Valutare il legame di coppia: relazioni, affetti
e difetti in un gruppo di co-dipendenti anonimi


Melania Benincasa1, Stefano Iacone2



Riassunto. In ambito clinico da alcuni anni si parla di dipendenze affettive o co-dipendenze per illustrare le storie di quelle pazienti, per lo più donne, che seguono i loro compagni nell’abisso della dipendenza da alcool o altre sostanze stupefacenti, vivendo tormentosamente la dimensione di coppia e mettendo a repentaglio salute fisica e mentale. Sono storie fatte di violenze psicologiche e fisiche quotidiane inseguendo, giustificando il disagio del partner. Negli ultimi tempi si è reso necessario ampliare il termine “dipendenze patologiche” che, oltre le “classiche” e stigmatizzate dipendenze da abuso di sostanze psicoattive, stanno abbracciando nuove, “banali” e pericolosissime new addiction. Questo lavoro presenta una ricerca clinica effettuata su un campione di pazienti appartenenti ai Codipendenti Anonimi (CoDa): la finalità della ricerca è stata quella di approfondire la dimensione del legame di coppia di tali pazienti attraverso un percorso psicodiagnostico.

Parole chiave. Dipendenza patologica, co-dipendenza, alessitimia, bolla relazionale, regolazione affettiva.


Summary. Evaluate the pair bond: relationships, emotions and defects in a group of anonymous addicts.
In the clinical setting for some years it comes to relationship dependency or co-dependency to illustrate the stories of those patients, mostly women, who follow their peers into the abyss of addiction to alcohol or other drugs, painfully experiencing the size of couple and threatening physical and mental health. Stories are made of psychological and physical violence every day chasing, justifying the discomfort of the partners. In recent times it has become necessary to extend the term “pathological dependence” that, beyond the “classical” and stigmatized dependencies abuse of psychoactive substances, are embracing new “trivial” and dangerous addiction. This paper presents a clinical research carried out on a sample of patients belonging to Codependent Anonymous (CoDa): the purpose of the research was to investigate the size of the pair bond of these patients through a path psychodiagnostic.

Key words. Addiction, co-dependency, alexithymia, relational bubble, affective regulation.
Resumen. Evaluar el víncolo de pareja: las relaciones, las emociones y los defectos en un grupo de adictos anónimos.
En el ámbito clínico desde hace algunos años se trata de la dependencia emocional o co-dependencia para ilustrar las historias de los pacientes, en su mayoría mujeres, que siguen a sus compañeros en el abismo de la adicción al alcohol u otras drogas, siente dolorosamente su tamaño pareja y amenazando la salud física y mental. Las historias están hechos de violencia psicológica y física todos los días persecución, lo que justifica la incomodidad de los socios. En los últimos tiempos se ha hecho necesario ampliar el término “dependencia patológica” que, más allá de la “clásica” y estigmatizada dependencias abuso de sustancias psicoactivas, están adoptando la nueva adicción nuevo “trivial” y peligroso. Este trabajo presenta un estudio clínico llevado a cabo en una muestra de pacientes pertenecientes a codependiente Anónimo (CoDA): el objetivo de la investigación fue investigar el tamaño del bono par de estos pacientes a través de un psicodiagnóstico camino.

Palabras clave. Adicción, la co-dependencia, alexitimia, burbuja relacional, la regulación afectiva.



«La mia gelosia si calmava perché sentivo Albertine ridotta semplicemente a un essere che respira… Chiudendo gli occhi, cadendo nell’incoscienza, Albertine si era spogliata, via via, dei differenti tipi di umanità che dal giorno in cui l’avevo conosciuta mi avevano deluso. Non era più animata dalla vita incosciente dei vegetali, degli alberi, vita molto diversa dalla mia, più strana, e che tuttavia mi apparteneva ben di più. Il suo “io” non sfuggiva via via, ad ogni istante, come durante le nostre conversazioni, attraverso gli spiragli del pensiero inconfessato e delle sguardo»

