Dottor Jekyll, mister Hyde, mamma e papà
Simona Contrasto1



Portiamo avanti con la storia raccontata da Simona Contrasto la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the history by Simona Contrasto we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Simona Contrasto. Un grupo de didactas evalúan la efica­cia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.



«I tuoi figli non sono figli tuoi, sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei.
Sono vicino a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo, ma non alla loro anima,
perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire dove a te non è dato entrare
neppure con il sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere che essi assomiglino a te,
perché la loro vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.»
(Kahlil Gibran, Il Profeta)


PREMESSA
In questa tesina parlerò di Marco e dei suoi genitori, Filippo e Marina. Marco ha 12 anni e vorrebbe fare “come gli pare”, anzi “fa come gli pare”, mamma e papà non sono d’accordo: Marco, secondo loro, è ancora un bambino e deve sottostare alle regole date. In questa terapia si scontrano due vissuti emotivi in forte conflitto: Marco vuole più indipendenza così da poter diventare grande, ma non sa come fare, si muove goffamente e crea “casini”, comportandosi ancora come faceva da bambino; mamma e papà lo vedono ancora bambino, il solito bambino che crea “casini”, vorrebbero che crescesse una volta per tutte, ma continuano a relazionarsi a lui come si fa con un infante. Tutti vogliono maggiore autonomia in Marco e la vita familiare ruota intorno a lui, tutti sanno come si deve fare: lo sa Marco, lo sa Filippo e lo sa anche Marina, unico inghippo, questi tre saperi non corrispondono e ognuno agisce in modo diverso, con la conseguenza di trovarsi a parlare lingue diverse, a camminare su strade diverse e ad ottenere solo molta confusione, tensione e litigi.
Questa che sto per raccontare è una terapia di negoziazione, tra un adolescente e i suoi genitori.
INTRODUZIONE
Arrivata alla fine del mio training formativo, come ogni allieva nella mia situazione, mi sono trovata a dover decidere quale terapia portare come elaborato per la tesi finale.
Quando ho incontrato per la prima volta la famiglia Verdini (così li chiamerò nel corso di questa trattazione), ero emozionatissima, infatti era la prima volta che mi confrontavo con una situazione simile, fino a quel momento avevo principalmente seguito terapie individuali ed ero terrorizzata all’idea di finire la mia formazione avendo solo assistito alle terapie familiari altrui. Per questo, fin dal primo contatto telefonico avuto con Marina (la signora Verdini) li avevo scelti. Non sapevo ancora nulla, solo che era un nucleo familiare formato da tre persone; non sapevo se a quella telefonata sarebbe seguito un primo colloquio e un secondo e così via, che già ero esaltata per questa opportunità, ma anche spaventata all’idea che la terapia potesse non aver seguito, della serie “troppo bello per essere vero”.
Quel primo colloquio, in effetti, ci fu, così come il secondo, il terzo e così via.
Devo dire che la mia esaltazione iniziale si è presto trasformata in fatica, insofferenza e antipatia, innanzitutto per Filippo (il signor Verdini) e talvolta per entrambi i genitori, trovandomi fin dal principio ad empatizzare con il “piccolo Diavolo”, portato al mio cospetto, come se fossi un giudice che lo doveva condannare, seduto in mezzo, tra mamma e papà, impossibilitato a dire la sua, poiché i suoi genitori non intendevano “perdere” neanche 5 minuti del tempo della seduta, dovevano raccontarmi ogni sua malefatta, come se la situazione non mi fosse mai abbastanza chiara, quindi, come diceva inizialmente Filippo, “dobbiamo spiegare bene o la dottoressa non capisce”.
Per più incontri mi sono trovata così inerme, in balia di lunghi monologhi di Filippo, interrotti solo raramente da brevi monologhi di Marina, vedevo Marco sprofondare nella sua poltrona e sentivo a mia volta, il peso del mio corpo sprofondare nella mia.
Con l’aiuto del supervisore, il primo grosso lavoro l’ho dovuto fare su di me, riuscire innanzitutto a guidare io le sedute senza paura di perderli, riuscire a far parlare tutti e trovare il modo per avvicinarmi emotivamente anche a questi genitori che, forse, più che arrabbiati erano preoccupati per loro figlio.
Anche se, inizialmente, la mia impressione dopo ogni seduta era che non li avrei più rivisti, di venerdì in venerdì, invece, erano sempre lì puntuali e di venerdì in venerdì sono riuscita a spezzare la monotonia di quei discorsi senza fine dei genitori, ad intervenire e far intervenire Marco. Suddividendo poi la seduta in due momenti, uno con i genitori, uno con Marco, sono riuscita a vedere ognuno più da vicino, a sentirmi sempre più consapevole delle paure e difficoltà di mamma e papà e dei vincoli e delle difficoltà che Marco percepiva, nel tentativo di trasformarsi da bambino a ragazzo, non solo a casa con i suoi genitori, ma anche a scuola nel rapporto con i coetanei dove era visto come “il piantagrane” e agli occhi dei suoi professori che lo avevano “etichettato”.
SE MI CHIEDESSERO COME TI VOGLIO? ESATTAMENTE COSÌ COME SEI
«Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose!
E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico
metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me;
mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé,
del mondo com’egli l’ha dentro?
Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!»
(Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore)
La telefonata
È un martedì di novembre quando ricevo la sua chiamata, dopo essersi assicurata di parlare con la dottoressa Contrasto, la psicologa Contrasto, si è presentata a sua volta. Il suo nome è Marina, ha trovato il mio biglietto da visita presso lo studio dentistico che frequenta e vorrebbe fissare un appuntamento con me. Le chiedo subito se la questione riguarda lei, ovvero se chiede un appuntamento per se stessa, oppure se riguarda anche qualcun altro. La sento sorridere al di là della cornetta, mi dice: «Dottoressa, conosce dottor Jekyll e mister Hyde? Beh, quello è mio figlio». Mi dice quindi che ha bisogno di aiuto per lui, un ragazzino di 12 anni, che fa impazzire lei e suo marito, hanno provato veramente di tutto, per questo, appena ha visto il mio biglietto da visita non ha esitato a chiamare, pensando tra sé: «Tentiamo anche questa strada». Le chiedo se suo marito è al corrente di questa sua telefonata, anche perché, poiché la questione riguarda loro figlio, forse sarebbe opportuno che venissero tutti, anche altri figli se ce ne sono. Mi dice che Marco è figlio unico, che né lui né il marito sono al corrente di questa sua iniziativa, anche perché quest’ultimo è molto avverso agli psicologi, nel senso che non crede nelle terapie, per cui non sarebbe stato sicuramente disposto a venire, comunque vorrebbe avere un primo incontro con me da sola e poi lascerà dire a me come sarà più opportuno procedere.
Il racconto della madre del dottor Jekyll e mister Hyde
Marina, come mi aveva preannunciato, viene al primo appuntamento da sola. È alta, ha lunghi capelli biondi, è molto magra ed elegante, è una donna formale, se la guardo attentamente immagino che sia grande d’età, anche se nei modi è molto giovanile. Mi presento, le dò qualche indicazione sul setting, la faccio accomodare e la invito a dirmi qualcosa di lei. Ha 48 anni ed è co-proprietaria di un’agenzia assicurativa, lavora lì da molti anni e, anche se essendo “il capo” tendenzialmente potrebbe fare quello che vuole, nei fatti questo lavoro le occupa molto tempo. Suo marito, Filippo, ha 55 anni ed è un ufficiale dell’esercito italiano, per questo viaggia molto, anche se meno che in passato; il suo ruolo è principalmente di supervisore, va nei luoghi della guerra, per esempio in Afghanistan, ma solo per constatare che tutto proceda bene, che ai soldati non manchi nulla e che il lavoro sia svolto adeguatamente. Marco ha 12 anni, è lui la sua preoccupazione più grande, è molto più che un bambino vivace, dice, è proprio un diavoletto, sia a casa che, soprattutto, a scuola. Dopo aver finito le elementari in un istituto privato, frequenta ora la II media in una scuola pubblica. Da sempre ha avuto atteggiamenti di sfida, prima verso le maestre, oggi con i professori; anche con i compagni fa il capo, se succede qualche guaio lui ci sta sempre in mezzo, una volta ha rotto due dita ad una compagna durante l’ora di educazione fisica, un’altra volta ha preso in giro pesantemente un ragazzino problematico. Prende tante note e loro vengono continuamente richiamati dai professori. Ultimamente si stanno rifiutando di andare a parlare con loro perché si vergognano. Marco, rispetto a quello che succede, tende sempre a dare la colpa agli altri, non è mai stato lui, non è colpa sua. Anche a casa Marco è una sfida continua, provoca fino allo sfinimento, risponde male.
Chiedo come intervengano davanti a questi comportamenti del ragazzo, lei dice che all’inizio prova a parlarci, gli dice che deve comportarsi bene, lui però insiste, allora lo sgrida e quindi lo avvisa che se continuerà così la sera quando rientrerà il padre “saranno fatti suoi”. Il padre, sfinito, lo picchia, anche lei a volte, non c’è altra soluzione, solo con le botte si placa. Marco risponde a queste piangendo ma solo così, finalmente, si calma. Dice che lei e il marito concordano nelle modalità educative.
Una volta lo hanno portato da una psicologa sua amica, gli ha fatto diversi test di cui non ricorda i nomi, tuttavia da quelli è emerso che a Marco mancava la figura paterna, e la dottoressa gli aveva suggerito di fare delle cose insieme. Secondo lei, loro due già fanno tante cose insieme, tuttavia “il bambino” è sempre arrabbiato, anche in occasione di quella valutazione si era molto adirato perché aveva detto: «Tanto io lo so che quella è una psicologa». Lei dice di averglielo detto, ma che lui si è sentito incastrato. Le domando se suo marito e suo figlio sanno che lei si trova da me oggi, dice di averlo detto al marito, ma come mi aveva anticipato per telefono lui non è molto propenso; tuttavia, convinto da lei, dice che se è proprio necessario verrà. Il figlio invece non lo sa, ma non ha problemi a dirglielo, magari potrebbe inventarsi che io sono una sua cliente o amica. Su questo decido subito di intervenire, comunicandole che ho l’impressione, da come lei ha descritto Marco, che sia un ragazzo sveglio e in grado di capire, inoltre già una volta si è sentito ingannato, per questo la sprono a parlare apertamente con il figlio, dirgli chi sono e cosa verrebbero a fare da me. La signora è docile e mi appare effettivamente in difficoltà, accoglie il mio suggerimento e mi dice che farà così. Parliamo dell’infanzia di Marco. Mi dice che proprio quando era all’ottavo mese di gravidanza è riuscita ad ottenere tutte le licenze per iniziare a lavorare nell’agenzia. A questo punto Marina mi riferisce forti e ancora intensi sensi di colpa, dice di essere consapevole, e non passa giorno che non ci pensi, di aver trascurato Marco proprio quando era più piccolo e necessitava della sua vicinanza. Le domando come si sia organizzata, per esempio rispetto all’allattamento, mi risponde: «Come potevo allattarlo, con il lavoro appena iniziato?». Anche Filippo è sempre stato poco presente, Marco inoltre sa di cosa si occupa e questo desta in lui molta paura e preoccupazione per ciò che potrebbe accadere al padre, anche se più volte lo hanno rassicurato del fatto che l’esercito italiano svolge una missione di pace, che non è in pericolo e soprattutto Filippo, si occupa solo di controllo. Rispetto ad oggi, domando come Marco trascorra le sue giornate. La madre fatica a rispondere senza commentare in modo critico il comportamento del figlio. La mattina è variabile, Marco potrebbe essere un angelo, ma più spesso urla, lancia le cose, dice: «Lasciami stare», e va a scuola già scuro in volto, litiga con i compagni, fa arrabbiare le professoresse, vengono spesso richiamati anche dalle ragazze del dopo scuola, anche lì crea solo guai. Chiedo se fa sport e anche qui la signora inizia ad elencare una serie di cose che il figlio ha iniziato e poi mollato. Quest’anno fa kickboxing, sembra che gli piaccia e si sta impegnando di più. La loro attuale preoccupazione più grande è la scuola, Marco dice di fare i compiti e invece non li fa, non è autonomo, non si applica. Quando studia a casa, lo fa da solo e Marina controlla, dicendo che è costretta a farlo visto che il ragazzo dice di aver finito ma non è mai così, altre volte lo aiuta il padre, soprattutto per quanto riguarda le materie orali.
