La “causalità circolare” è un martello:
percorsi, usi e abusi del concetto più potente
e rivoluzionario dell’approccio sistemico

Sonia Di Caro1


Particolarmente dedicato ai medici e agli operatori della salute, l’articolo col­locato in questa sezione risponde a una domanda fondamentale sulla possibilità di utilizzare, fuori dal campo in cui esso nasce, il sapere che origina dal lavoro degli psicoterapeuti.


Especially adressed to practitioners and other health specialists, the article placed in this section answers to the main question on the possibility to make use of the knowledge resulting from the work of psychoterapists outside the field in which it is born.


Dedicado especialmente a los médicos y demás profesionales de la salud, el artículo presentado en esta sección responde al tema fundamental sobre la posibilidad de utilizar los conocimientos derivados del trabajo de los psicoterapeutas fuera de su campo original.



Riassunto. L’articolo tratta dei percorsi che la “causalità circolare”, uno dei concetti più potenti dell’approccio sistemico, si è trovata ad affrontare quando si è scontrata con la tematica della “violenza domestica” e quando ha dovuto confrontarsi con tematiche importanti quali quelle del “potere” nell’ambito delle relazioni umane e della “responsabilità” all’interno di una relazione privilegiata come quella terapeuta-cliente. L’autrice approfondisce poi la questione relativa al concetto di “causalità circolare” in seno alla relazione terapeutica iatrogena, ovvero generatrice di malessere, criticandone l’uso forzato e onnipervasivo in stanza di terapia. La considerazione finale propone un utilizzo della “causalità circolare” come lente interpretativa, utile ad osservare e comprendere la realtà e le relazioni umane, lente che può comunque essere, a volte, tolta, tenendo presente che, all’interno di alcuni tipi di relazioni umane, non ci si può esimere dal riconoscere una sostanziale differenza di potere e di responsabilità .

Parole chiave. Causalità circolare, violenza, potere, responsabilità, iatrogenia, etica.


Summary. The “circular causality” is a hammer: ways, uses and abuses of the most powerful and innovative concepts of the systemic approach.
The article deals with the path “the circular causality”, one of the most powerful concepts of the systemic approach, had to face up when it ran the theme of “indoor violence” and when it had to face important themes such as those ones of “power” in human relations and “responsibility” in the privileged connection between a therapist and his patient. The author deals then with the problem of “circular causality” within the iatrogenic therapeutic relation, producing uneasiness, and finds fault with a forced pervading use during the treatment. Her final consideration suggests making use of “circular causality” in order to observe and understand reality and human relations, though you can’t do but acknowledging there is a considerable difference between power and responsibility.

Key words. Circular causality, violence, power, responsibility, iatrogenia, ethics.

Resumen. La “causalidad circular” es un acotillo: recorridos, usos y abusos de uno de los concepciónes mas poderosos y revolucionario del aproche sistémico.
El editorial va a cuestionar de los recorrido que la “casualidad circular”, uno de los concepciónes mas poderosos del aproche sistémico, se ha trovada ad afrontar cuando encuentra temáticas como la violencia entre la familia o cuando ha debido confrontarse con tematicas esencial como acuel de los poder entre los relaciones humanas y de la responsabilidad entre a una relación privilegiada como aquel terapeuta-cliente. La autora profundiza al fin la cuestion de el concepto de “causalidad circolar” entre de la relaciones terapeutica iatrogena, o sea generatriz de malestar, censurandone la utilizacion forzada y demasiada entrometida en el cuarto de terapia. La consideración final propone una utilización de la “causalidad circular” como lente interpretativa, util para observar y comprender la realidad y las relaciones humanas, lente que puede ser, tal vez, quitada, sabiendo bien que, entre algunos tipos de relaciones humanas, tenemos que acatar siempre una sustancial differencia de poder y de responsabilidad.

Palabras clave. Casualidad circular, violencia, poder, responsabilidad, iatrogenia, ética.


INTRODUZIONE

Asse portante, nella teoria dei sistemi, è certamente il concetto di “causalità circolare” che sostiene che nessuna parte di un sistema può avere un controllo o un potere unilaterale su un’altra parte dello stesso sistema. Sebbene diversi pensatori sistemici siano stati coinvolti nel tentativo di sviluppare questo concetto, Gregory Bateson ne rimane il principale artefice e autore.
Secondo l’ottica batesoniana, ciascun individuo, all’interno di un qualsivoglia sistema relazionale, partecipa esclusivamente, che ne sia consapevole o meno, a spirali circolari di causazione: è, cioè, coinvolto in relazioni che mostrano sempre una natura circolare e mai lineare. Tale concezione rappresenta uno dei cardini dell’ottica sistemica e ha determinato una vera e propria rivoluzione epistemologica nello studio e nella interpretazione delle relazioni umane.


