La metamorfosi del narciso.
L’esperienza di una tesi di supervisione indiretta
Manuela De Pascalis1



Portiamo avanti con la storia raccontata da Manuela De Pascalis la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the history by Manuela De Pascalis we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Manuela De Pascalis. Un grupo de autodidactas evalúan la efica­cia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.



INTRODUZIONE
Per tutelare la privacy del paziente e della sua famiglia, in questo lavoro verranno utilizzati nomi di fantasia e saranno omessi dettagli che possano ricondurre all’identità dei protagonisti.
Questa storia parla di un ragazzo che per 27 anni ha vissuto nella convinzione di dover essere immune da delusioni e fallimenti, intrappolato in una immagine di perfezione, finché un’accusa infamante arriva come un terremoto nella sua vita, mettendo in discussione le convinzioni che fino ad allora lo hanno protetto dal confronto con i suoi limiti.
Luciano sperimenta la durezza delle categorie in cui ha sempre inserito gli altri e si sente impotente ora che è lui a doversi confrontare con un elemento che ha fatto da sfondo alla sua vita e che, nel corso della terapia, mostra di avere origini lontane: il giudizio.
La difficoltà di gestire le relazioni con gli altri e l’immagine di sé, nata nelle relazioni familiari, lo porta a costruire intorno a sé una fortezza che gli consente di sentirsi un gradino sopra agli altri, ma che diventa una gabbia nel momento in cui è lo stesso Luciano a non poterne uscire.
Il coinvolgimento dei suoi familiari consentirà di vedere “dal vivo” questo e permetterà a tutti i componenti della famiglia di stringersi intorno a lui nei momenti di maggiore difficoltà.
Inoltre, lavorare insieme sulle origini delle sue modalità relazionali metterà in evidenza quanto queste non appartengano solo a Luciano, ma all’intero sistema familiare. Questa consapevolezza renderà possibile la sperimentazione di nuovi e meno rigidi modi di gestire le relazioni: gli altri non saranno più visti solo se confermano l’immagine che vuole fornire di sé, ma diventeranno una risorsa, alleviando il suo profondo vissuto di solitudine.
Concedendosi la possibilità di vedere le sfumature dei colori oltre la rigidità del bianco e del nero potrà sperimentare una maggiore libertà di movimento; allargando le categorie in cui costringeva gli altri potrà permettersi di guardare con occhio più benevolo anche se stesso.
Il percorso di Luciano richiama l’opera di Dalí “La metamorfosi di Narciso” (Figura 1) se letta da destra a sinistra. Prendendo consapevolezza dei suoi limiti, Luciano avvia un processo di “umanizzazione di se stesso”: da roccia fredda e inaccessibile assume colori più caldi e confini più permeabili che gli permettono di sperimentare una vicinanza agli altri non inquinata dalla minacciosa presenza del giudizio.
Capendo che può attingere a una più vasta gamma di modalità relazionali, Luciano arricchisce la tavolozza dei suoi colori e sperimenta la libertà di poter utilizzare sfumature più adeguate alle sue relazioni.
Il narciso esce dalla solitudine alla quale lo aveva condannato l’illusione della perfezione e abbassa le barriere che gli impedivano di vedere e utilizzare le sue risorse.
Il parallelismo con l’opera di Dalí permette anche di evidenziare come non sia la persona intera a modificarsi, ma il suo modo di rapportarsi al mondo, trovando equilibri più consoni che permettono relazioni più genuine: il narciso non cambia forma né posizione, ma assume contorni differenti e colori più simili a quelli dello sfondo che gli permettono confronti più equilibrati con il mondo circostante e rapporti più profondi e gratificanti.
Il percorso terapeutico presentato in questo lavoro si sviluppa per quarantacinque sedute svolte in un setting privato, in un arco di tempo di circa due anni.



L’INIZIO DELLA TERAPIA
l’invio
Conosco casualmente il padre del paziente che, essendo a conoscenza della mia professione, mi chiede il recapito comunicandomi di aver bisogno di una consulenza per il figlio che, mi dice, ha un blocco negli studi.
il primo contatto telefonico
Luciano ha 27 anni, studia giurisprudenza e svolge vari lavori: animatore nei villaggi turistici, dj e giornalista per un giornale locale. Vive con la famiglia, così composta: padre, Aldo, 57 anni; madre, Milena, 55 anni (casalinga); fratello, Giuseppe, 18 anni.
Il motivo che lo spinge a chiedere aiuto è molto diverso da quello che mi aveva accennato il padre: da un anno e mezzo affronta una denuncia per violenza sessuale e sequestro di persona ai danni di una minorenne.
All’inizio dichiara di essere in difficoltà a parlare di un argomento così delicato al telefono, ma poi il bisogno di esporre la sua versione dei fatti prevale e Luciano si lascia andare a una descrizione piuttosto dettagliata dell’accaduto. Un anno e mezzo prima, in un villaggio turistico ha avuto un approccio sessuale consenziente con una collega animatrice che, al tempo dei fatti, aveva 17 anni. Durante il rapporto, la ragazza ha manifestato delle perplessità per il fatto che Luciano fosse fidanzato. Lui dice di essersi fermato subito di fronte ai suoi dubbi non portando a conclusione, di fatto, il rapporto sessuale. La ragazza lo ha però denunciato, sono state condotte indagini al termine delle quali lui viene accusato e sarà processato per sequestro di persona e violenza sessuale. Mi dice anche di essere venuto a conoscenza, dopo, del fatto che la ragazza aveva una storia con suo fratello (anche lui animatore nello stesso villaggio).
Luciano afferma più volte di essere distrutto per questa situazione, esprime un vissuto di sconfitta e fallimento, si sente ingiustamente accusato di un atto che la sua morale, la sua educazione e la sua fede (valori trasmessi dalla famiglia) non gli avrebbero mai permesso neanche di pensare.
Non riesce ad affrontare serenamente la situazione perché, pur essendo assolutamente convinto della propria innocenza, ha paura di non riuscire a dimostrarla e di essere giudicato in modo non equo.
Mi dice che i rilievi medici sulla presunta vittima e l’esame del DNA, a cui lui ha accettato di sottoporsi, sono risultati negativi: contro di lui c’è solo la parola della ragazza, ma è preoccupato che possa bastare a rovinargli la vita.
Annapaola, la ragazza con cui era fidanzato all’epoca della presunta violenza e che lavorava nello stesso villaggio turistico, è rimasta insieme a lui ed è a conoscenza dei fatti, anche se Luciano non l’ha informata dei dettagli processuali. Ha fatto fatica a perdonargli il tradimento, ma non lo ha mai ritenuto responsabile del reato di cui è accusato. Luciano dice che anche i rapporti tra loro non sono più gli stessi: da quando è stato accusato di violenza ha difficoltà in ogni manifestazione fisica, ha sempre paura che un suo gesto possa essere frainteso ed evita ogni situazione che lo esponga al rischio di rimanere da solo con una donna.
Durante la lunga telefonata emergono sentimenti di vergogna per chiunque possa giudicarlo male e sensi di colpa per la famiglia esposta a questa vergogna per causa sua.
Al telefono Luciano si esprime con grande sicurezza, parla molto. Mostra un’ottima proprietà di linguaggio, nonostante la difficoltà e la delicatezza del tema affrontato, esprime in modo chiaro e sicuro sia i contenuti sia gli aspetti emozionali. La mia prima sensazione è di parlare con una persona con tratti spiccatamente narcisistici: esprime più volte il suo disagio, ma mostra un gran piacere a parlare di sé, della sua vita, dei suoi interessi, delle sue grandi doti relazionali e del fatto di essere circondato da molte persone e, in particolare, da molte donne.
LE FASI DELLA TERAPIA
fase i. il giudice sotto accusa
Nelle prime sedute Luciano manifesta un forte bisogno di dare una buona immagine di sé: questo attiene sicuramente al funzionamento narcisistico che si delinea dando fondamento alle prime ipotesi. Kernberg [1] afferma che alcune espressioni dell’amore di sé patologico includono una dipendenza eccessiva dall’ammirazione altrui senza che a essa si accompagni alcun senso di gratitudine.
Questi tratti si acuiscono in una situazione che vede Luciano accusato di un reato contro una donna mentre cerca di presentarsi in modo positivo proprio agli occhi di una giovane donna, la terapeuta.
Dichiara di aver scelto volutamente una terapeuta di sesso femminile perché sentirsi accolto e capito da un uomo (che avrebbe condiviso probabilmente il sentimento di essere stato raggirato da una ragazzina) sarebbe stato troppo semplice. Anche in quest’aspetto emerge in modo evidente il tratto narcisistico di chi rifugge le sfide facili, perché solo vincere quelle più insidiose conferma la propria grandiosità.
Luciano si descrive come un uomo ligio al dovere, che non si è mai concesso vizi e che ha perseguito i suoi obiettivi non conoscendo fallimenti e senza mai ricevere un “no”, almeno fino all’inizio delle vicende processuali.
Questa situazione l’ha portato a sperimentare sensazioni come la perdita del controllo sulla situazione e la frustrazione originata dal senso d’impotenza. Luciano ha cercato di gestirle con le sue modalità (tendenza a isolarsi, a voler fare tutto da solo, a tenere a distanza le persone care con la speranza di poterle controllare) fino a quando, aiutato dal confronto con la famiglia, ha preso consapevolezza di non potercela fare da solo e di aver bisogno di rivolgersi a uno specialista.
Ha pensieri ossessivi e ricorrenti riguardo al processo e a tutta la situazione che ne consegue: dallo scorgere nello sguardo di chiunque il giudizio negativo nei suoi confronti alla ripetizione ossessiva degli avvenimenti legati alla sera della presunta violenza, al fine di esporre tutto in modo coerente e senza tentennamenti quando il giudice gli darà la possibilità di dare la sua versione. I timori per il giudizio l’hanno portato a una chiusura con il mondo esterno e i pensieri ossessivi, insieme allo studio meticoloso di testi giuridici, lo portano a gestire poco e male la sua vita sociale e lavorativa e a non avere spazio per pensare al suo futuro al netto di queste vicende.
Insieme a queste difficoltà emerge la necessità di convincere la terapeuta della sua innocenza e la tendenza a distorcere i fatti, quando va in ansia per queste preoccupazioni, fino a far sentire l’eco di uno scollamento dalla realtà.
