Roba da matti: storie di pazienti di una comunità psichiatrica

Federica Giusti1, Sara Pellegrini1, Chiara Testi1, Gianmarco Manfrida2



«We’re just two lost souls
swimming in a fish ball year after year
running over the same old ground
what have we found?
The same all fears»
Pink Floyd



Riassunto. Questa indagine qualitativa si sviluppa come una disamina in progress delle storie di vita degli ospiti di una comunità psichiatrica. L’obiettivo è quello di cogliere, attraverso un’intervista, eventuali analogie e discrepanze nel racconto degli utenti della struttura rispetto a eventi di vita salienti quali l’esordio della sintomatologia e l’ingresso nella struttura. Il fine è quello di valutare il rapporto tra ciclo di vita, decorso clinico della patologia del campione e letteratura di riferimento. Sul piano metodologico, la raccolta dati avviene attraverso un’intervista semi-strutturata che mette in evidenza gli elementi narrativi e simbolici e che utilizza le variabili del Cronogramma. Questo strumento, particolarmente adeguato agli obiettivi dell’indagine, pone l’accento sul fattore tempo, tenendo conto dell’influenza che gli eventi di vita “normativi” e “non normativi” hanno nella narrazione della storia.

Parole chiave. Cronogramma, storia psichiatrica, discrepanza, narrazione, ciclo di vita.


Summary. Crazy stuff: stories of patients in a psychiatric community.
This qualitative inquiry is developed as an examination in progress of life stories of mental home guests. The goal is to point out, with an interview, similarities and differences in life stories of guests, in particular in connection with important life events like the onset of symptoms and admission into the psychiatric facility. The aim, considering scientific literature on the subject, is an evaluation of correspondences between life cycle and clinical course of disease. The semi-structured interview, used for data gathering, highlights narrative and symbolic elements and refers to variables connected by the Chronogram. The Chronogram is a tool particularly adequate to the aims of this investigation, because it emphatizes the “time factor” and the influence in story-telling of “regulatory” and “non-regulatory” life events.
Key words. Chronogram, psychiatric disease, discrepancy, storytelling, life cycle.
Resumen. Cosas locas: historias de pacientes de una comunidad psiquiátrica.
Esta investigación cualitativa se desarrolla como una investigación de las historias de vida de las personas ingresadas en una comunidad psiquiátrica. El objetivo es analizar, a través de una entrevista, las similitudes y las discrepancias en las historias de vida de los pacientes respecto a acontecimientos importantes como la aparición de los síntomas y el ingreso en la comunidad, para evaluar la relación entre el ciclo de la vida, la evolución clínica de la enfermedad y la literatura de referencia. En cuanto a la metodología, la recopilación de datos se realiza a través de una entrevista semi-estructurada que pone de relieve los elementos narrativos y simbólicos referidos a las variables del Cronograma. Esta herramienta es particularmente coherente con los objetivos de nuestra investigación porque está centrada en el “tiempo”, teniendo en cuenta las influencias que los acontecimientos de la vida “normativos” y “no normativos” tienen sobre los cuentos individuales.

