtù di una somiglianza (in questo caso si chiama “icona”; ad esempio, un ritratto al suo modello), di una connessione fisica o causale (i cosiddetti “indici”; ad esempio, il fumo al fuoco) o di una pura convenzione (“simboli”; ad esempio, la lettera π al numero pi greco) [33, p. 36 e segg.]; però nessuno opera senza una base consensuale stabilita dalla cultura (“perfino le fotografie e i film si ergono su convenzioni che dobbiamo imparare ad interpretare”) [33, p. 38; la traduzione è nostra].
Infine, perfino l’archetipo del digitale, la cognizione umana, sembra appoggiarsi sull’analogico. Dopo un lungo periodo di razionalismo cartesiano (delle cui insufficenze parla dettagliatamente Descombes) [34], la scienza cognitiva e la filosofia della mente stanno cominciando a decantarsi per l’enactment (il primato dell’azione come origine e modello della cognizione) [35], l’embodiment (l’esperienza incarnata di muoversi in un corpo nello spazio come base della sintassi e del signficato) [36] e la metafora come meccanismo cognitivo per eccellenza [37]. Così, la “macchina digitale” che la rivoluzione cognitiva volle vedere nel sistema nervoso umano è per forza imbrigliata in un’altra macchina, quella “analogica”: un corpo il cui costante lavoro metabolico segue le leggi della termodinamica e le cui vicissitudini determinano, in ultima analisi, la sopravvivenza della prima [38].
Ciò nonostante, l’ipotesi che l’essere umano rappresenti informazioni in modi diversi e a livelli non sempre trasparenti tra loro, sembra corretta e persiste in diversi modelli terapeutici construttivisti; ad esempio, il tacito e l’esplicito [39], il verbale e il preverbale [40], l’esperienza e la narrativa [41], ecc. Più completo e preciso risulta il modello psicoanalitico-cognitivo di Bucci [42], che distingue tre livelli: il subsimbolico (analogo), il simbolico non verbale (immagini) ed il simbolico verbale; o quello di Gärdenfors [43], che postula un livello connessionista (analogo e frammentario), uno intermedio, substrato della metafora, che segue le regole spaziali (lo “spazio concettuale”), ed uno logico e simbolico.
Nessuno di questi approcci intende il passo da un livello ad un altro come automatico o inequivoco; le distorsioni sorte in questa “traduzione” (o meglio, in questa congettura) [44] diventano parte dei meccanismi che creano e mantengono i sintomi psicopatologici; la miglioria richiede, almeno in parte, di aumentare la coerenza tra livelli [45], favorendo l’aggiustamento reciproco (il cosiddetto “processo referenziale” di Bucci) [42], che non consiste in “digitalizzare” l’analogico, ma piuttosto in “analogizzare” il digitale, dare corpo (contenuto metaforico, sensoriale, cinestesico, incarnato) alla spiegazione che la persona elabora sulla propria esperienza momento per momento.
Da ciò ne consegue che la relazione analogico-digitale non è una dicotomia ma piuttosto un continuum sul quale si distribuiscono i processi umani di significato6. Tuttavia, c’è un quesito che è passato inosservato sia dagli autori degli assiomi sia dai loro commentatori: a cosa somiglia il linguaggio analogico? Qual è l’analogia che gli dà senso? A questa domanda è facile rispondere dinanzi ai gesti, che di solito imitano l’azione che rappresentano (distendere il braccio con il palmo della mano rivolto in avanti trasmette “alt!”, perché imita l’impedire il passaggio con la forza); però il tono e il volume della voce, l’espressione del viso, ecc. non dipendono da questo tipo di somiglianza. Deve esserci, allora, qualche proprietà astratta del comportamento che può variare in un continuum, caratterizzando sia l’azione sia il linguaggio analogico e diventando messaggio grazie a questa somiglianza.