Emerge la sua tendenza a giudicare e categorizzare le persone (tutte buone o tutte cattive), cosa che gli si ritorce contro nel momento in cui è lui a essere messo al vaglio del suo e dell’altrui giudizio. La proiezione sembra essere un meccanismo di difesa molto utilizzato sin dall’inizio della terapia.
Kernberg [1] afferma che le persone narcisistiche dissociano da sé e rimuovono o proiettano sugli altri tutti gli aspetti negativi di se stessi.
Luciano proietta sugli altri le rigide categorie in cui inserisce se stesso. Come sottolineato da Gabbard [2] nella descrizione del funzionamento narcisistico, il soggetto attribuisce proiettivamente agli altri la disapprovazione che nutre nei confronti delle sue fantasie grandiose. 
Quando è preso meno da queste pervasive preoccupazioni, riesce a parlare di sé descrivendosi come un leader, una persona che, conoscendo il suo valore e le sue capacità, sa di essere “un gradino sopra”. Questa sensazione di superiorità lo porta a isolarsi, convinto della necessità di proteggersi dai sentimenti di chi non potrebbe non invidiare la sua posizione e le sue doti.
Ama parlare del suo forte senso morale non mancando, però, di sottolineare l’ambiguità tra il rispetto, quasi riverenza, delle regole e la necessità di non starci troppo dentro.
La fatica ad affidarsi e a fidarsi degli altri lo porta a mal sopportare persino la necessità di essere rappresentato da un legale: è convinto che solo l’autodifesa gli darebbe la possibilità di dimostrare la sua totale innocenza.
Le descrizioni dei pazienti narcisisti presentate dai vari autori possono essere concettualizzate inscrivendole tra i due poli di un continuum basato su un tipico stile di relazioni interpersonali [3]. Kernberg [4,5] ha identificato un tipo invidioso e avido che richiede l’attenzione e il consenso degli altri, Kohut [6-8] ha descritto un soggetto narcisisticamente vulnerabile, tendente alla frammentazione del Sé.
Da un punto di vista descrittivo, i due estremi opposti di questo continuum possono essere definiti come “narcisista inconsapevole” e “narcisista ipervigile” [9].
Il funzionamento narcisistico di Luciano non sembra collocarsi in modo esclusivo in una delle tipologie proposte da Gabbard. Come lo stesso autore evidenzia, sebbene queste due categorie possano presentarsi in forma pura, molti pazienti mostrano una miscela di caratteristiche fenomenologiche di entrambi i tipi.
Luciano mostra sia la concentrazione su di sé tipica del narcisista inconsapevole sia un’attenzione a ciò che dicono gli altri, alla ricerca di ogni minima reazione critica nei suoi confronti, tipica del narcisista ipervigile. Nella prima fase della terapia è piuttosto distinta la sensazione, espressa da Gabbard per descrivere il tipo inconsapevole, che Luciano “sia dotato di un trasmettitore ma non di un ricevitore”: non mostra attenzione per l’altro in quanto tale, ma lo preoccupa molto l’idea che l’altro ha di lui. Le persone lo interessano nella misura in cui possano interferire con l’immagine che lui ha di sé e che vuole mostrare all’esterno.
Luciano ama stare al centro dell’attenzione e riempire i discorsi di riferimenti ai propri successi come il narcisista inconsapevole, ma questo lo aiuta a creare una facciata che copra la paura del rifiuto e dell’umiliazione, tipica, invece, del narcisista ipervigile. Come quest’ultimo, ancora, tenta di mantenere la stima di sé evitando le situazioni di vulnerabilità e studiando attentamente gli altri per apparire “come si deve”.
Il mio controtransfert è molto complesso in questa fase: sono entrata in stanza convinta di dovermi avvicinare al vissuto di Luciano a prescindere dalla veridicità o meno dei fatti che lo avevano generato e mi sono ritrovata di fronte a una persona che sembrava non aspettarsi altro che un giudizio. È stata evidente sin da subito la sua assoluta necessità di avere delle conferme da chiunque gli graviti intorno. Ricevere ammirazione e stima da un professionista equivale ad ottenere un attestato prezioso per la sua fame di conferme. Questo richiama uno dei criteri che il DMS elenca per definire il disturbo narcisistico di personalità: il bisogno di attenzioni e ammirazione costanti.
Ho sentito da subito quanto “giudizio” fosse una delle parole d’ordine di Luciano, una preoccupazione che riecheggia in ogni suo pensiero e che guida ogni sua azione. Questa eco è amplificata in una situazione in cui chiunque dovrebbe fare i conti con le proprie regole morali, ma sembra avere radici ben più lontane. Stare in stanza con Luciano in questa fase è destabilizzante: da un lato sembra di trovarsi di fronte a una fortezza venuta a esibire la sua inespugnabilità, dall’altro è evidente il dolore del Luciano che da questa fortezza si sente imprigionato. Egli appare schiacciato sotto il macigno di giudizi su cui lui stesso ha basato la sua idea del mondo e di sé e che lo mettono con le spalle al muro, ora che è lui ad essere sottoposto al vaglio di un giudice così intransigente.
In questa fase oltre a raccogliere informazioni utili a tracciare il funzionamento, a individuare le risorse e definire la domanda d’aiuto di Luciano, la strategia terapeutica mira ad accogliere il paziente cercando di trasmettere un genuino interessamento non basato sul giudizio. Questo lavoro passa più che su premature restituzioni, attraverso un atteggiamento non verbale e domande orientate a capire chi è Luciano, come sta vivendo questo momento della vita e qual è il suo modo di gestire le relazioni piuttosto che (come è abituato e, dunque, si aspetta) cosa fa, come appare e quanto dimostra.
fase ii. le “sfumature” tra il bianco e il nero e i primi tentativi di affidarsi
Nel corso delle sedute Luciano inizia ad ammorbidirsi, pone ancora una certa resistenza ad affidarsi, ma inizia a stare nel contesto terapeutico in modo attivo e produttivo. I contenuti che porta sono incentrati sul fare e fa moltissima fatica a rimanere su un terreno emotivo, ma il suo impegno nel lavoro in stanza di terapia è improntato meno sull’autocelebrazione lasciando scorgere una domanda d’aiuto originata da una reale e forte sensazione di malessere e dal genuino bisogno di trovare un assetto che lo faccia stare meglio.
Per quanto in seduta Luciano appaia poco riflessivo, diversi sono i passaggi in cui mostra di essersi soffermato sui punti emersi in terapia nello spazio tra una seduta e l’altra tanto da arrivare a fare delle cose che decisamente allargano il ventaglio delle rigide possibilità che aveva stabilito per sé. In una seduta comunica con fierezza, come se stesse portando un dono alla terapeuta, che ha riflettuto molto sulla sua tendenza a tenere fuori dalle difficoltà le persone care, tanto da arrivare a confidare alla sua fidanzata di aver intrapreso un percorso di terapia. Questo gli ha fatto scoprire l’inedita sensazione di riuscire ad aprirsi ottenendo una risposta del tutto inaspettata: la fidanzata, contrariamente a quanto Luciano si aspettava, si è mostrata comprensiva e molto accogliente. Sperimentare un’accoglienza inaspettata segna una piccola frattura all’interno delle strutturate convinzioni di Luciano sulla paura del giudizio. Questo lo ha portato a cercare uno spazio di vicinanza e condivisione anche con la madre.
La fortezza inespugnabile mostra qualche piccola crepa quando Luciano inizia a considerare la possibilità delle sfumature oltre la rigidità del bianco e nero concedendosi l’inedita sensazione dell’accoglienza che apre uno spiraglio di luce sull’ombra della paura del giudizio.
Lorna Smith Benjamin [10] afferma che nella storia dei soggetti narcisisti insieme alla presenza di affetto e adorazione incondizionati c’è l’onnipresente minaccia di una possibile caduta in disgrazia. Qualsiasi traccia d’imperfezione che aleggi nella storia evolutiva è devastante. Sempre secondo quest’autrice l’attivazione del sistema-minaccia è spesso alla base del bisogno di categorizzare del soggetto.
Nel funzionamento di Luciano spiccano due elementi che s’intrecciano: il narcisista apprezzato per le sue performance e quello sminuito quando queste vengono meno. È spinto verso la grandezza e terrorizzato dalla paura di non raggiungerla. La costante sensazione di minaccia dovuta al terrore di fallire potrebbe portare Luciano a dividere il mondo in rigide categorie nelle quali lui per primo fa fatica a inserirsi ora che il suo sistema di valori viene messo in discussione da un’accusa così pesante.
Secondo Cancrini [11] questi pazienti da bambini sono stati sopravvalutati e molto “amati” in rapporto alle loro doti o alle loro performance per poi essere puniti o duramente ignorati nel momento in cui incappano in un insuccesso.
Riflettendo su questi elementi con il supervisore e il gruppo, riteniamo utile indagare sulle origini degli stretti binari all’interno dei quali Luciano si muove e del bisogno di mantenere degli impegnativi quanto impossibili standard di perfezione.
Emerge l’antico bisogno di Luciano di mantenere le distanze: questa necessità si manifesta nel distanziamento fisico, ma mostra evidentemente una difficoltà nel coinvolgimento emotivo. Luciano racconta del suo “fastidio” nei contatti (come il bacio) che portano a uno scambio e che si basano su un coinvolgimento a un livello più profondo di quello richiesto dal mero atto sessuale. Luciano inizia a farsi delle domande sul suo funzionamento e a confrontarsi con la madre che gli racconta che sin da ragazzino, quando tornava a casa dopo un contatto fisico con una donna, aveva il bisogno, quasi una compulsione, di lavarsi per eliminare tutto ciò che dell’altra persona poteva essere rimasto sul suo corpo. Questi elementi mi fanno riflettere su quanto il bisogno di lavarsi, quasi purificarsi da possibili contaminazioni esterne, oltre al bisogno di mantenere intatta la superiore individualità tipica del narcisista, possa sottendere la paura di non sapere gestire i confini. Inizia a delinearsi l’ipotesi che alla base di questa difficoltà possa esserci un legame simbiotico risolto male.
Continuando gli affondi sui legami familiari e cercando di risalire alle origini delle convinzioni che sembrano quasi intrappolarlo, Luciano descrive il padre come una persona molto rigida che da sempre ha mostrato un forte rigore morale intorno a temi come la legalità e il modo di vivere il corpo e la sessualità. Queste potrebbero essere le prime basi su cui Luciano ha costruito gli stretti binari nei quali si è sempre mosso e che tanto gli fanno sentire la paura di deragliare.
