In ricordo di Pier Giuseppe Defilippi (Pippo).
Il lavoro clinico

Giuseppe Cappuccio1


Il lavoro clinico svolto in diversi anni si è sviluppato in molteplici direzioni, segno della grande versatilità e della diversificazione di interessi professionali del dottor Pier Giuseppe Defilippi (Pippo per tutti quelli che l’hanno conosciuto).
Nel campo della psicoterapia sistemica il suo lavoro ha abbracciato i settori della formazione, della consulenza, della supervisione e dell’operatività terapeutica estendendosi anche ad attività di documentazione, studio e ricerca.
Nello svolgimento della sua attività Pippo ha sempre cercato di sviluppare gli aspetti pragmatici del fare, ma non ha mai dimenticato quelli della teorizzazione e dell’impostazione metodologica continuamente rivisti e affinati.
In sostanza, col tempo, com’è naturale che avvenga, il suo modo di fare e insegnare terapia si è in qualche modo evoluto passando da un’iniziale impostazione metodologica di I cibernetica ad una di II cibernetica attraversando diversi stili e modalità di intervento che lo hanno portato a sperimentare dapprima un linguaggio terapeutico di tipo strutturale e poi, passando per lo strategico e il metaforico, a completarsi nel narrativo.
La sua attività, infatti, è sempre stata caratterizzata dall’uso massiccio d’interventi espliciti e analogici applicati empiricamente grazie all’ausilio di “oggetti” basati su un linguaggio metaforico sicuramente più immediato e sincero per entrare in contatto relazionale con le persone. Pippo, cercando di allargare sempre più i propri orizzonti, ha costantemente curato il proprio aggiornamento tecnico e teorico anche grazie ai numerosi contatti allacciati e coltivati con i principali esponenti delle varie scuole di psicoterapia a livello europeo e non solo.
In particolare ha continuamente cercato di incrementare i rapporti con i colleghi francesi e belgi facilitato, in questo, anche dalla sua ottima conoscenza della lingua francese.
Il continuo scambio d’idee e suggerimenti gli ha permesso di importare, adattare e sperimentare direttamente nel centro da lui diretto anche numerose tecniche che ha usato sia per caratterizzarne l’impostazione didattica e sia come moto propulsore rinnovante e arricchente riuscendo a coinvolgere un po’ tutti, didatti e allievi.
Gli oggetti fluttuanti, in particolare, sono stati introdotti da Pippo anche in fase di supervisione ma soprattutto di formazione e durante il training come corredo all’applicazione dei genogrammi di cui arricchiscono il significato, creando spesso negli allievi il desiderio di approfondire tale esperienza.
I poli estremi entro cui si è sempre articolata la sua attività possono essere considerati quelli di una rigorosa programmazione a cui alternava una altrettanto estemporanea e, direi, fulminea improvvisazione che spesso sorprendeva e spiazzava tutti al di qua e al di là dello specchio.
Le sue improvvisazioni, frutto della parte intuitiva e istintiva della sua persona, non potendo più essere contenute, si manifestavano all’improvviso scaturendo da momenti in apparenza un po’ sonnecchianti e sornioni riuscendo, con gran sorpresa di tutti, a sbloccare le situazioni critiche o in stallo.
E così il percorso terapeutico, che sembrava aver preso le sembianze di un’ardua salita, veniva trasformato in una “bucolica passeggiata nei boschi” in cui si respirava un’aria diversa e in cui tutto sembrava più chiaro, più affrontabile e, soprattutto, fattibile.
Aveva il dono di semplificare situazioni complesse, ma senza per questo banalizzarle, riuscendo a descrivere, a comunicare e a sbrogliare le circostanze più ingarbugliate, in modo semplice e comprensibile a tutti e per tutti, intendo: famiglie, coppie, allievi e anche colleghi.
Portava molto di sé stesso in terapia, della propria esperienza di vita, verbalizzando a volte anche i propri vissuti, cosa che gli permetteva di personalizzare i suoi interventi e di rassicurare la famiglia facendola sentire più capita (citava spesso la suocera, i figli, la moglie, o il proprio cane, un simpatico cagnone di quasi 70 chili che lo costringeva, trascinandolo, a lunghe e celeri passeggiate per Ivrea).
Molto attento all’idea del cambiamento, l’esperienza terapeutica per lui doveva assumere i connotati di un’esperienza trasformativa rispetto al routinario quotidiano vissuto come difettoso e poco funzionale per il sistema che chiedeva aiuto.
Il cambiamento quindi assumeva gli aspetti di perno su cui poggiava tutto il lavoro impostato con il processo terapeutico.
Grande importanza era data anche al livello e alla qualità del cambiamento che doveva essere “in relazione” al tipo di sistema, alle problematiche presentate e alle risorse che si erano attivate durante il processo terapeutico.