Il substrato emotivo del linguaggio analogico permette di rispondere a questa incognita e anche di specificare i suoi referenti. Secondo il modello PAD [47], le emozioni variano attorno a tre dimensioni: valenza (positiva-negativa), intensità (arousal) e dominanza (tema del successivo ed ultimo assioma). La valenza si riferisce al modo in cui la situazione influisce sugli interessi o i bisogni vitali dell’individuo: se li soddisfa o li potenzia, è positiva e si sperimenta piacevolmente; se invece li compromette o esacerba, è negativa e genera dispiacere o disagio. L’intensità si riferisce invece all’urgenza che la persona attribuisce alla situazione e, in concomitanza, all’importanza dei valori o dei bisogni di base che questa compromette.
Queste dimensioni influiscono sulla posizione ed sul comportamento, “incarnandosi” in indicatori non verbali che, rischiando di semplificare, possiamo ridurre a cinque [48]: quattro statici, espansione-retrazione, rilassamento-tensione, prossimità-distanza e voce acuta-grave; e uno dinamico, movimento fluido-movimento spasmodico [49-51]. La prossimità è proporzionale alla valenza: a parità di condizioni, tendiamo ad avvicinarci a ciò che ci produce piacere. L’intensità è proporzionale al tono della voce: emozioni più forti conducono ad un tono più acuto. L’espansione è proporzionale alla dominanza: quando ci sentiamo più potenti occupiamo più spazio personale con movimenti, gesti e posizioni; quando ci sentiamo minacciati, invece, ci contraiamo minimizzando la superficie esposta. Il rilassamento del tono muscolare risponde alle tre dimensioni (le emozioni negative inducono tensione, la dominanza conduce al rilassamento), però sembra più dipendente dall’intensità (maggiore attivazione, minore rilassamento). Infine, il movimento fluido caratterizza gli stati di attivazione media o alta e a valenza positiva ( energetic arousal) [51]; lo spasmodico, invece, derivato dalla rigidità nei muscoli scheletrici del collo, delle spalle e della schiena, quelli di attivazione alta e a valenza negativa (tense arousal) [51].
QUINTO ASSIOMA
“Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza” = “Tutti gli scambi comunicativi si definiscono in funzione dell’accoppiamento emotivo dei partecipanti attorno a due assi: potere di fare, i cui estremi sono la sottomissione e la dominanza, e comunione, i cui estremi sono affetto e indifferenza. Un accoppiamento armonico può condurre alla complementarietà; uno discordante, alla simmetria”.

L’ultimo assioma riguarda lo status reciproco dei partecipanti all’interazione e introduce il controverso tema del potere. Senza entrare in una dicussione tanto prolungata quanto complessa, segnalo che questa accezione di “potere” non è quella corrente nelle scienze sociali, “l’abilità di un agente per fare in modo che i soggetti facciano ciò che lui vuole, con indipendenza di volere farlo o meno” [8, p. 201], ma piuttosto una più delimitata, la capacità di “definire la relazione” come simmetrica, ovvero fondata sulla somiglianza, o complementare, sulla differenza. Nei rapporti simmetrici un comportamento di uno incita nell’altro un comportamento simile, per cui tendono alla concorrenza; nei complementari, le condotte “combaciano” senza necessariamente esacerbarsi perché sono di segno contrario. Nella simmetria gli interlocutori hanno lo stesso status e di conseguenza condividono il potere; nella complementarientà c’è uno “sopra” (one-up) e un altro “sotto” (one-down) per cui il potere è disuguale (sebbene questa interpretazione sia più coerente con Haley e Richeport) [52]. In questo senso, due persone che si cedono reciprocamente e insistentemente il passaggio, stanno concorrendo simmetricamente per la posizione inferiore, definendo a priori l’altro come “superiore”.
Il quinto assioma è fino ad un certo punto deducibile dalla combinazione tra il primo ed il terzo: se di continuo risuoniamo emotivamente dinanzi agli altri e se l’emozione è una classificazione tacita delle situazioni, ne consegue che classifichiamo continuamente gli scenari e gli altri mentre interagiamo; vale a dire, rispondendo continuamente alla domanda “chi sono io per lui/lei e chi è lui/lei per me?” vis à vis i nostri interessi vitali e bisogni fondamentali.