Palabras clave. Cronograma, enfermedad psiquiátrica, discrepancia, narración, ciclo de vida.
PREMESSA
Questo lavoro nasce dall’esigenza di conoscere quelle che sono le storie di vita di soggetti psichiatrici istituzionalizzati.
Il narrare e il narrarsi, come si evince dalla letteratura, agiscono come attività liberatorie ed organizzatrici, e sono state già ampiamente utilizzati in contesti di natura differente [1].
OBIETTIVO E METODOLOGIA DI INDAGINE QUALITATIVA
L’obiettivo del lavoro è quello di cogliere, attraverso un’intervista, eventuali analogie e discrepanze [2] nei racconti degli utenti di una struttura psichiatrica residenziale, rispetto a eventi di vita salienti quali l’esordio della sintomatologia e l’ingresso nella struttura.
Il fine è quello di valutare il rapporto tra ciclo di vita e decorso clinico della patologia del campione.
L’indagine è di tipo qualitativo, pertanto, non si pone come un progetto di intervento, bensì come una descrizione dello status quo, una disamina in progress delle storie di vita di pazienti istituzionalizzati.
Sul piano metodologico, la raccolta dati avviene attraverso un’intervista semi-strutturata che mette in evidenza gli elementi narrativi e simbolici e che utilizza le variabili del cronogramma (cronos: tempo, gramma: peso). Quest’ultimo [3] è uno strumento di lettura utile sia in ambito clinico, sia di ricerca che utilizza il tempo come epistemologia di base e come chiave di lettura delle storie familiari e terapeutiche. Esso, infatti, può offrire spunti di riflessione per la ricerca di connessioni nella storia di vita del paziente, di ordine temporale, relazionale e transgenerazionale e si presenta, quindi, particolarmente adeguato agli obiettivi della nostra indagine, in quanto pone l’accento sul fattore tempo, tenendo conto dell’influenza che gli eventi di vita hanno nella narrazione della storia. Quanto detto si traduce sul piano operativo in un software strutturato in due parti: la prima parte, il cronogramma, con la quale si inseriscono i dati della storia; la seconda parte, la cronografia, attraverso la quale si ottiene una rappresentazione grafica dei dati inseriti [4].
L’intervista è suddivisa in due diverse parti: la prima riguarda più direttamente l’ospite e gli eventi che hanno caratterizzato la sua vita, ponendo l’attenzione anche ai significati emotivi, simbolici, nonché relazionali. La seconda parte verte sulla storia della sua famiglia, spingendosi verso il trigenerazionale, considerando, anche stavolta, i significati emotivi, simbolici e relazionali.
La conduzione dell’intervista è affidata a due somministratori. La particolarità della somministrazione di coppia è che, mentre un somministratore segue pedissequamente la scaletta dell’intervista, l’altro fa particolare attenzione alle eventuali discrepanze e all’aspetto relazionale-emotivo-simbolico di ciò che viene narrato. L’attenzione è rivolta, in primo luogo, ai “sottomondi sociologici” [5], aree di realtà socialmente condivisa parallele alla vita quotidiana dominante, ma che con questa contrastano per alcuni elementi che sfuggono alla coscienza del narratore, appunto le discrepanze. Queste ultime possono rivelarsi attraverso il non verbale, il lapsus, il sogno, i deliri, ecc. [2]. In secondo luogo, è stata data rilevanza agli “eventi” così come intesi nel cronogramma [3,4], ovvero espressione di un fatto che può essere prevedibile/non prevedibile; scelto/non scelto e, infine, normativo/non normativo.
La ricerca è stata condotta all’interno di una struttura residenziale assistita, ubicata nella zona della Valdera, in provincia di Pisa, rivolta esclusivamente a pazienti con diagnosi di disturbo psichiatrico grave. Il gruppo degli ospiti coinvolti nella ricerca è formato da 16 ricoverati, di cui 2 non hanno voluto rispondere alle nostre domande per motivi di privacy. Dei 14 partecipanti rimasti, 7 sono maschi e 7 femmine. Come si vede dal grafico sottostante, il nostro campione ha un’alta variabilità di età, compresa tra i 21 e i 71 anni (Figura 1).
Anche la durata della degenza nelle varie strutture è variabile e va da pochi mesi a più di dieci anni. Nel grafico sottostante è indicata l’età del primo ingresso in strutture di salute mentale, i dati sono trattati in modo cumulativo e vediamo come la maggior parte degli utenti ha avuto un primo ingresso in struttura prima dei 30 anni (Figura 2).
Altri dati significativi nella descrizione del campione riguardano la scolarità che, come si evince dal grafico a torta, è medio-bassa, con solo 3 utenti che hanno frequentato la scuola superiore prendendo il diploma (Figura 3).
Da un’analisi più approfondita, ma sempre qualitativa, del campione emergono tre elementi che si ripetono nelle storie dei nostri utenti:
1. la presenza di violenza, maltrattamenti e trascuratezza: il 64% degli intervistati racconta di aver subito, sia all’interno della famiglia di origine che in altri contesti significativi, tipi di maltrattamenti vari per forma e gravità. Alcuni raccontano di episodi di violenza fisica e psicologica;
2. il senso di impotenza espresso nei racconti sia del presente che del passato: per quello espresso nel presente, un dato rilevante ci sembra essere quello per cui solo 5 utenti raccontano eventi della vita trascorsa in struttura nonostante nel questionario ci siano domande espressamente inerenti al presente;
3. la convergenza di eventi traumatici non normativi e non scelti [3-4].