Il cambiamento doveva, in ogni caso, essere in qualche modo “visibile” perché doveva avvenire attraverso le cose, doveva basarsi cioè su elementi concreti e, in qualche modo, percepibili perché su questi cercava di centrare la valutazione dell’efficienza della terapia anche se, come ben si sa, il cambiamento non sempre è in relazione alle cose ma al modo di vederle e di utilizzarle.
Cercava sempre poi di verificare se il cambiamento riscontrato era dovuto al funzionamento della terapia o all’ingresso di altre variabili che, nel frattempo, erano imprevedibilmente sopraggiunte.
Con tale considerazione introduceva il concetto dell’efficacia della terapia e la consapevolezza dei limiti e delle marginalità che ogni processo terapeutico inevitabilmente ha nei confronti delle persone.
In sostanza Pippo non si aspettava di certo dei miracoli, ma di sicuro, un inizio di percorso relazionale sinceramente diverso che avrebbe potuto proseguire anche in seguito.
Del resto, come ben sappiamo, il paradosso che caratterizza tutte le terapie è quello che il vero percorso terapeutico inizia proprio, quando termina la terapia, … quando in pratica, finiscono le sedute.
Non si aspettava mai l’impossibile, essendo dotato di buona capacità critica rispetto alla parzialità della terapia, era pienamente consapevole dei limiti e della marginalità che il percorso terapeutico assume nell’economia della persona; quindi impostava il proprio lavoro su basi di concretezza e pragmaticità, ma senza mai perdere però la speranza di riuscire almeno a smuovere il sistema.
Per Pippo la “cura” ha sempre rappresentato un momento creativo fatto di esperienze ed elementi nuovi e quindi un propulsore di genuino mutamento che investiva non solo la sfera della condotta ma anche il modo di considerare e affrontare i problemi.
Ne consegue che il “prendersi cura”, oltre ad essere un esercizio di genitorialità, intesa nel senso di una cura genitoriale del problema relazionale, diventava una cura quasi botanica e agriculturale delle relazioni.
Forse sarebbe meglio dire generazione più che genitorialità nel senso di formazione di cose nuove, un lavoro cioè che fosse quasi come seminare i campi e quindi rispettoso della stagionalità, dei tempi del sistema e delle sue modalità evolutive nel senso che ci sono cose che vanno fatte prima, mentre altre vanno fatte dopo, ma la semina va fatta al momento giusto se si vuole che la pianta cresca, germogli e dia i suoi frutti.
In tal senso l’attività del terapeuta diventava quella di un “seminatore di idee” e “facilitatore di cambiamento”, cambiamento quasi sempre presente “in potenza” nel sistema ma, in qualche modo, in esso bloccato o inibito dalla crisi che lo aveva portato in terapia.
Non temeva la paura di scoprire che aveva dei limiti come uomo e come terapeuta, non era perseguitato da idee di “onnipotenza terapica” o dal “furor curandi”, per questo rispettava e non forzava mai i tempi e la direzione del cambiamento.
La domanda che si faceva era: “Quale cambiamento può far stare meglio queste persone?”. Perché, in fondo, quello che veramente conta è, sempre e comunque, il cambiamento che il sistema, famiglia, coppia o individuo che sia, fa o si sente in grado di fare e non quello che dovrebbe fare secondo ciò che gli altri e, in particolare, il terapeuta ha in mente.
Ascoltava le persone con attenzione e rispetto sincero facendole sentire accolte, il suo atteggiamento in terapia era di tipo democratico, per nulla impositivo anche se a volte, ma solo quando era strettamente necessario, poteva diventava direttivo.
Possedeva inoltre ottime capacità di diagnosi e ipotizzazione che, sommate ad uno spiccato dono della sintesi, gli permettevano di riformulare restituzioni personalizzate, a volte molto originali ma, soprattutto, efficaci.
Nel descrivere le situazioni di cui si occupava in terapia spesso usava una bonaria e sottile ironia più che anglosassone direi “canavesana” (tipica di quella parte del Piemonte che è appunto il Canavese, fatta di modi di dire semplici ma incisivi, conditi di saggezza contadina sbrigativa, pragmatica e concreta). Ironia appunto che, a volte, rivolgeva anche verso sé stesso, esplicitando dubbi e perplessità ma lasciando sempre aperta la porta ad ogni possibilità di risoluzione del problema.
Molto attento alle parole che usava in seduta, spesso faceva proprio il linguaggio stesso della famiglia per essere più incisivo e meglio compreso, sapeva anche entrare e uscire dal sistema dimostrando ottime capacità di manovra all’interno dei nuclei familiari.
Riusciva anche a mantenere una certa distanza emotiva per evitare di essere fagocitato dal sistema perché questo avrebbe di sicuro limitato e reso più difficile ogni sua possibilità di manovra in terapia.