La necessità di sentirsi un gradino sopra agli altri mostra le sue antiche radici quando Luciano racconta che da bambino aveva l’abitudine di assistere il parroco in tutti i funerali perché voleva sfidare e superare la paura che i coetanei avevano per la morte provando un morboso interesse alla vista dei defunti e delle persone che soffrivano.
La paura dei sentimenti “deboli” come il dolore lo porta a vivere all’estremo opposto la possibilità di poterli provare ironizzando su di essi: immagina in modo grandioso il suo funerale ideato come una festa.
Il suo modo di vivere i rapporti con una modalità dicotomica (tutto/niente), che ora inizia faticosamente a mettere in discussione, lo porta a provare sofferenza nei momenti in cui non si sente vincente e ad affannarsi dietro la necessità di ristabilire il suo equilibrio, fuori dal quale ancora non riesce a collocarsi. Questa tendenza a mantenere in modo ossessivo uno status quo si manifesta attraverso la difficoltà a cambiare anche l’abbigliamento: riflettiamo su quanto indossare sempre gli stessi abiti sia come coprirsi con una rassicurante coperta di Linus.
La rigidità lo porta a evitare di mettersi in discussione e a sentirsi in stallo, in un momento in cui sia la situazione contingente (la vicenda processuale) sia la sua fase di ciclo vitale (giovane adulto in fase di individuazione) richiedono dei fisiologici ed evolutivi cambiamenti.
La tendenza alla staticità mostra le sue radici nell’infanzia di Luciano, che restava ore fermo a guardare le macchinine allineate perfettamente e che amava il gioco del silenzio. Sin dall’infanzia Luciano viveva nella continua paura di fare la cosa sbagliata e di essere rimproverato. Kernberg [1] attribuisce la rigidità convenzionale tipica dei pazienti narcisisti che funzionano meglio, alla necessità di rimpiazzare le relazioni profonde con altri significativi con una rigida aderenza a dei cliché.
Luciano si mostra progressivamente più aperto e pronto a cogliere le connessioni tra le sue difficoltà attuali e le origini antiche del suo funzionamento.
Interessante, a proposito dell’importanza di stabilire queste connessioni, è l’idea del lavoro terapeutico che Vinci e Cancrini propongono nelle loro “Conversazioni sulla psicoterapia” [12]. Questi autori riflettono su una psicoterapia centrata sul paziente, sulla sua volontà, le sue risorse, i vincoli e gli ostacoli che hanno ridotto le sue specifiche potenzialità. Rifacendosi al lavoro di Lorna Smith Benjamin [13], che definisce come scopo della psicoterapia il “ripristino del Sé di diritto”, propongono una visione della terapia come aiuto a essere se stessi, ma senza quelle incrostazioni che hanno ostacolato o distorto il nostro modo di stare al mondo.  
Luciano porta in seduta un monito della madre che si porta dentro sin da bambino e sul quale non si era mai soffermato: la madre gli ripeteva che qualunque azione negativa che lui avesse compiuto avrebbe esposto la sua mamma a una grandissima sofferenza e che questo pensiero doveva dissuaderlo da comportamenti moralmente sbagliati. L’interiorizzazione di questo monito potrebbe essere alla base della difficoltà di Luciano a condividere con altri i suoi problemi. Secondo Cancrini [11] i bambini che svilupperanno una personalità narcisista imparano a tenere per sé le proprie esperienze di difficoltà se troppo grande è il turbamento provocato nelle figure di riferimento affettivo.
In diversi passaggi emergono le difficoltà di empatia di Luciano che valuta i suoi punti di vista oggettivamente i migliori e non considera quelli degli altri come degni di attenzione. Cancrini [11] rintraccia nella difficoltà, da parte dei genitori di accogliere con affetto i momenti di difficoltà, la manifestazione più evidente di quel difetto di empatia di cui il narcisista soffre da bambino e con cui fa soffrire gli altri da adulto. 
Riflettendo con il supervisore e il gruppo decidiamo di lavorare su questo punto attraverso una “confrontazione delicata”: il riconoscimento delle sue innegabili doti relazionali e intellettive certificate dai risultati del suo impegno, bilanciate però dalla convinzione che tutte queste innegabili qualità non bastano per affrontare il momento che sta vivendo. Questa impostazione terapeutica, orientata su una confrontazione che parte dall’accoglienza, è in accordo sia con la strategia proposta da Kernberg secondo il quale è necessario interpretare anche le reazioni di transfert ritenendole manovre difensive da parte del paziente, sia con quella indicata da Kouth che proponeva di accettare le reazioni di transfert come manifestazione di un normale bisogno evolutivo, indicando l’empatia come punto chiave nella terapia con questi pazienti [3].
Il lavoro che decidiamo di seguire è in accordo anche con l’orientamento terapeutico proposto da Lorna Smith Benjamin [10], secondo la quale per spezzare i modi di fare del paziente narcisista devono essere messi in atto “confronti” che siano gentili e permeati da un forte sostegno.
Iniziamo a preparare l’allargamento del setting alla famiglia e, eventualmente, alla fidanzata, valutando che in una situazione grave che mostra anche delle punte di scivolamento psicotico, allargare la base della terapia possa rappresentare un’utile risorsa per Luciano e aiutare la terapeuta ad avere elementi di confronto.
Abbiamo impostato il lavoro terapeutico prevedendo uno spazio individuale di 5-6 sedute prima di allargare il setting alla famiglia seguendo il percorso consigliato da Alfredo Canevaro [14]. Il primo obiettivo delle prime sedute con il solo paziente è quello di verificare le sue risorse per essere ragionevolmente certi che possa essere protagonista di un cambiamento di se stesso. Secondo quest’autore in molti casi una richiesta di terapia individuale è il frutto di un lungo percorso di sofferenza e di riflessione su quella sofferenza. Sarebbe sbagliato umiliare simili progressi con un’immediata convocazione allargata che, implicitamente, comunica una svalutazione di quel percorso.
In questa fase terapeutica, diversi sono i passaggi in cui ho difficoltà a contenere il mare di informazioni che Luciano porta in seduta, faticando nel cercare di spostarlo dal terreno dei fatti a quello delle emozioni. Sperimentando la frustrazione di sentirmi un mero contenitore delle sue ansie, spesso mi sono chiesta se e quanto questo fosse utile o bastasse per essere considerato un lavoro terapeutico. Il confronto con il supervisore e il gruppo mi ha aiutata a capire che questi vissuti attengono sia al mio funzionamento e al mio bisogno di intravedere i risultati tangibili del lavoro per poterlo ritenere utile, sia a quello del paziente, tendente a controllare e gestire tutto ciò che rientra nel suo campo d’azione. Il mio vissuto e la mia sensazione di scarsa utilità sono il risultato del suo controllo. Effetti controtransferali di questo tipo con pazienti narcisisti sono rintracciabili in letteratura. Abraham [15] è stato il primo autore a descrivere le resistenze di transfert nei pazienti con questi tratti: egli ha sottolineato il bisogno di interpretare con coerenza il loro bisogno di guardare l’analista dall’alto in basso e usarlo come pubblico per il “proprio” lavoro analitico indipendente.
Secondo Gabbard [3] la variazione ipervigile della personalità narcisista spesso costringe il terapeuta a confrontarsi con problemi controtransferali relativi al sentirsi controllato.
Lorna Smith Benjamin [10] afferma che le modalità di transfert che sembrano emergere più facilmente nel rapporto instaurato in terapia con i soggetti con disturbo narcisistico di personalità (DNP) includeranno la richiesta di sostegno e ammirazione e il desiderio di controllo della terapia.
È necessario riacquistare autonomia per evitare che il funzionamento controllante del paziente mi cucia addosso un vestito troppo stretto, limitando il mio spazio d’azione. La scarsa libertà di movimento causata dal controllo di Luciano mi fa sperimentare la sensazione provata da chi gli vive intorno cercando di stargli vicino e lo stesso vissuto di Luciano a causa del controllo e delle aspettative sue e della sua famiglia.
Penso che in seduta un clima non giudicante, ma genuinamente interessato possa essere terapeutico in sé. È necessario che Luciano sperimenti che il confronto non sfocia necessariamente nel giudizio e che aprirsi non espone sempre alla sconfitta: Luciano deve sentirsi guardato con occhi benevoli per potersi concedere di fare la stessa cosa con chi gli sta vicino e, soprattutto, con se stesso.
fase iii. il primo allargamento alla famiglia
Questa fase si apre con un lavoro sulla difficoltà di Luciano ad affidarsi e a consentire agli altri di avvicinarsi e fare qualcosa per lui. Riprendiamo un episodio in cui Luciano mi aveva chiamata in preda alla disperazione dichiarando di avere idee suicidarie. Parlare al telefono gli aveva permesso di calmarsi e in seduta, discutendo dell’accaduto, era emersa l’inedita sensazione di essersi affidato a qualcuno in un momento di difficoltà. Questa esperienza aveva interrotto la consueta modalità che lo vedeva affrontare tutto da solo facendolo sentire in un circuito vizioso. Ci soffermiamo su quanto, chiamando, si fosse data la possibilità di interrompere questo circuito, sentendo utile provare ad affidarsi. In quella situazione lo aveva fatto con la sua terapeuta, ora è importante lavorare sulla possibilità di farlo attingendo alle risorse preziose che ha intorno.
Di fatto ha già attuato dei movimenti di apertura nei confronti della famiglia e della fidanzata.
L’aver consentito a se stesso di sperimentare la vicinanza con le persone care ha dato a Luciano la possibilità di mettere in discussione il suo timore per il giudizio e, in modo circolare, ha permesso agli altri di provare il piacere di stargli vicino. Propongo di farci dare una mano dalla sua famiglia affermando che i genitori e il fratello, conoscendolo molto bene, rappresentano una validissima risorsa per la terapia. Preciso che la terapia resterà sua: quelle con la sua famiglia saranno delle finestre per aiutarci e per consentire ai suoi di fare qualcosa per lui.
Questa precisazione ha l’obiettivo di rispettare quella che Canevaro [14] definisce “chiarezza della centralità del paziente” nella convocazione dei familiari significativi.