Ciò nonostante, secondo il modello circomplesso interpersonale, ci sono due tipi di bisogni: potere di fare (controllo, dominanza, capacità) e comunione (affetto, unione, vicinanza) [53]. Cioè, alla domanda “chi sono io per te?” si può rispondere in due sensi: quanto sono vicino o lontano emotivamente da te o quanto ti obbedisco o ti ordino. Negoziamo costantemente non soltanto la nostra autorità, ma anche la nostra distanza [54]7, cedendo o concorrendo, facendo o rifiutando domande di affetto, in un equilibrio dinamico che si rompe nei rapporti patologici.
Il quinto assioma raccoglie soltanto il primo asse, tralasciando il secondo, più noto tra i terapeuti familiari come “amore complesso” [30]. Questa è una mancanza importante perché la patologia è in rapporto con l’interazione tra comunione e potere di fare: “siamo primariamente amorosi e secondariamente maltrattanti” [30]. Così, incentrandosi sul potere, la terapia familiare ha trascurato l’amore, che, come dimostrato dalla teoria dell’attaccamento, gioca un ruolo cruciale nei problemi psicologici [56].
Nei rapporti familiari il potere tende a comparire per compensare il deficit d’affetto perché comunione e potere di fare sono i due modi possibili di raggiungere la sicurezza. Ogni conflitto può essere affrontato attraverso due strategie: la concorrenza (uccidendo o spaventando gli avversari) e la collaborazione (raggruppandosi con loro per lavorare assieme condividendo rischi e benefici) [57]. Contemporaneamente, qualcuno che si sente derelitto o denigrato, senza saperlo (perché non ne è consapevole o perchè teme di vedersi “debole”) può fare appello all’aggressione per forzare gli altri a “rispettarlo”, cioè, instillando la paura per controllarli e assicurare che non l’abbandoneranno o tradiranno [13]. Spesso il disprezzo, la critica e l’indifferenza sono dei modi autodistruttivi di chiedere affetto [58].
Resta da spiegare la radice emotiva della simmetria e della complementarietà. I bisogni e gli interessi fondamentali dei partecipanti possono o essere soddisfatti o intensificarsi nel corso dell’interazione. Nel primo caso, le emozioni si accostano in un rapporto complementare; nel secondo, le emozioni si esacerbano perché ognuno concorre con l’altro, simmetricamente, forzandolo a soddisfarli.
È degno di nota che l’accoppiamento emotivo non è necessariamente “buono”: la tenerezza e l’abbandono si accoppiano così come l’aggressività e la paura. Come rilevato da Watzlawick, Beavin e Jackson [4], la patologia della simmetria è la escalation e quella della complementarietà la rigidità, vale a dire, nella prima nessuno dei due cede, mentre invece nella seconda chi cede è sempre il solito. Un rapporto è sano nella misura in cui raggiunge un certo equilibrio dinamico tra interazioni simmetriche e complementari, che dipende a sua volta dalla manifestazione e dalla soddisfazione reciproca dei bisogni sia di comunione sia di potere di fare.
In breve, regoliamo la distanza e la dominanza in funzione della soddisfazione relativa dei nostri bisogni di momento in momento, che dettano la forma delle relazioni a cui partecipiamo a seconda se si accostino o si oppongano alle emozioni degli altri.
CONCLUSIONE
Quasi cinquanta anni dopo la loro pubblicazione, i cinque assiomi della comunicazione umana continuano ad essere fonte d’ispirazione e guida per i terapeuti e i ricercatori familiari. Nella più pura tradizione scientifica, i suoi autori li presentarono come progressi provvisori e sperimentali, oggetto di riesame. Nello stesso spirito scientifico di congetture oggetto d’esplorazione, conferma e correzione, si anticipano in questa sede i cinque assiomi dell’emozione umana per trascendere l’ecologia delle idee che ha caratterizzato il pensiero sistemico e per abbracciare, finalmente, un’ecologia delle emozioni.
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