Dico a Marina di avermi parlato di un figlio che assomiglia al dottor Jekyll e mister Hyde, ma finora mi ha parlato solo di mister Hyde, cosa mi racconta del dottor Jekyll? Mi dice che quando non fa il diavolo, Marco è molto dolce, generoso e tanto simpatico, gli piace stare soprattutto con i grandi, è appassionato di motori, li smonta e li rimonta, anche se spesso anche lì combina guai. Dice che a volte si addormenta nel lettone appiccicato a lei e il padre lo deve portare nel suo letto. Le chiedo se ci sono dei momenti in cui loro tre stanno insieme. Mi dice che la sera a cena e anche la domenica, a Marco piace tanto quando stanno tutti insieme, anzi, li richiede proprio quei momenti, per esempio di recente gli ha chiesto di fare un viaggio solo loro tre.
Vedo finalmente il volto di Marina più disteso e decido di concludere qui questo primo incontro, proponendole di vederci la prossima volta, tutti insieme visto che la questione coinvolge tutti e tre.
Alla fine della seduta con Marina mi sono soffermata molto a pensare alla situazione da lei descritta, mi colpisce con quanto “accanimento” racconti i misfatti del figlio e con quanta, altrettanta tenerezza lo descrive quando lui è “calmo”. In base alla sua descrizione, mi viene da pensare che Marco dev’essere un ragazzo impegnativo e penso che non debba essere facile per questi genitori gestire la situazione, penso anche che è figlio unico di due genitori non più giovani, quindi potrebbe essere stato un po’ viziato, anche perché la famiglia dev’essere benestante, si capisce sia dal racconto, che da come la signora si presenta, ben vestita con capi di marca. Tuttavia sembra che i genitori si trovino d’accordo nello stile educativo e che siano presenti nella vita del figlio; infatti, nonostante i loro lavori impegnativi, non mancano mai di andare alle convocazioni dei professori. Piena di idee e immagini nella mente, decido di andare cauta e aspettare, prima di correre il rischio di lavorare con la fantasia, di incontrarli tutti e tre.
Il processo: gli avvocati, l’imputato, il giudice
Il giorno prima del nostro incontro, Marina mi telefona, per informarmi che domani ci saranno tutti, ma che prima di vederci ci sono delle cose che devo sapere, urgenti. Il giorno prima sono stati convocati a scuola di Marco, gli è stato riferito che dà fastidio alle femmine della classe, le prende in giro e i compagni, che prima lo avevano voluto come rappresentante di classe, ora vogliono che revochi il suo incarico. Anche il professore di inglese, attuale coordinatore di classe, si dice incapace di capire perché il bambino non vada d’accordo con lui. Durante questo incontro erano presenti sia lei e il marito sia Marco, il quale non si è difeso, anzi, piangendo ha detto: «Mi avete messo all’angoletto»: era effettivamente “accerchiato” dai tre adulti. Alla madre ha poi detto di non voler più restare in quella scuola dove non si sente accettato e lei gli ha risposto, consolandolo, che non può mollare davanti alle difficoltà. Le dico che mi pare una buona risposta, lei aggiunge che, la sera, la reazione del padre non è stata così clemente. La invito a rimandare questa conversazione a domani così da poterne parlare tutti insieme.
Arrivano l’ora e il giorno fatidico, sono emozionata, oggi avrò davanti a me la prima famiglia del mio lavoro professionale, arrivo allo studio con ampio anticipo, sistemo la stanza, controllo la luminosità, guardo più volte l’orologio, poi rileggo gli appunti. Mi guardo allo specchio, nonostante i miei 31 anni il riflesso che mi torna indietro è di una ragazzina, nonostante il trucco, nonostante i vestiti scelti accuratamente, spero che sia solo una mia impressione, Marina non aveva dato nessun sentore di avermi giudicata troppo giovane. Mi sento ansiosa e questo mi porta a sistemare più volte le tre poltrone davanti a me, ad allinearle meglio, affinché mi siano tutte ben frontali, come se qualche piccola incrinatura potesse cambiare la visuale o l’esito dell’incontro. Scaccio questi pensieri folli e ripasso nella mia mente Haley, come se fosse una filastrocca, le tappe della prima seduta descritte in La terapia del problem-solving [1]:
• momento sociale in cui si saluta e si mette a proprio agio la famiglia;
• fase in cui si indaga sul problema portato dalla famiglia;
• fase dell’interazione;
• fase di definizione degli obiettivi.

Mentre sono totalmente assorta in tutti questi pensieri, suona il campanello, salto dalla sedia, letteralmente, il cuore batte rapidamente, non so se per lo spavento o l’emozione, controllo per l’ultima volta l’orologio, saranno loro spero, anche perché, rispetto all’orario concordato, sono in ritardo di 10 minuti. Sono loro, li faccio quindi accomodare direttamente nella stanza. Il padre occupa la poltrona di sinistra, la madre di destra, Marco al centro. Filippo è un uomo molto alto e massiccio, non grosso ma quasi maestoso, incombe su tutti con la sua presenza. Indossa i vestiti da lavoro, ovvero un abito con giacca e cravatta e tiene al braccio un cappotto di quelli lunghi ed eleganti. Indossa gli occhiali e, chissà perché, da là dietro mi sento già giudicata, da come mi guarda penso che lo scetticismo esposto alla moglie sia già lì tra di noi. Marco è un ragazzino che sembra molto più piccolo dei suoi 12 anni, rispetto ai suoi genitori, entrambi alti ed eleganti, lui è: basso, forse per via di quell’età di mezzo, più spietata con i maschi che con le femmine, le scuole medie sono piene di donnine che condividono i banchi con “bambini” più bassi e quasi sempre più immaturi, lì in attesa che l’acne e la prima peluria sopraggiunga. Mi colpisce, è bello, ha il viso molto tenero, appare educato e composto, tra me e me penso che sia così perché ancora non mi conosce, quindi per ora indossa gli abiti del dottor Jekyll. Il quadretto è dissonante anche negli abiti, Marco indossa tuta e scarpe da tennis e, appena tolto il giubbotto, emerge una maglietta a maniche corte, nonostante le giornate siano particolarmente fredde considerato che siamo nel mese di novembre inoltrato. La madre me lo fa subito notare, come prima testimonianza di quello che mi aveva detto di quel suo figlio ribelle. Marco risponde sorridendo alla madre che lui sente sempre caldo.
Prendo la parola e do inizio alla seduta. Mi presento e dico a tutti di aver avuto modo di conoscere Marina, ora mi farebbe piacere che si presentassero gli “uomini” di casa.
Inizia Filippo, mi parla del suo lavoro, che svolge da molti anni nell’esercito italiano, come la moglie mi aveva già detto, specifica che il suo è un ruolo di controllo, ma che lo porta a viaggiare molto. Poi mi racconta delle loro famiglie di origine, i suoi genitori vivono a Civitavecchia, per questo li frequentano poco in inverno, un po’ più l’estate vista la prossimità col mare. Invece godono della presenza e dell’aiuto dei suoceri che vivono nello stesso palazzo, persone preziose per l’aiuto con Marco (lo guarda e gli fa un occhiolino) ed estremamente discrete, dice infatti che il suocero sarà entrato in casa loro massimo 4 volte in tutto. Aggiunge infine che questa è la sua famiglia, una bella moglie e un bel bambino, anche se lui li fa disperare per il suo comportamento, di cui vorrebbe dire altro, ma lo prego di aspettare affinché anche il ragazzo si possa presentare.
Marco appare educato e composto in stanza, mentre parlava il padre stava in silenzio. Quando è toccato a lui, ha iniziato a presentarsi in modo formale, dice di aver compiuto 12 anni a giugno, frequenta la II media in una scuola pubblica dove si trova bene, meglio che in quella privata dove c’erano più regole, nella pubblica capita che i professori manchino e lui si può rilassare (la madre entra nel discorso scandendo le parole appena pronunciate dal figlio, per farmi capire bene che a lui piace la scuola pubblica perché non ci sono regole e perché mancano i prof). Io guardo Marco e lo invito a continuare, prosegue dicendo di non essere appassionato di videogiochi, preferisce i giochi da tavolo, per esempio uno dei suoi preferiti è Subbuteo. Fa sport, kickboxing e gli piace molto; il padre interviene sottolineando che il figlio di sport ne ha fatti tanti e non porta mai a termine quello che inizia, inoltre, quando per esempio faceva calcio, non seguiva le regole, il gruppo stava da una parte e lui da tutt’altra. Marco si difende dicendo che le cose non stanno così, lui si metteva da parte per avere il campo libero quando gli passavano la palla, come il mister gli aveva insegnato. Poi mi dice che in questi altri sport lui non si sentiva a suo agio perché non conosceva nessuno, invece a kickboxing è andato insieme ad un suo amico e anche ora che quest’ultimo si è infortunato, lui ha fatto altre amicizie. Gli chiedo se quindi ha trovato il suo sport, lui dice di sì, gli piace e domenica avrà la prima gara. Il padre dice che un’altra cosa che Marco ama fare è costruire, montare e smontare motori ma anche su questo non porta mai a termine i lavori. Chiedo a Marco cosa vorrebbe fare da grande, lui dice: «A me piace sporcarmi le mani, ma non farò il meccanico, non mi darebbe sbocchi, farò l’ingegnere meccanico».
Resto colpita da questa affermazione e mi domando tra me e me se sia realmente un suo pensiero, ma mi limito a dire che ci sarà tanto da studiare. Essendo il primo colloquio alla presenza di tutti, non vorrei esprimere commenti che potrebbero risuonare come giudizi.
Chiedo a questo punto quale, secondo ciascuno di loro siano il primo e il secondo problema della famiglia.
Filippo invita Marco a rispondere per primo. Lui dice che:
1) il primo problema è che i genitori non giocano con lui, mi fa un esempio: vorrebbe giocare in giardino a calcio con il padre, come fa il papà del suo amico, o anche con la madre, o fare una passeggiata tutti insieme, invece loro sono sempre stanchi;
2) vorrebbe che i genitori fossero più pazienti per i compiti, per esempio quando non capisce una cosa, loro invece si arrabbiano subito. Il sabato mattina lo mandano in camera a studiare, la madre ordina al padre di interrogarlo (i genitori fremono e di tanto in tanto provano a commentare), il padre si “secca” perché sta leggendo il giornale, la madre guarda la TV, poi si arrabbiano e lo rimandano in camera.