Marcel Proust, La Prigioniera


«L’amore è sempre venato di un impulso antropofagico. Chi ama desidera appianare, estirpare ed eliminare la molesta, irritante alterità che lo/la separa dall’oggetto del proprio amore; la separazione dalla persona amata è la peggiore paura che affligge chi ama, e molti tra questi sarebbero disposti a tutto per allontanare una volta per tutte lo spettro del commiato. E quale modo migliore di raggiungere tale obiettivo che rendere la persona amata una parte inseparabile di chi ama? Ovunque io vada, verrai con me; qualunque cosa io faccia, la farai anche tu; qualunque cosa io accetti, l’accetterai anche tu; qualunque cosa io rifiuti, la rifiuterai anche tu. Se non sei e non puoi essere il mio gemello siamese, che tu sia il mio clone!» [1].
La visione pessimistica di Bauman sulla vita di coppia è solo l’ultima (in ordine di tempo) di una lunga tradizione filosofica che vede nell’amore una malattia, fonte di sofferenza o un’ascesi impossibile. In letteratura poi le storie d’amore inestricabilmente connesse alla sofferenza, tormentate dall’impulso di un totale possesso dell’altro, dall’appagamento irraggiungibile, sono forse quelle destinate a non calare mai nell’oblio. Didone, Emma Bovary, Anna Karenina sono solo alcuni indimenticabili e infelici personaggi che accompagnano i lettori di ogni epoca nell’esplorare l’oscuro territorio dell’amore. Come ci ricorda Proust nella sua monumentale Recherche [2], a volte l’amore tormentato trova pace solo attraverso l’immobilità dell’amata sprofondata nel sonno o in quello irreversibile della morte.
In ambito clinico da alcuni anni si parla di dipendenze affettive o co-dipendenze1 [3] per illustrare le storie di quelle pazienti, per lo più donne, che seguono i loro compagni nell’abisso della dipendenza da alcool o altre sostanze stupefacenti, vivendo angosciosamente la dimensione di coppia e mettendo a repentaglio salute fisica e mentale. Sono storie fatte di violenze psicologiche e fisiche quotidiane inseguendo, giustificando il disagio del partner [4]. Indiscutibilmente negli ultimi tempi si è reso necessario ampliare il termine “dipendenze patologiche” che, oltre le “classiche” e stigmatizzate dipendenze da abuso di sostanze psicoattive, stanno abbracciando nuove, “banali” e pericolosissime new addiction [5,6].
Le nuove dipendenze possono essere facilmente sottovalutate perché hanno per oggetto comportamenti quotidiani, comuni, anche se esperiti in maniera patologica. Collocate, per la loro natura apparentemente innocua, ancora sul binario dell’accettazione sociale, sono, se possibile, più difficili da riconoscere, se non quando assumono proporzioni eclatanti e comportamenti rigidamente compulsivi: cibo, sesso, internet, shopping compulsivo, il gioco d’azzardo sono solo l’inizio di un elenco destinato ad allungarsi. Le dipendenze affettive e le co-dipendenze sono state categorie utilizzate spesso per interpretare quei comportamenti di masochistica accettazione di violenze psichiche e fisiche ad opera del partner o per restituire un senso a quella vocazione tipicamente femminile all’auto-annullamento oppure a quel maniacale controllo sul partner riferito dalle molte “donne che amano troppo” [7-9].
Siamo ben consapevoli dei rischi che l’adozione di tale etichette può comportare: diventano categorie auto-esplicative, “principi dormitivi” che saturano il senso di agiti drammatici con formulette banalizzanti. Come sostenuto in un precedente lavoro [10], per ridare un senso a queste “folli” dinamiche distruttive e rigidamente ridondanti dobbiamo andare oltre una “diagnosi” individuale: queste infatti ritrovano una senso solo all’interno del legame di coppia, in quello spazio intersoggettivo peculiarissimo e irripetibile che creano i due partner. Tutti siamo impegnati nella ricerca di un altro significativo (più o meno stabile accanto a noi) che soddisfi i criteri di complementarità affettiva e guarisca magicamente le antiche ferite. Da questo incontro nasce un “noi”, un terzo che trascende i due singoli partner, che li organizza, favorisce l’autoregolazione affettiva e la stabilizzazione del sé.
Nelle co-dipendenze la ricerca clinica proposta dall’IMePS [11] ha evidenziato come in questi casi la coppia costruisca un “noi” ipertrofico e asfissiante, magicamente onnipotente, inteso come l’unica dimensione nella quale ci trovano soluzioni ad antiche ferite, ad emozioni intollerabili e restituisce ad entrambi i partner un ruolo centrale nelle dinamiche affettive. Nelle co-dipendenze si può ipotizzare che, grazie al magico incontro, prenda forma una bolla relazionale che protegge la coppia, senza limiti temporali, delimitando considerevolmente gli scambi con il “mondo esterno”. La funzione di questa invisibile pellicola è quella di tener lontane ansie, paure, fantasmi di rottura e di morte. Allo stesso tempo mina la fisiologica ricerca di uno “spazio individuale” nel timore che la progressiva autonomizzazione possa minacciare la coesione del sistema “noi-centrico” che prelude ad una disgregazione del nucleo [12].
«In questo senso la co-dipendenza si può intendere come un modello, sia pure da porsi verso un estremo patologico, di funzionamento psicologico interpersonale, che non descrive quindi la mente di un solo individuo, ma tiene conto degli aspetti degenerativi che particolari relazioni possono “indurre” nell’altro. Chiaramente questo possibile “contagio”, inteso come un reciproco gioco delle parti, diventa drammaticamente circolare e spiraliforme» [13].
Le analogie con le dinamiche psicologiche innescate dalle “classiche” tossicomanie sono molte. Rigliano [14], ad esempio, insiste sulla magica trasformazione indotta dalla cocaina: chi ne fa uso, si scopre una persona differente, “apparentemente più efficiente, più brillante”, incarna un sé idealizzato che emerge (nel vissuto del tossicodipendente) solo in occasione dell’assunzione della sostanza e che, nella quotidianità, è occultato dalla sua “versione deludente”. Nella dipendenza affettiva si potrebbe ipotizzare che il sé idealizzato sia ricercato al di fuori del corpo: il partner sarebbe idealmente iperinvestito e depositario di speranze spesso illusorie. Chi è dunque l’altro da cui si dipende? Qualcuno che non deve in alcun modo deludere, e se lo fa, viene giustificato fino all’estrema ratio. Il guaritore o la parte guaritrice di sé che deve essere re-introiettata attraverso una morbosa gestione della distanza-vicinanza interpersonale 2 [15].