LE RELAZIONI UMANE VIOLENTE: IN CRISI IL CONCETTO DI “CAUSALITÀ CIRCOLARE”

Ma l’epistemologia circolare sistemica incontrò un momento di forte difficoltà quando si trovò di fronte alla necessità di dover spiegare quelle relazioni umane all’interno delle quali si verificavano episodi di violenza. Come spiegare, ad esempio, i casi di abuso o violenza fisica, secondo un’ottica sistemica, utilizzando l’idea che ogni appartenente alla relazione partecipi a relazioni di causalità circolare? Era come affermare che l’abusato partecipasse attivamente al suo stesso abuso e fosse quindi complice della violenza subita, come dire che la vittima recitasse un copione complementare a quello del suo carnefice all’interno di una circolarità sistemica e fosse quindi partecipe della sua stessa vittimizzazione.
Questa idea venne considerata del tutto inammissibile, specie da alcune autrici femministe che, nei primi anni ’80, attaccarono duramente la teoria dei sistemi, sostenendo che il concetto di “causalità circolare” si dimostrava fallace e crollava quando si considerava il fatto che l’oggetto di un’aggressione non è un partecipante volontario.
In quegli anni fu affermato che non tutto poteva essere spiegato con la circolarità, come, ad esempio, nei casi di violenza sessuale in cui non esiste circolarità nella relazione, ma sono ben chiare le differenze tra la posizione di potere e quella di sottomissione.
In quella che fu nota come la critica femminista alla teoria dei sistemi sociali, uno degli argomenti maggiormente discussi e criticati fu il problema della violenza domestica.
Il tradizionale approccio sistemico alla violenza domestica affermava che l’abuso sessuale o fisico svolgeva un ruolo funzionale nel mantenimento del sistema familiare e che, con eguale influenza, ciascun membro della famiglia partecipava attivamente nel perpetuare il sistema disfunzionale. Esso sosteneva, inoltre, che la violenza contro le donne avviene in sistemi familiari caratterizzati da certe strutture relazionali e che l’incesto o le percosse sono il prodotto di un contesto di interazione caratterizzato da sequenze ripetitive di comportamento transazionale [1].
Secondo le autrici femministe, la teoria dei sistemi non metteva adeguatamente a fuoco il problema della violenza e del dominio maschile nelle famiglie ed esse negarono fortemente l’idea di una corresponsabilità della vittima nell’atto violento all’interno del sistema, così come un’ottica di circolarità poteva lasciar intendere, se non addirittura suggerire.
Bograd, una delle autrici, affermò: «There is little logical and empirical support for the prevalent assumption that women provoke men into abusing them. [...] From a feminist perspective, a systemic formulation is biased if it can be employed to implicate the battered woman or to excuse the abusive man» [2].
Per Cottone e Greenwell: «È essenziale considerare l’episodio di abuso come un atto illecito che non è giustificato da alcuna funzione che esso può svolgere all’interno del sistema» [3].


LA NATURA DEL POTERE NELLE RELAZIONI FAMILIARI

Violenza in tedesco è Gewalt. E Gewalt vuol dire anche potere: la violenza è all’interno del potere, e non tutti esercitano violenza allo stesso modo e grado perché non di tutti sono le stesse possibilità, capacità, responsabilità, lo stesso potere.
(A. Wilden)


Nel dibattito portato avanti dalle autrici femministe, ad essere criticato e discusso, insieme al concetto di “causalità circolare”, fu anche il concetto di potere così come Bateson lo aveva inteso.
Bateson concepì il concetto di potere sostanzialmente in base a due presupposti di fondo:
1)?come concetto tossico, errore epistemologico da eliminare;
2)?come inesistente all’interno di relazioni unilaterali.