Questo autore sottolinea che nella terapia familiare la posizione del terapeuta deve essere quella della “parzialità multilaterale”, invece in questo modello la centralità del paziente e l’alleanza con lui deve essere salda e fuori discussione. Il ruolo dei familiari è di aiutare il paziente che resta titolare della terapia e centrale nell’alleanza con il terapeuta.
Luciano si mostra possibilista, lavoriamo su alcune resistenze, e nella seduta successiva si presenta insieme ai suoi genitori. Il fratello, anche se convocato, non è presente a causa di forti resistenze di Luciano a coinvolgerlo nelle sue difficoltà. L’assenza del fratello è solo fisica, ma forte è l’esigenza di parlare del loro rapporto. Da questo lavoro e dall’apporto dei genitori emerge un’immagine di Luciano in alcuni tratti differente da quella mostrata nelle sedute individuali: la madre si dice distrutta dall’aggressività che Luciano rivolge a tutti i membri della famiglia. Emerge l’immagine di un principe che non ammette che nel suo regno qualcuno osi contraddirlo e che attira l’ammirazione del fratello minore che lo imita nelle scelte lavorative e nello studio per poi allontanarlo con toni sprezzanti, nel momento in cui cerca la sua vicinanza a un livello più profondo.
Secondo Lorna Smith Benjamin [10] i piaceri preferiti del soggetto DNP devono avere la priorità assoluta. Se le sue aspettative non sono corrisposte, il risultato è la rabbia per chi lo ha offeso. In casa il soggetto si approprierà dello spazio, del tempo e del denaro senza badare alle conseguenze per gli altri di ciò che fa.
L’aggressività di Luciano appare come una modalità estrema per gestire rapporti che mettono alla prova le sue competenze relazionali su un piano che non attiene solo alle performance ma chiama in causa la gestione di aspetti emotivi. È evidente che il funzionamento narcisistico porta Luciano a organizzarsi apparentemente bene quando i rapporti si muovono in un sistema gerarchico che gli consente di stare sul gradino più alto mantenendo, dunque, le distanze di sicurezza. Diversa è però la gestione di rapporti più intimi che prevedono uno scambio che si muove su un piano orizzontale e nei quali la vicinanza comporta inevitabilmente una gestione dei confini sulla quale Luciano sembra poco attrezzato. Emerge la necessità di mettere delle distanze di sicurezza, anche attraverso l’imposizione. Questa modalità sembra appartenere a Luciano da tempi lontani. La storia raccontata dalla madre presenta un ragazzino rispettoso, che ha rispecchiato l’idea che i genitori avevano di lui fino a quando, apparentemente senza motivo, inizia ad avere l’atteggiamento sprezzante di chi pensa di essere superiore a chiunque lo circondi. Questo cambiamento sembra risalire all’adolescenza, e potrebbe essere iniziato con la nascita del fratello che, dopo nove anni, arriva a condividere il trono da cui Luciano aveva regnato in modo indiscusso sui suoi genitori. Questo confermerebbe l’ipotesi secondo la quale Luciano gestisce con meno difficoltà rapporti in cui la differenza di ruoli su un piano verticale (genitori-figli) non comporta l’accettazione e la negoziazione tipica dei rapporti su piano orizzontale (fratelli) in cui i confini sono meno definiti. Tutto ciò richiama la difficoltà nella competizione tipica del funzionamento narcisista originata dal bisogno dell’egemonia indiscussa.
Emerge un rapporto che la madre stessa definisce simbiotico, nato quando Luciano era un bambino: il padre era spesso fuori e Luciano seguiva la madre ovunque per non lasciarla sola. Il rapporto continua a mantenersi su questo piano mentre i figli crescono e la madre entra in aspetti intimi della loro vita mostrando un’evidente necessità di controllarla.
Il rapporto simbiotico incrinato in modo brusco con l’arrivo del fratellino è tutt’ora (fase di svincolo!) gestito a fatica, tanto da sembrare non completamente risolto: la madre dice di vivere male il fatto che Luciano chiuda la porta della sua stanza! La difficoltà nel regolare questo rapporto potrebbe essere all’origine della difficoltà di Luciano a gestire i confini.
La madre sembra avere l’esclusiva nella gestione di temi delicati e intimi dei figli nei quali il padre non ha mai preso parte. I figli parlano anche di argomenti vicini alla sfera sessuale con la madre che si preoccupa dell’aspetto della prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate. Emerge quanto in questa famiglia si privilegi il come “difendersi e proteggersi” anche in un argomento che ha delle implicazioni emotive: potrebbe essere questa l’origine della scarsa familiarità che Luciano ha con la propria sfera emotiva.
Mentre la madre denuncia in modo piuttosto deciso la difficoltà a gestire l’atteggiamento tirannico di Luciano, il padre si mostra più pacato nei toni, evidentemente preoccupato di mostrare il lato dorato di una famiglia unita, e teso a sminuire le difficoltà che questa facciata potrebbero intaccare. In diversi passaggi si mostra attento all’apparenza delle cose e questo è uno degli elementi che turbano Luciano fino a fargli alzare i toni, in diversi passaggi, anche in seduta.
Il padre mostra tratti ossessivi ed è molto attento alla forma, probabilmente ha ricevuto una disciplina eccessiva che ha riproposto nel suo nucleo familiare spingendo madre e figlio in una relazione consolatoria che ha assunto modalità simbiotiche.
Il forte rigore morale di quest’uomo potrebbe essere l’origine del giudice intransigente che Luciano si porta dentro temendone il giudizio ma, allo stesso tempo, sfidandolo con scelte di vita e condotte che sembrano stridere con la sua dichiarata, forte adesione alle regole.
La possibilità di avere accesso a queste informazioni rende comprensibile la difficoltà di Luciano ad affrontare un’accusa molto delicata dovendo rispondere a un giudice interno così intransigente prima che al tribunale e all’opinione pubblica.
La finestra sulla famiglia si mostra utile a diversi livelli. Fornisce numerose informazioni che probabilmente Luciano avrebbe tenuto fuori dalla stanza di terapia, spinto dal suo bisogno di mostrarsi privo di macchia, e che chiariscono il quadro del suo funzionamento e le difficoltà che incontra a gestire questa difficile situazione.
Canevaro [14] afferma che nella terapia individuale senza allargamenti, il terapeuta può aver bisogno di tempi molto lunghi affinché il paziente “viva” nel rapporto con lui i diversi aspetti della sua personalità; contemporaneamente il terapeuta non può credere alla descrizione dei familiari che il paziente gli porta. Il terapeuta sarà, così, inevitabilmente “contagiato” dalle distorsioni della realtà del paziente [16].
La convocazione dei familiari significativi, fatta sulla base di una buona alleanza terapeutica, combatte con grande efficacia questo fattore di allungamento e distorsione delle terapie individuali basate su una sorta di “autismo a due” [14].
A mio avviso il rischio che il terapeuta venga trascinato nella visione poco realistica che il paziente fornisce di sé e del contesto di appartenenza è maggiormente presente in casi, come quello di Luciano, che in una fase di sofferenza acuta, mostrano dei picchi di scollamento dalla realtà.
L’allargamento alla famiglia permette, inoltre, di vedere Luciano “dal vivo” nella gestione delle sue relazioni intime e di sentire la difficoltà che lo porta a oscillare tra il bisogno di vicinanza e la paura di esserne risucchiato. Avere i genitori in terapia permette anche di lavorare per rendere più visibile ai loro occhi il modo che Luciano usa per chiedere aiuto, e lo sforzo che sta facendo per gestire la vicinanza di chi, come loro, vorrebbe entrare nel suo dolore per condividerne il peso. Riflettere su questo permette di abbassare un po’ le barriere consentendo a ognuno di riconoscere l’apporto positivo dell’altro. Questo sembra terapeutico non solo per Luciano, ma anche per i suoi genitori, alla disperata ricerca di riconoscimenti da parte del figlio e di una chiave d’accesso a un mondo che sembra tanto irraggiungibile da intimorirli.
Chiudo questa prima finestra sulla famiglia dopo due incontri valutando che, tra le varie difficoltà, Luciano ha anche quella relativa allo svincolo e necessiti, quindi, di tornare allo spazio individuale. Inoltre, il materiale emerso è moltissimo e credo sia opportuno portare Luciano a rifletterci in un assetto, quello individuale, che gli consenta affondi più riflessivi e meno agìti. Ringraziando i genitori e restituendo l’utilità che ha avuto per tutti il loro apporto e la possibilità di aprire margini di confronto, chiedo di poter ricorrere ancora al loro aiuto in finestre future. In realtà ho preso questa decisione quasi d’impulso; riflettendo solo in seguito, su quanto abbia risentito anche del mio controtransfert. Mi sono chiesta quanto la mia idea di proteggere il paziente dall’ingerenza della sua famiglia e di dargli lo spazio giusto per lavorare al suo svincolo, non facesse eco a un bisogno legato al laborioso svincolo personale che anch’io stavo vivendo in quel momento.
fase iv. la clemenza del giudice
La condivisione delle difficoltà di ogni membro della famiglia porta a una nuova fase che si apre con atteggiamento decisamente più positivo di Luciano nei confronti di se stesso, degli altri e della terapia.
Allargare le rigide categorie in cui rinchiudeva gli altri gli consente di essere più indulgente con chi gli sta vicino e ad essere un giudice meno severo con se stesso. Questa posizione più possibilista gli permette di vivere con meno ansia la situazione processuale e consente agli altri di fare qualche passo verso di lui. In modo circolare le persone che gli stanno vicino vivono in modo più disteso il rapporto con lui e riescono ad essere più accoglienti.
Emerge la contraddizione tra il suo piacere ad apparire ed esibire se stesso e la necessità di non scoprirsi mai completamente per non mostrare i suoi talloni d’Achille. Lavoriamo su quanto il mostrarsi come una persona sicura e inattaccabile, l’apparire “con i fuochi d’artificio” sia un modo per fare rumore, per distrarre da ciò che dietro quello scintillio davvero si nasconde.
Approfondiamo quanto la necessità di difendersi non entrando mai in modo pieno nei rapporti lo porti a privarsi d’importanti esperienze emotive.
