Le risonanze tra la vita e la professione
di Mara Selvini Palazzoli


Matteo Selvini1


UNA RAGAZZA ANCHE UN PO’ ANTIPATICA
PREMESSA BIOGRAFICA
Mara è nata a Milano il 15 agosto del 1916, quartogenita di Daniele Palazzoli, precocemente orfano della mamma, resiliente partito dal nulla, rifiutato dal padre, piccolo commerciante di pollame. Grazie a geniali intuizioni commerciali (l’invenzione della gastronomia di lusso) Daniele a trent’anni è già ricchissimo. È vulcanico ed irrazionale, sua moglie Italia è fondamentale per gestire, contenere, amministrare le sue innumerevoli iniziative imprenditoriali. Questo sforzo improbo le rende tuttavia quasi impossibile stare vicina ai suoi figli, che affida a parenti o personale di servizio.
Al concepimento di Mara, in piena prima guerra mondiale (grandissimo affare per il mercato degli alimentari), Italia ha tre figli piccoli, il maggiore ha nove anni, e sente di non potercela proprio fare, così Mara sarà affidata a Rosa, contadina e balia da latte, che ha appena perso per la terza volta un bimbo appena nato. Così, unica dei figli, Mara è spedita in campagna per due anni, fino alla fine della guerra, nessuno andrà mai a trovarla, un’autista la porterà e la riporterà… Abbandono traumatico, così come sarà traumatico il rientro in una famiglia di totali sconosciuti. Sedici anni fa ho già raccontato [1] la storia emblematica della resilienza di mia mamma e come sia sopravvissuta ad un simile abbandono. Mara non riuscirà mai a inserirsi per davvero nella sua famiglia biologica. Da adulta si batterà per la riforma della legge sull’adozione, sarà tra i fondatori nel 1947 del primo consultorio familiare, insieme a mio padre, e militerà come giudice onorario alla corte d’Appello del Tribunale per i minorenni. Fatti lontani nel tempo, collegati però da significative risonanze. Estranea alla sua difficile famiglia, ad esempio sarà maltrattata dai fratelli maggiori (“Quante botte ho preso”, si lasciava sfuggire ogni tanto con un certo distacco), classica guerra tra bambini trascurati, mentre la sorella terzogenita Alba è la spalla della mamma, ed ovviamente difende questo suo territorio. Mara trova rifugio nei mondi “altri” che gli studi le offrono ed insieme nella sfida per essere la migliore. E ci riuscirà: una serie di medaglie d’oro al liceo d’élite che frequenta, tutti trenta e lode a Medicina […].



Mi sono fatto l’idea che sia stata una bambina e poi una ragazza piuttosto antipatica, come nel classico stereotipo della prima della classe. Non tanto a livello sociale, perché credo sia stata sempre attiva, comunicativa, sportiva, quanto più sul piano umano, del contatto ravvicinato con l’altro. Non mi risulta infatti, dalle varie cronache familiari, che abbia mai avuto una vera amica o amico, di sicuro io non ne ho mai conosciuti, ho solo il ricordo del racconto di una ragazza ebrea che aveva aiutato durante le persecuzioni. Primo ed unico ed ultimo rapporto importante quello con mio padre, sbocciato alla soglia dei trent’anni!
Ho qualche altro modesto indizio di questa sorta di autarchica antipatia, cioè della presenza di qualche importante falla nella sua empatia, nel senso di perdersi in mondi tutti suoi. Raccontava con tristezza, retrospettiva, di come avesse mal sopportato, da adolescente, le visite della sua balia Rosa, o come, durante i bombardamenti del 43/44 su Milano, fosse stata pesantemente insultata perché manifestava soprattutto entusiasmo ed eccitazione per il meraviglioso spettacolo! Di sicuro il coraggio non le è mai mancato…
Questo discorso mi porta ad una delle sue invenzioni:



LA CONNOTAZIONE POSITIVA
Si tratta di una tecnica di conduzione delle sedute familiari: rimarcare e sottolineare il positivo sia del comportamento del paziente che di quello di ogni familiare [2]. Una tecnica che è davvero parte integrante della sua personalità, spontanea anticipazione di quella psicologia positiva che anni dopo verrà ampiamente teorizzata, l’effetto Pigmalione all’incontrario: se penso che qualcosa di buono accadrà, allora accadrà: profezia che si autodetermina! Un ottimismo sulle risorse che ha segnato la storia dei sistemici fino ai giorni nostri!
Da dove può arrivare una simile fortuna, una carica di entusiasmo, una vitalità incontenibile, nella vita di una bambina maltrattata? Mi vien fatto di collegare al corpo, al vissuto corporeo, questo misterioso e magico fenomeno. Cioè ad una matrice arcaica. Mara proprio sul vissuto corporeo ha scritto le sue pagine più importanti come psicoanalista [3]. Sento molto questa viscerale emozione perché ho avuto la fortuna di ereditarla da mia mamma. Una vera fortuna, perché mio padre non l’aveva per nulla (aveva sempre qualche malessere che sopportava in totale silenzio, ma traspariva…) e neppure i miei fratelli l’hanno ereditata. Si tratta del sentimento profondo e pervasivo di avere una fiducia assoluta e totale nel proprio corpo, è il sentimento di potercela fare sempre e comunque: posso tuffarmi in mari agitati, scalare montagne, rimanere sveglio quanto serve, e lo farò con gioia! La fatica non esiste perché il godimento della vitalità è sempre più forte.



Quattro potrebbero essere i motivi per questa grande risorsa: il primo e più importante avere goduto di una base sicura nel primo anno di vita, poi essere stati dotati di un temperamento vitale, il terzo aver avuto un modello della stessa tempra e infine il dono di una salute di ferro. Ed ecco un’impronta identitaria: il mondo ed il mio stesso corpo hanno benedetto la mia venuta!
Così era Mara e ne ha fatto la sua prima e più immediata attitudine terapeutica. Sarà anche evidente che una strategia autarchica funzionerà molto meglio se sento di star bene con me stesso. Ma tutte le medaglie hanno un rovescio: qui quello già citato dell’essere troppo distaccati, troppo competitivi e quindi magari un po’ antipatici.
Dopo la morte di mia mamma nel 1999 ho avuto la fortuna di scoprire nei suoi cassetti un “quadernetto” manoscritto intitolato Il libro di Michele e di Anna e di Matteo.
Ecco alcune sue note che ben mostrano la spontanea intensità della sua visione positiva della realtà:

Agosto 1958
Michele (9 anni e mezzo) attraversa un periodo di umore pessimo, che non sappiamo spiegare. È sempre scontento, pessimista, piantagrane. Una sera, dopo che fummo tutti a letto, ebbi l’ispirazione di andare in camera sua. Lo trovai lacrimoso. Mi disse che non poteva scacciare i pensieri, che gli veniva voglia di dire parolacce contro la Madonna. Gli dico di non provarci neppure a scacciare i pensieri, perché essi sono come il vento e soffiano quando vogliono. Gli spiego che cose del genere capitano a tutti, e capitavano anche a me: l’unico partito è riderne. Aggiunge che spesso gli viene anche il pensiero che Gesù Cristo non sia mai esistito. Gli spiego che è segno di intelligenza. Credere è una conquista e dubitare è naturale. Appare visibilmente sollevato e contento. Dice che non avrebbe mai supposto che ciò accadesse anche agli altri.