LIMITI, CONFINI E ALESSITIMIA

La contrapposizione “vicinanza-distanza” rappresenta un tema che si ripete così frequentemente da indurre a ritenerlo un fattore ineludibile nelle dipendenze patologiche. Questa dimensione “spaziale” diventa una lacerante dicotomia: esprime sempre l’impossibilità di appartenere, così come l’impossibilità di separarsi. È la creazione di un legame impossibile, questa volta non espresso attraverso il medium biochimico di una sostanza ma attraverso un’esperienza d’amore. Reiterazione, impossibilità di apprendere dall’esperienza, craving sono altri aspetti di una comune fenomenologia dell’esperienza dipendenziale. L’amore, come le droghe, può avere effetti devastanti, ma quando questo diventa una patologia, uscendo dal suo normale ambito di ”naturale” sofferenza d’amore?
Questo interrogativo ci conduce verso un altro fondamentale fattore, ovvero un uso massiccio della dissociazione per far fronte alla sofferenza, indirizzando le energie psicologiche verso l’altro e ciò che lo circonda, fino ad arrivare ad un completo assorbimento. Questa organizzazione orienta quindi l’individuo verso un preciso stile cognitivo-emotivo, ovvero quello di essere capacissimo di cogliere ogni più piccola sfumatura emotiva del partner, ma rimanere completamente cieco sulle proprie emozioni. Se il suo sguardo è diretto esclusivamente sull’altro, la sua interiorità diventa un territorio buio di cui è difficile decifrare i segnali. La capacità di riflettere su di sé è minima e lo stile diventa eterodiretto [16].
Questo stile cognitivo-emotivo ha trovato nel costrutto dell’alessitimia una trasposizione clinica efficace e clinicamente utile. L’alessitimia non indica una specifica patologia, ma una difficoltà dell’individuo a riconoscere le proprie emozioni e ad esprimerle verbalmente. Le caratteristiche cliniche dell’alessitimia sono sostanzialmente note, come la difficoltà ad identificare, descrivere e comunicare le emozioni, distinguere fra vissuti emotivi ed attivazione fisiologica delle emozioni, la presenza di uno stile cognitivo orientato verso il fattuale e la realtà esterna. L’alessitimia ci segnala fondamentalmente una difficoltà dell’individuo a processare le emozioni che non riescono ad accedere ad un livello rappresentazionale e/o simbolico, compromettendo la funzione auto-riflessiva; in altre parole questo si tradurrebbe in una difficoltà a mentalizzare le emozioni e cioè a poter descrivere anche l’aspetto rappresentazionale degli stati mentali propri e altrui, a costruire rappresentazioni di sentimenti, pensieri, desideri, credenze ed a riflettere sulle proprie intenzioni e su quelle degli altri. Il fallimento di questi passaggi inficerebbe il processo di auto-regolazione degli affetti, che quindi necessiterebbero di un “supporto” esterno [17].
La regolazione affettiva non indica semplicemente il controllo delle emozioni, ma la capacità di tollerare affetti negativi (noia, vuoto, rabbia, angoscia, depressione), compensandoli con affetti positivi senza dover ricorrere ad acting comportamentali o oggetti esterni che riducano la necessità di pensare sugli eventi [18].