Bateson si era avvicinato con entusiasmo allo studio delle teorie darwiniane, ma quando si accorse che tali teorie erano state utilizzate e strumentalizzate per favorire l’eliminazione di sei milioni di persone, tra cui ebrei, zingari ed omosessuali, considerò e studiò il potere come un concetto del tutto negativo che non poteva trovare alcun posto in ambito psicoterapeutico.
Per Bateson, credere nel potere era un vero e proprio errore epistemologico dal momento che, a suo avviso, «l’esercizio del potere in un qualche ecosistema, o in un sistema sociale, culminerebbe inevitabilmente nella distruzione e nella patologia [del sistema del quale è parte]. Esso distruggerebbe rapidamente la flessibilità, la potenzialità e la complessità dell’ecosistema, e lì dove prima c’era una complessità ricca e sfaccettata, il sistema si ridurrebbe al suo più basso comune denominatore, se non alla sua stessa morte» [4].
Inoltre, per Bateson il potere unilaterale è una mera illusione, esso non esiste: il potere è una interazione e non una soluzione lineale. La vittima non esiste, così come non esiste il persecutore: non è ipotizzabile una gerarchia di potere all’interno della circolarità sistemica.
Tutto ciò descrive la visione del potere per Bateson, una visione che sembra coincidere con la sua idea del concetto di natura: intrinsecamente amorale e organizzata secondo leggi di causalità circolare. Anche la mente, nella concezione batesoniana, è del tutto amorale dal momento che essa appartiene al mondo della natura [5].
Nel periodo anteriore agli anni ’80, quasi tutti i sistemici non riconobbero affatto il concetto di potere come fenomeno fondamentale della psicoterapia. Coloro che seguirono le idee batesoniane giunsero, tutt’al più, a formulare l’idea secondo la quale si poteva costruire, con il paziente, un processo terapeutico partendo da una posizione di non-potere, di eguaglianza tra il terapeuta e il cliente. Jay Haley fu uno dei primi che, in un’ottica sistemica, considerò l’esistenza di una gerarchia nelle relazioni.
Ma il concetto di potere diventò rilevante solo intorno agli anni ’80, quando, in seguito alla critica femminista alla teoria dei sistemi sociali, si ritenne che non tutto poteva essere spiegato con il concetto di circolarità.
La possibilità di esaminare il potere in una coppia come interazione causale-circolare alla quale entrambi i partner partecipano venne messa in dubbio allorché ci si rese conto che ciò non aiutava a comprendere né l’esperienza del partner che deteneva il potere né di quello che, invece, lo subiva.
Sono stati fatti diversi sforzi per riconciliare il problema del potere con la tradizionale teoria dei sistemi, come descritta da Bateson.
Uno dei tentativi, tra i più recenti e interessanti, è quello di Dell che argomenta come la dicotomia tra la teoria dei sistemi e la critica femminista possa essere spiegata facendo una distinzione tra l’ontologia del sistema – come è veramente il sistema al di là della nostra osservazione di esso (o più precisamente, come il sistema si considera essere veramente) – e l’epistemologia con la quale gli individui percepiscono il sistema (il processo consapevole di rappresentazione del sistema).
Lì dove Bateson afferma che l’esercizio del potere potrebbe distruggere il sistema, e per questo considera il potere come inesistente, Dell fa notare che, da una prospettiva differente (una prospettiva epistemologica), il potere, nei fatti, sembra esistere.
Egli propone una soluzione alla questione portata avanti dalle scrittrici femministe considerando che la posizione di Bateson descrive in realtà l’ontologia del sistema, ma la percezione che il potere esista nel mondo, percezione condivisa pressoché da tutti, rappresenta piuttosto una epistemologia, per cui l’esperienza umana porta alla percezione che il potere è reale, e non illusorio.