Eccone un altro datato

8 marzo 1961
Ho portato Matteo (non ancora 7 anni) per la prima volta dal dentista. Mai si vide bambino comportarsi con così coraggiosa naturalezza. Subì il trapano senza far cenno di smettere. A un certo punto, data la vasta cavità e la fragilità del dentino, il trapano toccò il nervo. Il dentista se ne accorse – Matteo era pallido, ma mai rigido, anzi abbandonato è morbido come un agnellino. Doveva aver sentito male, ma non disse nulla. Anzi, apriva la bocca agli ordini, ed era infine evidentemente stanchissimo, si spostava continuamente sulla poltrona. Il dente finalmente fu otturato. Ho scoperto, oggi, un lato del carattere di Matteo assolutamente meraviglioso. Il dentista dice che dev’essere un bambino di carattere. Ma ciò che mi colpiva era il fatto che non c’era tensione in lui, né rigidezza – quasi fosse disposto a qualunque cosa, senza difesa né paura. Matteo ha un grande bisogno di affermazione di sé come persona.
Tutto ciò mi porta al tema fondamentale della risonanza vita/professione di Mara:
LA RIAFFILIAZIONE, LA RICOSTRUZIONE DI LEGAMI, OVVERO L’INVENZIONE DELLA TERAPIA FAMILIARE
La giovane Mara autarchica e competitiva aveva dentro un seme potente e prezioso, la base sicura donata dalla sua balia adorante, che poi aveva germogliato in altre affiliazioni, come quella con la sua insegnante suor Marie. Ma non era bastato, come abbiamo visto; fu invece fondamentale l’incontro con mio padre, il loro incastro di coppia. Aldo era per molti versi simile a lei: super primo della classe, senza amici, traumatizzato da anni in collegio, tornato molto provato dalla guerra. Forse pochi sanno che, prima di mettersi con Aldo, Mara si era iscritta alla specialità in Medicina interna (laboratorio). Ipotizzo che il suo storico incontro con le anoressiche in ospedale non avrebbe prodotto nulla se non fosse stato preceduto dall’incontro con mio padre e dal divenire mamma.
Ecco le prime tre righe del citato quadernetto:

22 gennaio 1946
Ho parlato a lungo, sotto la neve, e si è deciso un destino, anzi, due destini.

Segue subito sotto la nota del giorno del matrimonio dell’anno successivo.
Quella tra i miei genitori fu un’affiliazione reciproca molto potente, anche mio padre si era sentito emarginato dall’asse fortissimo tra sua mamma e la sua sorella maggiore. Altra similitudine. Divennero una coppia inseparabile, l’uno il sostegno dell’altro. Per noi tre figli ci fu la sensazione di non essere molto importanti per loro, delegati a balie, domestiche, alla nonna per lunghi periodi. I nostri genitori avevano tante cose molto più importanti di noi. Tuttavia fu soprattutto nostro padre a darci la sensazione di viverci come un impiccio, un’autentica dinamica edipica! Lui la sera spariva, ci pareva anche scocciato, la mamma restava con noi. E poi Mara lavorava quasi sempre in casa, e la sua era una presenza che non passava inosservata, anche se stava studiando o scrivendo… Fu capace di un buon compromesso, nel sovraccarico di ruoli della donna contemporanea, di cui poi scriverà [4].
Vediamo un paio di note del quadernetto che danno una qualche idea di questo sistema familiare:

Dicembre 1957
Matteo (2 anni e 1/2) comincia a manifestare qualche segno di rivalità col papà. Ma senza acredine, per esempio annuncia sorridendo che bastonerà il papà appena rientrerà. Oppure che il papà tarda a rientrare perché è morto.

Gennaio-febbraio 1958
Anna (7 anni) ha avuto varie difficoltà ad organizzare la sua rivalità nei miei riguardi. La sua preferenza per il papà è nettissima. Fa la vezzosa, civetta addirittura quando sta con lui. Tuttavia i suoi rapporti con me sono migliorati: ho cercato di valorizzare la NOSTRA femminilità e di farmene qualche volta un’aiutante, escludendo i fratelli.