«Non appare azzardato immaginare che le nostre pazienti co-dipendenti abbiano sviluppato un singolare assetto alssitimico, ovvero siano capacissimi di cogliere le emozioni del partner (più per risonanza emotiva che per capacità riflessiva), ma appaiano completamente ottenebrate sulle proprie, percepite esclusivamente come attivazioni fisiologiche anche sgradevoli, con uno stile cognitivo teso verso l’agito. Il partner sarebbe quindi l’oggetto esterno utile a regolare quegli stati emotivi difficili da gestire o più massicciamente la regolazione affettiva sarebbe completamente spostata verso il lato interpersonale, avendo constatato l’impossibilità di attivare processi di auto-regolazione efficaci» [12].
In tal senso abbiamo trovato un deciso sostegno nei contributi del gruppo di Toronto che hanno sottolineato la stretta corrispondenza tra dipendenze patologiche, disturbi della regolazione affettiva ed alessitimia. Nelle loro ricerche Taylor, Bagby e Parker [19] hanno evidenziato come il nucleo fenomenologico nelle dipendenze non possa essere ridotto esclusivamente al perseguimento del piacere – aspetto presente con forza nelle dipendenze da sostanze – ma che sia correlato ad una serie di esperienze che permettono di sottrarsi ad una realtà (vedi emozioni) difficilmente tollerabile ed impossibile da elaborare (vedi assetto alessitimico). In questi soggetti forti esperienze sensoriali (tra cui potremmo inserire anche il “folle” amore) creerebbero stati alterati di coscienza, che permetterebbero di sottrarsi a contesti relazionali infelici e coartanti. La ricerca costante e sofferta dell’oggetto da cui si dipende, quindi la compulsione a mettere in atto strategie rigide, è vista come il fallimento della pensabilità dell’esperienza. Le dipendenze da sostanze, ma quindi anche quelle comportamentali, sarebbero “disturbi delle regolazione affettiva”, intendendo per regolazione affettiva un processo attivo che coinvolge la dimensione neurofiosiologica, motorio-comportamentale e cognitivo-esperienziale legata ad un deficit di simbolizzazione (alessitimia).
Nella co-dipendenza è possibile immaginare un particolare assetto alessitimico che si manifesta come una quasi totale cecità relativa alle proprie emozioni (vissute come indesiderabili manifestazioni fisiologiche) ed al contempo una conoscenza (perlopiù per rispecchiamento) dettagliata e profonda delle emozioni del partner. L’altro aiuterebbe dunque a regolare quegli stati emotivi difficili da gestire, essendo le proprie capacità autoregolatorie deficitarie [11].


VALUTARE IL LEGAME DI COPPIA: UNA RICERCA CLINICA NELLE CO-DIPENDENZE

Sulla scorta della precedente ricerca IMePS [11], ci è apparso quindi utile interrogarci sulla dimensione del legame di coppia ed approfondirli attraverso un percorso psicodiagnostico. Abbiamo così individuato i seguenti indicatori del funzionamento di coppia co-dipendente:
1. percezione soggettiva del vissuto di vicinanza/lontananza del partner;
2. profilo alessitimico;
3. soddisfazione/insoddisfazione di coppia;
4. coesione della coppia;
5. espressione affettiva.

Ai fini di indagare tali punti abbiamo ritenuto che i seguenti strumenti potessero darne un’adeguata descrizione. Gli strumenti selezionati hanno, negli anni, ampiamente dimostrato validità ed affidabilità:
1. IOS: Inclusion of Other in the Self Scale di Aron per il fattore vicinanza/lontannza
2. SAR: Scala Alessitimica Romana di Baiocco, Giannini, Laghi per il profilo alessitimico
3. DAS: Dyadic Adjustment Scale di Spanier per i fattori di soddisfazione, coesione ed espressione affettiva.