La madre interviene, dicendo che dopo una settimana di lavoro sono stanchi, il padre dice che bisogna spiegare bene le cose “o la dottoressa non può capire”. Marco è svogliato nello studio, quando gli dicono di andare a studiare che poi il padre lo interrogherà, lui scende dopo 5 minuti dicendo di sapere tutto e invece poi non è così.
Per Marina i problemi sono:
1) che ciascuno resti nel proprio ruolo, ovvero che la madre faccia la madre e si occupi delle cose che deve fare, il padre faccia il padre, il figlio che faccia le cose che deve fare un figlio, senza dover sempre stare a discutere. Quindi se i genitori dettano delle regole, Marco le deve rispettare, punto;
2) che Marco impari a comportarsi bene a scuola.
Il padre condivide i punti della madre, aggiungendo che a Marco non manca niente, per cui il suo comportamento è inspiegabile.
Chiedo quindi “concretamente” cosa vorrebbero cambiare, quali obiettivi raggiungere con la terapia.
Marco dice che vorrebbe che ci si parlasse e capisse di più “io con loro, loro con me, ecc.” e fare più cose insieme.
Marina: che Marco sia più sereno e affronti i nodi che ha dentro, le sue difficoltà.
Filippo: che Marco sia più sereno, perché il suo comportamento esaspera, soprattutto la madre che sta più tempo con lui e diventa ansiosa e anche lei di conseguenza non sta bene.
La fase dell’interazione tra i membri della famiglia segue e si accavalla naturalmente alle richieste di cambiamento elencate. Io resto in silenzio e ascolto, oltre ad osservare, la dinamica che mi si pone davanti è la stessa alla quale assisterò anche negli incontri successivi: madre e padre parlano alternativamente, aggiungendo dettagli l’uno alla descrizione dell’altro relativamente alle “marachelle” o meglio, specificano, alle negligenze compiute dal figlio. Marco tace, sospira e poi si accascia in modo infantile sulla poltrona appoggiandosi alla madre e accarezzandole il braccio, non si oppone, né commenta.
Nella fase conclusiva della seduta propongo le mie riflessioni e faccio una sintesi degli obiettivi che la famiglia vorrebbe raggiungere venendo in terapia. Dico di trovarmi davanti ad una bella famiglia che si vuole bene ed è per questo che oggi è qui, perché vuole stare meglio. Da una parte ci sono due genitori stanchi e preoccupati per loro figlio, vorrebbero vederlo più sereno e maturo, dall’altra c’è Marco, una ragazzino che sta crescendo, che da una parte vuole più autonomia, dall’altra la vicinanza e l’aiuto di mamma e papà. Anche lui vorrebbe più serenità in famiglia, da questi buoni propositi ripartiremo.
Alla fine della seduta la sensazione che è prevalsa in me è stata di sopraffazione, mamma e papà volevano continuamente puntualizzare, il padre sembrava sempre sulla difensiva e il suo volermi spiegare meglio mi faceva sentire svalutata. Marco inoltre era ben diverso da quello che mi aspettavo, nel corso della seduta è stato sempre seduto composto ad ascoltare, parlava se interpellato oppure taceva. Oltre a mostrarsi molto educato, mi è apparso, nonostante la statura e i lineamenti molto infantili, maturo nei contenuti dei suoi discorsi, nelle riflessioni e nel modo di esprimersi. Devo ammettere che alla fine di questo colloquio mi sono sentita più affine a lui: aveva detto alla madre di essersi sentito messo “all’angoletto” da loro e dal professore durante l’incontro a scuola; oggi a me è sembrato, invece, che fosse stato messo “in mezzo” dai genitori, portato da me, come se fossi un giudice, lì per condannarlo.
Mi sono confrontata con il professor Cancrini durante la supervisione, parlandogli anche della mia difficoltà a mantenere un’equa distanza da tutti i membri del sistema. Lui mi ha suggerito di far partire la mia riflessione dall’età di Marco e dalla fase del ciclo di vita che la famiglia sta attraversando, solo così mi sarà più chiaro quello che sta succedendo, mi suggerisce per esempio di pensare agli stadi di crescita descritti da Piaget [2].
Piaget fa l’esempio delle tre montagne: mettendo un bambino, che vive ancora in una fase egocentrica, davanti ad un modellino con tre montagne e chiedendogli secondo lui come queste vengano viste dalla bambola posta in un punto di osservazione diverso dal suo, tipicamente il bambino dirà che la scena vista dalla bambola è uguale a come la vede lui. Il punto di vista delle altre persone non è differenziato dal proprio e il bambino si rappresenta le cose solo dal proprio punto di vista.
Tra i 7 e gli 11 anni il ragazzo matura la consapevolezza di sé come persona distinta dagli altri e inizia ad avere anche propri punti di vista, ovvero una personale prospettiva.
Dai 12 anni (età di Marco) il ragazzo è in possesso degli stessi schemi di pensiero dell’adulto. Minuchin [3] afferma che l’adolescente è diviso tra i bisogni di dipendenza, caratteristici del periodo infantile, e quelli di autonomia, tipici invece dell’età più adulta. Nella fase della dipendenza il bambino si identifica con mamma e papà, cerca di compiacerli e di essere simile a loro; viceversa, con l’autonomia il giovane cerca di differenziarsi, l’approvazione che adesso ricerca è quella dei coetanei e inizia invece una fase di ribellione verso le regole e chi le rappresenta, mamma e papà in primis.
A partire da queste letture teoriche, mi appaiono più chiari due momenti vissuti durante la seduta ovvero l’abbigliamento di Marco, in netta contrapposizione con quello dei genitori (come mezzo di differenziazione) e l’episodio riferito della partita di calcio, dove Marco e Filippo avevano due prospettive diverse ma ugualmente giuste: Marco si “isola” dal gruppo non perché non sia in grado di giocare con gli altri o di buttarsi nella mischia, come invece sembrerebbe corretto al padre, ma resta esterno per “aprire il gioco” ovvero per essere libero di correre nel momento in cui gli passeranno il pallone (esempio di un pensiero proprio, diverso da quello del padre).
Il professore mi fa anche notare che questa fase di crescita è difficile anche per i genitori: Filippo non accetta la differenziazione e lo dimostra rifiutando la prospettiva del figlio diversa dalla sua. Questa fase appena descritta è molto delicata e difficile per molte famiglie, ma non tutte chiedono aiuto, questo dovrò riportarlo a Marina e Filippo: è bello che siano riusciti a riconoscere questa difficoltà e a farsi aiutare.
La torre di Babele
Mi predispongo ad incontrare la famiglia con animo diverso da quello con cui avevo concluso la seduta precedente: avendo una cornice di riferimento mi sento più sicura, adesso penso di sapere “con cosa ho a che fare”.
Come sempre rileggo gli appunti dell’ultima seduta, arricchiti da quelli presi durante la supervisione e adesso mi sento più distesa, nella mia mente tutto segue una logica.
Anche oggi arrivano con qualche minuto di ritardo. Li faccio accomodare. Marco si siede sulla sedia che la volta scorsa era occupata dal padre, quest’ultimo lo fa spostare, dicendo: «Quello è il tuo posto» e gli indica la poltrona di mezzo. Il ragazzo, anche se contrariato, si sposta. Parliamo della gara di kickboxing, il volto di Marco si distende, racconta di aver vinto 2 incontri su 3, il 3° l’ha pareggiato. La mamma racconta orgogliosa di come il figlio si sia confrontato con onore, Marco mi spiega le regole dello sport, poiché io non sapevo che si potesse finire uno scontro pareggiando. Ogni colpo equivale ad un punto, bisogna essere veloci, ma soprattutto occorre usare la logica per attaccare senza farsi colpire, inoltre è fondamentale il rispetto dell’avversario o si rischia l’ammonizione. Chiedo al padre se anche lui era presente e che impressione si fosse fatto, lui dice che il figlio è stato bravo, soprattutto perché questo è uno sport ricco di regole e di disciplina e il figlio le ha rispettate tutte, anche per questo, oltre che per la vittoria, dice di essere stato fiero di lui. Mi complimento con Marco per l’ottimo esordio in questo nuovo sport. Rispetto al resto della settimana le cose sono andate come al solito, litigi vari per la cattiva condotta di Marco, il padre dice di essere poco presente di giorno a casa per via del lavoro e che quando rientra la sera il clima è sempre pessimo perché vede Marina stanca e sfinita: è lei che trascorre più tempo a casa col figlio. Marina aggiunge che non solo il ragazzo non ha una condotta adeguata e che non studia, ma ultimamente è anche tanto chiuso: lei sa che i suoi coetanei parlano con i propri genitori, che gli raccontano della giornata spontaneamente, mentre lui non lo fa neanche se lei glielo chiede, deve sempre tirargli fuori le parole con le pinze. Marco si difende dicendo che lui non parla perché si sente pressato, la madre gli fa sempre il terzo grado. Mi rendo conto che anche questa sequenza parla del processo di crescita del ragazzo, che tende sempre più a isolarsi rispetto ai genitori, ovvero a voler tenere delle cose per sé, e delle difficoltà dei genitori, in particolare in questo caso della madre che vorrebbe avere un maggior controllo sulla sua vita. Decido di dividere i due sottosistemi e di parlare prima da sola con mamma e papà, poi con Marco.
I genitori riferiscono una grossa preoccupazione sia rispetto all’autonomia del figlio sia rispetto al problema della scuola, sia su un piano didattico che comportamentale, mentre parlano si guardano spesso con aria amareggiata. Decido di usare i discorsi affrontati in supervisione e di parlare con loro della crescita di Marco e della sua ricerca di autonomia; non è un bambino, ma un preadolescente e la sua non è un’età facile, è come se indossasse i vestiti da bambino pur standoci stretto, sta cercando di prendere le misure con questo mondo più adulto, l’autonomia è un punto importante, loro hanno ragione ed è bene che il figlio la raggiunga, ma questo è un processo, ha dei tempi di scossa e assestamento. Filippo non sembra convinto, infatti prova “a spiegarmi meglio”, devo capire che il figlio non è autonomo in niente, da solo non fa nulla, non si lava neanche i denti se non glielo dicono, non entra e poi non esce dalla doccia senza le loro pressioni.
Mi rammarico a scoprirmi nuovamente in difficoltà, entrambi i genitori restano fissi su quanto il figlio rappresenti “il male” ed io non riesco ad uscire dal circolo vizioso e a portarli su altri piani.
Faccio entrare Marco e uscire la coppia. Secondo lui i suoi genitori sono preoccupati perché lui è esuberante, perché non prende i voti che loro vorrebbero, che non si impegna come loro vorrebbero, che non si comporta bene, come loro vorrebbero. Gli chiedo lui cosa ne pensa: è d’accordo, se non si impegna negli studi non avrà un futuro, non prenderà la laurea, il padre glielo ha detto che non gli resterà che fare il muratore. Lui vorrebbe che fossero più pazienti.
Rispetto alla condotta dice di aver problemi con le femmine che stanno crescendo e stanno cambiando, ora lo ha capito, prima non lo sapeva, ora se ha un’osservazione o se la tiene per sé o la dice al suo compagno che se la tiene per sé. Decido di far rientrare i genitori per proporre loro un lavoro. Poiché mi rendo conto che il momento familiare più critico è il ritorno di Marco da scuola (momento in cui la madre vuol sapere cos’è accaduto, Marco si ritrae, la madre insiste più preoccupata, ottenendo come conseguenza l’arrabbiatura del ragazzo, così che anche la madre a sua volta si arrabbia e lo minaccia di interventi che prenderà il padre la sera), penso ad un compito per alleggerire lei, coinvolgere Filippo e aiutare Marco a non sentirsi messo sotto pressione. Quando Marco tornerà da scuola Marina non gli chiederà com’è andata la giornata, a cena quando saranno tutti intorno al tavolo sarà papà a chiedere a Marco di raccontare ciò che vorrà, dovrà argomentare un po’, ma con la possibilità di tenere qualcosa per sé, nel rispetto della sua privacy e la mamma non farà altre domande. Mi sembrano tutti convinti a provare, fanno infatti alcune domande per vedere se hanno capito bene. Li invito inoltre a pensare a tre richieste concrete da farsi reciprocamente la prossima volta che verranno da me.