La ricostruzione di una base sicura nel matrimonio, il divenire madre con gioia, come testimonia il suo quadernetto, grazie anche ai molti aiuti di cui godeva, le consentirono di lasciare la medicina di laboratorio per affiliare le sue prime pazienti anoressiche, buttandosi nella psicoterapia. Il processo di copia, trattare gli altri come siamo stati trattati, direbbe la Benjamin [5]. È possibile che proprio la sua stessa esperienza di crescita in una famiglia difficile, e poi il guarire nella sua propria famiglia, l’abbia portata a voltare le spalle all’individualismo della psicoanalisi per scegliere la terapia familiare.
Solo dopo i figli, infatti, riuscì a recuperare un buon rapporto con sua sorella, e quindi a favorire il formarsi per noi ragazzi di un buon branco di cugini, con cui abbiamo passato lunghissime estati, nelle case di campagna che il nonno Daniele ci aveva lasciato.
Ma prima ancora, tra le risorse, le esperienze correttive, i fattori di resilienza, che le hanno consentito di divenire una ricostruttrice di legami, una terapeuta della famiglia, non posso non rievocare la riconciliazione con sua mamma.
UN’EMBLEMATICA STORIA DI RESILIENZA
Mentre si stava laureando in Medicina, nel 1941, sua madre si ammala di tumore al seno. Con le terapie di allora non c’è scampo. Mara, la figlia non voluta, per mesi non si staccherà dal letto della madre. Italia riesce a dirle la sua ammirazione per questa dedizione che da lei non si sarebbe aspettata, anche perché ritiene di non essersela meritata. Riesce a chiederle scusa piangendo, sa di aver fatto poco per lei. Sul letto di morte, sua madre le giura che dal cielo le resterà vicino. Davanti ad ogni difficoltà Mara potrà chiedere il suo aiuto. E Mara conserverà per tutta la vita il ritratto della mamma in camera da letto, farà appello a lei in tutti i momenti più difficili, sentendosi confortata ed aiutata. La riparazione del genitore. Ecco un altro basilare fattore di resilienza ed insieme un dono grandissimo: proprio quella capacità autocritica che in seguito Mara ha saputo vivere come genitore e che ha cercato di trasmettere a tanti genitori nel corso della sua carriera. […] Le lacrime della mamma hanno rappresentato una fondamentale riparazione, ma Mara le ha conquistate grazie all’aver saputo dare il meglio di sé sfuggendo all’insidiosa trappola della vendetta […]. Questa esperienza certo ha esaltato anche in senso affettivo il suo sentimento di valore personale: infatti per molti resilienti il grande rischio è quello dell’aridità affettiva, dell’eccesso di individualismo, dell’autarchia. (Brano tratto da Selvini [1]).
I PARADOSSI
Quando Mara si ritrovò a lavorare come terapeuta della famiglia, naturalmente si manifestarono tutte le difficoltà dell’impresa. Le classiche tecniche interpretative psicodinamiche non funzionavano. Era necessario inventare qualcosa. Mara non poté che cercare ancora dentro sé stessa, come ognuno di noi fa. Molte giovani anoressiche, tanti pazienti gravi, apparivano paralizzati dall’incapacità di tener testa a genitori inadeguati (invadenti, ipercritici, assenti, ecc.) Il sintomo poteva essere visto, come Mara scrisse, come uno sciopero della fame non dichiarato. Di conseguenza, obiettivo della terapia diventa quello di rendere i pazienti capaci di tener testa apertamente ai loro familiari, senza usare sintomi, proprio come Mara stessa era stata capace di fare. Il paradosso nasce su questa logica: provocare il paziente sul suo sacrificarsi per i familiari, per spingerlo invece a lottare a viso aperto, farlo uscire da un passivo vittimismo. Nella sua vita familiare, fratelli e mamma di Mara erano stati succubi della prepotente e talvolta umiliante leadership di Daniele, avevano continuato a lavorare per lui o con lui. Mara invece si allontanò da tutto: aziende, soldi, cavalli da corsa, per scegliere qualcosa di totalmente altro, come dapprima la medicina e poi la psicoterapia. Inizialmente basandosi soprattutto sulla sua fiduciosa autarchia, su un sentimento di forza e libertà. Forza che si costruì anche proprio tenendo testa a suo padre, che terrorizzava tutti. Ma non Mara, che rispondeva colpo su colpo alle sue urla e minacce. Vedo un chiaro collegamento tra questo “tener testa” ed il suo essere molto diretta ed esplicita nelle terapie familiari, non solo con i paradossi, ma anche con le domande terribili, lo svelamento del gioco, le prescrizioni spesso bizzarre, a seconda delle varie tecniche che via via andò sperimentando. C’era ancora in lei quella bambina che veniva ironicamente chiamata: “la bocca della verità”. Per lei un tema classico della psicoterapia: scegliere per sé, non accettare acriticamente lealtà e mandati familiari, né espliciti né impliciti, è stato intensamente vissuto in prima persona, nella determinazione di scegliere sempre con la sua propria testa. Si pensi alle tante svolte della sua ricerca clinica, mai determinate da convenienza o appartenenza, ma nella logica anche un po’ estrema ed impulsiva del libero pensatore e qui ritroviamo qualcosa del decisionismo e della creatività di suo padre Daniele Palazzoli. Qualcosa della potenza resiliente di Daniele germogliò anche nel figlio secondogenito Pippo, il quale, negli anni Cinquanta, quando finalmente riuscì a sottrarsi alle aziende paterne, divenne un famosissimo mercante d’arte contemporanea, lanciando artisti quali Alberto Burri e Lucio Fontana.
I RITUALI FAMILIARI E LA PRESCRIZIONE INVARIABILE
Nell’invenzione di queste tecniche, infatti, emerge la sua forte capacità di leadership, di iniziativa, di invenzione, qui volta a far sperimentare alle famiglie modi nuovi di funzionare, anche fuori dalle sedute, nella vita quotidiana. Cambiare senza capire, o prima di capire, era quello che lei stessa aveva sperimentato, nella seconda felice parte della sua storia familiare.
LA CAPACITÀ DI OSSERVAZIONE
Concludo con questo tema: Mara mostrò sempre grandi intuizioni, collegate ad eccellenti capacità osservative. Nel quadernetto dedicato ai figli ce ne sono esempi straordinari, ne abbiamo già visto qualcuno.
Non so bene come spiegare questa risorsa, ma è stata un cardine della sua concezione della psicoterapia: insegnare ai genitori a scoprire chi sono davvero i loro figli, correggendo i misconoscimenti inevitabilmente provocati dalle loro risonanze, o ricostruendo aspettative realistiche, addomesticando la proiezione dei propri desideri. Ed infatti rituali e prescrizioni sono stati sempre proposti, non solo come sperimentazione di un cambiamento, ma anche proprio come tecniche di osservazione, sostenute da appunti che dovevano essere presi su appositi “quadernetti”! Ecco ci risiamo: qualcosa di familiare ritorna come strumento professionale!
Vediamo ora qualche brano che ben esemplifica sia l’attenta osservazione che la riflessività autocritica.