Luciano riflette sul fatto che ha moltissimi conoscenti che lo ritengono un grande amico e che, di conseguenza, si aprono con lui che invece non parla mai di sé. Ha sempre ritenuto che questa modalità fosse astuta e vincente; ora inizia a pensare che in mezzo a tutto questo rumore lui sia una persona molto sola. Questa sensazione di isolamento richiama quella che Kernberg [4] descrive per il DNP: questi pazienti avvertono sentimenti di vuoto o si sentono soli. Di solito non riescono ad apprendere dalle altre persone e hanno un’intensa fame di stimoli.
Secondo la Benjamin [10] la solitudine tipica dei soggetti narcisisti è collegata al loro continuo bisogno di mantenere standard elevati. Il fardello della perfezione è molto pesante. Il fallimento porta al degrado e alla perdita di considerazione per il soggetto DNP. Si sente rovinato, svuotato, e terribilmente solo.
La difficoltà incontrata durante il processo ha fatto emergere questa solitudine e messo in discussione modalità che fino a quel momento sembravano funzionali.
Luciano sperimenta anche un modo nuovo di chiudere i rapporti, mettendo in discussione quella precedente che lo portava a distruggerli.
Emerge la difficoltà a concedersi qualcosa per sé: fa fatica, ad esempio, a comprare dei vestiti o a programmare un viaggio con la sua fidanzata. Sente il bisogno di lavorare e non “sprecare” il tempo e il denaro, anche se riconosce che non si tratta di un problema economico, ma di una difficoltà più profonda legata al non potersi concedere spazi e riconoscimenti che non siano legati al profitto e alle performance.
Riflette molto sulla scoperta di altre modalità per gestire le sue relazioni con il mondo. Ridefiniamo questa sperimentazione con una metafora: è un po’ come avere una valigetta degli attrezzi che si arricchisce: prima si era costretti a usare il cacciavite anche per aprire una porta; quando si sa che esiste anche la chiave, si capisce che forse usare l’attrezzo giusto in base alla situazione ci rende più liberi di scegliere e ci fa sentire più adeguati e meno affaticati.
La possibilità di vedere e sperimentare modalità relazionali più congrue è conseguenza dell’aver preso consapevolezza dei limiti di quelle utilizzate fino ad ora e delle sofferenze da esse causate. È questa consapevolezza che rende Luciano più padrone dei propri comportamenti e quindi più libero di scegliere in un ventaglio di possibilità che progressivamente si allarga.
Giuseppe Vinci nelle “Conversazioni sulla Psicoterapia” [12] con Luigi Cancrini afferma quanto sia importante dare un nome alle cose per riuscire a prenderne consapevolezza e sentirsi più autonomi nel gestirle. Questi autori sottolineano come già lo sforzo del paziente di raccontare la propria difficoltà, di tradurre in parole un sentimento doloroso e impreciso produca, di per sé, un passo avanti nella chiarificazione della difficoltà che sta vivendo.
Mi piace molto e condivido pienamente l’immagine del lavoro psicoterapeutico come modo per giungere alla consapevolezza dando un nome ai vissuti, ai sentimenti e alle modalità relazionali di cui le persone si sentono schiave fino a quando non sono in grado di vederle e quindi gestirle. La consapevolezza rende più liberi aiutando le persone a passare da soggetti passivi gestiti da modalità che non conoscono a persone capaci di individuare e regolare attivamente e in modo più libero il proprio vissuto e le proprie relazioni.
Lavorando con Luciano sul modo di vivere i rapporti di coppia emerge la sua difficoltà a coinvolgersi sentimentalmente. Questa tendenza è in accordo con quanto indicato dalla letteratura: Gabbard [3] evidenzia che i pazienti narcisisti giovani spesso si lamentano della qualità delle loro relazioni intime. Dopo l’entusiasmo iniziale la relazione si consuma, l’idealizzazione del partner lascia spazio alla svalutazione o alla noia ed essi finiscono col mettersi alla ricerca di nuovi partner in grado di soddisfare i loro bisogni di ammirazione, affermazione, amore incondizionato e perfetta armonia. Questo modo di spremere gli altri per lasciarseli poi alle spalle svuotati, con il passare del tempo può rivelarsi faticoso.
La difficoltà che Luciano incontra nell’entrare pienamente nelle relazioni sentimentali rivela un blocco sul fronte edipico emerso anche durante gli incontri con la famiglia: Luciano è ancora impegnato a gestire il suo rapporto con la madre. La difficoltà a regolare la distanza risolvendo questo rapporto simbiotico lo rende sentimentalmente indisponibile, portandolo a mantenere un rapporto superficiale e legato all’esteriorità nei rapporti di coppia. Questa modalità, tipica del funzionamento narcisista, è confermata in letteratura: Kernberg [1] afferma che questi pazienti sono emotivamente superficiali, soprattutto in relazione alle altre persone.
Questa ipotesi è confermata dalle resistenze mostrate alla proposta di coinvolgere la fidanzata in terapia, originate anche da preoccupazioni in tal senso espresse dalla madre. L’impossibilità a portare la fidanzata in seduta rappresenta la sua difficoltà a coinvolgerla pienamente nella sua vita; questo rapporto è una finestra sul suo modo di vivere i rapporti a metà, impegnato com’è a gestire le distanze in famiglia.
Emblematica, a questo proposito, l’idea di Luciano di inglobare il progetto della sua vita matrimoniale all’interno della famiglia d’origine costruendo una casa attigua a quella dei suoi genitori: allargare per non dividere. La necessità di Luciano di non uscire dalla sua famiglia d’origine si esprime anche attraverso la convinzione che, anche dopo il matrimonio, sarà la madre a prendersi cura di lui occupandosi del suo bucato. La fidanzata sembra essere d’accordo con questa prospettiva: il rapporto con lei va avanti perché resta funzionale ai suoi equilibri e non gli fa fare i conti con le difficoltà di svincolo.
Luciano ha assunto il ruolo di erede morale e materiale di questa famiglia lasciando, di fatto, il fratello minore libero di muoversi e sperimentarsi in modo più autonomo. La posizione del fratello Giuseppe, almeno per come la presenta Luciano, appare molto diversa dalla sua. Cresciuto al riparo dagli investimenti che Luciano ha assorbito fino a sentirsene paralizzato, Giuseppe è più autonomo nelle scelte e nei rapporti di coppia (sarà questo uno dei motivi del risentimento nei confronti del fratello?).
Anche in questa fase, nonostante una evidente apertura su molti aspetti, diversi sono i passaggi in cui è difficile contenere il bisogno di Luciano di narrare fatti tenendo fuori gli aspetti emotivi.
Emerge in supervisione la necessità di introdurre elementi di lentezza attraverso dei “silenzi pensosi” che permettano di scendere a un livello più riflessivo. L’eccesso di velocità è un modo che Luciano usa per proteggersi dall’angoscia e rischia di portare la terapeuta a funzionare nello stesso modo. La profonda convinzione, da parte della terapeuta, della possibilità che Luciano ha di rivedere le sue modalità disfunzionali, deve condurre alla possibilità di inserire delle pause di riflessione alle quali Luciano è poco abituato, ma che ora riesce a tollerare meglio grazie al grado di affidamento raggiunto.
È evidente quanto in questi passaggi terapeuta e paziente funzionino a specchio: il fiume in piena del paziente rischia di travolgere anche la terapeuta, ma l’ansia diventa più gestibile dal paziente stesso nel momento in cui è la terapeuta a farne intravedere la possibilità. Questo mi fa capire quanto difficile sia tenere il timone quando si lavora con una personalità così improntata al controllo e quando queste caratteristiche richiamano molti aspetti della stessa terapeuta. Non è solo la tendenza al controllo del paziente a dover essere gestita, ma anche (e decisamente in modo più faticoso!) la mia.
fase v. le aperture depressive: dal castello inespugnabile alla gabbia dorata
Luciano è apparso da subito come un re chiuso in una fortezza. A un certo punto inizia a rendersi conto che il castello dorato costruito allo scopo di non fare entrare chi non fosse all’altezza, diventava inevitabilmente una gabbia nel momento in cui da quelle porte chiuse era lui a non potere uscire sentendosi sempre più prigioniero.
Inizia a concedersi la possibilità di mettere in discussione le sue inattaccabili modalità e questo lo porta a un bilancio della sua vita che comincia a mostrarsi più aderente alla realtà e inevitabilmente meno vincente: Luciano si scontra con la frustrazione di avere quasi trenta anni e non aver raggiunto i risultati sperati, nonostante gli sforzi.
Inizia a essere meno certo di poter essere sempre al massimo, e le sue performance ne stanno risentendo, mettendolo in crisi. Riflettiamo su quanto sia questo periodo di defaillance a farlo stare male o piuttosto tutto il tempo in cui ha pensato di esserne incolume.
Questa versione “umana” di Luciano è inedita anche per me e mi rende più chiaro quanto prima fosse inaccessibile a chiunque volesse avvicinarsi a lui come persona e non come personaggio.
In questa fase Luciano inizia a prendere atto dei lati vulnerabili che ha sempre evitato accuratamente, ma che lo avvicinano alla sua dimensione umana e, quindi, alle persone che gli stanno vicino. Fa ancora fatica ad assumersi le responsabilità dei suoi limiti e ad integrarli con i suoi punti forti in modo da accettarli. La modalità che usa per intravedere i suoi punti deboli senza però toccarli troppo da vicino è l’attribuzione esterna: “sento di allearmi sempre con l’alleato sbagliato”. Questo gli consente di prendere confidenza con le sue debolezze senza però scontrarsi in modo traumatico con esse: apre dei varchi evitando che la fortezza crolli in modo irreparabile prima di avere basi solide per costruirne una nuova, più realistica e adattiva. Valuto questi movimenti come evolutivi e lo accompagno in questo percorso di “umanizzazione di se stesso” cercando di rispettare i suoi tempi, ma mantenendo una “confrontazione delicata” che lo porti a vedere la realtà senza esserne paralizzato.
Fa fatica nel “dosare” i cambiamenti: ha deciso di fare qualcosa per se stesso, compra degli abiti, va spesso a cena fuori. Questi movimenti, però, più che delle acquisizioni di benessere sembrano delle compulsioni: Luciano non riesce a fermarsi, compra e mangia in modo smodato. Sembra che, una volta appresa la necessità di concedersi qualcosa, ora abbia bisogno di recuperare tutto ciò che per tanti anni non è riuscito a fare.
