La teoria dello schema secondo Piaget,
le neuroscienze e l’epistemologia sistemica

Olivier Real del Sarte1


Per poter fruire dei progressi più importanti delle neuroscienze nella conoscenza del funzionamento del cervello ed evitare discorsi che riducono spesso il vissuto psicologico alle reti neuronali, è necessario un livello teorico tra le due istanze. Dalla nostra prospettiva piagetiana questo livello è quello dello schema, software che è al tempo stesso un’entità materiale. Lo schema, aprendosi o attivandosi, apre automaticamente (come un pilota automatico) un processo di significato (funzione logica) che si inscrive (si realizza a più livelli) materialmente nelle strutture neurofisiologiche (funzionamento organico) dell’individuo.
Questa prospettiva dello schema si ricongiunge a quella che ho sviluppato nel mio libro “La coppia coopera?” (Alpes Italia, 2014), all’interno del quale definiamo nel nostro glossario lo schema come «una forma di servomeccanismo o pilota automatico “psicocibernetico” al quale è delegata la guida dei riflessi automatici delle azioni dell’individuo nello svolgimento dei compiti quotidiani a livello dei comportamenti e dei pensieri». Lo schema rappresenta quindi lo strumento che chiamiamo la «guida del comportamento dell’individuo attraverso i suoi valori: l’istinto, il prassico (le emozioni e gli automatismi senso-motori e semiotici), i riflessi». La funzione di questa guida è quella di realizzare l’equilibrio adattivo dell’individuo tanto nel qui ed ora (sincronico e regolatore) quanto nell’evoluzione (diacronica e di crescita).
La teoria dello schema (o delle abitudini di Luc Isebaert) ci permette di sfumare alcune affermazioni “neuroscientifiche”: così, non è l’amigdala che riconosce una minaccia per l’individuo nell’ambiente circostante, ma lo schema di assimilazione acquisito dall’individuo che riconosce o scopre una situazione pericolosa ed attiva l’amigdala per valutarla. L’informazione si trova nei circuiti dei neuroni sottoforma di comando, cioè di una segnaletica predisposta in particolare a livello delle interazioni attivatrici o inibitrici tra le sinapsi. È questa segnaletica a essere letta dagli schemi senso-motori o senso-operatori del soggetto. Lo schema è uno strumento di lettura e di organizzazione dell’esperienza intra ed intersoggettiva ed è attraverso la decodifica di quest’ultima che lo schema la scrive e l’inscrive nelle reti neuronali del cervello.
Dall’interno di questa teoria dello schema non ci troviamo in una prospettiva di eliminazione della traccia del trauma, della ferita relazionale. Non si cancella uno schema come non si elimina un’abitudine indesiderata affrontandola di petto. Se non si riesce ad eliminare uno schema si può, invece, diminuire la sua priorità di accesso attivando alternative che permetteranno all’individuo di riprendere il percorso della sua psicogenesi, del suo equilibrio, tanto a livello sincronico che diacronico. Nel nostro lavoro con le coppie, la tregua caratterizzata dai primati è l’attivazione di uno schema alternativo alla guerra senza mediazioni degli antagonismi o rapporti di forza dei due partner della coppia. Con il lavoro di Luc abbiamo molteplici esempi di attivazione di schemi alternativi al rapporto di forza, agli antagonismi del soggetto con se stesso: concentrando l’individuo sulle sue competenze, reindirizza e attiva l’attenzione del soggetto dal linguaggio dei problemi (la lotta contro le abitudini indesiderate) al linguaggio delle soluzioni (i comportamenti desiderati). La nostra prospettiva permette, quindi, di unificare il livello intra ed intersoggettivo, mentre i discorsi neuroscientifici rischiano di farci perdere il contatto con l’ecosistema dell’individuo, come se quest’ultimo si riducesse alle sue istanze cerebrali ed al loro funzionamento o disfunzionamento. Questa teoria dello schema ci introduce nella prospettiva del torneo ecologico ed evoluzionistico degli schemi. Abbiamo un’unica macchina per l’esecuzione somatica degli schemi ed un gran numero di schemi candidati a prenderne il controllo. Questi schemi non possono quindi che risultare in conflitto tra di loro. È solo la fine di questo torneo che può permettere il prosieguo o la ripresa del processo di equilibrio (evolutivo e diacronico) dell’individuo.