Dell riassume la sua posizione affermando: «I have suggested that the circular-causal systemic perspective inevitably must obscure the existence of lineal power or violence. Moreover, I have argued that this blindness (with regard to violence) occurs because the systemic view is constitutively unable either to distinguish, or to speak of, “power”, “violence”, “abusers”, or “victims”. We, of course, can distinguish such phenomena in the lineal domain of human experience (which includes our empathic identification – and disidentification – with those whom we may call “victims” and “abusers”). Yet while we may distinguish these phenomena, the systemic lens cannot» [4].
Attraverso le lenti della teoria dei sistemi (lenti ontologiche), il potere non può esistere perché esso distruggerebbe il sistema in cui opera. Ne deriva che tutta la causalità è circolare. Ma attraverso le lenti dell’esperienza personale (lenti epistemologiche), gli individui possono osservare il potere che quindi viene definito reale.
Dell sostiene, infine, che la teoria dei sistemi (nella sua accezione batesoniana) si fonda su una descrizione “esogena” del mondo, inteso quest’ultimo come il mondo della natura, e che, da tale prospettiva, il comportamento umano può essere spiegato secondo la stessa logica che spiega il comportamento animale in natura, tenuto conto che «morality does not exist in nature» [1].
Ne consegue che il concetto di potere (o di aggressione), se visto da una prospettiva “esogena”, non esiste, ma esso risulta evidente quando la stessa situazione venga vista da una prospettiva “endogena”, ovvero secondo una costruzione personale della realtà plasmata dall’ambiente nel quale l’individuo vive.
È nella prospettiva cosiddetta “femminista” che Dell riconosce una epistemologia più propriamente “endogena” e sostiene che, mentre da tale prospettiva un’azione può essere considerata aggressiva, essa potrebbe non essere considerata tale da una prospettiva “esogena” della natura.
Secondo una prospettiva “endogena”, l’aggressione non è intrinseca all’atto, ma al modo in cui uno percepisce l’atto; di conseguenza, tale prospettiva include, inevitabilmente, la moralità e il senso di giustizia, concetti intrinseci alla condizione umana.
È Gergen ad affermare che è proprio il criterio di “giustizia” ad essere il più importante nel determinare linguisticamente se un atto vada considerato come aggressivo o meno e che solo dopo vengono considerati dall’individuo, come altri criteri di valutazione dell’atto in questione, l’intenzionalità dell’atto o il fatto che provochi dolore. A sua volta, Gergen distingue tra “esogeno”, come riferentisi a teorie che danno priorità al mondo esterno nella formazione della conoscenza umana, e “endogeno”, che denota quelle teorie che abbracciano i processi della mente come preminenti [6].
McConaghy e Cottone, in disaccordo con Bateson, sostengono che «le società umane sono diverse dal mondo della natura e che in esse l’obiettivo non è la mera sopravvivenza del DNA all’interno del suo ambiente, ma la sopravvivenza della società stessa. La società è un sistema autopoietico (o auto-rigenerantesi) che lotta per mantenere la sua omeostasi» [1].
Ancora Cottone, applicando le idee di Maturana e Varela [7], afferma: «In caring for the individual in society, one helps guarantee the living properties of the societal system necessary for one’s own continued autopoiesis» [8].
La critica femminista alla teoria dei sistemi può quindi essere riformulata considerando che quest’ultima, nella sua più pura accezione batesoniana, se vista da una prospettiva “endogena”, prospettiva che implica le questioni morali, non solo viola il senso di giustizia dell’individuo, ma ne viola anche il senso di responsabilità.