RISULTATI: TRE STORIE DI VITA ESEMPLIFICATIVE
Riportiamo in dettaglio tre casi che ci sono sembrati significativi. Per ciascun caso è stata inserita una tabella basata sulla cronografia del cronogramma [3,4] con gli eventi più salienti suddivisi per anni. Le caselle colorate in grigio scuro rappresentano gli eventi non normativi, mentre quelle riquadrate in nero rappresentano gli eventi non scelti. Come si può vedere alcuni eventi, ma non tutti, sono descritti sia come non normativi, sia come non scelti.
Caso I
D.D. è un uomo di 50 anni, celibe, ultimo di quattro figli (due femmine e due maschi) appartenente ad una famiglia di origine contadina. Dalla provincia di Matera, all’età di 11 anni, raggiunge il padre in Svizzera con la madre e due fratelli, la sorella maggiore li raggiungerà in un secondo momento. Rimangono in Svizzera fino al 1977 (D.D. ha allora 15 anni), anno in cui rientrano in Italia, più precisamente in un paese nella provincia di Pisa. La descrizione dell’infanzia è caratterizzata da scarsa attenzione da parte della famiglia allo stato di salute fisica (lavori fisicamente pesanti, mancanza di cure mediche) e affettivo-emotiva (totale mancanza nel racconto di relazioni affettive accoglienti). D.D. racconta di “essere malato di cervello” dall’età di 19 anni, ossia da quando svolgeva il Servizio di Leva Militare Obbligatorio negli incursori. Racconta di aver subito episodi di nonnismo, a seguito dei quali è stato ricoverato con TSO per la prima volta. Afferma che, se non ci fosse stato il servizio militare, lui adesso sarebbe “normale”, intendendo con questo, che avrebbe avuto una bella moglie che gli avrebbe voluto bene e dei figli, oltre che un lavoro. Subito dopo, però, cambia il tono di voce, si fa più serio, e dice che, forse, anche senza il militare, non sarebbe cambiato niente, che si sarebbe ammalato lo stesso e che, di sicuro, c’entra la morte del fratello B.D., avvenuta nel 1980, per suicidio. D.D. afferma che la morte del fratello lo ha cambiato. Dopo questi eventi (il nonnismo e il suicidio del fratello), D.D. inizia un percorso trentennale di TSO e Case Famiglia, gli viene tolta la patente per abuso di alcol e, nel 2007, viene inserito in una RSA per pazienti psichiatrici nelle colline pisane, anche a causa della dipendenza da gioco d’azzardo (slot machine). Nel dicembre 2011 viene trasferito nella RSA dove è stata condotta la ricerca, con diagnosi di “Disturbo schizoaffettivo e disturbi alcol-correlati”. Prima del ritiro della patente e dell’istituzionalizzazione, D.D. aveva avuto una serie di lavori da dipendente, definendosi lui stesso “un gran lavoratore, come tutta la sua famiglia”. Ad oggi il sogno sarebbe quello di poter uscire dalla RSA, andare a vivere in un appartamento (gestito dai Servizi) e poter iniziare a lavorare di nuovo, sperando di incontrare una compagna.
Commento
Come si evince dalla storia riportata in Tabella 1, il periodo 1980-1981 è contraddistinto da due eventi, entrambi non scelti e non normativi, nella fattispecie le violenze dei commilitoni e il suicidio del fratello, che si caratterizzano come eventi di rottura rispetto al passato. Dal 1980 in poi, infatti, inizia la sequenza di ricoveri e TSO, culminati nell’istituzionalizzazione del 2007.  
Gli eventi descritti prendono forma all’interno di un quadro, sin da subito, caratterizzato da trascuratezza e scarsa affettività.