Decido di proporre questi compiti pensando, per quanto riguarda il primo, alla teoria di Haley, il quale attraverso le “direttive” chiede alle famiglie di sperimentare nuove vie: il principale fine è, infatti, fare in modo che le persone si comportino in modo diverso. Invece, per quanto concerne il secondo compito penso a Minuchin per il quale “i figli devono imparare a negoziare in situazioni di impari potere”.
Al suo ritorno, avvenuto dopo lo svolgimento del lavoro proposto, la famiglia ha portato risultati positivi: Marco si è sentito più libero, la mamma è stata brava a non fare domande né dopo la scuola, né la sera quando intorno alla tavola era Filippo a chiedere al ragazzo della giornata e, secondo entrambi i genitori, anche Marco è stato disponibile a raccontare. Rispetto alle tre richieste reciproche pensate, chiedo sia a mamma e papà che a Marco, su suggerimento del supervisore, di dargli un ordine di importanza e scegliere quella più significativa. Il professor Cancrini mi propone questa aggiunta al compito per aiutare la famiglia a dare un ordine di priorità e focalizzarsi su un solo obiettivo, quello che per loro è gerarchicamente più importante ottenere.
Marina e Filippo avevano scritto:
1. meno negligenza (sia a casa che a scuola);
2. più autocontrollo (sia a casa che a scuola);
3. meno irritabilità.

Marco scrive invece:
1. meno “apprezzamenti” sui voti scolastici;
2. giocare di più;
3. abbassare il tono della voce nelle sgridate.

I genitori concordano nella richiesta su “maggiore autocontrollo”, poiché per loro Marco è imprevedibile, ogni volta che succedono “casini” a casa o scuola lui vi è coinvolto, anche quando va a delle feste loro non sono sereni perché temono sempre che possa succedere qualcosa. Quindi vorrebbero che prima di agire ci pensasse. Marco sceglie l’opzione numero 3, ovvero “meno urli”, quando i genitori lo rimproverano alzano molto i toni e spesso le mani e questo lo spaventa per cui vorrebbe che agissero con più calma. I genitori spiegano che è un circolo vizioso: Marco è negligente, allora loro urlano, se avesse più autocontrollo, fosse maggiormente autonomo e si comportasse bene, loro non avrebbero motivo di urlare né di dargli uno schiaffone. Ammettono comunque a volte di esagerare, per questo proveranno a farlo di meno. Tutti si impegnano a provare a rispettare le reciproche richieste, con non poco scetticismo da parte di mamma e papà.
Mi rendo conto che quelli richiesti sono comportamenti poco concreti, potrebbero essere più che altro obiettivi a cui tendere, ma attraverso passi più piccoli e pratici. Tuttavia, mentre sono in stanza, più che una terapista mi sembro un vigile urbano: con il capo, e spesso con movimenti della mano, cerco di dirigere il “traffico di parole” che caoticamente riempiono la stanza. Sento prevalere in me il disorientamento e mi sembra di non star camminando nella giusta direzione, anzi, talvolta è come se cercassi di arrampicarmi sugli specchi e capisco cosa provarono i costruttori della torre di Babele: parliamo tutti e quattro lingue diverse e non ci capiamo.
La volta successiva, manca Filippo, mi sento allo stesso tempo preoccupata e sollevata, è lui la persona con cui incontro maggior difficoltà a relazionarmi, parla tanto, divaga, puntualizza e mi fa sentire incapace, mentre Marina è più docile, parla, ma ascolta anche. Mi dicono che Filippo ha avuto un imprevisto lavorativo, ma che ormai che erano per strada loro due sono venuti lo stesso.
Si parla ancora di scuola, di brutti voti e di cattiva condotta, ma la madre appare oggi meno aggressiva, guarda il figlio con tenerezza e preoccupazione, sollecito Marco a riflettere su come si spiega lui tutto ciò. Mi dice di non riuscire nella didattica soprattutto per le difficoltà che ha nei compiti scritti, anche se è preparato si blocca. Gli chiedo quali pensieri prendano il sopravvento quando si trova davanti alla verifica. Lui dice che sono vari: ha paura di non avere il tempo che gli necessita per finire il compito, ha paura di sbagliare e quindi prendere un brutto voto e soprattutto, mentre lo dice si commuove, teme continuamente di deludere mamma e papà. La madre a sua volta quasi commossa dice che loro gli vogliono bene, qualsiasi voto prenda e qualsiasi sia il suo comportamento, poi aggiunge, guardando me: «Sa qual è la frase che dico sempre a Marco? Che se qualcuno mi chiedesse come vorrei che fosse mio figlio, io risponderei: esattamente così com’è». Poi guarda lui chiedendo: «È vero che mamma te lo dice sempre?». Mi sento quasi commossa da questa frase, mentre vedo Marco taciturno annuire lievemente con il capo, con aria poco convinta, come se quella frase, appunto l’avesse già sentita troppe volte e forse non ci trovasse riscontro nella realtà. Decido di domandarglielo, gli chiedo se crede alle parole di mamma, lui con gli occhi sempre più lucidi ed un filo di voce, dice di no, secondo lui loro lo vorrebbero diverso. Il clima emotivo è molto intenso, la madre insiste nel dirgli che si sbaglia, loro gli vogliono bene proprio perché lui è così com’è ma vorrebbero che si impegnasse di più, soprattutto il padre, lei si accontenta di più dei suoi voti, il padre invece vorrebbe sempre di più. La interrompo e propongo ad entrambi di riparlarne la prossima volta quando sarà presente anche Filippo.
Porto al supervisore, oltre che gli aggiornamenti, i miei vissuti e riflessioni sulle ultime sedute; Marco sta cercando di crearsi una propria identità distinta da quella dei genitori, ma non si sente riconosciuto e apprezzato per questo suo modo di essere che è “diverso” da come loro lo vorrebbero. Il professor Cancrini tornando sul tema della ricerca dell’autonomia del ragazzo, mi fa ragionare sul fatto che, non riuscendo ad ottenerla, Marco “pianta grane” e questa è diventata la sua forma di autonomia, inoltre non vuole essere invaso dai genitori, non vuole essere messo sotto torchio, invece si sente pressato e loro, con le loro urla, invadono il suo spazio. Non so ancora bene come portare queste riflessioni alla famiglia, come fargli vedere che tutto ciò che accade è evolutivo, che è il percorso naturale, anche se tortuoso, seguito da Marco per crescere. Decido di provare a creare un collegamento emotivo tra Marco e i suoi genitori ai tempi dei loro 12 anni, per cui, nell’incontro successivo, propongo di prenderci una pausa dalle malefatte del ragazzo e chiedo com’erano mamma e papà all’età del figlio. Filippo prende subito la parola, racconta che era un ragazzo molto vivace, come Marco, faceva disperare i genitori per esempio saltando la scuola, o andandoci per poi scappare dalla finestra. Qui sorride compiaciuto, la moglie lo fulmina con lo sguardo, come se così parlando desse un cattivo esempio al figlio. Lui, cogliendo l’occhiataccia, aggiunge che erano altri tempi, inoltre veniva sempre scoperto e punito. Marina a sua volta si descrive come la rivoluzionaria della famiglia ma non ha avuto un’infanzia felice, per questo si ribellava, tuttavia era una brava studentessa. Dico ad entrambi che, da quello che hanno raccontato, quando avevano 12 anni loro non sembravano molto diversi da com’è Marco oggi. Filippo puntualizza dicendo che il comportamento del figlio è totalmente immotivato, loro sono una famiglia benestante a differenza delle loro famiglie d’origine, non gli hanno mai fatto mancare niente, Marco è un ingrato.
Nell’ascoltare questa interazione finale, penso a quanto la loro ricerca di autonomia a 12 anni viene interpretata come ribellione normale per l’epoca storica, per le difficoltà economiche o per via di problematiche delle famiglie di origine, mentre insistono nel dire che i comportamenti del figlio sono illogici. Penso che la richiesta che formulano al figlio è impossibile poiché Marco non può crescere e acquistare individualità senza rifiutare e ribellarsi, così com’è vero che, loro genitori, non possono proteggere e guidare senza esercitare un azione di controllo e restrizione (Minuchin). Dovrò essere io stessa, così come suggerito dal supervisore, ad aiutarli a negoziare gli uni con gli altri e ad adattarsi reciprocamente.
LA NEGOZIAZIONE
«Genitori e figli e, talvolta, anche i terapisti,
descrivono frequentemente la famiglia ideale come una democrazia.
Ma a torto credono che una società democratica sia priva di capi,
o che la famiglia sia una società fatta di coetanei.
Per funzionare adeguatamente, bisogna che sia i genitori sia i figli accettino il fatto
che l’uso indifferenziato dell’autorità è un ingrediente necessario
del sottosistema genitoriale.
Diviene una specie di laboratorio o apprendistato sociale per i figli,
che hanno bisogno di imparare a negoziare in situazioni di impari potere.»
(Salvador Minuchin, Famiglie e terapie della famiglia)

Riscriviamo le regole: il cartellone con “la nostra settimana”
Il processo genitoriale varia secondo l’età dei bambini. Quando sono molto piccoli predominano funzioni di nutrizione e allevamento. Guida e controllo assumono più importanza in un secondo tempo. Via via che i bambini maturano, soprattutto durante l’adolescenza, le esigenze dei genitori cominciano a contrapporsi a quelle di autonomia proprie dell’età dei figli. La funzione genitoriale diviene un difficile processo di reciproco adattamento. I genitori impongono regole che non sanno spiegare in quel momento o che spiegano inadeguatamente, oppure considerano evidenti di per sé le ragioni delle regole date, mentre non lo sono affatto secondo i figli. Quando i figli crescono possono anche rifiutare le regole. Possono comunicare i loro bisogni più o meno chiaramente e fare nuove richieste ai genitori, per esempio, richiedere più tempo o più impegno emotivo (Minuchin).
Il supervisore mi fa soffermare sul tema della negoziazione: i genitori di Marco pretendono delle regole di comportamento che il ragazzo sente di subire; nella fase del ciclo di vita che sta attraversando, sarebbe più efficace scriverle insieme queste regole, ovvero condividerle, solo così anche Marco sarebbe più incline ad accettarle. Inizio la nuova seduta tenendo bene in mente queste indicazioni, cerco tra me e me il modo di comunicare anche a loro l’importanza di questo messaggio.