Per Rigliano e Siciliani, Bateson mancò di una vera e propria teoria sistemica del conflitto e questo si verificò anche per il problema del potere. «La sua fobia del potere e l’incapacità di connettere, in relazioni violente, complesse e dinamiche, l’individuo al suo sistema; il contenuto di violenza agli schemi semplici ed eleganti e ai modelli euristici da lui voluti; l’incapacità di stabilire la natura di quelle relazioni intrafamiliari particolarissime, non meri effetti di una comunicazione distorta e irrispettosa dei livelli logici: tutto questo determinerà l’abbandono del tentativo e dello stesso campo di studio» [9].
A loro avviso, la maggior parte degli autori che se ne sono interessati «non sono riusciti a teorizzare adeguatamente il potere: l’hanno sempre visto o come una cosa, o come una funzione, sempre come un quid pertinente ad uno solo, o pochi soggetti: ne hanno dato quindi una lettura unilineare, assolutamente non circolare e non sistemica. [...] Quando si è tentata una lettura circolare (Bateson), si sono semplicemente annullate le differenze tra gli attori del gioco sociale e familiare, per cui il risultato è stato che il potere semplicemente non esisteva» [9].
«Molti batesoniani negano tuttora che si possa parlare di potere: ovvero, alcuni negano la necessità e l’utilità di pensare in termini di potere, altri ne negano decisamente l’esistenza» [9], altri ancora, pur utilizzando ancora definizioni batesoniane del concetto di potere, cominciano «a prenderne le distanze, senza però proporre una ipotesi sistemica e complessa del potere intrafamiliare» [9].
Tutte queste teorizzazioni non sono riuscite, a loro avviso, a connettere in una ipotesi sistemica concetti come quelli di potere, bisogni, violenza, conflitto, mancanza di possibilità percettive, cognitive, affettive ed esistenziali; non hanno mai teorizzato la violenza in modo adeguato e quando hanno tentato di farvi fronte, non hanno trovato adeguati mezzi per proporre soluzioni diverse. Gli autori suggeriscono come, a loro avviso, per teorizzare adeguatamente il conflitto, sia necessario rapportarlo alla particolare situazione esistenziale e affettiva della famiglia, connettendo teoricamente, in maniera complessa, i vari elementi in gioco.
Infine, tra coloro che tentarono di conciliare il concetto di potere con l’ottica sistemica, Foucault fu certamente quello il cui pensiero ebbe maggiore risonanza.
Per Foucault, il potere è nella struttura di tutte le costruzioni umane (materiali e immateriali), è insito in ogni sistema, non creato dai singoli elementi del sistema.
Egli partì dalla medesima idea di Bateson per cui il potere non può essere concepito come unilaterale.
A suo avviso, il potere può essere “positivo” o “negativo”, ma non secondo un’idea di giudizio morale, bensì rispetto alle possibilità che esso genera: mentre il potere “positivo” crea nuove possibilità, quello “negativo” le diminuisce. Foucault considerò inoltre che il potere negativo, pur essendo opprimente, può a volte risultare necessario se attuato nei confronti di persone che hanno bisogno di protezione (come ad esempio il neonato); mentre il potere positivo può a volte anche essere dannoso, come nel caso della vittima che si sacrifica creando, con il suo sacrificio, nuove possibilità all’altro. Per Foucault, la positività o la negatività del concetto di “potere” dipendono quindi dal tipo di potere e non dall’effetto che esso provoca.
Un’altra idea centrale nel pensiero di Foucault è quella per cui è il “contesto di riferimento” che definisce e determina il potere nelle relazioni: non si può estrarre il potere dal suo contesto, al di fuori di esso il potere cessa di esistere. Le ramificazioni di tali idee sono state infinite e hanno pervaso molti campi di applicazione.
Il potere venne considerato presente in tutte le istituzioni e in tutte le relazioni umane giungendo alla conclusione che c’è la possibilità di resistere al potere, ma non di non esserne condizionati.