Su questi temi mi sembra particolarmente importante oggi il contributo di Luc Isebaert (Alliance thérapeutique et thérapie brève. Le model de Bruges. Toulouse, Éditions érès, 2015), che ha voluto farmi l’onore di chiedermi di scrivere l’introduzione all’edizione francese del suo libro. Spero di riuscire a trasmettere al lettore il mio entusiasmo alla lettura di questo testo, innovativo ed attuale, che offre al tempo stesso delle piste di riflessione e delle indicazioni pratiche nel campo della terapia sistemica. Ritrovo, in questo testo, l’eco degli scambi sia a livello di pratica clinica sia a livello epistemologico, che ho avuto il privilegio di avere con lui durante i lunghi anni all’interno del CERFASY (Centre de Recherches Familiales et Systémiques) a Neuchâtel e della Fondazione Jean Piaget a Ginevra, in compagnia del professor Guy Cellérier e di Jean-Jacques Ducret.
La fantasia e l’originalità di Luc, insieme al suo rigore scientifico ed alla sua vasta cultura, mi autorizzano a sostenere le mie idee ricorrendo alla metafora. Mi permetto quindi di dare una versione riassunta della favola dei “ciechi e degli elefanti” raccontata da Idries Shah nei suoi racconti dervisci:
Un re molto potente aveva stabilito un campo nel deserto nei pressi di una cittadina in cui tutti gli abitanti erano ciechi. Possedeva un elefante molto grande che impressionava fortemente questi soggetti. I membri di questa comunità di ciechi fremevano per vedere l’elefante e si precipitavano disordinatamente a scoprirlo. Poiché non conoscevano né la forma e nemmeno i contorni dell’elefante, lo tastarono alla cieca, raccogliendo informazioni, toccando le varie parti dell’animale. Ognuno credeva di aver scoperto qualcosa perché aveva potuto sentirne una parte. Quando tornarono dai loro concittadini, furono immediatamente accerchiati da gruppi avidi di sapere. Interrogarono l’uomo la cui mano aveva toccato l’orecchio. E quest’uomo affermò: “È una cosa grande e rugosa, larga come un tappeto”, quello che aveva toccato la proboscide esclamò: “Io so dove aggrapparmi. Somiglia ad un tubo dritto e vuoto, orribile e distruttore”. “È potente e fermo come una colonna”, disse a suo turno colui che aveva toccato le zampe…
In breve, senza passare in rassegna tutti i dettagli di quello che ciascuno aveva potuto apprendere, possiamo dire che ognuno aveva scambiato la parte con il tutto. Quello che loro esprimevano raccontava i loro schemi di assimilazione più che il soggetto che desideravano descrivere. La realtà con la quale si erano confrontati non poteva essere raggiunta se non attraverso il mettere in relazione i loro diversi schemi di assimilazione. La sola oggettività che poteva essere raggiunta altro non era che un’oggettività per intersoggettività. Dalla creazione della corrente sistemica in terapia a metà del secolo scorso, i sistemici si sono mostrati prolissi di modelli che vorrebbero catturare la complessità dei diversi elementi della realtà (l’elefante!) con la quale si sono confrontati. È questo un meccanismo euristico fecondo a condizione che si accetti la prospettiva di una interazione funzionale e dinamica dei modelli sistemici nella misura in cui, come ci dice Jean Piaget in “Biologia e Conoscenza”: «Si fa del nuovo a partire dal noto e si rinnova il noto con il nuovo».
Abbiamo attualmente una sfida epistemologica rilevante per poter integrare le scoperte stimolanti che le neuroscienze ci portano, a ritmi accelerati, nel campo della terapia. Se sfogliamo la letteratura sull’argomento possiamo constatare un rischio di riduzionismo causale e lineare di vissuto psicologico sulla neurofisiologia, come se il soggetto si riducesse al suo cervello. Un esempio paradigmatico di questo rischio di riduzionismo si può ravvisare nell’infatuazione che spiegherebbe gli angoli della vita psichica tramite i neuroni a specchio. Questi ultimi certamente giocano un ruolo importante in molti apprendimenti senso-motori, ma la complessità della nostra intersoggettività non può essere ridotta a essi. Dal nostro punto di vista, che si ispira all’epistemologia piagetiana, non ci possono essere relazioni causali tra le reti neuronali dei diversi centri di attività del cervello (il materiale) ed il vissuto psicologico (il software). Il corpo e lo spirito sono in effetti due livelli di descrizione diversi di una stessa realtà ontologica: il soggetto umano.