Li rivedo dopo le festività natalizie, chiedo a tutti com’è andata, come le hanno trascorse. In famiglia, come da programma, un po’ con i parenti di lei, un po’ con quelli di lui, le classiche festività tra giochi e mangiate. Marco sorride, dice che le feste sono andate bene ma il suo racconto viene subito interrotto dal padre che vuole “puntualizzare”: le feste sono andate bene anche se Marco li ha fatti disperare, il suo comportamento non cambia minimamente, li sfida, li provoca, li sfinisce e loro sono costretti ad urlare. Il padre dice che per esempio stavano giocando a carte con altri adulti, Marco non voleva giocare in coppia con lui, ma da solo e tuttavia, continua Filippo, quando si gioca con persone adulte valgono regole serie, se bari con mamma e papà chiudono un occhio, ma con i grandi ci si deve comportare bene, per questo doveva giocare con papà come gli altri bambini. Marco dice che lui è ormai capace a giocare da solo. La mamma interviene dicendo che Marco è il bambino e loro gli adulti e che lui deve fare quello che gli dicono, le regole le decidono loro, lui le deve rispettare, invece Marco fa sempre di testa sua. Colgo l’occasione proprio su questo esempio per dire a tutta la famiglia che Marco sta crescendo e cerca una sua autonomia, e anche mamma e papà lo vorrebbero più autonomo, per esempio quando vorrebbero non dovergli dire di andare a fare la doccia, o una volta dentro di sbrigarsi ad uscire per la cena. Marco vuole essere più indipendente, si sente grande e ormai capace di fare tante cose, come giocare a carte insieme agli adulti, oppure in grado di pensarla diversamente da papà come nell’esempio dell’allenamento del calcio (esempio che Filippo ha riportato in più sedute calcando sulla difficoltà del figlio di rispettare le regole, qualsiasi esse siano, di scuola, casa o sport). Marco crea “grane”, aggiungo, come se in queste trovasse la sua autonomia e questo fa arrabbiare mamma e papà, l’autonomia si conquista, aggiungo, e non è giusto che mamma e papà per poter cenare debbano aspettare che Marco esca dalla doccia. Anche mamma e papà vogliono che Marco sia più autonomo, ma nei fatti poi lo aiutano anche nelle cose che potrebbe fare da solo, per esempio nello svolgimento dei compiti, anche quando lui è in grado di farli da solo o volendo che giochi a carte in coppia con papà, anche se conosce le regole e potrebbe giocare in autonomia.
Tornando alle parole di Marina, rispetto al tema delle regole, dico a tutti che Marco oggi è in un’età in cui più che accettarle, le deve condividere e dal rispetto di regole condivise, proprio perché non sono imposte, dovrà maturare una maggiore autonomia. Detto ciò, propongo di preparare un cartellone con le regole della casa, dove si stabiliscono gli orari per ogni cosa, lo studio, la doccia, la cena, le pause dallo studio, ecc. Lo dovranno preparare insieme e tra due settimane quando ci vedremo dovranno portarlo.
La famiglia arriva insolitamente puntuale, Marco ha tra le mani il cartellone, sono tutti e tre sorridenti e fin dal primo momento mi fanno notare che “hanno fatto i compiti”. Mi faccio aiutare da Marco ad appenderlo. Hanno usato un cartellone grande, bianco e in uno schema ben disegnato hanno inserito fasce orarie e indicazioni. È ordinato e allo stesso tempo reso vivace dalla scelta dei colori. Chiedo quindi di raccontarmi un po’ com’è andata, innanzitutto come si sono organizzati per farlo, quando e se hanno partecipato tutti. Inizia a parlare Marco che era rimasto in piedi vicino alla lavagna. Mi dice che lo hanno preparato insieme, in camera sua, sulla sua scrivania, tutti e tre seduti intorno. Lui ha preparato la struttura e la mamma, che ha la calligrafia più bella, ha scritto gli orari e le regole, mentre il titolo, “la nostra settimana”, lo ha scelto e scritto lui con i pennarelli. Il padre, di pari accordo tra tutti, non ha scritto nulla perché ha una calligrafia illeggibile, da “militare”. Sorridono tutti mostrandosi d’accordo. Se ne sono occupati lo stesso weekend che è seguito al nostro incontro (avvenuto di venerdì), ma ci sono tornati più volte nel corso della settimana per sistemare meglio gli orari man mano che capivano quali potevano essere i migliori in base agli impegni di ciascuno. A quel punto Marco legge e spiega il contenuto. Tutti i giorni, tranne il weekend:
• la sveglia sarà fissata alle 7.00, sarà una sveglia “brusca”, ovvero Marco dovrà immediatamente alzarsi senza perdere tempo, né lagnarsi, ma potrà dormire mezz’oretta in più rispetto all’orario precedente che era delle 6.30: questo è il primo accordo, frutto di una equa negoziazione tra Marco e la mamma (che è quella che lo sveglia).
• Dal lunedì al venerdì Marco ha il doposcuola, lì dovrà studiare con impegno, cercando anche di anticiparsi qualcosa, nei giorni in cui ha meno compiti, per quelli in cui ne ha di più, o in vista delle verifiche.
• Il lunedì, mercoledì e venerdì, Marco ha lo sport, di ritorno dovrà fare la doccia senza che nessuno glielo chieda, in modo di poter cenare insieme e in un orario decente. Dopo cena dovrà ripassare qualcosa, se l’indomani è prevista una verifica o interrogazione, inoltre dovrà preparare lo zaino senza fare storie e senza farlo all’ultimo momento la mattina stessa.
• Il martedì dopo cena insieme al papà sceglieranno un film (Marco sottolinea che questa è stata una sua idea), mentre la madre farà le cose da donna, tipo struccarsi, per poi vederlo tutti e tre insieme.
• Il giovedì e il sabato Marco potrà vedere la tv fino a un po’ più tardi del solito perché ci sono i programmi che gli piacciono.

Chiedo ancora se questo è il frutto di compromessi stabiliti insieme, ovvero se sono tutti d’accordo, loro rispondono di sì. Marina aggiunge che è stato bello fare questo lavoro insieme, Marco si è divertito molto e, da qualche giorno hanno anche iniziato ad applicare le nuove regole e il figlio si sta già comportando meglio. Sottolineo a Marco che queste regole non sono state fatte da mamma e papà affinché lui le rispetti, ma sono frutto di un lavoro di condivisione per cui tutti ora dovranno collaborare affinché possa funzionare.
Negli incontri che sono seguiti, c’è stato un periodo di relativa quiete e benessere, il rispetto del cartellone ha continuato a portare buoni risultati. Mi sono quindi soffermata un po’ di più sui due sottosistemi visti separatamente, ovvero dividendo ogni seduta in due momenti, una con Marco, l’altro con Marina e Filippo.
Il “ragazzo tigna”
Negli incontri avuti con Marco sono partita dal primo buon risultato ottenuto nel lavoro fatto di negoziazione e ho chiesto al ragazzo come procedeva la nuova organizzazione. Lui dice bene, si rende conto del fatto che deve impegnarsi, poiché secondo lui questo lavoro è come un ingranaggio, se viene interrotto rischia di spezzarsi e non funzionare più. Mi racconta che guardano spesso il cartellone, quindi gli domando se lo hanno appeso da qualche parte. Mi dice di no, perché lui non era d’accordo, vengono spesso a casa dei suoi amici e non vuole che lo vedano, potrebbero non capire il fatto che lui vada da una psicologa, in genere, continua, dalla psicologa ci va chi ha i genitori separati e non chi ha una bella famiglia unita come la sua. I suoi compagni non comprenderebbero l’utilità di questi incontri, qui riesce a parlare con i suoi genitori, ma soprattutto ad esprimere i suoi stati d’animo, le sue emozioni sia belle che brutte, sente di poter dire cosa pensa, anzi sente di doverlo dire, di volerlo fare per il suo bene e dei suoi genitori, affinché le cose tra di loro funzionino meglio. A casa non è così, non ci riesce, per questo è sbrigativo e non risponde alle domande che la madre gli fa, anche se attualmente sente che le cose vanno meglio e si sente meno sotto pressione.
Gli chiedo di cosa gli va di parlare, approfittando del fatto che, come diceva lui, qui può parlare di tutto. Parte dalla scuola e dalle difficoltà che incontra. I genitori si arrabbiano perché non si comporta bene, ma la verità è che i suoi compagni lo mettono sempre in mezzo, i professori sono prevenuti e anche quando lui non c’entra, ce lo fanno entrare. È vero che prendeva in giro le femmine, non sapeva che loro crescono prima dei maschi, che hanno i loro problemi da femmine e che non gli piace più giocare come si giocava in prima media, ora che gli è stato spiegato lo ha capito e non lo fa più. Ma con i prof proprio non riesce a comunicare, si sente vittima di ingiustizie, sente di non venir trattato come dovrebbe. Per questo lui gli parla chiaro, non si fa sottomettere da nessuno, sa di essere ostinato ma come gli ha sempre detto suo nonno, lui è nato con la tigna! Se è convinto di aver ragione, non c’è santo che tenga, va fino in fondo, che si tratti di un compagno o di un prof. Mi fa un esempio. Se nella valutazione di un compito lui reputa di aver fatto meglio di un suo compagno e di aver preso un voto inferiore, pretende di capire che metro il professore ha usato. Rispetto ai compagni lui si fa sempre i fatti suoi, non si mette mai in mezzo, ma se sono gli altri a chiamarlo in causa, lui si deve difendere, non può farsi mettere i piedi in testa, da nessuno, anche se dall’altro lato c’è un bambino piccolo, anzi, lì è anche peggio, se è piccolo non si deve permettere, deve stare al suo posto, oppure al suo posto ce lo mette lui con le “cattive”.
Per la prima volta guardo Marco con occhi diversi, penso tra me e me: «Ecco mister Hyde» e anche “poveri genitori!”. Finalmente sento una maggiore vicinanza anche con loro, soprattutto rispetto alla loro preoccupazione. Torno più volte con Marco sul tema della “tigna”. Portando anche delle immagini stampate sulla tigna, come malattia.
Mi soffermo a ragionare con lui, su suggerimento anche del supervisore, su quali possano essere gli effetti suscitati negli altri da un “portatore di tigna” e quindi sui vantaggi e gli svantaggi dell’essere tignoso. Marco appare colpito dalle immagini da me stampate, sapeva che la tigna era una malattia della pelle, ma non l’aveva mai vista, gli dico che questa malattia ha alcuni aspetti negativi, ovvero:
• è molto contagiosa, per cui occorre tenersi alla larga da chi ce l’ha;
• è resistente alle cure;
• è molto sgradevole alla vista.

Per cui vista dall’esterno potrebbe anche spaventare o “schifare” chi ti sta accanto. Lo invito ora a soffermarci sulla tigna, considerata da un punto di vista della “personalità”, e invito lui stesso a pensare a quali possano essere i vantaggi e gli svantaggi. Prepariamo un cartellone su cui lavoriamo in più sedute, il risultato finale è riportato nella Tabella 1.
Alla fine di questa sequenza di incontri Marco appare più consapevole del fatto che la “tigna” è un’arma a doppio taglio, per cui se utilizzata in un certo modo può dargli dei vantaggi, ma se al contrario non ne fa un uso corretto, può segargli le gambe. Sorridendo gli dico che la tigna è un po’ come il “potere speciale” dei super eroi dei film: il momento in cui il protagonista scopre di averlo deve anche decidere se usarlo per il bene o per il male. Lui ora sa di avere questa dote, sa di essere “il ragazzo tigna”, come pensa di impegnare i suoi “poteri”? L’esempio lo diverte e quando dico “ragazzo tigna” ride molto, tuttavia capisco che ha colto sia l’esempio che il senso del lavoro fatto nel corso di queste sedute. Lo invito ora a riflettere su piccoli obiettivi che può darsi per mettersi alla prova e quindi cercare di usare la tigna in modo efficace e “sano”.