SAR – Scala Alessitimica Romana di Baiocco, Giannini, Laghi

La SAR [20] nasce dall’esigenza di misurare il costrutto multidimensionale dell’alessitimia - mancanza (a-) di parola (-lexis-) per le emozioni (-thymos) - individuato già nel dopoguerra da McLean ma postulato solo nel 1973 da Sifneos. La SAR si presenta come un protocollo di facile somministrazione, senza limiti temporali; consta di una sezione “anagrafica” e di 27 item le cui risposte variano su una scala Likert a 4 punti (da Mai a Sempre). Le aree studiate e misurate sono 5:
– espressione somatica delle emozioni: tendenza del soggetto ad esprimere emozioni per lo più negative attraverso reazioni e sintomi somatici (es. sensazioni fisiche fastidiose difficili da spiegare);
– difficoltà ad identificare le proprie emozioni: difficoltà nel riconoscere le emozioni che si provano;
– difficoltà a comunicare agli altri le proprie emozioni: difficoltà a confidare o tendenza a nascondere il proprio vissuto emotivo;
– pensiero orientato esternamente: interesse per gli aspetti pratici della vita e poca capacità introspettiva;
– difficoltà ad essere empatici: difficoltà a condividere gli altrui stati d’animo.

Il superamento del punteggio 8 (sten) per un determinato fattore, indica che il soggetto in questione ha difficoltà in quella determinata area.


DAS – Dyadic Adjustment Scale di Spanier

Il protocollo della DAS [21] si pone l’obiettivo di misurare attraverso 32 item (che prevedono modalità di risposta su scala Likert da 5 a 7 punti e risposte dicotomiche sì-no) il grado di adattamento e la qualità della relazione di coppia. I 4 fattori individuati riguardano:
1. soddisfazione di coppia (SD): livello di felicità/infelicità derivante dal rapporto di coppia, dalla frequenza con cui si verificano i litigi, dal piacere provato nello stare insieme, dall’aver considerato o meno una possibile separazione (10 item);
2. consenso diadico (CD): accordo/disaccordo su valori e temi significativi (es. religione, finanze, amici, tempo libero, ecc.) (13 item);
3. coesione diadica (CoD): presenza di dialogo, interazione costruttiva, piacere nel condividere attività, obiettivi comuni manifestati (5 item);
4. espressione affettiva (EA): manifestazione di sentimenti e sessualità nel rapporto di coppia (4 item).
La DAS rappresenta, ad oggi, uno degli strumenti self-report maggiormente impiegati per la valutazione del funzionamento di coppia.


IOS – Inclusion of Other in the Self Scale di Aron

Creato nel 1992, il test grafico IOS [22] è immediato nella forma e nella somministrazione: si interroga sulla percezione del grado di intimità all’interno della coppia. Nell’unico item raffigurato, viene chiesto al soggetto di indicare, tra le sei disponibili, la rappresentazione grafica che meglio “esprime” la propria relazione di coppia. La scelta è tra due cerchi che si collocano a differenti livelli di intersezione/sovrapposizione: da un massimo distacco, nella prima rappresentazione, ad una quasi totale sovrapposizione nell’ultima immagine (la settima) (Figura 1).


IL CAMPIONE: I GRUPPI CoDa IN ITALIA

La popolazione da cui è stato estratto il campione è una piccola rappresentanza dei Codipendenti Anonimi (CoDa), gruppo ampiamente diffuso in Italia e all’estero, da noi conosciuto attraverso la rete telematica. I dati qui di seguito riportati, campionatura ed attuali risultati, rappresentano il segmento iniziale di un’analisi di più ampio respiro che prevede l’interessamento di una più vasta popolazione. Associazione di auto-aiuto diffusa su tutto il territorio nazionale, il gruppo di Codipendenti Anonimi adotta il programma dei “dodici passi” e le “dodici tradizioni” mutuati agli Alcolisti Anonimi (AA). Inizialmente furono proprio i familiari degli AA a costituire un gruppo di auto-supporto emotivo (Al-Anon), successivamente l’esigenza di riunirsi per condividere esperienze di sofferenza e cercare nel gruppo sostegno psicologico si estese ai dipendenti affettivi ed ai codipendenti. Nacquero così i CoDa, prevalentemente composti da partner di alcolisti e tossicodipendenti, le cui problematiche affrontate vanno dall’esperienza relazionale quotidiana all’esternazione del vissuto emotivo.