I CONCETTI DI “POTERE” E “RESPONSABILITÀ” NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA IATROGENA:
COME CONCILIARE IL CONCETTO DI “CAUSALITÀ CIRCOLARE”?

Diversi autori si sono mostrati unanimi e concordi nell’asserire la assoluta parità tra terapeuta e cliente nella costruzione della relazione terapeutica e nel sottolineare l’aspetto esclusivamente ricorsivo di azione e retroazione di quest’ultima, fedeli al concetto sistemico di “causalità circolare”.
Tra questi mi limiterò a citare Marco Bianciardi e Umberta Telfener: «All’interno di una epistemologia cibernetica nulla è benefico o dannoso in sé, bensì può essere definito tale solo all’interno di una relazione e di un contesto. […] Un eventuale fallimento terapeutico si genera nella storia di una relazione che entrambi i partner contribuiscono a definire e a costruire. […] il terapeuta, come il paziente, non può avere alcun controllo unilaterale sulla relazione […]» [10]; o Heinz Von Foerster: «Se uno si considera un attore partecipante nel dramma dell’interazione reciproca, del dare e del ricevere nella circolarità delle relazioni umane, solo può dire a se stesso come pensare ed agire» [11]; o infine Valeria Ugazio la quale, in un’ottica costruzionista del processo terapeutico, vede il cambiamento terapeutico come esito di «un processo conversazionale estraneo ad una dinamica di potere e controllo, e anche di influenza e contro influenza. Il terapeuta non compie azioni finalistiche, non trasmette contenuti conoscitivi, non agisce sul paziente da una posizione esterna» [12].
Altri autori si sono posti, invece, al vertice diametralmente opposto rispetto a coloro che hanno sposato la onnipervasività della circolarità sistemica per spiegare qualsivoglia evenienza relazionale. Tra questi c’è Humberto Maturana il quale, così come riferito dalle parole di Paul Dell, contesta la visione circolare, tanto quanto quella lineare: «La dicotomia tra causalità lineare e causalità circolare per Maturana è un errore. I terapeuti della famiglia sono stati nel tempo giustamente sospettosi della nozione di causalità lineare; l’alternativa della causalità circolare non risolve alcun problema; il concetto di causalità circolare è altrettanto errato» [13].
Ricollegando le precedenti concettualizzazioni alle considerazioni sul trattamento psicoterapico (specie quello iatrogeno), non mi trovo d’accordo con quanto affermato dagli autori citati all’inizio (né con i fautori dell’utilizzo illimitato di un’ottica circolare, né con il pensiero negativistico di Maturana) e credo che bisognerebbe sempre evitare concettualizzazioni estremistiche e radicali nello studio delle relazioni umane (siano esse sane o patologiche).
Nel fare alcune riflessioni circa la applicabilità assoluta ed illimitata del concetto di “causalità circolare”, credo sia più opportuno qui distinguere due contesti ipotetici a cui fare riferimento: a) il contesto terapeutico sano, eticamente corretto, promotore di benessere; b) il contesto terapeutico dannoso o potenzialmente iatrogeno.
a) Nel caso in cui ci si trovi ad osservare o analizzare un contesto terapeutico del primo tipo, sano ed eticamente corretto, appare certamente valido quanto asseriscono Mara Selvini Palazzoli et al. nel loro articolo “Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta” (1980) quando sostengono la presenza di processi circolari nella conduzione della seduta psicoterapeutica: «Ciò che il terapeuta dice ai clienti genera significati che ritornano al terapeuta attraverso parole, atti, emozioni dei clienti, mantenendo costantemente aperto il flusso delle comunicazioni […]» [14].
Io credo, però, che fare sempre e comunque riferimento alla circolarità della relazione terapeuta/paziente per spiegare e giustificare gli eventi della terapia, tentare di livellare (quando non disconoscere) i ruoli di potere all’interno della relazione terapeutica in un’ottica di co-costruzione del percorso di terapia, sia un lavoro, a volte, poco utile nel senso che, a mio avviso, questa visione non migliora né peggiora la terapia, non ne aumenta né ne diminuisce le potenzialità o i rischi, non fornisce particolari garanzie al cliente, non assolve il terapeuta dal possedere una condotta etica, né lo esime dalle sue proprie responsabilità.
b) Nel caso in cui ci si trovi, invece, ad osservare ed analizzare una relazione terapeutica del secondo tipo, ovvero una relazione potenzialmente o chiaramente iatrogena, ritengo che utilizzare una visione circolare e costruzionista degli eventi della terapia sia non solo inutile, ma addirittura pericoloso. Più esattamente, io credo che un’ottica circolare non possa essere utilizzata per comprendere il lavoro di terapia generatore di malessere per il paziente e/o per la famiglia, pena il rischio, per il concetto stesso di “causalità circolare”, di assolvere alla funzione di autogiustificazione del terapeuta. In quel caso, è certamente evidente un dislivello, una asimmetria di potere all’interno della relazione (chi nuoce a chi) e una significativa differenza circa le responsabilità (solo ed esclusivamente del terapeuta). In questi casi, ritengo che l’applicazione del concetto di “causalità circolare” risulti fallace (la sua applicazione e non il concetto stesso, che rimane invece sempre valido) e possa solo servire ad autoassolvere il proprio operato.