Dice che vuole usarla nello studio, impegnarsi per riuscire ad avere buoni risultati, poi vuole impegnarsi a discutere di meno con i professori, con mamma e papà e cercare di evitare di farsi mettere in mezzo dai compagni nei litigi e nelle risse, anche se in questo periodo è stato messo in banco con il principale attaccabrighe della classe. Sollecitato da me a pensare a qualcosa di più piccolo e concreto, da realizzare per esempio in queste due settimane che ci dividono prima del prossimo incontro, dice che “userà la tigna” nello studio per la preparazione delle verifiche in programma per questi giorni.
I binari dell’educazione: due linee parallele che si devono incontrare
Negli incontri avuti con Marina e Filippo a differenza di quello che emergeva in un primo momento, in cui apparivano assolutamente concordi nelle modalità educative usate per Marco, emergono invece significative discordanze, un polso poco rigido da parte di entrambi e, soprattutto un reciproco boicottamento dell’intervento dell’altro. Mi raccontano quindi, accusandosi l’un l’altro, che le punizioni date vengono poi ritirate prima del termine o con ampie eccezioni, Marina racconta che, per esempio, se Filippo punisce Marco togliendogli lo scooter (uno scooter elettrico adatto alla sua età, con il quale Marco passa molto tempo), poi su insistenza del figlio o promesse di redenzione, alla fine glielo restituisce, o glielo lascia usare “solo per quella volta”: se è lei a punirlo, per esempio togliendogli il cellulare, il padre lo porta fuori e tornano con bustoni pieni di vestiti, come se lei lo punisse e lui lo premiasse. A sua volta Filippo risponde che Marina è troppo tenera, per lei Marco non sarebbe mai da punire, se lui per esempio gli toglie lo sport, poi lei ce lo fa andare perché dice che non è una punizione giusta poiché lo sport gli fa bene. Marina annuisce vistosamente, per lei le punizioni date dal marito sono esagerate, gli toglie gli amici da far venire a casa, lo sport o le feste, così facendo lo rende un disadattato e il figlio già ha difficoltà a relazionarsi ai suoi coetanei.
Mi rendo conto che questa coppia, che dovrebbe funzionare come il letto di un fiume, dove questo possa scorrerere linearmente (il fiume rappresenta Marco), manca degli argini e, se uno dei due li mette, l’altro li toglie, così facendo il fiume straripa muovendosi in modo “impazzito” ovvero non scorre dritto ma schizza fuori dal suo canale. Invito quindi la coppia genitoriale a provare a non dare individualmente punizioni al figlio ma ad accordarsi prima tra di loro, decidere insieme una punizione, la durata e la modalità e comunicarla insieme al figlio: per la durata della punizione nessuno dei due dovrà individualmente ritrattarla. In questo momento, più che il tipo di punizione ciò che conta è essere e mostrarsi uniti nelle decisioni, solo così Marco potrà essere contenuto. Vedo entrambi per la prima volta rendersi conto della necessità di essere aiutati: persino Filippo, anziché puntualizzare per farmi capire meglio, mi fa domande, mi chiede concretamente come fare.
Marina coglie l’occasione per dire al marito che Marco vorrebbe andare due volte anziché quattro al dopo scuola in modo da poter studiare da solo ed essere quindi più autonomo. Si accende una piccola discussione, Marina vorrebbe dargli questa possibilità anche per vedere se si impegna, Filippo dice che il figlio non è in grado di essere autonomo, che da solo non fa niente e che non è ancora il momento. Colgo questa sequenza per tornare sull’argomento di cui stavamo parlando, dico ad entrambi che questo è un buon esempio per provare a trovare una soluzione che metta d’accordo tutti e due, li invito a dire a Marco che mamma e papà ci penseranno e ne parleranno insieme e quindi, di farlo realmente, non importa cosa decideranno, ciò che conta è che siano d’accordo e che Marco sappia che la decisione è di entrambi. Filippo e Marina si sono presi un po’ di tempo per parlare tra di loro da soli, durante la mezz’ora che io sono rimasta a lavorare con Marco. Al termine di questa, in mia presenza gli hanno detto che avevano pensato alla sua richiesta, che vorrebbero dargli questa possibilità, ma che vorrebbero avere più tempo per decidere, in questi giorni dovrà impegnarsi a scuola, mostrare che è realmente in grado di essere autonomo nei compiti, tra due settimane gli avrebbero dato una risposta definitiva.
Anche nelle sedute successive il clima che si respira è più gradevole, mi sento finalmente emotivamente molto vicina a Marina e Filippo, l’antipatia è sfumata fino a sparire, con animo diverso mi avvicino a loro, alle loro preoccupazioni e alle loro difficoltà a gestire “il ragazzo tigna”.
Decido di usare anche con loro un cartellone (Tabella 2) per mettere davanti ai loro occhi, ma anche ai miei, come funziona lo stile educativo usato da entrambi, ovvero, qual è la modalità educativa più efficace secondo ciascuno e/o entrambi.
Entrambi vorrebbero raggiungere come obiettivo finale “l’autonomia di Marco” che, per loro, equivarrebbe a far sue le regole e i valori dati da mamma e papà, vorrebbero che li interiorizzasse e li rispettasse.
Da questa base invito entrambi a cercare altri interventi che li mettano d’accordo.
Nel corso di questi incontri focalizzati su mamma e papà, il professor Cancrini mi invita a non ignorare i fatti legati alle punizioni “corporali”, quindi all’uso delle botte da parte di entrambi: è significativo che anche Marco usi questo “metodo” per mettere in riga chi non si comporta come dovrebbe, chi non sta al posto suo, sembra quindi che lo abbia imparato dall’esempio genitoriale, per questo Cancrini, mi fa riflettere e mi invita a far riflettere anche loro sul fatto che “si insegna più con l’esempio che con le parole”.



Partendo da un episodio riferitomi, sempre come esempio di negligenza di Marco, porto queste riflessioni alla coppia. Marina mi aveva riferito che è vero che Marco sta migliorando nel suo atteggiamento e che anche i voti stanno salendo, ma è pur vero che spesso e volentieri ricade nei vecchi schemi provocatori. Mi riferisce quindi di un episodio avvenuto in quei giorni. Dice che più volte lo aveva invitato a svolgere i compiti di inglese sul quaderno e non su un foglio volante e più volte lui aveva ignorato le sue richieste. Sentendosi così messa sotto pressione ha urlato al figlio di ricopiare gli esercizi. Convinta che questa volta Marco avesse capito, è andata a controllarlo dopo circa un’oretta e si era ritrovata davanti ai compiti ricopiati in modo più ordinato, ma su un altro foglio volante e non sul quaderno. Sentitasi presa in giro, non ci ha più visto e l’istinto di picchiarlo “selvaggiamente”, lo dice con un cenno di sorriso, ha preso il sopravvento. Dice che gli era letteralmente saltata addosso, Filippo la teneva con forza e per questo era riuscita solo a graffiarlo nel tentativo di prenderlo a schiaffi. Mi sento allibita da questo racconto, per questo dico a Marina che questo “metodo” oltre a ferire Marco e a spaventarlo, come lui stesso aveva dichiarato, può funzionare adesso che lui ha 12 anni e ha ancora un fisico da bambino, ma cosa succederà tra qualche anno quando sarà più grande e più forte? Non potrebbe addirittura accadere che sia lui ad alzare a sua volta le mani? Marina resta colpita, resta un attimo in silenzio poi risponde che sa di non poterlo fare a lungo e che, anzi sarebbe meglio non farlo anche per i sentimenti che sa che il figlio prova, ma a volte non riesce proprio a trovare alternative, solo così le sembra che il figlio capisca. Anche Filippo dice che non condivide i modi esagerati della moglie, anche lui talvolta dà uno schiaffone al figlio, ma più spesso usa un tono fermo, Marina invece urla e così facendo spaventa Marco e non ha efficacia quello che gli dice. Filippo tuttavia dice di rendersi conto che la moglie è stata abituata così, nella sua famiglia funzionava in questo modo. Colgo l’occasione per chiedere ad entrambi da che famiglia provengano, ovvero chi dava le regole nei loro nuclei d’origine e se pensano di assomigliare ai propri genitori negli stili educativi.
Filippo parla per primo, come mi aveva già raccontato, da ragazzo era un “bricconcello”, torna con la mente ai tempi passati, ricorda che con gli amici truffavano l’edicolante per rubargli le caramelle. I suoi genitori non erano rigidi, lo punivano, ma lui riusciva sempre a svicolare, un po’ come fa oggi Marco. Marina racconta invece di aver avuto un infanzia più infelice, la sua era una famiglia matriarcale, era la madre a dettare leggi e punizioni, era una donna anaffettiva, lei non ricorda mai un abbraccio o un gesto d’affetto. Mi dice di aver fatto un percorso terapeutico molto lungo per essere aiutata a “non essere come lei” e grazie a questa terapia sente di essere oggi una buona moglie e madre, ovvero dimostra affetto ai suoi uomini, con Marco poi è particolarmente affettuosa. Tuttavia si rende conto che nelle punizioni ha ereditato lo stile della madre. Il clima nella stanza è denso di emozioni e ricordi, sento di provare addirittura affetto e improvvisamente simpatia per questa coppia che si vuol bene e ne vuole al proprio figlio e che sta realmente facendo del suo meglio per cercare di crescerlo bene e con dei valori solidi.
SCOSSE DI ASSESTAMENTO
«Ci sono aree della superficie terrestre che sono,
per via del costante movimento delle placche tettoniche,
in lento ma continuo movimento,
 lo sfregamento delle placche tra di loro genera un accumulo di energia.
I terremoti si verificano quando la tensione risultante accumulata
eccede la capacità o resistenza del materiale roccioso di sopportarla,
cioè supera il cosiddetto carico di rottura.»
(Dalla voce “terremoto”, in Wikipedia)
La pagella: 7 in condotta
Mentre scrivo questo elaborato, rileggendo gli appunti, mi soffermo molto a pensare al processo terapeutico e all’incontro con l’inevitabile, naturale movimento evolutivo del sistema familiare. Ho scelto il titolo di questo capitolo, così come la citazione che lo accompagna, sentendo una forte similitudine tra quello che succede nella vita di una famiglia (naturalmente parlo in particolare della famiglia di cui racconto) e il fenomeno dei terremoti. Anche nelle famiglie, in cui sono presenti continui ma lenti movimenti (evolutivi), capita che accumuli di stress portino a delle crisi o “terremoti”. È pur vero che i terremoti si verificano solo in alcune aree delimitate della superficie terrestre, mentre quasi ogni famiglia, seppur in diversa misura, vive, nel suo evolvere da fase di ciclo di vita in fase di ciclo di vita, piccole, medie o grandi “scosse sismiche”.
Nella famiglia Verdini, nel confronto tra Marco e i suoi genitori, di scosse ce ne sono state tante, il lavoro terapeutico e le loro risorse interne li hanno aiutati a vedere questi movimenti naturali, ma a non poter evitare talvolta nuove, seppur piccole, scosse, magari di assestamento.