In base alle regioni, vengono suddivisi numerosi sottogruppi (coordinati da un comitato nazionale): ciascuno di essi possiede un nome identificativo ed identitario e si riunisce in genere almeno una volta alla settimana, per lo più in locali della chiesa destinati anche agli AA, ai Giocatori Anonimi, agli Overeaters Anonimi. Una discreta percentuale di soggetti proviene da altri gruppi o ha partner che frequentano altri gruppi di auto e mutuo-aiuto, “avvezzi” alla dipendenza da alcol, ansiolitici o sostanze stupefacenti.
Si può osservare dall’interno lo svolgimento di un incontro, essendo una riunione al mese aperta a coloro i quali si interessano di co-dipendenza, pur non essendo membri CoDa (ma operatori del settore, ricercatori, psicologi o semplici curiosi)3. L’organizzazione dirigenziale di ciascun gruppo varia ciclicamente così da ridurre, per quanto è possibile, le differenze tra i membri e far sperimentare a tutti una posizione di responsabilità sia essa quella di rappresentante o quella di tesoriere. Pur dichiarando la loro lontananza da qualsivoglia credo, finanche da un’ideologia cattolica, i CoDa conservano alcune caratteristiche rituali che un po’ ricordano nel nome e/o nella funzione la tradizione e le celebrazioni religiose: preghiera di apertura, preghiera della serenità, preghiera di chiusura, momento dell’offerta.
Ampio spazio è dedicato al vissuto personale. A ciascuno è data la possibilità di raccontarsi a ruota libera e senza interruzioni: la nuda narrazione di sé è facilitata dal “voto” di segretezza del gruppo. È qui che vengono fuori comuni esperienze di inadeguatezza affettiva ed antiche ferite mai sanate; per la pregnanza dei contenuti emergenti e per far sentire accolto chi si espone raccontandosi, una prossemica biasimante o giudicante negli astanti non è ben accetta. Come avviene per gli AA, anche tra i CoDa è previsto il ricorso allo sponsor, membro più “anziano” e più avanti nel percorso di consapevolezza ed autonomia, guida e sostegno per i nuovi arrivati [23].


IL CAMPIONE DELLA RICERCA

Il campione preso in considerazione è costituito da 20 soggetti appartenenti ai gruppi di Napoli, Milano e Torino. Per il 60% è composto da donne e per il 40% da uomini. Nella Figura 2 è stato raggruppato in percentuali il campione in base all’età. L’età media è di 46 anni per gli uomini e 41,5 anni per le donne. Il 40% dei soggetti è separato o divorziato, il 20% coniugato o convivente, mentre nel 40% rientrano i “liberi” (tra questi i single e coloro che hanno un compagno/a con cui non convivono). Per quanto riguarda la situazione lavorativa, possiamo inferire che il 40% dei soggetti è composto da disoccupati o lavoratori occasionali, il restante del campione è diviso equamente tra studenti, occupati e pensionati. Le dipendenze dei partner vanno dall’alcolismo alla tossicodipendenza, all’ internet addiction.



ANALISI DEI RISULTATI

I dati emersi dalla SAR hanno evidenziato in primo luogo che nessuno dei soggetti del campione ha raggiunto un punteggio totale significativo, quindi era un campione di soggetti non alessitimici. Diverso è il discorso per le singole scale (Figura 3). Il fattore 5, inerente la difficoltà ad essere empatici è quello che risulta maggiormente deficitario (40%); seguono il fattore 1 nel 30% dei casi, il fattore 4 nel 20%. Infine il fattore 2, che valuta le difficoltà ad identificare le proprie emozioni, raggiunge il livello di significatività solo nel 10% del campione. Un 30% del campione non ha evidenziato alcuna significatività per tutti i 5 fattori, evidenziando così una buona competenza nel processamento delle emozioni. Il dato fortemente discordante con l’ipotesi di base sul funzionamento dei soggetti co-dipendenti può essere in parte spiegato dal fatto che sono soggetti in trattamento da lunghi periodi, quindi ormai “avvezzi” a gestire meglio le proprie emozioni.