Il comportamento quasi auto-distruttivo, vicino a quello messo in atto dai pazienti borderline, può essere ricondotto alla reazione che Cancrini [11] individua come conseguenza della caduta delle difese narcisistiche: una depressione amara, rivendicativa e facilmente auto ed etero-distruttiva in cui i loro comportamenti assomigliano di più a quelli impulsivi e abbandonici del paziente borderline. Tutto si svolge come se il rendersi conto della mancanza di affetti autenticamente rivolti a loro in quanto persone corrispondesse alla percezione del rifiuto e dell’abbandono cui sono stati esposti nel corso di una vita in cui a essere accettata era soltanto quell’immagine di sé in cui loro stessi ora non riescono a credere più.
Inizia a vedere il proprio ruolo attivo nelle vicende, gli effetti che il suo comportamento ha sugli altri e il modo in cui influenza le sue relazioni.
Ci soffermiamo sull’interdipendenza dei rapporti, e su quanto riconoscere il proprio ruolo attivo lo renda più permeabile negli scambi. Fino ad ora lui ha vissuto al riparo da tutto questo, non è stato costretto a mettersi realmente a confronto con gli effetti che i suoi movimenti hanno sugli altri. Paradossalmente questa brutta storia gli consente di aprire delle finestre su di sé che possono aiutarlo a vivere in modo più autentico.
Le vicende processuali non sono più il motivo per cui è in terapia, ma una dolorosa quanto utile apertura su interrogativi che Luciano aveva bisogno di porsi, per poter vivere meglio.
Questo momento di difficoltà gli ha fatto sperimentare l’impossibilità di tenere tutto costantemente sotto controllo dandogli l’opportunità per iniziare a riflettere su questo suo bisogno.
Mentre prima Luciano rifiutava connessioni tra i fatti e il suo funzionamento, ora non solo si mostra permeabile a un livello più profondo di lavoro, ma stabilisce da sé i collegamenti portandoli come interrogativi e mettendosi in discussione.
Stabilire queste connessioni e prendere consapevolezza delle radici del suo funzionamento aiuta Luciano a individuarne i limiti.
Lavorando su queste riflessioni emerge una metafora del suo modo di funzionare. È come se lui avesse pianificato un viaggio considerando solo la meta: il fatto di puntare dritto all’obiettivo gli impedisce di godersi il paesaggio guardando fuori dal finestrino, pensare a ciò che c’è dopo gli impedisce di assaporare le tappe intermedie e anche di godere concretamente dei risultati raggiunti. È come se avesse bisogno di avere continui riconoscimenti: è guidato dalla necessità che gli altri lo ritengano una persona valida. Le connessioni con la sua storia familiare ora sono possibili e molto più chiare.
A questo proposito Lorna Smith Benjamin [10] afferma che la consapevolezza delle radici del modo di porsi che viene via via formandosi dovrebbe aumentare la possibilità che il paziente DNP diventi capace di prendere le distanze dal vecchio contratto e lo faccia.
Luciano segue molto il lavoro, le preoccupazioni per il processo tornano, ma nei periodi vicini alle udienze e non pervasive come prima: contenere le ansie è ancora una funzione importante della terapia ma resta sullo sfondo di un lavoro che ha ormai un respiro più ampio.
In questa fase il mio controtransfert è positivo: ho finalmente la sensazione di poter lavorare, mentre prima sentivo di lottare contro i mulini a vento sperimentando l’inevitabile vissuto di frustrazione di chi cerca di scalfire un diamante. Nelle fasi precedenti i suoi tratti narcisistici lo portavano a negare la realtà del terapeuta come essere umano differenziato da lui. Secondo la letteratura [1], è la creatività del terapeuta nel processo terapeutico che questi pazienti invidiano profondamente e cercano inconsciamente di distruggere.
Ora il contatto con i propri limiti porta Luciano in una fase depressiva che abbassa le sue difese permettendomi di vedere non solo il suo bisogno di star meglio (evidente anche prima), ma anche la strada per accostarmi al suo dolore e condividerlo. Sperimento, così, la sensazione che chi vive vicino a lui ha provato fino ad ora capendone in modo più pieno la frustrazione. Sento, in modo più autentico, le origini di una solitudine che ora viene vissuta come una barriera che gli impedisce di accedere alle sue risorse.
fase vi. il secondo allargamento alla famiglia
Il processo prosegue e Luciano (contrariamente alle sue aspettative) viene rinviato a giudizio. Mi comunica telefonicamente il suo vissuto d’ingiustizia e il dolore dei suoi cari. Gli propongo di venire insieme alla sua famiglia, anche perché sento che gli avvenimenti stanno riportando Luciano a una fase acuta, e sarà utile l’aiuto di tutti. Mi risponde che era esattamente quel che voleva.
Questa volta la famiglia è al completo: la stabilità del rapporto terapeutico e il difficile momento che l’intera famiglia sta vivendo hanno permesso a Luciano di abbattere l’ultimo muro e portare il fratello (Giuseppe) in terapia. Tutti i membri della famiglia sono piuttosto dimessi: la madre è molto pallida, il padre visibilmente sofferente, Luciano è molto arrabbiato. L’unico in grado di fornire energie per fare da sponda alla sofferenza di tutti sembra il giovane Giuseppe.
Concordano sul fatto che la sofferenza maggiore sia doversi difendere dal giudizio della gente che ora è informata dalla stampa. La paura del giudizio appartiene a tutta la famiglia e porta Luciano ad acuire la diffidenza e i propositi di vendetta. Il momento di difficoltà lo porta a pensieri poco aderenti alla realtà: è necessaria una confrontazione che lo riporti a livelli di consapevolezza più congrui ed è necessario nuovamente intervenire per rallentare il ritmo della seduta. La sofferenza porta tutti a regredire accentuando i tratti disfunzionali, e l’intera famiglia mostra il bisogno di chiudersi per affrontare questo momento difficile, convinta che solo chi appartiene al nucleo familiare sia degno di fiducia. I confini s’irrigidiscono e tendono ad espellere chi per anni ha provato a entrare non riuscendoci mai pienamente (Annapaola, la fidanzata di Luciano). La difficoltà di empatia di Luciano sembra appartenere all’intera famiglia che non considera la difficoltà con cui anche la ragazza sta vivendo queste vicende e fa quadrato intorno a Luciano avallando il suo vissuto d’ingiustizia e la tendenza a isolarsi.
Riflettendo con il supervisore e il gruppo, riteniamo utile condividere con tutti il pezzo di strada fatta con Luciano in terapia e i punti emersi sul suo funzionamento che accentuano la difficoltà in questo momento così delicato.
Occorre lavorare sulla tendenza di Luciano a pensare che tutto possa essere controllato e che ogni cosa dipenda da lui. Quello che lo fa stare male non è tanto il fatto di sentirsi vulnerabile in questo momento, quanto l’essersi sentito invincibile per ventisette anni.
La famiglia condivide questo punto di vista mostrandosi, però, molto difesa rispetto alle origini dei radicati bisogni di Luciano.
I genitori, a differenza del fratello, tendono ad assecondare Luciano, preoccupati delle sue reazioni a questo forte stress: temono che possa mettere in atto i suoi propositi di vendetta ed essere aggressivo. Quest’atteggiamento di connivenza viene vissuto in modo ambivalente da Luciano, da un lato compiaciuto di tenere (apparentemente) lo scettro del comando sulla famiglia, dall’altro infastidito dalla precarietà di questo risultato, sentendosi assecondato come se fosse un matto.
Il fratello Giuseppe dà contributi molto utili quando opportunamente coinvolto; per il resto preferisce restare sullo sfondo defilandosi dall’agitazione familiare e mostrando la sua posizione più decentrata, che gli consente una maggiore autonomia e libertà di movimento: Giuseppe afferma che la leggerezza che il fratello gli rimprovera è un punto a suo vantaggio perché lo aiuta a vivere meglio.
Questa libertà infastidisce Luciano che si mostra sprezzante nei confronti del fratello sentendosi, probabilmente, imprigionato dall’obbligo di essere perfetto e impeccabile e invidiando, denigrandola, la leggerezza di Giuseppe.
È evidente quanto la posizione nella fratria e la differenza nella struttura di personalità abbiano dato un ruolo diverso a Giuseppe che da un lato può aver sofferto la scarsa visibilità, adombrato dalla centralità del fratello, dall’altro da questa centralità è stato protetto guadagnando in autonomia e crescendo al riparo dai forti investimenti genitoriali polarizzati quasi esclusivamente su Luciano.
Secondo Bowen [17] la posizione dei fratelli è uno dei frammenti di informazione più importante per capire le dinamiche familiari. I fratelli che funzionano bene sono di solito quelli meno coinvolti nel sistema emotivo della famiglia.
Cerco di analizzare il mio controtransfert e il motivo per cui in alcuni momenti faccio fatica a vedere le risorse di questa famiglia. Come mai riesce più difficile lavorare con l’intera famiglia piuttosto che con il paziente in seduta individuale? Mi rendo conto che in queste dinamiche rivedo la mia famiglia. Penso che questo condizioni in parte il mio occhio benevolo per il fratello minore (secondogenito come me); credo di rivedermi molto nel suo ruolo e ho un istinto protettivo nei suoi confronti.
Emerge il fastidio che Luciano prova nei confronti della tendenza del padre a non prendere posizioni; sembra che si sia identificato per differenza con la figura paterna. Si è polarizzato così tanto all’eccesso opposto nell’estrema necessità di marcare le sue posizioni dentro/fuori per differenziarsi dal neutrale atteggiamento paterno che forse l’ha fatto sentire poco protetto come figlio.
Il lavoro con la famiglia consente di trovare delle analogie tra le modalità relazionali di Luciano e quelle dell’intero nucleo e di stabilire delle connessioni tra l’iper protezione della madre e l’attuale difficoltà dei figli a trovare gli strumenti per gestire le situazioni difficili.
Emerge, inoltre, la modalità comune a tutti i membri della famiglia, di gestire il dolore senza condividerlo: ognuno cerca di proteggere gli altri tenendoli all’oscuro dei problemi. Questa modalità mostra radici antiche nell’abitudine dei genitori a mostrare solo i lati dorati della vita non mettendo mai i figli a parte delle difficoltà. Questo elemento potrebbe essere ricondotto a una delle ipotesi patogene del disturbo narcisistico di personalità avanzate da Lorna Smith Benjamin. La Benjamin [10] afferma che nell’infanzia del soggetto DNP sono presenti amore e adorazione incondizionata. L’adorazione non è accompagnata da una genuina presentazione dei fatti e il soggetto non è informato circa i sentimenti e i bisogni distinti dei propri genitori. Questa mancanza di palpabilità da parte loro interferisce con il processo di apprendimento del figlio circa il fatto che gli altri hanno bisogni, punti di vista e desideri loro propri.