In sostanza agiva da “persona libera” che voleva liberare e rendere liberi sé stesso e gli altri!
Il tutto gli derivava da una grande esperienza sul campo e dalla continua formazione dovuta ad un percorso personale fatto di studi e impegno non comuni, leggeva tantissimo e si aggiornava di continuo.
Come formatore, aveva il dono di semplificare i concetti, era chiaro nelle spiegazioni, paterno e bonario nel consigliare, acuto e incisivo nel diagnosticare le difficoltà dell’allievo; allievo che non si sentiva mai abbandonato, ma sempre accompagnato nel suo sviluppo e nella sua crescita.
A tal proposito ricordo che un giorno, ormai lontano, stavo lavorando in sala di terapia con una famiglia a cui avevo appena dato le istruzioni per iniziare una scultura. Era la mia prima scultura fatta da solo, avevo dato le istruzioni come da manuale ma nessuno si muoveva. Non sapendo bene che fare, preso dal panico, dissi alla famiglia che avrei lasciato loro qualche minuto per riflettere su quale scultura volessero realizzare e uscii dalla sala di terapia. Nel Centro non c’era nessuno, solo io e la famiglia, ma all’improvviso vedo sbucare in corridoio Pippo che, come al solito, stava trafficando con qualche impianto di registrazione. Ci incrociamo…, mi sorride… e allora io gli spiego cosa stava succedendo… lui mi ascolta con attenzione e poi mi dice: “Torna dentro, pigliali per un braccio e tirali su, vedrai che quando sono in piedi la scultura poi la fanno!”, io aggiunsi “ma posso toccarli?” e lui: “Se non si muovono devi!”. Seguii il suo consiglio e tutto andò bene, completai le sculture che diedero anche un buon risultato. È bastato poco perché io riprendessi fiducia, lui lo aveva capito ed era riuscito in tal modo a farmi superare il blocco che mi aveva quasi paralizzato.
Pippo è sempre stato molto attento anche all’umore degli allievi che continuamente rassicurava davanti alle difficoltà che cercava sempre di ridefinire in modo positivo e soprattutto costruttivo. Consigliava e guidava incoraggiando a sperimentare e a sperimentarsi lasciando, a volte, all’allievo anche la possibilità di battere pedagogicamente la testa.
Le sue osservazioni erano sempre centrate quasi premonitrici di situazioni che si sarebbero poi inevitabilmente incontrate nel corso della terapia.
Sapeva rispettare i tempi di maturazione e i ritmi d’apprendimento degli allievi come delle famiglie non forzando mai nessuno se proprio non era necessario.
Il suo atteggiamento era quello del “fantasma immanente” nel senso che c’era anche quando non era presente. (Spesso ci si ritrovava a discutere fra allievi e didatti, … Pippo avrebbe fatto così, Pippo avrebbe detto così, cosa ne penserebbe Pippo…).
A tal proposito, aggiungerei che, nel centro, Pippo era sempre presente anche quando fisicamente non c’era, non tanto come “controllore” ma come “servizio agli altri” e, per altri, intendo tutti coloro che ne avevano bisogno dai didatti agli allievi.
A lui si poteva sempre chiedere un aiuto, un suggerimento, un’indicazione bibliografica o comportamentale o semplicemente un consiglio sicuri che non si sarebbe mai rimasti inascoltati, delusi o, peggio ancora, lasciati soli.
Concluderei con un aneddoto che forse riassume più di ogni cosa il modo di pensare e agire di Pippo…
Tempo fa, per strana combinazione, mi trovai in auto con Pippo, Canevaro e Busso e facendo riferimento ad un seminario in cui avevamo visto il terapeuta “osare molto” in una seduta rivelatasi poi decisiva per il buon andamento della terapia io dissi: «Sembra che in terapia si debba mettere in pratica un comportamento basato sulla massima latina: memento audere semper».
La frase, detta un po’ come sintesi scherzosa di quanto avevamo visto e commentato, venne ripresa e modificata da Pippo nel modo seguente: «Secondo me sarebbe meglio dire… memento audere quasi semper!».
Credo che l’aggiunta di quel piccolo quasi faccia, in sostanza, la vera differenza essendo indicativo non solo di semplice prudenza ma soprattutto della grande saggezza ed esperienza accumulata da Pippo nel corso degli anni.
Queste sono solo alcune sintetiche e genuine riflessioni sull’operato scientifico e professionale di un uomo buono, semplice e spontaneo nelle relazioni che, con la sua iniziativa e il suo esempio, ha indicato la direzione e il percorso da seguire.
Spetta a tutti noi ora il compito di raccoglierne il testimone e proseguire sulla strada da lui tracciata onorandone il ricordo.