In memoriam

Maurizio Viaro


Il 30 giugno 2012 è morto Pio Peruzzi. Fu per me prima compagno di vacanze, all’interno di comitive numerose e variabili, come usava negli anni ’70; quindi co-terapeuta per molti anni; infine co-autore in diversi articoli. Come compagno di vacanze, fu sopratutto un amico con cui ridere. Come colleghi, ci alternammo dietro lo specchio, ora supervisore ora terapeuta di famiglie, per molti anni. La supervisione, principalmente in assenza di terzi – uno di noi era in seduta con la famiglia e l’altro, da solo, dietro lo specchio – ebbe come conseguenza una conoscenza reciproca inusuale, profonda e spesso tacita: ognuno sapeva che l’altro capiva ciò che diventava inutile dire, ridondante o indelicato rilevare o ammettere, e poteva essere taciuto o al più trasmesso con un accenno di sorriso d’intesa. Avendo finito per conoscerci troppo, siamo diventati, credo, l’uno il principale supervisore dell’altro, in un contesto sempre più privato e duale. Le periodiche discussioni non escludevano aspetti personali e si tradussero in articoli, la cui elaborazione non evitò mai l’umorismo e il divertimento. Questi articoli ebbero in un primo tempo come oggetto aspetti della vita istituzionale e, successivamente e soprattutto, il problema di come adattare e trasferire nel contesto individuale quanto appreso in una formazione focalizzata sull’intervento familiare: un tragitto che i nuovi allievi dovevano percorrere spesso in senso inverso a quello a suo tempo compiuto dai loro docenti. Entrambi concordavamo nel giudicare fondamentale questa tematica, sin dagli anni ’80, quando tra i terapeuti sistemici la terapia individuale era considerata nel migliore dei casi un ripiego. Di fatto, al di là delle riserve teoriche, molti allievi delle scuole, una volta licenziati, trovavano lavoro nel pubblico o cercavano spazio nella pratica privata, ma in entrambi i casi non potevano certo pensare di lavorare soltanto con le famiglie. Il progetto di adottare un modello familiare come base per la terapia individuale sembrava a entrambi una soluzione preferibile a quella di recuperare concetti e tecniche dalla terapia individuale tradizionale, con una riverniciatura sistemica: una “terapia individuale per terapeuti familiari” fu il nostro progetto e il titolo di un nostro lavoro. Cercammo di adattare il metodo “milanese”, sviluppato in un contesto molto particolare per trattare famiglie con una problematica abbastanza specifica, a casistiche e contesti diversi, per delineare un metodo di una terapia individuale che avesse come obiettivo primo la modificazione della posizione del paziente all’interno di una famiglia, i cui membri il terapeuta non avrebbe probabilmente mai visto né cercato di convocare. Pio Peruzzi è stato per circa 20 anni la persona con cui ho discusso, più che con qualsiasi altro, questa tematica nelle sue applicazioni cliniche, attraverso periodiche discussioni che traevano sempre spunto da casi in trattamento.
Penso che ognuno continui a vivere in qualche modo se lascia, spesso a propria insaputa, un’impronta di sé su altri, i quali a loro volta ancora inconsapevolmente la trasmettono ad altri ancora. Questo sarà accaduto, nei confronti di Pio Peruzzi, a molti allievi della scuola che ha fondato con Andrea Mosconi, come pure a colleghi che l’hanno affiancato negli anni di primariato in reparto psichiatrico. Quanto a me, quel che ho ricevuto dalle nostre peculiari supervisioni, e che vorrei sapere a mia volta trasmettere in supervisione, è un certo tipo di umanità che gli era proprio, derivante anche dalla comprensione e accettazione prima di tutto delle debolezze proprie, che forse è premessa necessaria per comprendere appieno le debolezze altrui e permetterne una reale accettazione; dote, questa, indispensabile per un terapeuta. Quest’accettazione non è stata mai in Pio Peruzzi disgiunta da una tranquilla quanto tenace e per nulla appariscente determinazione nel perseguire ciò che si prefiggeva e in cui credeva. Penso che in questa accettazione consista la vera forza, forza che gli ha permesso di lavorare convivendo con una malattia, che a pochi lasciò intuire quanto lunga e dolorosa, quasi fino all’ultimo giorno.