Caso II
D.E. è una donna di 53 anni, divorziata, terza di sei figli (due femmine e quattro maschi), appartenente ad una famiglia di operai, di origini salernitane. Descrive la sua infanzia, come quella di una bambina triste, oppressa e con dei complessi di inferiorità rispetto alle altre ragazze, in particolare perché è sempre stata impaurita dal sesso, visto in famiglia come “un tabù”. D.E. riferisce di aver subito violenze da parte del padre, che picchiava entrambe le figlie femmine perché “era molto geloso”, non voleva che avessero rapporti con i ragazzi. Le violenze del padre si acuiscono quando D.E. incontra il futuro marito, di origini calabresi, e per questo non ben visto dal padre. Nel 1979 i due fuggono in Toscana, nella provincia di Lucca, ma ben presto anche il marito si rivela un compagno geloso e violento. In quel periodo nasce la prima figlia e la situazione coniugale non migliora, anzi, aumentano le trascuratezze sul piano materiale (vengono lesinati i soldi per la spesa) ed affettivo (frequenti percosse). Nel 1982 D.E. subisce un aborto spontaneo. Circa tre anni dopo si separa dal marito, perché lui inizia una relazione con un’altra donna. In questo periodo (1985) D.E. afferma di “essersi sentita male perché la padrona di casa le faceva i dispetti”. Nel 1994, a seguito di un rapporto occasionale, rimane incinta della seconda figlia, da subito presa in carico dai Servizi Sociali e data in adozione. Nel 1995 viene ufficializzato il divorzio. Nello stesso periodo, dopo la seconda figlia e la fine legale del matrimonio, iniziano i ricoveri nelle strutture. L’ingresso nella RSA in cui è stata condotta la ricerca avviene nel 2005 con diagnosi di “Psicosi schizo-affettiva e disturbo bipolare psicotico”.
Commento
Nella cronostoria (Tabella 2) di D.E., sono da segnalare due momenti significativi rispetto all’insorgenza della sintomatologia: il 1985 e il 1994-95, caratterizzati da eventi non normativi e non scelti, quali il tradimento da parte del marito e screzi con il vicinato, in un primo momento; la presa in carico, da parte dei Servizi, della seconda figlia e la formalizzazione del divorzio, quasi dieci anni dopo.
Se è vero che nel 1994-95 si evidenzia una rottura con il passato, caratterizzata dall’inizio di una successione di ricoveri, terminati nell’istituzionalizzazione del 2005, è anche vero che tali eventi si radicano in un terreno saturo di trascuratezza, relazioni anaffettive e violenza, vissute prima nella famiglia d’origine e, poi, nella relazione coniugale.



Caso III
M.O. è una donna di 71 anni, divorziata, figlia di una famiglia di metalmeccanici, con un fratello maggiore. Il padre, descritto come una brava persona e affettuoso, viene a mancare nel 1945, quando lei ha 4 anni. Racconta un’infanzia caratterizzata da violenze sia fisiche che verbali da parte della madre. Dice: “Da bambina mi prendeva a botte perché non bastava da mangiare”, e aggiunge: “La mamma non era buona, ha ammazzato sua figlia, l’ha mandata a morire in ospedale”, riferendosi probabilmente a se stessa.
A 18 anni si fidanza col futuro marito e nel 1961 si sposa, ma vivendo questo fatto come un’imposizione della madre. Non è un matrimonio felice perché “lui non è l’uomo per lei”, usa spesso violenza e la costringe a lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia. Anche la maternità è vissuta come una costrizione: il primo figlio nasce nel 1963 e altre due gemelle nel 1965, quasi in concomitanza con la prima ospedalizzazione avvenuta nel 1966.
Nel 1969 il matrimonio finisce e la vita di M.O. è scandita da numerosi ricoveri in diversi istituti psichiatrici. L’ingresso nella RSA in cui è stata condotta l’intervista risale al 2002, con diagnosi di “Disturbo Psicotico caratterizzato da comportamenti bizzarri, turbe del corso e del contenuto del pensiero e fenomeni allucinatori”. In seguito alla sua più recente istituzionalizzazione, intrattiene relazioni, seppur ambivalenti, solo con un figlio.
Commento
La vita di M.O. (Tabella 3) è caratterizzata già dai 4 anni da un evento non normativo, non scelto e traumatico, quale la morte prematura del padre. A questo episodio fanno seguito altri eventi normativi, ma non scelti, quali il matrimonio e la nascita dei figli, che sembrano funzionare da aggravanti di una condizione psicologica già di per sé fragile. Il progressivo peggioramento, esacerbato dall’interruzione di un lavoro ritenuto gratificante e dalle gravidanze non volute (1963-1965), la conduce all’istituzionalizzazione.