Risultati clinicamente più rilevanti invece sono emersi dalla Scala di Adattamento della Coppia (DAS): il 90% del campione ha raggiunto punteggi significativi in tutte le sottoscale, ovvero punteggi non inclusi nel range medio definito da Gentili per la popolazione italiana. Le percentuali di discostamento del campione dalle medie di Gentili rispetto ai fattori sono: il 60% dei soggetti esprime insoddisfazione per la vita di coppia, il 40% esprime una criticità nell’area del consenso diadico, il 50% nell’area dell’espressione affettiva, il 30% per la coesione diadica (Figura 4). Si tratta, dunque, di individui sostanzialmente poco appagati dalla relazione, legata ad una condivisione deficitaria, al pari ad una scarsa esternazione affettiva. In ultimo segnalano una quota significativa di conflittualità irrisolta.
I risultati della IOS sono illustrati nella Figura 5: il 30% del campione ha scelto la figura con la massima distanza tra sé ed il partner; le stesse percentuali sono rilevate per figure mediamente intersecanti (la 3 e la 4). Solo il 10% dei soggetti testati riconosce nella propria coppia una maggiore quantità di spazio in comune. È interessante osservare quanto l’assenza di “contatto” con il partner sia la configurazione spaziale prevalente (Figura 1). Non è azzardato ipotizzare la prevalenza di un vissuto di non-appartenenza: l’altro viene percepito in “fuga”, come mai completamente o abbastanza “dentro” il rapporto di coppia.
Un 10% si discosta dalla distribuzione omogenea del campione (figura 5), e si riconosce “invischiato” nella vita del partner; sono gli stessi soggetti che non hanno superato i valori soglia negli altri due test. Potremmo interpretare il dato grafico attraverso due differenti chiavi di lettura: da un lato il gruppo CoDa “giustifica ed incoraggia” comportamenti di controllo sull’altro (intrusività), dall’altro può essere letto come l’esito di un buon lavoro introspettivo-relazionale.






ANALISI DELLE CORRELAZIONI

Premettendo che il campione-trial di questa ricerca risulta troppo esiguo per poter azzardare il tratteggio di profili precisi, questa prima lettura dei dati appare abbastanza deludente, non sembra infatti indicare tratti peculiari dei legami di coppia nell’ambito dei CoDa. Il quadro invece cambia con l’analisi della co-varianza, quindi osservando le correlazioni tra i diversi fattori esplorati. Così sono emersi due particolari sotto-gruppi. Nel 30% dei soggetti infatti si è riscontrata una significativa correlazione tra i seguenti fattori:
– F5>8 (SAR): difficoltà ad essere empatici;
– SD
– EA
– punteggio totale DAS < media Gentili: poco adattamento nella coppia;
– scelta della Figura 3 (IOS): riconoscimento di un medio livello di inclusione del partner nel proprio mondo.

È un sotto-gruppo che abbiamo denominato “Mi vedi, ma non ci sono (più)”. Si è delineato un gruppo di soggetti poco empatici, ed un livello di adattamento di coppia molto basso. Si può ipotizzare un assetto relazionale in cui c’è un partner stanco di lottare, ripiegato sulle routine quotidiane, svuotate di risvolti affettivi. L’altro non è realmente “sentito”, se non per “contagio” mentale, potremmo dire in modo epidermico. Si adombra un individuo con difficoltà nell’assunzione di responsabilità e che necessita di continue direttive da parte del partner, vissuto come intrusivo e squalificante, ma da cui risulta impossibile separarsi. Il partner incarna la figura genitoriale controllante, il nostro soggetto è invece il bambino che trasgredisce e che non può essere abbandonato a se stesso. Il legame così si trascina fiaccamente e le sempre più rare emozioni positive non risiedono nello spazio di coppia. Il sintomo (ad es., l’alcool) è l’unico punto di contatto tra i due.
Il secondo sotto-gruppo è costituito invece dal 20% del campione, ed è accomunato dalle seguenti correlazioni:
– F1 >9 (SAR): alto grado di somatizzazione;
– CD < media Gentili (DAS): basso consenso diadico;
– punteggio totale DAS < media Gentili: poco adattamento nella coppia;
– scelta della Figura 4 (IOS): livello medio di inclusione dell’altro nel proprio spazio vitale.

Questo è stato invece battezzato“La Prigioniera”, titolo di proustiana memoria. È accostabile alla morfologia del “martire” proposta da Cermak [8], di chi si fa carico dei problemi del partner e combatte per principio, considerando più importante essere nel giusto che essere efficace. Sono soggetti empatici, ma somatizzano molto la sofferenza e si sentono costretti a comportarsi in un certo modo nella speranza che prima o poi i loro sacrifici verranno ripagati. Non si rendono realmente conto del vuoto che hanno dentro e del timore di essere abbandonati finché si impegnano, così tanto, a combattere per salvare il partner o inutilmente su altri fronti.
Le correlazioni del restante campione risultano purtroppo molto frammentate per poter essere raggruppati in qualche maniera.