Questa visione unificata del soggetto umano la ritroviamo nella teoria delle abitudini di Luc Isebaert. Le abitudini denotano le strutture seguenti che implicano tre livelli: il logos (il pensiero riflessivo e gli automatismi semiotici); il pathos (il livello delle emozioni); ed il terzo suddiviso in due: l’èthos quale aspetto morale ed etico dell’abitudine e l’èthos quale aspetto etologico automatizzato, comportamentale dell’abitudine. Queste tre strutture funzionano in modo congiunto, anche se nel corso del processo terapeutico un livello sarà privilegiato secondo il contesto, perché il contesto (o oikos) rappresenta un quarto elemento fondamentale del funzionamento circolare interattivo di questo dispositivo. Questo livello di funzionamento delle abitudini, che cattura la fenomenologia tanto mentale quanto senso-motoria della condotta psicologica, può essere descritto a livello della realizzazione neurofisiologica con l’interazione congiunta delle zone del sistema nervoso centrale (corteccia, encefalo limbico, tronco cerebrale e midollo spinale) e del sistema nervoso periferico (sistema simpatico e parasimpatico).
Non possiamo evitare di collegare a diversi livelli la teoria delle abitudini di Luc alla teoria degli schemi di Piaget, che, come la teoria delle abitudini propone, si afferma come livello teorico che ci permette di integrare il contributo attuale delle neuroscienze in modo non riduzionista. Essa rappresenta anche una finestra su una teoria di valori che mette in evidenza la pertinenza funzionale dell’approccio di Luc alla terapia. La costruzione dello schema piagetiano è la risultante evolutiva delle interazioni continue e reciproche quanto dirette dei tre sistemi di valori fondamentali che costituiscono l’architettura psicologica del soggetto: l’etologia (gli istinti ed i riflessi), il prassico (le emozioni e gli automatismi senso motori e semiotici) e il riflessivo. Come nella teoria di Luc, ognuno di questi sistemi deve poter subordinare gli altri alle funzioni da compiere. Ognuno di loro infatti può in questo modo giocare due ruoli: di superiore e di subordinato. La relazione che unisce i due sistemi è quella che chiamiamo, con W. McCulloch, “l’eterarchia” (una gerarchia instabile); le differenti organizzazioni gerarchiche che prendono forma nel corso del processo terapeutico sono, infatti, sempre provvisorie e fluttuanti. Ogni subordinata deve in effetti poter riprendere il controllo come superiore, quando gli interessi vitali sono minacciati. È quello che rende possibile il fatto che di fronte a determinati eventi, l’attività di pianificazione e di anticipazione riflessiva può arrivare a subire delle rotture, delle inibizioni e delle interruzioni critiche. È quello che succede in modo evidente nelle situazioni traumatiche in cui possiamo assistere ad un’inibizione funzionale dell’attività rappresentativa e simbolica a vantaggio di un’attività senso motoria (etologica) del soggetto per il quale è più utile fuggire, attaccare o sottomettersi piuttosto che riflettere e pianificare… Questa prospettiva “eterarchica” del funzionamento psicologico ci sembra un punto centrale nella teoria delle abitudini di Luc. In rapporto alle abitudini prese che ci impedirebbero di scegliere o in rapporto ai comportamenti sintomatici dai quali abbiamo la convinzione che «non possiamo scegliere di non scegliere», l’obiettivo di questo modello terapeutico centrato sulle competenze «è quello di aiutare i pazienti a poter scegliere di scegliere, a sentirsi di nuovo liberi di esercitare il loro libero arbitrio…».
Attraverso questo legame tra l’epistemologia piagetiana, la mia pratica di clinico e le elaborazioni teoriche e cliniche di Luc Isebaert, spero di aver mostrato in parte l’importanza e la ricchezza – nell’ambito sistemico – dei due estremi di una questione troppo spesso presentati come incompatibili: l’elaborazione epistemologica e la pratica clinica.