Più in generale, credo sia sempre necessario tener conto di come, nella relazione terapeuta-cliente, i due appartenenti alla relazione non abbiano, in verità, lo stesso potere né la stessa responsabilità.
Il concetto di circolarità è insufficiente, a mio parere, nella spiegazione della relazione tra terapeuta e cliente dove è il primo ad avere maggiore potere (il potere della competenza professionale, il potere del setting, il potere gerarchico, il potere del livello di osservazione, il potere di chi cura e non è, invece, curato; il potere di chi viene pagato e non paga) mentre il cliente non ha lo stesso potere (già solo per il fatto di dover ammettere, chiedendo un intervento psicoterapico, un bisogno, una sofferenza e una fragilità e per l’essere evidentemente nella posizione ‘one-down’ di chi non conosce gli strumenti per migliorare la propria condizione di vita).
Nel processo terapeutico, certamente, la partita si gioca nel campo della relazione ed è certamente la relazione che decide come andranno le cose, ma i giocatori, a mio avviso, non hanno in mano le stesse carte.
È anche vero che la relazione terapeutica non va considerata di per sé, ma va sempre osservata all’interno di un contesto relazionale più ampio e debba, a volte, essere considerata all’interno di un gioco che la comprende per cui, ad esempio, un andamento omeostatico della terapia può essere stabilizzante nel contesto più ampio di appartenenza del cliente, ma non sempre questo è vero e non sempre queste riflessioni possono servire a de-responsabilizzare terapeuti incapaci o ciechi.
Il disagio psicologico implica, necessariamente, una condizione di dipendenza del paziente, quindi una delega totale o parziale all’operatore delle strategie terapeutiche; è in questa cornice, allo scopo di salvaguardare la soggettività del paziente, che il costruzionismo sociale propone l’instaurarsi di una relazione di co-protagonismo: la differenza di responsabilità e di competenze verrebbe stemperata e riequilibrata dalla assoluta parità morale che si deve instaurare tra terapeuta e paziente.
Ma Cingolani suggerisce correttamente che, «se da un lato l’adesione al costruttivismo ci impone un sapere senza fondamenti, dall’altro non ci esime affatto dalle nostre responsabilità» [15].
Personalmente ritengo che una visione costruzionista non basti a “livellare” la asimmetricità insita nella relazione terapeuta-paziente, ma che piuttosto il terapeuta debba essere sempre e pienamente consapevole del potere e del ruolo che la relazione terapeutica gli attribuisce all’interno del sistema sé-paziente; deve quindi fare sempre attenzione a sé, alle proprie parole e ai propri comportamenti in seduta. Egli deve essere sempre conscio di questa asimmetria, di questa sua posizione ‘one-up’ e deve essere capace di utilizzarla per “spingere”, in senso minuchiano, la famiglia al cambiamento.
Riconoscendo la differenza di livelli gerarchici e di potere all’interno della relazione terapeutica, alcuni autori, tra i quali Boscolo, e coi quali concordo, sostengono, ad esempio, che un setting individuale sia decisamente più rischioso di un setting di coppia o familiare, per il semplice fatto che, in un setting individuale, il potere terapeutico è molto più forte (Boscolo sostiene inoltre che la interminabilità della terapia è costruita proprio dal terapeuta nella relazione) [16].
Non è d’altronde da una posizione di potere che i terapeuti prescrivono rituali, ordalie, suggeriscono prescrizioni? Non è da una posizione di potere che costruiscono e propongono ridefinizioni, del tutto diverse, del problema che la famiglia ha portato e non è forse grazie alla loro influenza e al ruolo che ricoprono che questa può essere accettata dalla famiglia, oltre alla necessità che venga sentita come plausibile?
Lì dove si consideri una relazione terapeutica iatrogena, ritengo poi sia assolutamente necessario considerare la relazione come tipicamente asimmetrica, altrimenti si dovrebbe prevedere la presenza di effetti potenzialmente dannosi sulla persona del terapeuta a causa della sua relazione con quel tipo specifico di paziente o famiglia, cosa che non accade proprio perché il terapeuta, a differenza del suo cliente, ha quegli strumenti (la possibilità di elaborazione e valutazione del transfert e del controtransfert, i suoi riferimenti teorici ed epistemologici, gli strumenti tecnici, la supervisione, il gruppo dietro lo specchio, ecc.) per “difendersi” da una relazione col paziente che potrebbe risultargli nociva. O, così ragionando, dovremmo anche ipotizzare che la possibile iatrogenia di un percorso terapeutico sia, in parte, responsabilità del paziente e delle sue risposte al lavoro dell’esperto.
Se non è sostanzialmente vero che in un assetto terapeutico il terapeuta ha più potere in quanto ha più strumenti, che il rapporto terapeutico presenta intrinsecamente una gerarchia e una asimmetria nella relazione, come si spiegherebbero allora i casi di relazione sessuale che numerosi psicoterapeuti hanno intrattenuto con le proprie pazienti? Non sono forse un chiaro abuso del proprio ruolo e un travisamento della condizione transferale della paziente, evenienze di cui solo ed esclusivamente il terapeuta è responsabile?