DISCUSSIONE
L’esperienza istituzionale totalizzante pare snodarsi (o meglio annodarsi!) attraverso storie di vita che hanno caratteristiche proprie, in cui il tempo e lo spazio sembrano subire una battuta d’arresto. Se il tempo appare vissuto come un eterno passato, come si evince, ad esempio, dal fatto che siano rari i racconti di vita successivi all’ingresso in struttura, anche lo spazio relazionale e affettivo risulta rigido. Questo emergeva già con particolare evidenza in un’indagine di Manfrida relativa al Disegno Simbolico dello Spazio Vitale DSVF [6] in soggetti ricoverati da molto tempo in ospedale psichiatrico. Il DSVF consiste nel far disegnare all’interno di un cerchio, che delimita simbolicamente lo spazio familiare, piccoli cerchi che rappresentano se stessi e le altre persone significative, avendo cura di collegarli con segni grafici vettoriali diversi in base alla qualità della relazione. In queste rappresentazioni grafiche non vi era necessariamente accordo tra le famiglie rappresentate dagli utenti e quelle reali; ad esempio, nei disegni venivano inseriti membri defunti, in quanto significativi, e non venivano inseriti invece membri viventi. Ciò sembra confermare in soggetti cronicizzati e istituzionalizzati un’atemporalità dell’immagine familiare, fissata in un certo periodo e vissuta sempre al presente.
Le indagini relative ai lungodegenti di strutture psichiatriche ci suggeriscono l’immagine di una bolla all’interno della quale, in conseguenza di un incantesimo, i luoghi e i personaggi sono bloccati, e solo il paziente si muove a vuoto intorno ad essi in un tempo sospeso e in uno spazio cristallizzato.
CONCLUSIONI
Ci hanno colpito soprattutto tre caratteristiche ricorrenti nelle storie di vita degli utenti: la violenza e la trascuratezza, l’impotenza e la convergenza, in un lasso di tempo relativamente breve, di eventi traumatici non normativi e non scelti.
La mancanza di cure adeguate, in grado di favorire uno sviluppo della persona sano e positivo, la presenza pervasiva di maltrattamenti fisici e psicologici, nella famiglia d’origine e, talvolta, rivissute anche nel nuovo nucleo familiare o nelle esperienze esterne, culminano nell’espressione di una sintomatologia, che sembra condurre, in maniera inesorabile, verso l’istituzionalizzazione. È importante notare come questo evochi quanto afferma Cancrini [7] rispetto al concetto di “infanzie infelici”, ovvero infanzie vissute in contesti interpersonali deprivati che facilitano l’insorgere di un disagio psicopatologico.
Gli eventi che conducono all’espressione della malattia sono non scelti, e, quindi, narrati con senso di impotenza, sia che si tratti di eventi normativi o non normativi. Spesso essi sembrano concentrarsi in un breve lasso di tempo, ma innestati in un terreno già fertile per la patologia mentale perché quasi del tutto privo di fattori di protezione.
Il tempo sembra assumere, quindi, un ruolo fondamentale, dilatandosi e restringendosi, perdendo la sincronia con il tempo reale e acquistandone una con il tempo della narrazione, che si anima rispetto alla vita fuori dalla struttura e che si blocca poi, apparendo completamente vuoto in seguito all’istituzionalizzazione:
“Da quanto tempo è qua?”
“Da otto secoli e settanta anni!” risponde un utente istituzionalizzato dal 1968, all’età di 15 anni.
La possibilità di raccontarsi pare aver stimolato il tempo a ripartire anche all’interno della struttura, narrare la propria storia di vita, infatti, sembra aver assunto per gli ospiti della RSA il ruolo di “cura”, come se riscoprire il valore della propria storia avesse restituito dignità e senso alle loro vite; come se rivolgere l’attenzione alle esperienze della loro esistenza avesse permesso di attribuire loro un significato [8]. Le storie, quindi, in questa esperienza hanno dato sollievo, hanno “curato”, fino a far diventare il raccontare e il raccontarsi forme di ricongiungimento e liberazione [1]; come a dar voce a quei bambini intrappolati nei corridoi del disagio mentale perché, per dirla come Cancrini [7], il dolore e la confusione che gli adulti raccontano oggi è, alla fine, la storia dei bambini feriti che ancora piangono dentro di loro.
BIBLIOGRAFIA
1. Demetrio D. Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1996.
2. Manfrida G. La narrazione psicoterapeutica: invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale. Milano: Franco Angeli, 1998.
3. Vallario L. Il cronogramma. Uno strumento per la psicoterapia. Milano: FrancoAngeli, 2010.
4. Vallario L. Il cronogramma: quando il tempo è uno strumento epistemologico. Ecologia della mente 2011; 1: 70-9.
5. Berger PL, Luckmann T. The social construction of reality. Garden City, New York: Doubleday, 1966 (Trad. it. La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino, 1969).
6. Manfrida GM. Il disegno simbolico dello spazio vitale della famiglia in pazienti ricoverati da lungo tempo in ospedale psichiatrico. Rassegna di Studi Psichiatrici 1978; 67: 6.
7. Cancrini L. La cura delle infanzie infelici: viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2012.
8. Polster E. Every person’s life is a worthy novel. New York: WW Norton, 1987 (Trad. it. Ogni vita merita un romanzo: Quando raccontarsi è terapia. Roma: Astrolabio, 1988).