Questa teoria è in accordo con quanto affermato da Freud [18] secondo il quale la smodata adorazione del bambino da parte di un genitore rappresenta il riassunto del precedente stadio narcisistico del genitore. Tale adorazione incondizionata fa da sostegno alla tendenza del bambino a sopravvalutare il potere dei desideri e dei processi mentali.
La conseguenza nella vita adulta di una tale deferenza e di una tale attenzione incondizionata è l’aspettativa arrogante che altri siano in dovere di portare avanti la tradizione. Il soggetto DNP rimane sorpreso se non ottiene ciò cui crede di aver diritto per natura [10].
Nelle sedute familiari, inoltre, è possibile notare in Luciano un atteggiamento decisamente più difeso e basato sugli agìti rispetto a quello più rilassato e riflessivo delle sedute individuali. Sembra abbia bisogno di mantenere un ruolo nelle dinamiche familiari e che faccia fatica a traslare le nuove modalità relazionali che sta sperimentando in terapia nei contesti che coinvolgono componenti più emotive e in cui queste modalità si sono strutturate e profondamente radicate.
In supervisione valutiamo che in questa fase è importante l’assetto della terapeuta che, non scomponendosi e non allineandosi alle ansie della famiglia, accogliendole con un atteggiamento possibilista, può trasmettere un messaggio incoraggiante riguardo alle capacità che la famiglia ha per gestire questa difficile situazione. Il ritmo di ogni seduta è troppo alto, ed è necessario metacomunicare su questo per abbassare i toni e il livello di fatica di tutti.
Per ridefinire la fase in cui questa famiglia è entrata e che prevede tempi lunghi e difficilmente prevedibili per il processo, sfrutto una metafora calcistica spesso utilizzata dallo stesso Luciano (utilizzare un linguaggio simile a quello del paziente mi aiuta a entrare in empatia con lui e a farlo sentire riconosciuto: con la personalità narcisista si dimostra molto utile). Affermo che anche durante una partita i giocatori alternano momenti di sprint a fasi di ripresa: se corressero continuamente, dopo dieci minuti la partita sarebbe finita perché nessuno può reggere ritmi così alti a lungo. Luciano è abituato a ritmi molto elevati, si fa fatica a corrergli accanto e si sente lo sforzo che lui per primo fa.
Emerge in modo evidente quanto, in questa fase di terapia avviata, l’intera famiglia si affidi seguendo con meno difese il ritmo dettato dall’assetto del terapeuta. La madre si mostra meno accondiscendente e più critica alla fine di questa fase: la confrontazione appare utile a Luciano, che si sente “autorizzato” anche dai genitori a una più critica adesione ai dati di realtà.
In supervisione valutiamo che nella fase in cui il narcisista inizia a prendere contatto con i suoi limiti è utile usare una comunicazione ironica che resti collegata al piano dell’intelligenza, piano su cui Luciano mostra di muoversi molto bene e che consente di sottolineare le sue doti mentre entra in contatto con i suoi limiti. Questo lavoro mi ricorda quella che Lorna Smith Benjamin [10] definisce «la delicata arte di stimolare la presa di coscienza del soggetto DNP, senza distruggere il rapporto creato in terapia».
La fase acuta rientra e le sedute familiari aiutano a contenere l’ansia di Luciano e a far ritrovare all’intera famiglia le risorse sopite dietro la preoccupazione.
fase vii. il narcisista verso lo svincolo
Torniamo al formato individuale dopo la fruttuosa parentesi familiare. Questa fase si apre con una riflessione di Luciano sugli sviluppi del rapporto con il fratello: si sono molto avvicinati e poter contare su di lui lo fa stare bene. Luciano sperimenta il beneficio di riconoscere le qualità delle persone che lo circondano. Il valore altrui, pur essendo ora apprezzato da Luciano, fa fatica ad essere espresso e condiviso con l’altro. Vivere questa difficoltà non più come una vincente strategia, ma come un limite, apre proficui margini di lavoro che consentono di riflettere su quanto riconoscere ed esprimere le qualità altrui porti benefici non solo agli altri, ma anche allo stesso Luciano. Non essere più l’unico detentore delle buone qualità lo aiuta a ridimensionare la sensazione di solitudine di chi vive nell’olimpo senza poter, però, condividere con nessuno questa invidiabile posizione, e gli permette di uscire dall’obbligo della perfezione.
Dopo una lunga pausa estiva dovuta al suo lavoro e anche alla necessità di iniziare a sperimentare autonomamente nuove modalità di gestione dell’ansia e delle sue relazioni, Luciano torna in terapia affermando di essere soddisfatto del modo in cui è riuscito a gestire i diversi cambiamenti della sua vita in questo periodo. I contenuti portati in seduta riguardano sempre meno le ansie per il processo e sempre più dubbi inerenti alla fase del ciclo vitale di Luciano (lo svincolo). Ora è impegnato a gestire la relazione con la fidanzata che durante l’estate si è interrotta, ma che appare ancora aperta e comunque molto presente nelle dinamiche interne di Luciano.
Ha avuto una storia estiva con un’altra donna che gli ha permesso di sperimentarsi in una nuova veste: è riuscito a mostrarsi in modo più spontaneo e a vivere una vicinanza emotiva e genuina mai provata prima, e questo l’ha fatto stare molto bene. Fa fatica a riconoscere il proprio ruolo in questo nuovo modo di gestire le dinamiche affettive, attribuisce le differenze alla persona con cui si è relazionato. Risulta utile lavorare sulla circolarità presente in queste complesse dinamiche per dargli la possibilità di ritenerle ripetibili.
Dalle sedute congiunte la famiglia appare più serena: dato l’assetto differente e i contenuti più spiccatamente individuali decidiamo di proseguire il percorso individuale lasciando aperta la possibilità a nuovi allargamenti nel caso si ritenessero utili per Luciano o per i suoi.
Riflettendo sul suo modo di gestire le relazioni sentimentali emerge la tendenza ad avvicinarsi a donne appartenenti al suo contesto lavorativo: in questa situazione Luciano si sente protetto dal suo ruolo e può muoversi nel terreno del “fare” che lo tiene al riparo dal confronto con “l’essere”. Finora, dunque, ha scelto di rapportarsi a donne che guardassero a lui come personaggio e non come persona, relazioni in cui non cercava uno scambio, ma un attestato per le sue qualità di seduttore.
Il fatto che questo impianto vacilli in un momento così difficile e frustrante della vita di Luciano non è un caso. Secondo Cancrini, infatti, l’emergenza sintomatica si verifica nel disturbo narcisistico dell’adulto soprattutto nel momento del contrasto o della frustrazione [11].
La sua tendenza a stare sui fatti e a non considerare il livello dei vissuti entra in terapia spingendolo a saltare gli appuntamenti quando si sente particolarmente agitato e non al top. Metacomunicare su questo e su quanto sia espressione del suo bisogno di non mostrare le proprie debolezze risulta utile e lo porta ad abbassare le difese. Luciano ora si mostra molto più permeabile a questo livello di lavoro: la sua corazza, una volta messa genuinamente in discussione, mostra diverse crepe che consentono di provare altri livelli di funzionamento sperimentando che non sono minacciosi come temeva.
Il pensiero del processo è presente, ma sempre più sullo sfondo, non lo blocca completamente nella sua progettualità, che si mostra sempre più aderente alla realtà. Nel suo modo di valutare quello che gli succede sono molto meno forti le oscillazioni che prima lo portavano dall’assoluto immobilismo a un entusiasmo staccato dalla realtà, oscillazioni che un po’ disorientavano anche me come terapeuta facendomi sperimentare l’ansia della sua precarietà e la difficoltà di chi provava a stargli vicino.
Un atteggiamento meno rigido gli consente di avere un nuovo gruppo di amici e di vivere in modo più naturale questi rapporti (che prima avevano la funzione esclusiva di attestare la sua incontestabile supremazia). Dice di sentirsi finalmente libero in queste relazioni: ora sorride solo quando realmente si sente di farlo, prima lo faceva perché richiesto dalle situazioni; è una sensazione che non aveva mai provato e lo fa stare molto bene. Si descrive come un bambino che vede l’acqua per la prima volta: ne è attratto e si diverte a giocare con gli schizzi. Questo parallelismo mostra una dimensione di leggerezza e di sperimentazione consentiti dal suo assetto positivo.
Il vissuto nei confronti dell’ex fidanzata è molto presente nei contenuti che Luciano porta in seduta: ora che sta guardando se stesso con occhi più realistici anche chi gli sta intorno, inizia a perdere l’aura di perfezione proiettata dalla sua grandiosità e assume contorni più umani mostrando i suoi lati imperfetti. Annapaola era stata innalzata dall’idealizzazione di Luciano su un gradino molto alto allo scopo di potergli stare vicino: ora che il suo gradino inizia a vacillare anche tutto ciò che lo circonda viene messo in discussione.
Lo scontro con la realtà è duro. Scoperta dalla protezione della sua grandiosità, Annapaola viene investita dalla delusione di Luciano che nei momenti di difficoltà utilizza ancora l’antica modalità tutto/niente: è necessario fare un lungo e paziente lavoro di integrazione per aiutarlo ad accettare i suoi e gli altrui limiti e fare in modo che riconoscerli non lo porti a innescare un meccanismo espulsivo. Il lavoro, però, ora si muove su un fertile terreno che lascia spazio a possibilità, per sé e per gli altri, che prima non erano consentite.
Questa fase è, paradossalmente, una di quelle che mi spiazza maggiormente. Per individuare e valutare questa mia ambivalenza è necessaria la supervisione: il paziente mi porta dei contenuti positivi e io gli propongo di lavorare. È come se fossi rimasta arretrata rispetto a lui non riuscendo a vedere fino in fondo gli enormi passi avanti che ha fatto. Questo è riconducibile sicuramente al mio funzionamento e al fatto (emerso anche nella terapia diretta) che io mi sento maggiormente a mio agio in situazioni di emergenza che richiedono un grosso lavoro mentre mi risulta più difficile stare in situazioni “a bassa intensità”. Scopro che il terapeuta inesperto è ambivalente rispetto alle fasi positive perché inizia a vivere il pericolo dell’abbandono. È necessario che io riprenda il suo passo raggiungendo e precedendo il paziente sull’uscio della terapia, incoraggiandolo verso l’uscita.