Temo che, così procedendo, arriveremo ad avvitarci nella situazione in cui bisognerà sostenere che, in passato, anche la pratica dell’elettroshock era co-determinata dal paziente che, con i suoi comportamenti anomali ed incontrollabili, spingeva lo psichiatra alla necessità del trattamento elettrico (come dire che se l’era quasi meritata...).
Io ritengo, piuttosto, in accordo con quanto asserisce Foucault, che il potere sia insito, così come in tutti i sistemi e in tutte le costruzioni umane, anche nella struttura della relazione terapeutica e non venga creato dai singoli appartenenti alla relazione stessa. Il potere non è quindi “appartenente” al terapeuta, ma si verifica all’interno del contesto interpersonale della psicoterapia. Compito del terapeuta sta nel farlo essere potere “positivo” ovvero generatore di nuove possibilità per il paziente e la sua famiglia.
Il terapeuta, a mio avviso, piuttosto che tentare un inutile livellamento di gerarchie o negare le basi di concetti come quello di “potere”, deve piuttosto essere sempre consapevole del suo livello di responsabilità e del proprio ruolo in terapia, ma deve, più di ogni altra cosa, riuscire sempre a fare di tale potere un buon uso, un uso etico, creatore e generatore di ben-essere.
Credo sia necessario quindi iniziare a riappropriarsi del concetto di “responsabilità” che l’enfasi posta sulla causalità circolare rischia di confondere, se non negare del tutto. Oltre al sentimento di rispetto per il paziente, oltre all’attenzione per la propria formazione e per le proprie competenze, credo vada considerato etico l’assumersi, da parte del clinico, la piena responsabilità del processo terapeutico (accade spesso infatti che le ragioni della mancanza di evoluzione nella terapia siano attribuite ai pazienti, tutt’al più ad una serie di variabili, raramente alla relazione terapeutica in sé, ma quasi mai alle azioni del clinico...).
Circa l’utilizzo dell’ottica circolare per spiegare e comprendere le evenienze relazionali umane (comprese quelle della terapia) mi trovo quindi certamente più vicina alle parole di Paolo Bertrando, che lontano dalle posizioni “o/o” degli altri autori, sceglie una posizione “e/e” più complessa e, a mio avviso, più sistemica: «[…] Causalità lineare e causalità circolare possono essere considerate non tanto come realtà contrapposte (una delle quali dovrebbe quindi essere “scelta”, a discapito dell’altra), ma come punteggiature diverse – quindi complementari, e ugualmente necessarie – di visione della realtà» [14].
Tale concettualizzazione, che suggerisce di utilizzare entrambe le logiche, consente di avere una maggiore profondità di campo e mi sembra, inoltre, anche più consona al paradigma della complessità, paradigma che dà spazio ad ottiche capaci di rendere conto della molteplicità dei punti di vista e delle definizioni, dove si teorizza la complementarità delle descrizioni come possibile metodo per avvicinarsi alla complessità del reale e dove si evitano riduzionismi o semplificazioni.
Così come ritengo fondamentale, per essere dei buoni terapeuti, la necessità di provare un sentimento di lealtà e predilezione per una precisa ottica epistemologica, credo anche che una ortodossia troppo rigida e vincolante saturi lo spazio mentale del soggetto e non consenta riflessioni di più ampio respiro, slegate da stereotipi. D’altronde se è vero, come è vero, che non esiste una verità assoluta all’interno di un’ottica costruttivista-costruzionista, nemmeno il concetto sistemico di “causalità circolare” andrebbe considerato come verità assoluta, ma piuttosto come una verità utile, che ci consente di costruire una epistemologia sistemica, ma che non deve presentare mai tratti di rigidità, pena la sua stessa potenziale scomparsa.
L’idea di circolarità è stata certamente determinante nel dare forma alla clinica in ambito sistemico, ma più che una realtà incontrastabile, credo vada considerata, più flessibilmente, come una lente interpretativa utile ad osservare e comprendere la realtà e le relazioni umane, lente che può comunque essere, a volte, tolta, tenendo presente che, all’interno di alcuni tipi di relazioni umane, non ci si può esimere dal riconoscere una sostanziale differenza di potere e di responsabilità.
Probabilmente bisognerebbe imparare a considerare la causalità circolare al pari di un utensile, un martello ad esempio, attrezzo efficace nella sua funzione e perfetto nella sua struttura, ma che non può essere utilizzato sempre e comunque, come ad esempio per avvitare una vite o tagliare una fetta di pane. Operazioni del genere risulterebbero inutili quando non dannose, ma non toglierebbero comunque all’oggetto “martello” la sua efficacia, né valore alla sua utilità.


BIBLIOGRAFIA

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