In ricordo di Pier Giuseppe Defilippi

Francesco Bruni1


Pippo, così tutti lo chiamavamo, è improvvisamente scomparso il primo gennaio 2013, era uno psicologo e psicoterapeuta speciale capace di coltivare le qualità nei pazienti e negli allievi. Sapeva affrontare ogni tipo di relazione con garbo, disponibilità, curiosità e cortesia riuscendo a semplificare le situazioni più complicate senza mai banalizzarle. Ha fondato con Salvatore Morgana e Carlo Zarmati l’Istituto Emmeci che ha diretto fino al 2012 quando le sue condizioni di salute si sono improvvisamente aggravate.
È stato un eccellente formatore e aveva una lunga esperienza didattica e clinica, un’ottima conoscenza della realtà della psicoterapia sistemico-relazionale nazionale e internazionale. Ha dato all’Istituto Emmeci un’apertura verso l’Europa e aveva l’orgoglio di dire «la terapia familiare in Piemonte è partita da casa mia, dal Castello di Albiano» dove all’epoca risiedeva e dove si riuniva il gruppo che ha dato vita all’Emmeci.
In quaranta anni di attività professionale, ha svolto diversi incarichi nazionali e internazionali e per lungo tempo è stato molto attivo nel Coordinamento del Centro Studi. Ha percorso molteplici sentieri nella terapia familiare e ha contribuito allo studio del linguaggio analogico e all’uso degli oggetti in psicoterapia e nella formazione dei terapeuti sistemico relazionali.
È stato un prezioso compagno di viaggio. Per me è stato un amico e una guida, un fratello maggiore con cui ho percorso molte strade, dalla comune passione per la montagna, ai vini e al cibo, al lavoro insieme nella formazione e nella ricerca clinica.
La foto qui riportata esprime bene alcuni tratti peculiari di Pippo. È una foto che gli ho scattato 10 anni fa e che lo ritrae seduto con sopra il suo grande cane alano, Falstaff, in un momento di riposo al ritorno da una passeggiata sul monte Avic, in Valle d’Aosta, dove amava trascorrere il periodo estivo.
Nell’insieme formano un’immagine fantastica, che ricorda le figure mitologiche, metà uomo e metà animale. Falstaff in primo piano sembra tutt’uno con Pippo che sullo sfondo ha un’espressione lieve e serena che ritroviamo in Falstaff. Ci ricorda le situazioni buffe e giocose che sapeva creare nella formazione e nelle terapie, inventandosi esercizi e ricorrendo a diversi oggetti metaforici creando una magia che permetteva un salto di livello. Allo stesso modo con leggerezza riusciva a dare “voce” e a far “parlare” i corpi.



Colpisce, anche, l’espressione sorridente e serena di Pippo tipica del suo modo di essere accogliente. Sapeva mettersi in gioco facilitando l’espressività negli allievi e nei pazienti. Caratteristiche che connoteranno il lavoro clinico e formativo di Pippo. Il suo modo di essere accogliente, di giocare anche con il suo corpo e di mettersi nei panni degli altri, senza rinunciare al confronto. Diceva spesso a proposito della psicoterapia: «È sempre necessario che il terapeuta sappia mettersi nei panni di ogni membro della famiglia così da raccogliere informazioni su come viene percepita la situazione e sulla pluralità dei punti di vista e intanto faccia sentire la propria vicinanza e comprensione necessaria per poi recuperare una posizione ‘altra’ e introdurre nuovi modi di vedere la realtà, in quanto condizione necessaria per il cambiamento. Quanto più il terapeuta non conosce come i membri della famiglia vivono le diverse situazioni tanto più i suoi interventi rischiano di non essere considerati plausibili e quindi poco efficaci» .
Questo e altri insegnamenti mi restano come doni preziosi che sento di portare con me e che arricchiscono la mia dimensione umana e professionale. Grazie Pippo.