È utile, a questo punto, fare insieme al paziente un bilancio che, partendo dai suoi numerosi progressi e rinforzando il suo impegno e tutti i suoi meriti nel raggiungerli, porti Luciano a un’autovalutazione delle sue parti verdi, individuando quanto senta ancora il bisogno della terapia per continuare a espanderle. Questo lavoro mostra quanto Luciano senta di poter gestire in modo più autonomo molte dinamiche, anche se ha ancora bisogno di poter fare riferimento alla terapia come sponda. Come un bambino che sta imparando a camminare ed è contento di fare da solo dei passi, ma ha bisogno di sentire che ci sono degli appigli nell’eventualità di una perdita di equilibrio.
Alla fine di questa fase concordiamo una ridefinizione del setting e un nuovo contratto terapeutico: le sedute non avranno più una cadenza fissa, ma sarà lo stesso Luciano a decidere quando utilizzare questo spazio e su quali temi sente il bisogno di confrontarsi. I temi proposti da Luciano sono sempre più attinenti con la sua fase del ciclo vitale e appartengono quasi esclusivamente ad aree non patologiche.
L’obiettivo di questa ridefinizione è di rinforzare l’autonomia che Luciano mostra dando allo stesso tempo la certezza di poter attingere allo spazio terapeutico utilizzandolo come “porto sicuro” in qualunque momento di difficoltà o di semplice e fisiologica incertezza.
fase viii. la terapia verso la conclusione: la casa costruita su nuove fondamenta
Continua la sperimentazione di rapporti che lo fanno sentire più libero e autentico nel contesto amicale; ora Luciano sta cercando di traslare questo nuovo modo di relazionarsi anche all’interno dei confini familiari, sperimentando un clima più disteso e vivendo il piacere della vicinanza affettiva senza sentirsene minacciato.
La dinamica con l’ex fidanzata è ancora aperta, ma si ha l’impressione che riflettere su questa storia sia una finestra, una possibilità per confrontarsi con aspetti di sé e del suo modo di gestire le situazioni più che una reale necessità di recuperare un rapporto che, nato su presupposti che appartenevano al suo vecchio modo di proporsi al mondo e a se stesso, ora mostra di aver perso le fondamenta. La gestione di queste dinamiche ci dà la possibilità di lavorare sulla difficoltà che Luciano ha di accettare e regolare rapporti che sfuggono al suo controllo e che si mostrano diversi da come nel suo vecchio modo di guardare il mondo, li aveva catalogati. Le vecchie categorie, dopo essersi mostrate troppo strette per valutare se stesso, iniziano a mostrare i limiti e i condizionamenti relazionali e, dunque, necessitano di un’ulteriore messa in discussione.
Inizia a intravedere quanto finora le persone che ha scelto di avere accanto a sé non venivano viste nelle loro qualità positive o negative, ma solo nella misura in cui permettevano a lui di confermare l’idea che aveva di sé; coerentemente con uno dei criteri che il DMS elenca per definire il DNP: il ritenere di poter avere a che fare solo con persone speciali.
La “mancanza di personalità” che ora intravede nell’ex fidanzata e che lo irrita molto è stata funzionale al mantenimento dei suoi equilibri fino a quando lui non ha deciso di metterli in discussione. Emerge quanto il suo bisogno di sovrastare e controllare gli altri lo abbia portato ad avere un’immagine falsata di loro, immagine con la quale ora deve fare i conti lavorando per integrare un’idea più realistica di chi gli sta intorno con l’immagine più equilibrata che inizia ad avere di sé.
In supervisione decidiamo di lavorare per circoscrivere gli effetti di questa vicenda e per far sì che il giudizio che verrà emesso (qualunque esso sia) riguarderà Luciano in quell’episodio, non il suo valore come persona.
Parla del fatto che lui si sente cambiato, riesce a concedersi molte cose e a trovare del tempo da dedicare al proprio benessere oltre che al lavoro. Non solo riconosce i benefici di questi cambiamenti e degli sforzi che ha fatto per raggiungerli, ma riesce anche a parlarne serenamente con chi gli sta intorno (ammettere a se stesso e agli altri che chiedere aiuto è possibile e utile lo fa uscire dalla dimensione narcisistica che rendeva impossibile affidarsi). Accettare i propri limiti gli ha consentito di individuare delle risorse positive intorno a sé (la famiglia) e di potersi appoggiare senza sentirsi umiliato. Ci soffermiamo sul fatto che al di là della situazione che lo ha portato a chiedere aiuto è il suo assetto interno che lo ha messo in particolare difficoltà in una situazione che di per sé era tutt’altro che semplice. Lui dice di aver riflettuto sul fatto che prima o poi forse avrebbe avuto comunque bisogno di mettersi in discussione e lavorare su quelle che erano le sue fragilità; la situazione processuale è stato un campanello d’allarme che gli ha permesso di fermarsi a riflettere su modalità che non avrebbe mai pensato di mettere in discussione e che invece ora vede in modo abbastanza chiaro come causa delle sue difficoltà. Se non avesse avuto quest’ostacolo prima o poi ne avrebbe incontrato un altro, e pensa che forse avere la possibilità di accorgersene in tempo gli abbia permesso di curarlo (fa un paragone con il cancro). La terapia ha ora abbandonato i contorni d’emergenza delle fasi acute assumendo progressivamente quelli della terapia “esistenziale”: la sua funzione ora è quella di accompagnare Luciano verso l’acquisizione dell’autonomia nella ricostruzione di una casa con fondamenta risanate.
Il fatto che mostri consapevolezza non solo dei risultati, ma dell’intero percorso che gli ha consentito di raggiungerli e delle risorse alle quali ha potuto attingere, ci porta a valutare, insieme a lui, che la strada intrapresa è quella giusta e che ora ha le risorse per provare a continuare da solo. Questo spazio sarà sempre disponibile e lui potrà chiamare ogni volta che “la casa avrà bisogno di qualche ritocco”. Lascio a lui la possibilità di chiamare se e quando lo riterrà opportuno.
La sensazione come terapeuta alla conclusione di questa fase è un misto tra la soddisfazione e la piacevole sorpresa. Nella seduta in cui Luciano porta una consapevolezza tale da tracciare l’intero percorso terapeutico, esprime in modo chiaro, e forse meglio di come io stessa avrei potuto fare, l’idea che condividiamo del percorso fatto insieme. È stato come se a un certo punto (senza che io me ne rendessi completamente conto), qualcosa avesse permesso di togliere dagli occhi di Luciano l’ultimo velo, permettendogli di dare un valore positivo alla consapevolezza dei suoi limiti, liberandolo dalla triste condanna alla solitudine di chi porta il fardello dell’infallibilità.
In quella seduta ho sentito in modo piuttosto chiaro che Luciano mi stesse chiedendo la “certificazione” alla sua autonomia e io mi sono sentita tranquilla nel condividerla.
follow-up
Qualche mese dopo la conclusione di questa parte del percorso, Luciano mi chiama per comunicarmi che ha dato il mio riferimento a una persona che poteva beneficiare, così come aveva fatto lui, di uno spazio terapeutico. Dice di aver parlato con questa persona delle difficoltà con cui aveva accettato l’idea di chiedere aiuto e di quanto gli fosse stato utile mettersi in discussione. Luciano mi chiama dopo circa un anno e mi chiede di vederci perché si avvicina la data dell’udienza del processo e lui ha bisogno di affrontare l’ansia per questa situazione insieme a dei punti riguardanti la gestione della sua vita.
L’udienza va esattamente come lui e la sua famiglia speravano: la presunta vittima si è contraddetta in tutta la deposizione e il PM ha lasciato intendere che non sarà necessario ricorrere all’ascolto dei testimoni, previsto nell’udienza successiva, per archiviare il caso e procedere a un’assoluzione piena.
Una volta superata la preoccupazione per il processo, Luciano porta in seduta argomenti relativi ad aspetti specifici del suo svincolo in un momento in cui il fratello minore si trova all’estero per un lungo periodo di studio e le aspettative dei genitori tolgono a Luciano lo spazio necessario per i sani movimenti di svincolo che sta mettendo in atto.
Attualmente vedo Luciano in sedute che non hanno una cadenza precisa, ma che vengono stabilite in base alle sue necessità (approssimativamente ogni 2-3 mesi).
Abbiamo concordato un nuovo contratto terapeutico che ci porta a lavorare su alcune difficoltà nella progettazione del suo futuro come l’intenzione di riprendere gli studi per giungere al traguardo della laurea e l’idea (questa volta più ancorata alla realtà) di trasferirsi fuori per dare più possibilità alla sua crescita professionale. Le difficoltà incontrate in questi progetti evolutivi hanno una chiara attinenza con le sue difficoltà di svincolo accentuate dal vuoto lasciato in casa dall’assenza di Giuseppe.
CONCLUSIONI
Il percorso di Luciano attraverso tutte le sue fasi ha consentito anche alla terapeuta di guardare ai suoi punti molli sia nella sfera professionale sia in quella personale mettendo in evidenza la necessità di integrarli con i suoi punti di forza.
In questo lungo e impegnativo percorso la terapeuta scopre che per aiutare Luciano a vedere e accettare i suoi limiti deve fare lei per prima la stessa cosa. Seguendo insieme a lui il filo rosso che collega le sue modalità alla famiglia d’origine, impara, attraverso gli echi controtransferali, quanto sia necessario mettere a fuoco anche le origini dei propri stili relazionali.
Mentre i colori del narciso Luciano cambiano diventando più armoniosi con il suo sfondo, anche la terapeuta può guardare con occhio più benevolo al suo quadro.
I miei tratti narcisistici in alcuni passaggi hanno reso difficile entrare in contatto con echi controtransferali che m’impedivano di avere una visione oggettiva del funzionamento di Luciano e della sua famiglia.
L’accoglienza e la stima reciproca delle mie compagne di training hanno permesso di mettere in luce queste difficoltà colte con l’esperienza, l’intuito e la sensibilità di un supervisore che mi ha insegnato molto più di quanto possa immaginare come terapeuta e come persona.
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