26 maggio 1957
Michele (9 anni) è a letto con l’influenza. Gli faccio compagnia stando vicino al suo letto. A un tratto, in vena di dire sciocchezze, lo abbraccio e gli chiedo. Mi vuoi tanto bene? Faresti qualche sacrificio per la mamma? 
Quali per esempio, non so, cedere la tua collezione di francobolli, di figurine, il tuo salvadanaio, se fosse necessario? Oh, mamma, che sciocchezze! Certo che lo farei! Ma tu piuttosto, lo faresti per me? Che cosa? Rinunceresti anche al tuo lavoro? Certo che rinuncerei, non ci penserei neppure un attimo! Ad un tratto prende un’espressione buffa, umoristica: Dimmi, mammina, rinunceresti anche al tuo pisolino... anche se hai sonno? Ridiamo tutti e due, ma io ripenso spesso a queste parole.

8 marzo 1961
Matteo (4 anni e mezzo) va sempre assai malvolentieri all’asilo. Lo tenni a casa per tutto dicembre. Ora ci deve tornare, ma fa pena la sua ripugnanza. Inoltre la sera vuole che resti con lui fino a che s’addormenta. Non capisco se lo fa perché ha paura, o perché vuole dominarmi. Anche stasera, benché in camera con Michele e Anna, non li lasciava dormire con il continuo chiamarmi. Sono stata dura; ho trasportato il lettino in un’altra camera e l’ho sculacciato. La reazione è stata violenta e drammatica. Ho finito per abbracciarlo e stare con la testa sul suo cuscino: si è addormentato subito. Andata poi in camera di Michele l’ho trovato ancora sveglio. Parlammo di Matteo. Mi disse Michele: “Sai io ricordo bene quando ero piccolo che sentivo il vuoto nel cuore e il bisogno di essere confortato. Noi non diamo nessun senso di protezione a Matteo (sic): siamo piccoli come lui. Lui ha bisogno di un grande. Ricordo: a volte mi svegliavo il mattino presto, ed ero felice se sentivo dei tram - capivo dalla frequenza dei passaggi se era presto o tardi. Mi sembrava di avere compagnia, perché avevo paura.

