Un particolare caso di elaborazione sonora
di un trauma collettivo


Francesco de Tiberiis1



Una delle difficoltà più serie per il terapeuta è quella di interpretare un rac-conto. Evidenziando i fatti in linea con la sua ipotesi di lavoro, egli ne trascura al-tri potenzialmente più importanti e, proponendo letture di parte, mortifica la ricchezza dell’esperienza vissuta nelle situazioni interpersonali con cui si confronta. Scopo della rubrica “La pagina letteraria” è quello di fornire proposte di lettura e di riflessione intorno alla possibilità di un racconto esaustivo. Potere del poeta, dello scrittore e dell’artista in genere è quello di costruire, con mezzi apparentemente semplici, una informazione efficace sulle situazioni interpersonali considerate nella loro complessità. Dovere del ricercatore è quello di partire da descrizioni di questo genere, per separare con precisione l’informazione sui fatti dalla teoria che li interpreta.


One of the most difficult tasks for the therapist is to relate a case-story. Stressing facts in line with the working hypothesis, the therapist overlooks other ones potentially more important. By proposing only certain interpretations the therapist damages the wealth of first hand experience coming from interpersonal situations. The section devoted to the literary page aims to provide suggestions and meditations towards the possibility of an exhaustive report. The power of poets, writers and artists in general, apparently using simple tools, cre­ates clear information on interpersonal situations seen in their complexity. The researcher, starting from such descriptions, has to separate precisely information on facts from the theory which explains them.


Una de las mayores dificultades encontradas por el terapeuta es la interpreta-ción del relato. El terapeuta evidenciando solo los hechos que concuerdan con su hipótesis de trabajo, descuida otros potencialmente más importantes. Además proponiendo interpretaciones parciales envilece la riqueza de la experiencia vivida en las situaciones interpersonales con las cuales se confronta. El objetivo de la sección “la página literaria”, es el dar sugerencias y puntos de reflexión sobre cómo obtener en la medida de lo posible, un relato exhaustivo. Poetas, escritores y artistas en general tienen en sus manos el poder de construir con elementos aparentemente simples, una información eficaz sobre situaciones interpersonales observa­das en su globalidad y complejidad, mientras que el investigador tiene el deber de basarse sobre las descripciones para separar con precisión los hechos de la teoría que los interpreta.



Gentilissimo e Reverendissimo Don B.
Se esiste un oggetto ed una azione su quell’oggetto, ed una funzione di quell’oggetto che rappresentano il dolore, il sacrificio, l’amore e l’infinito, questo oggetto esiste. È la campana grande del vostro bellissimo campanile in questo paese che mi ospita.
In tutti i luoghi più o meno piccoli che mi è capitato di visitare in questi anni, ed in quelli da me saputi, i nomi degli uomini caduti nella Grande Guerra sono trascritti s’una lapide, una stele, o un monumento. Qui ad S. Buono non l’ho trovati per le strade o al cimitero, durante le passeggiate che mi sono permesse. Ho chiesto così, a quei pochi che mi prestano attenzione dove fossero quei nomi, ma nessuno mi ha detto chiaramente. Molti non mi rispondono affatto fingendo di non capire, altri se la domanda non riguarda qualcosa di strettissima loro competenza, alzano le spalle e se ne vanno.
La cosa mi è poi passata di mente, ma non del tutto. Ho chiesto al Brigadiere (una brava persona) ed egli mi ha detto che i nomi di quei poveretti sono stati incisi da mani espertissime nel bronzo della campana grande della Chiesa e che per esplicito divieto comunale non devono essere esposti in altre sedi.
Insomma, quei nomi esistono, ci sono, ma sono invisibili perché scritti la su, sulla campana.
Allora, Reverendissimo, la mia fantasia si è accesa ed ho pensato alla campana che suona ed il suono non può, anche per un infinitesimo di onda sonora, non trasmettere i solchi che hanno inciso il bronzo, e che hanno composto i nomi di quei poveri figli. Quei nomi  scolpendo la campana l’hanno resa diversa; anche se impercettibilmente, ne hanno modificato il precedente, o primitivo suono. In tal modo quei nomi galleggiano tra le onde sonore che dalla campana promanano e si spargono all’infinito, ben oltre l’udito umano. E poi in nessun altro luogo sono rappresentati, nessuno può leggerli, si può solo “sentirli” ma senza udirli.
E mi sono venute alla mente le mamme, le mogli, i figli di quei morti, e ho pensato che forse insieme, lassù in alto sul campanile, quei nomi sono più vivi, che su una lapide. Le campane suonano ogni giorno; e dai campi e da tutte le contrade si sentono. E poi le campane non suonano sempre allo stesso modo: “a festa”, a “martello”, a “morte”. E i nomi di quegli uomini non possono stare quieti e immobili come su una lapide. Corrono di orecchio in orecchio, senza essere uditi, ma sono presenti ai Battesimi come ai funerali, alle disgrazie come alle feste del Paese. Insomma non mancano mai di farsi sentire!
Il Paese li ha voluti far diventare, quei nomi, come il vento e l’aria, invisibili ma indispensabili, ed il pianto del Paese è stato trasformato nella musica delle campane, che tiene compagnia.
Perdonatemi Don C.
Vi scrivo cose sentimentali. Voi ne avrete tante da pensare e certo di molto più serie, ma con voi posso ed ho il piacere di discorrere. Piacere che mi avete accordato con la dolcezza di un padre e di questo vi sono immensamente grato.