A distanza di qualche tempo dall’inizio, quando il lavoro con la famiglia sembrava finalmente procedere per il meglio, dove c’erano stati tanti piccoli progressi da parte di tutti e, a loro dire, anche i voti e la condotta di Marco a scuola erano migliorati, ricevo una telefonata da Marina. Mi ha trattenuta al telefono per quasi un’ora, era un fiume in piena, per cui ho lasciato un po’ che si sfogasse, mi ha detto che il marito era veramente arrabbiato con Marco, avevano ritirato la sua pagella, i voti erano quelli che si aspettavano, ma quello in condotta non confermava i cambiamenti comportamentali che, lo stesso coordinatore di classe poche decine di giorni prima, gli aveva detto esserci stati. Proprio per via del 7 in condotta, così come tutti i genitori dei ragazzi che avevano avuto questo stesso voto, Filippo era stato convocato. Marina mi riferisce che il marito si era prima arrabbiato con il prof, non capiva come mai il figlio avesse avuto 7 se nel corso del loro incontro precedente, portando la voce del consiglio di classe, aveva detto che era migliorato, poi si era arrabbiato con lei e con il figlio, dicendo che adesso sarà lui a decidere la punizione migliore. Userà la linea dura e gli toglierà tutto, lo sport, le uscite, le visite degli amici a casa, anche la psicologa. Ora dovrà solo studiare.
Ho chiesto come avesse reagito Marco, mi ha detto che era disperato, ma non tanto per la durezza della punizione, quanto per l’atteggiamento distaccato del padre che, per i primi giorni, gli aveva anche tolto il saluto o il bacio della buona notte. Marco sembrava terrorizzato di aver perso il suo affetto. Ha pianto molto e ha detto che si sarebbe impegnato, a lei ha detto che lui non merita niente, merita di essere lasciato solo a casa. Lei dice di averlo tranquillizzato, ma ora suo marito è proprio arrabbiato. Le chiedo quale sia il suo pensiero. Mi dice che non vuole interrompere il nostro percorso, Marco ha ancora bisogno della terapia, ma Filippo si è proprio impuntato, per questo pensava di portarlo ugualmente di nascosto. La invito a non farlo, in virtù di tutte le cose che ci siamo detti nel corso delle varie sedute, dell’importanza per Marco di sapere che mamma e papà decidono insieme e non che uno dà una punizione e l’altro la boicotta. Se per lei è importante continuare, sarebbe meglio che spiegasse la sua prospettiva al marito. Inoltre, come detto più volte quello che stiamo facendo è un lavoro familiare, per questo sarebbe meglio se continuassero tutti insieme. Lei mi dice che proverà a parlare con il marito, ma che anche se riuscisse a convincerlo a continuare, lui sicuramente non parteciperebbe più. Ci salutiamo dandoci comunque un appuntamento.
Questa situazione mi spiazza terribilmente, come un fulmine a ciel sereno, un temporale inaspettato viene ad interrompere il sereno faticosamente raggiunto. Non so come agire, sono confusa e anche arrabbiata sia con i professori di Marco che, nonostante i miglioramenti che loro stessi hanno riconosciuto, non gli tolgono l’etichetta del ribelle, ma anche con Filippo che decide di dar ascolto a loro, nonostante li abbia anche inizialmente contrastati, e punisca Marco, come se quel 7 non fosse già per lui un’immotivata punizione. Sento di non essere lucida per questo mi rivolgo al supervisore.
Il professor Cancrini con la massima calma e pacatezza mi dice che devo riflettere io per prima, poiché pare che abbia perso di vista l’aspetto sequenziale e mi invita, quindi, a segnalare più chiaramente i tempi anche a loro. Loro sono venuti perché erano preoccupati, io lo sono stata per loro, Marco ha riconosciuto che c’erano cose da cambiare. Il cartellone è l’esito di questo confronto, ha avuto effetti positivi che non potevano però essere retroattivi e non potevano essere ritrovati su una pagella in cui c’erano i risultati di tempi precedenti. Mi invita a dire ciò sorridendo, senza rimproverarli, aiutandoli a vedere che il cambiamento deve andare verso il futuro.
Poche parole e ritrovo la lucidità, il professore ha ragione. Dalla telefonata avuta con Marina immagino che, se verranno, Filippo non ci sarà, per cui, per questa evenienza, decido di scrivere una lettera, indirizzata a tutta la famiglia, con il contenuto della supervisione del professore.
Dalla lettera, un nuovo inizio
Arriva il giorno dell’appuntamento e, come immaginavo, ci sono solo Marina e Marco. Li saluto entrambi, chiedendo a Marco di aspettare in salotto in modo da poter parlare prima con la mamma, poi toccherà a lui, come ormai avviene da qualche mese.
Entriamo quindi in stanza io e Marina, le chiedo come ha gestito la situazione con Filippo rispetto al fatto che non voleva che Marco continuasse la terapia e lui per primo se ne tirava fuori. Mi dice di aver seguito la mia indicazione, ovvero di avergliene parlato spiegandogli che per lei è importante che il figlio continui e che per il ragazzo è importante sapere che loro due sono d’accordo. Filippo alla fine ha acconsentito, ribadendo però la sua decisione di non prendere più parte alle sedute. Marco non sa come mai il padre non sia venuto oggi, gli hanno detto che non poteva per questioni di lavoro. Marina poi mi aggiorna anche sulla situazione scolastica, mi dice che i voti sono migliorati, in questo periodo Marco ha avuto buoni risultati. Su questa nota positiva le parlo della lettera che avevo preparato per loro tre, le chiedo di portarla a casa e di leggerla in un momento in cui saranno tutti presenti.
Decido, tuttavia, di leggerla intanto a lei:
Cari Filippo, Marina e Marco, vi scrivo questa breve lettera perché vorrei, con queste parole, rivolgermi a tutti e tre contemporaneamente.
Vi ho incontrato per la prima volta a novembre e da lì sono seguiti diversi incontri. Siete venuti da me portando una preoccupazione condivisa da mamma e papà, per Marco, per questioni inerenti alla sua condotta a casa e a scuola e, rispetto a quest’ultima, relativamente al rendimento. Anche Marco ha riconosciuto che c’erano delle cose da cambiare. Vi siete confrontati su questi argomenti ed esito di questi scambi è stato il cartellone delle regole “la nostra settimana”. Da lì, a vostro dire, sembra che ci siano stati degli effetti positivi.
Tali esiti, tuttavia, non possono essere retroattivi e di conseguenza non potevano essere ritrovati sulla pagella di Marco, in cui c’erano i risultati di tempi precedenti, compreso il voto sulla condotta che, a dire dello stesso coordinatore di classe, da un po’ di tempo a questa parte è cambiata e il comportamento di Marco è migliorato.
Marco è un ragazzo sveglio ed intelligente e con l’aiuto di Filippo e Marina, genitori attenti, pazienti e presenti, imparerà ad usare nel modo migliore le sue risorse e capacità, per poter maturare una giusta autonomia, sapendo allo stesso tempo di poter contare sulla presenza di mamma e papà nel momento del bisogno. Per queste ragioni sarà fondamentale riuscire a guardare avanti, tutti insieme, con le spalle al passato e rivolti verso il futuro.
Sulla base di quanto scritto, ribadisco l’importanza di procedere come iniziato, con un lavoro che coinvolge tutti, ovvero alternando momenti separati con mamma e papà insieme e Marco da solo, a momenti in cui sarete tutti e tre presenti.
Vi porgo cordiali e distinti saluti
Marina mi ascolta con interesse, di tanto intanto annuisce, poi commenta dicendo di essere d’accordo, anche suo marito pensa che il 7 in condotta sia un controsenso rispetto a quello che il coordinatore aveva detto. Dice che la porterà a casa e la leggerà a cena quando ci saranno tutti.
La mezz’ora che mi soffermo con Marco è più che altro una serie di aggiornamenti. Mi parla a sua volta della pagella, i voti non lo hanno sorpreso tranne quello sulla condotta poiché sa di star migliorando e non solo sulla didattica: con l’attuale compagno di banco, “l’attaccabrighe” hanno trovato dei compromessi per non litigare, hanno diviso il banco con un pennarello, ognuno sta nella sua zona e non disturba l’altro, questa organizzazione sta funzionando infatti, fino ad ora non hanno mai litigato. Anche alle discussioni con i compagni sta cercando di non partecipare e con i professori sta cercando di essere più collaborativo, di chiacchierare di meno e stare più attento.
Rispetto alla reazione del padre non dice nulla, penso tra me che forse ad oggi la questione si è attenuata e stabilizzata.
All’appuntamento successivo sono tornati Marina e Marco da soli, anche questa volta ho ritagliato un momento con lei ed uno con lui.
Lei mi racconta della lettera. Tornata a casa l’ha consegnata a Filippo il quale l’ha letta ad alta voce alla presenza di tutti e tre. Dice che si è convinto a tornare, ma la prossima volta perché oggi doveva sistemare delle cose al lavoro visto che la domenica sarebbero partiti per la settimana bianca.
Mi sento decisamente sollevata, mi rendo conto che anch’io mi ero lasciata trascinare nel “panico da terremoto” e quindi, nella confusione del “e adesso cosa faccio?”. Le poche e chiare parole del supervisore mi hanno ridato la luce e la terra ha smesso di tremare sotto i miei piedi innanzitutto e, poi, anche sotto i loro. Filippo attraverso la lettera mi ha sentita vicina e solidale, non giudicato ma capito, inoltre, probabilmente anche per lui, così come per Marina e Marco, la rilettura temporale dei fatti ha dato una consapevolezza maggiore e restituito serenità e stabilità.
Filippo non è più mancato ad un appuntamento. È tornato in stanza con un atteggiamento completamente trasformato. Siamo tornati sui temi della coerenza educativa e ho trovato in entrambi una nuova e più viva voglia di collaborare, con me e soprattutto tra di loro.
Mi riferiscono di aver deciso di accontentare Marco nella sua richiesta di ridurre i giorni del doposcuola e per ora devono constatare che il ragazzo si sta impegnando. Studia di più e i risultati si vedono, ma la sorpresa più grande è la condotta. I professori non li stanno più chiamando, questo fa ben sperare. Anche a casa Marco sembra aver finalmente incarnato alcune regole di famiglia, non devono più dirgli di fare la doccia, né di andare a fare i compiti. Di tanto in tanto alza la testa e si riaffaccia mister Hyde, ma stanno diventando più bravi anche loro. Mi raccontano con un certo orgoglio che avevano di pari accordo minacciato Marco che se non si fosse comportato bene gli avrebbero tolto la Tv per tre giorni. Così è stato e loro sono stati bravi a fargli rispettare la punizione fino in fondo. Filippo è più sorridente e spiritoso, meno rigido ed impostato che all’inizio del nostro percorso terapeutico. Nel corso delle ultime sedute si era anche concesso di spostare il focus da Marco, attraverso delle battute, sulla moglie o meglio su di loro.
Mi dice infatti che in casa loro “per Marina, tutto ruota intorno a Marco, mai una volta che gli chiedesse tu come stai?” Lo dice sorridendo e ammiccando alla moglie che lo guarda risentita dicendo che non è vero, lui, sempre sorridendo ammette che in verità anche lui fa così, nel dirlo le tocca un braccio e la guarda con tenerezza.
In più supervisioni avevo espresso l’impressione che Marco fosse messo “in mezzo” (fisicamente e metaforicamente) dai suoi genitori per via di questioni inerenti a loro due, quindi che avessero gli occhi fissi su di lui, per distoglierli da se stessi come coppia. Anche il supervisore mi aveva detto di tenere a mente questa osservazione, ma, seguendo la linea di Haley, applicare «un controllo sul comportamento sintomatico e il pensiero alla coppia». Quindi di stare sulla loro richiesta e aiutarli sul piano genitoriale, vedendo poi nel tempo se fosse stato opportuno e qualora lo avessero richiesto, pensare ad un lavoro con la coppia.