LEGAMI CO-DIPENDENTI

Quali legami di coppia raccontano questi due sotto-gruppi? Le considerazioni fatte nel paragrafo precedente sono poi state accostate alle singole storie al fine di recuperare una visione complessa sul “noi” della coppia. Così nel primo sotto-gruppo abbiamo ritrovato un legame di coppia fondato su una fantasia di controllo totalizzante ma allo stesso tempo sfibrante, arido. È una coppia stanca, segnata dal continuo riproporsi di un ben noto copione: il controllo dell’uno porta inesorabilmente l’altro ad allontanarsi, ad una richiesta di maggiore responsabilità corrisponde un opposto tentativo di ripiegare nella fuga. L’atteggiamento inteso come “distaccato”, inoltre, non fa che dar ragione alle strategie controllanti del partner co-dipendente, assillato dal timore di perdere ciò che ha dato un nuovo senso alla sua vita. Ecco, dunque, a seguito dell’ escalation di controllo, il legame appare “deludente”: illo tempore il “noi” era iper-investito di aspettative, valenze affettive, il superamento del sintomo del partner significava un cambiamento epocale. Questa prospettiva oramai è sfumata in uno stallo logorante.
Probabilmente il meccanismo controllante è maggiormente presente nei membri CoDa perché ben si sposa con la struttura normativa di un gruppo che propone ai suoi membri uno specifico e preciso percorso “riabilitativo”. La mancata visione relazionale del funzionamento di coppia all’interno del gruppo, presumibilmente, porta alla selezione di un determinato stile di “gestione” del partner. Questo stile fortemente normativo non aiuta i partner a ritrovare una sintonizzazione di coppia [24]. I punteggi della DAS descrivono una relazione insoddisfacente con bassa espressività affettiva, connotata da un forte vissuto di impotenza sull’altro che si allontana sempre più (come risulta dalla IOS).
Più vicino ad una configurazione del tipo “effetto tunnel”4 [13] è invece il secondo sotto-gruppo. Si delinea un legame fortemente asimmetrico, sacrificale, completamente orientato al soddisfacimento dei bisogni del partner problematico, alla sua cura ed alla giustificazione di ogni suo torto. Una mitologia condivisa del sacrificio consente di spostare l’attenzione totalmente all’esterno, su piani pragmatici, incardinati sull’agito compulsivo. Ciò che si cerca di non smuovere è un terreno franoso, spesso testimone di un vissuto familiare “scomodo”, traumatico. La coppia dipendente è qui fondata su una fantasia salvifica, di grande sofferenza e sacrificio: il rapporto, mai paritario, porta entrambi i partner a non vivere bene la relazione. L’uno manifesta un elevato livello di somatizzazione, l’altro si sente asfissiato, in gabbia. I punteggi ottenuti alla DAS fanno ipotizzare un dominio dell’emotività: passionalità e conflitti continui imperniano ogni aspetto della vita a due, scandita da una continua sfida in cui non ci si può mai permettere di mostrarsi in una posizione down. 
Questi due sotto-gruppi raccontano in sintesi solo alcuni possibili legami di coppia nei casi di co-dipendenza, certamente non descrivono l’intero “repertorio”affettivo di queste coppie. Piuttosto va detto che questi profili “Mi vedi ma non ci sono (più)” e “La prigioniera” sono soltanto i legami più congrui ad un contesto riabilitativo come un gruppo di auto-aiuto CoDa [25]. Il ricorso ad una condotta distruttiva, compulsiva e l’abituale stile tendente all’agito sarebbe correlato ad una problematica oscillazione vicinanza-distanza emotiva, segnale di una fallimentare auto-regolazione affettiva che sembra ancorata piuttosto ad una rigida etero-regolazione. La ricerca spasmodica di un composto devastante, che annebbi la consapevolezza ed allontani la sofferenza “primaria”, o lo slittamento del focus su una relazione avvilente ma conosciuta consentono di spostare l’attenzione da un vuoto emotivo e di sottrarsi all’esplorazione e messa in discussione di se stessi. Tali modalità di governo della sofferenza sarebbero tutt’altro che univoche [26,27]: i volti della co-dipendenza, di cui parla Cermak, possono mutare ed assumere, quindi, differenti e molteplici configurazioni.


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