Con il più grande Rispetto
1937 Mario C. – Confinato Politico

PS. Miei due fratelli sono caduti nella Grande Guerra. Come sarei contento se anche loro stessero sulla campana del mio Paese natale, a suonare e cantare per sempre!
Col più grande affetto, Mario

Ho trovato questa lettera, di cui ho estratto le parti salienti, in un vecchio baule.
Mario C. era un ingegnere meccanico di “idee socialiste” che per qualche hanno ebbe il soggiorno obbligato nel piccolo paese tra Abruzzo e Molise nel quale si ambienta questa reale vicenda, relativa ai nomi dei caduti nella I Guerra mondiale. I nomi di questi uomini non sono presenti in nessun altro luogo commemorativo, se non incisi nella campana più grande del campanile della Chiesa Maggiore.
Mario era amico, se il termine si poteva usare a quell’epoca ed in quelle condizioni, di mio bis nonno con il quale condivideva la passione per la meccanica e del quale apprezzava l’animo laico e liberale; ed a mio bisnonno, medico condotto del paese, il Reverendo Don B. l’aveva inoltrata per chi sa quale ragione. So che tra mio bisnonno, il parroco ed alcuni confinati, si era creato un rapporto di affinità intellettive e culturali, cosa che nel grigiore di quegli anni e di quei luoghi non era cosa di poco conto.
La lettura di questa lettera e delle osservazioni in essa contenute, poetiche e dirette al tempo stesso, mi ha fatto riflettere sull’elaborazione dei traumi e dei lutti collettivi in generale; e mi è venuto in mente il titolo di un libro del prof. Luigi Cancrini, Date parole al dolore (Milano: Frassinelli Editore, 1996). Ho pensato allora che nei lutti individuali o comunque familiari ognuno rimane incerto sullo scrivere su una propria lapide interna il nome di chi non c’è più, rischiando così che la lapide pesi ogni giorno e quel nome diventi un macigno. Ma ognuno rimane anche incerto sul dare un suono, di non scolpire quel nome dentro di sé, ma di lasciarlo libero di suonare o di risuonare nelle parole con un terapeuta o con chiunque abbia la voglia e la possibilità di ascoltare. Non è facile utilizzare la parola e quindi il nostro suono, per esprimere un dolore. Il lavoro del terapeuta dovrebbe fare intendere che le parole sono come suoni; e come i suoni così le emozioni possono scomporsi e ricomporsi in una infinità di modi e in una infinità di forme. Solo in questo modo il dolore della mancanza, della perdita o, come in questo caso, della follia, della guerra, può trasformarsi nella presenza di un racconto, di una memoria, che renda il ricordo meno struggente, più sopportabile, più leggero. Come l’aria, appunto, che forma i suoni e quindi le parole.
Estrapolando dal racconto, e prescindendo dal tema specifico della guerra, il lavoro terapeutico appare in effetti un lavoro centrato sulla perdita e sul dolore che ne consegue. Abbandonare quel contatto stretto ed identitario con “il sintomo”, che è l’obiettivo di un percorso di terapia, non è come il lasciare andare all’aria i suoni, le grida, i volti, di una parte di noi cui siamo molto “attaccati”? Cos’altro è, se non questo, il famoso lavorare “sul cambiamento”, comprendendo le ragioni profonde delle resistenze”? Passare e procedere lungo i percorsi del ciclo vitale non è una trasformazione di simboli e mete in altri, e più attuali, simboli e mete?
Ma tale trasformazione ha un prezzo: il prezzo comunque di una angoscia. Da qui la possibilità che la terapia rappresenti un pensare su, un riflettere, un raccontare se stessi nel tempo. Imparando ad essere disponibili sempre maggiormente, a lasciare liberi di suonare, i nostri dolori, nelle melodie più aperte e libere possibili. Fino al punto estremo, fino a sentirle certamente, ma senza udirle. Perché così possiamo essere un po’ più liberi di sentire e di udire quelle che verranno domani o che stanno già suonando oggi.
Questo mio vuole essere un piccolo omaggio, scrivendo parole, a quelli, in quel paese, che hanno avuto la forza di dare parole al dolore, fino a farlo diventare un suono: il canto del dolore di una comunità che si è trasfigurato nei suoni di una campana.