La telefonata di lei per iniziare, quella di lui per completare
Rivedo la famiglia dopo una pausa durata due mesi per via di festività varie, ponti e di loro vacanze. Si respira un’aria diversa, un clima disteso e giocoso. Filippo e Marina si guardano non più con amarezza, ma con solidarietà e complicità. Parlano di Marco con un atteggiamento nuovo, dicono che è cambiato, in così poco tempo sembra essere finalmente cresciuto, sembra presto per dirlo, ma adesso il ragazzo è più autonomo, è sempre vivace e allegro, ma in modo meno infantile. In questo periodo infatti c’è stata la gita di classe alla quale lui non ha partecipato. Il padre non voleva che andasse, era terrorizzato all’idea che una situazione del genere portasse il figlio a mettersi nuovamente in mezzo, nuovamente nei guai e perdere quella fiducia faticosamente guadagnata da parte dei professori. Ma hanno lasciato che fosse lui a decidere e, con loro immenso sollievo, anche Marco non è voluto andare, non gli piaceva la destinazione, dov’era peraltro già stato, né la compagnia, restare a casa sarebbe equivalso a fare una piccola vacanza. In questi giorni Marco ha trascorso molto tempo con un coetaneo, è stato sorprendente, continuano alternativamente Filippo e Marina, vederlo resistere per tanto tempo a stare con un amico senza litigare, senza giocare alle risse, senza “stufarsi” o far “stufare” l’altro. Sono contenti, anche se Marina dice: «Mio figlio è dottor Jekill e mister Hyde, potrebbe trasformarsi da un momento all’altro». Filippo aggiunge che hanno paura a gioire, ma la verità è che Marco sembra aver interiorizzato realmente quello che gli hanno sempre cercato di insegnare. Mi dicono che ormai è da diverso tempo che non alzano più le mani, ogni tanto Filippo lo minaccia, ma né lui né la moglie stanno più arrivando a farlo realmente, continuano invece ad utilizzare come principale punizione la privazione della Tv che sembra metterli d’accordo entrambi.
Nella mezz’ora dedicata a Marco, questi mi ha confermato di non essere andato in gita per sua scelta, non gli andava e anche lui temeva che potesse essere messo in mezzo nei “casini” da alcuni compagni che avrebbero partecipato, con i quali ha spesso avuto delle difficoltà. Invece, il periodo trascorso a casa gli ha permesso di fare le cose che più gli piacciono, stare un po’ più tempo alla Tv, occuparsi del suo scooter, fare delle cose con mamma e papà e trascorrere molto tempo con un suo amico di classe che come lui non era andato in gita. Mi parla dei voti e della condotta, anche lui è soddisfatto di come stanno andando le cose, anche perché finalmente mamma e papà sono più tranquilli e sereni ed urlano di meno. Gli chiedo a cosa siano dovuti secondo lui questi cambiamenti, ovvero se gli vengano spontanei oppure se ci stia mettendo impegno. Mi dice un po’ l’uno un po’ l’altro. Si impegna perché così ottiene dei risultati ed è più contento lui, i genitori e anche i professori, inoltre a breve sarà il suo compleanno e spera di ricevere i regali che desidera. Ma è pur vero che si sente più sereno, la posizione dell’ultimo banco lo aiuta, mamma e papà preferivano che restasse al primo, ma si è reso conto che avendo la classe alle spalle era troppo forte il desiderio di girarsi per vedere cosa succedeva e si distraeva. Dall’ultimo posto invece ha la classe davanti, per questo, per poter chiacchierare, è chi sta avanti che dovrebbe girarsi. Insomma, da lì riesce a concentrarsi meglio e quindi ad ascoltare e avere più facilità poi nello svolgimento dei compiti.
Mi rendo conto che il circuito di cui parlavano Filippo e Marina, dove la negligenza di Marco provocava la loro reazione di urla e botte, sembra essersi invertito e camminare ora nella direzione giusta, Marco sta dimostrando maggior autocontrollo e così facendo ha ottenuto maggior autonomia (per esempio andando due volte anziché quattro al doposcuola), Filippo e Marina hanno meno ragioni per arrabbiarsi e quindi urlano di meno e allo stesso tempo sono più pazienti con lui; un altro elemento di fondamentale importanza è stato per i due genitori l’aver trovato una linea educativa che mette d’accordo entrambi, così facendo camminano insieme, non si contraddicono né vanificano l’intervento educativo dato dall’altro, e hanno anche trovato maggior potere nella gestione del figlio.
Porto questa seduta al supervisore, finalmente non per via di difficoltà incontrate, ma per condividere la sensazione che la terapia stia andando verso una conclusione. Il professore riflette ad alta voce, condividendo con me il fatto che sembra che Marco stia trovando delle sue strategie personali, diverse da quelle di mamma e papà, ma essendo sue risultano essere più efficaci.
Per quanto riguarda i genitori, la terapia familiare sembra essere effettivamente giunta ad una conclusione, per questo ora le possibili strade che potrebbero aprirsi sono due:
1. i temi si spostano sulla coniugalità, in tal caso dovrò pensare ad un lavoro sulla coppia;
2. rotto un circolo vizioso, grazie all’adattamento positivo di tanti aspetti familiari, potrebbe avvenire spontaneamente anche il superamento del conflitto di coppia [4]. In tal caso congederò la famiglia fissando un colloquio di follow-up.

A pochi giorni dall’appuntamento con la famiglia, ricevo una telefonata che mi ha sorpreso, ma soprattutto spiazzata e commossa.
È Filippo, mi dice di avermi scritto un lungo messaggio ma di non essere riuscito ad inviarlo proprio perché troppo lungo. Mi informa che non potranno esserci per il nostro appuntamento e che in realtà hanno diverse difficoltà legate al lavoro di entrambi anche per tutto il resto del mese, poi Marco dovrà partire per il campo scuola e per questo ci teneva a parlarmi per telefono. I cambiamenti di Marco persistono e non solo, in questi giorni era stato alla sua scuola e per la prima volta ne era uscito con le lacrime agli occhi, non per la delusione ma per la gioia. I professori erano entusiasti, i voti di Marco sono tutti migliorati, me ne elenca alcuni, 8 in storia, 9 in spagnolo, 7 in inglese (la materia in cui aveva più difficoltà). Anche il comportamento è finalmente un altro. Mi ringrazia, mi dice che voleva condividere tutto ciò con me perché se Marco è migliorato è anche merito della terapia. Mi dice di aver apprezzato molto ciò che ho fatto per loro, sia lui che sua moglie. Lo ringrazio a mia volta, in difficoltà su cosa dire, mi limito a complimentarmi con Marco per i buoni risultati e con loro per il buon lavoro fatto per il bene del figlio. Lo ringrazio per avermi aggiornata e avvisata delle loro difficoltà a venire e gli propongo un appuntamento a distanza di qualche tempo per poterci salutare di persona e vedere se questi cambiamenti persistono.
Inutile dire che sentir parlare così Filippo mi ha emozionata tantissimo, anche ora che scrivo mi viene da commuovermi. Proprio lui da cui mi sentivo giudicata, svalutata, proprio lui che non voleva venire prima e che voleva interrompere poi, proprio lui che non credeva nella terapia mi restituiva un feedback così positivo del lavoro fatto insieme. Rifletto sulle due possibilità ipotizzate dal professore sul seguito della terapia e penso di trovarmi davanti alla seconda porta, nelle ultime sedute ho percepito un clima più disteso anche nella coppia e da questa telefonata ho avuto la conferma che il nostro cammino insieme si è concluso e che da oggi in poi Filippo, Marina e Marco continueranno ad andare avanti da soli. Sarà una strada fatta di scosse ed assestamenti e so che il volto del dottor Jekyll riprenderà talvolta le sembianze di mister Hyde, insomma, non saranno sempre rose e fiori, ma credo che la famiglia Verdini conosca oggi le proprie capacità e risorse e saprà affrontare tutto ciò a testa alta. Ora sa che, solo agendo come una squadra, in cui ognuno gioca un ruolo diverso ma ugualmente importante, potrà vincere ogni sfida della vita.
CONCLUSIONI
Al termine di questo lavoro, guardando a ritroso nel tempo, nel mio tempo di allieva alla fine del percorso formativo e al termine del processo terapeutico della famiglia che ho seguito, rifletto sui cambiamenti avvenuti, in me e in loro: sono tanti e sono vari, sicuramente sono evolutivi.
Mi si figura in mente un sentiero di montagna. Mi piace molto camminare e per questo, quando mi si presenta la possibilità, non ci penso due volte ad iniziare una bella scarpinata tra i boschi. Non penso alla fatica che mi comporterà né agli imprevisti che si potrebbero verificare e mai e poi mai immagino di potermi perdere. Inevitabilmente mi stanco, mi imbatto in imprevisti, mi perdo. Ma questo rende l’avventura più interessante e ritrovare la via e arrivare alla fine del percorso diventa ancora più entusiasmante e gratificante.
Così è stata la mia crescita di allieva, una strada seguita sicuramente con grande entusiasmo ma dove non sono mancati momenti di smarrimento e fatica e così è andata con la famiglia Verdini. Ho iniziato questa terapia dicendo tra me e me: «Ormai un po’ di esperienza l’ho maturata, cosa potrà mai accadere?». E mi sono buttata a capofitto, accogliendo i pazienti e iniziando con loro a camminare.
Lungo la via, mi sono affaticata, spesso mi sono guardata intorno confusa, non sarei mai tornata indietro ma più volte ho faticato ad andare avanti, anche perché temevo che passo dopo passo il rischio sarebbe stato quello di perdermi. Per questo sono lieta di aver potuto usufruire di un’impeccabile bussola, il mio supervisore, che mi ha aiutata sempre a ritrovare il sentiero e mi ha impedito di perdermi e di perdere, con me, la famiglia.
La strada fatta è stata tanta, è stata impegnativa ma alla fine siamo arrivati in vetta e il panorama visto da lassù ha ripagato tutta la fatica, anzi, mi porta quasi a dimenticare i momenti di stallo o di difficoltà.
Ho amato, odiato e poi nuovamente amato i Verdini, oggi quando penso a loro sorrido. Penso di poter concludere questa tesina citando una frase di Whitaker che sento mia: «Una famiglia che vale la pena curare è anche una famiglia che vale la pena di amare e la separazione sarà un dolce rammarico»[5].
BIBLIOGRAFIA
1. Haley J. La terapia del problem solving. Nuove strategie per una terapia familiare efficace. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1985.
2. Piaget J. Il giudizio mentale del bambino e altri studi di psicologia. Torino: Einaudi, 1967.
3. Minuchin S. Famiglie e terapia della famiglia. Roma: Astrolabio-Ubaldini, 1976.
4. Haley J. Il distacco dalla famiglia. Roma: Astrolabio-Ubaldini, 1983.
5. Whitaker CA, Bumberry WM. Danzando con la famiglia. Un approccio simbolico-esperienziale. Roma: Astrolabio-Ubaldini, 1989.
BIBLIOGRAFIA di riferimento
– Cancrini L. La psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1987.
– Colacicco F. La mappa del terapeuta. Roma: Scione, 2013.
– Critchfield KL, Benjamin LS. Rappresentazioni interne delle prime esperienze interpersonali e delle relazioni in età adulta: verifica della Teoria dei Processi di Coppia nei setting clinico e non clinico. Ecologia della Mente 2011; 34: 182-208.
– Napier AY, Whitaker CA. Il crogiolo della famiglia. Roma: Astrolabio-Ubaldini, 1981.
– Watzlawick P, Beavin JH, Jackson DD. Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Roma: Astrolabio-Ubaldini,1971.