16 dicembre 1960
Stasera la Annina (10 anni) è arrivata a casa alle 7 – era uscita dalla lezione di ballo alle 6, e ben 8 tram passarono senza che vi potesse salire per la calca. Venne a casa sola, a piedi, col buio e la pioggia! La chiamai in studio, sentendola arrivare, per farmi raccontare che era accaduto. Le dissi che avrebbe dovuto tornare a scuola, e telefonare, sarei andata col taxi! Subito scoppiò in un pianto dirotto. L’emozione… forse credeva la rimproverassi. Si chiuse in camera e non volle più parlare. Quando piange, guai a chiedere il perché – si esaspera. Dice che piange perché non la lascio in pace. Io resto male, e mi sento impotente. A tavola il babbo la glorificò per la sua impresa. Ma ciò ancora la infastidiva, come se la si prendesse in giro. Ora, io sono tutta in pena al pensiero di quella bambina che fa sola quel lungo tragitto, di sera. Deve essersi sentita spaurita ed abbandonata, ma non vuole ammetterlo. Quanto è cara! Ma le riesce così difficile esprimere i suoi sentimenti. Ed io non so bene che fare per aiutarla.
AUTOCRITICA DEI GENITORI
Osservare i propri figli per cercare di capirne le difficoltà, confrontarsi con l’altro genitore, identificare i propri limiti ed errori, sperimentare immediati cambiamenti nelle relazioni (vedi appunto prescrizioni e rituali). Ecco quanto troviamo nel quadernetto. La sua vita familiare di mamma di bambini anticipa e istruisce quella che parecchi anni dopo diventerà la sua pratica di terapeuta della famiglia.
MARA NON MAI FATTO UNA TERAPIA PERSONALE
Mara, sostenuta in questo dai suoi primi formatori e supervisori, Berta Neumann e Gaetano Benedetti, non fece mai un’analisi, una terapia personale, e non se ne pentì. Tuttavia tutta la sua vita è stata una sorta di terapia dei tratti più insidiosi della sua personalità: come quello narcisista: sono la migliore e me la cavo benissimo da sola, combattuto e corretto con il matrimonio, i figli, il lavoro in équipe. Oppure il tratto impulsivo, la tendenza all’azione rischiosa, intuitiva ed improvvisa: il colpo di teatro, contenuto anch’esso con la grande fedeltà ai legami.
Scrive Mara il 6 maggio 1953 nel quadernetto:

Conclusione di una lunga meditazione: bisogna saper fare i genitori con pazienza e UMILTÀ.

(E questo ci sta anche con la terapia del narcisismo). Infine il tratto istrionico, legato alla sua scarsa visibilità nella famiglia biologica, venne controllato con il tenere il suo naturale esibizionismo nei paletti della scienza e della professione.
CONCLUSIONI
Mai smettere di guardare con i nostri occhi e pensare con la nostra testa.
Dobbiamo far crescere la capacità di osservare quello che abbiamo davanti: “la differenza che fa la differenza” di cui parlava Gregory Bateson [6], le porte dell’osservare dentro e fuori di noi [7]. Essere consapevoli degli occhiali/modelli con cui stiamo guardando. Ma la freschezza, lo stupore, la spontaneità, l’umiltà del nostro sguardo non devono essere cancellati!
Altrimenti troppo forte è il rischio di non vedere null’altro che un riflesso dei nostri stessi occhiali: quello che teorie e procedure prescrivono…
L’insegnamento di Mara è che ogni terapeuta non dev’essere solo un eccellente studente, ma anche un ricercatore, un libero pensatore, un osservatore capace di guardare il mondo con occhi ingenui, inventando dubbi e domande senza ovvie risposte.
BIBLIOGRAFIA
1. Selvini M. Mara Selvini Palazzoli: un’emblematica storia di resilienza. Terapia Familiare 2002; 68: 127-36.
2. Selvini Palazzoli M, Boscolo L, Cecchin G, Prata G. Paradosso e controparadosso. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1975.
3. Selvini Palazzoli M. L’anoressia mentale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1963.
4. Selvini Palazzoli M. Anoressia e bulimia: un’epidemia sociale. Lo schiacciante numero di ruoli della donna contemporanea. Terapia Familiare 1977; 53: 47-51.
5. Benjamin LS [1996]. Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi della personalità. Trad. it. Roma: LAS, 1999.
6. Bateson G [1972] Verso un’ecologia della mente. Trad. it Milano: Adelphi, 1976.
7. Cirillo S, Selvini M, Sorrentino AM. Entrare in terapia. Le sette porte della terapia sistemica. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2016.