Biancan-Emo e i sette incappucciati blu
Fiabe familiari fra fiamme, fughe e fusa

Valentina Albertini1


Portiamo avanti con la storia raccontata da Valentina Albertini la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the history by Valentina Albertini we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Valentina Albertini. Un grupo de autodidactas evalúan la efica­cia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.



Riassunto. La terapia che presentiamo è una consulenza di 4 sedute svolta presso il CSAPR di Prato fra il mese di maggio 2008 e il mese di gennaio 2009. La famiglia P., inviata dalla terapeuta individuale della figlia 17enne, ha richiesto un intervento familiare a causa di alcuni comportamenti preoccupanti messi in atto dalla ragazza. La figlia ha infatti iniziato e interrotto la scuola per tre volte durante gli ultimi 12 mesi, e ha presentato dei sintomi in seguito alla partecipazione, insieme al fidanzato, ad una “messa nera”. La ragazza sembra appartenere a quella che viene definita “sub-cultura Emo”, e sembra agire forti comportamenti “di rottura” rispetto alla dinamica del sistema familiare. L’andamento della consulenza, sviluppata secondo il modello narrativo delle Realtà Condivise, è stato un’occasione di riflessione sul tema della resistenza versus persistenza dei sintomi all’interno del sistema familiare.

Parole chiave. Subcultura Emo, adolescenza, resistenza, persistenza, terapia narrativa, modello delle Realtà Condivise.


Summary. Snow-Emo and the seven blue dwarfs.
The treatment presented here is a 4-session consultancy held in CSAPR , Prato, between May, 2008 and January, 2009. The family P. was addressed by the individual therapist of the teen-age daughter. The family has requested an intervention due to some worrying behavior developed by the girl. The daughter has in fact started and stopped the school for three times in the last 12 months, and she has shown symptoms after the participation in a “black mass” with her ​​boyfriend. The girl seems to belong to what is called “Emo sub-culture”, and she appears to act strong “breaking behaviors” in the family system. The course of the consultation, developed according to the Shared Reality approach, was an opportunity to reflect on the theme of resistance versus persistence of symptoms within the family system.

Key words. Emo sub-culture, adolescence, resistance, persistence, narrative therapy, Shared Reality approach.


Resumen. Blancan-Emo y los sietes enanitos azules.
El tratamiento que aquí se presenta es una terapia de cuatro sesiones realizada en el CSAPR de Prato entre los meses de Mayo 2008 y Enero 2009. La terapeuta individual de la hija de 17 años, solicita una intervención familiar debido a una serie de comportamientos preocupantes desarollados por la chica. En los últimos 12 meses la chica ha iniciado e interumpido tres veces el colegio, y ha mostrado síntomas después de haber asistido a una “misa negra” junto a su novio. La chica parece adherir a lo que se denomina “sub-cultura Emo”, y apparentemente actúa comportamientos “destructivos” de la dinámica del sistema familiar. El curso de la consulta, desarollada según el modelo de las Realidades Compartidas, ha dado lugar a una reflexión sobre el tema de la resistencia frente a la persistencia de los síntomas del sistema familiar.

Palabras clave. Sub-cultura Emo, adoleciencia, persistencia, resistencia, terapia narrativa, modelo de las Realidades Compartidas.


«Ho capito cosa volete: una storia che non vi sorprenda.
Una storia che confermi quello che già sapete,
che non vi faccia vedere le cose
in modo più profondo o semplicemente diverso.
Una storia piatta. Immobile.
Solo la sterile e insipida realtà»
Yann Martell, Vita di Pi


Il lavoro che presento è un intervento di quattro sedute svolto presso il Centro Studi di Prato; supervisore del presente lavoro è stato il prof. Gianmarco Manfrida.
La famiglia P., che abbiamo visto fra il mese di maggio 2008 e il mese di gennaio 2009, è composta da padre, madre e figlia di 17 anni. L’inviante è una ex allieva del Centro, terapeuta individuale della ragazza da circa 6 mesi. I genitori chiedono un incontro preoccupati principalmente dalle condotte scolastiche della figlia, che ha iniziato e interrotto la scuola per tre volte durante gli ultimi 12 mesi. L’inviante ci comunica inoltre che la ragazza ha presentato dei sintomi preoccupanti successivi alla partecipazione, insieme al fidanzato, ad una non meglio specificata “messa nera”: a seguito di questo la ragazza, che chiameremo Giada, ha riferito di aver avuto delle allucinazioni consistenti nella visione di piccoli incappucciati blu alti circa mezzo metro.
Il supervisore ha incontrato la famiglia in una seduta preliminare e ha ottenuto alcune informazioni aggiuntive: in particolare, è emerso che la ragazza mette in atto comportamenti autolesivi (pare che si sia procurata dei tagli che rappresentavano simboli satanici) e viene segnalato un sospetto di anoressia. Due mesi fa si è lasciata con il fidanzato, ma continuano a tenersi in contatto e a volte, riferisce lei, hanno parlato insieme di suicidio. Lei lascia in giro per casa bigliettini con messaggi preoccupanti che i genitori, però, ignorano. Il prof. Manfrida ha prescritto a Giada un lieve antidepressivo e ha proposto una terapia familiare presso il Centro, che tutti hanno accettato. Quando valutiamo i dati che abbiamo a disposizione per l’invio, ci balza subito agli occhi come i genitori sembrino preoccupati per il tema della scuola, ma non per il resto. L’abbandono scolastico di Giada, che la accomuna a molti adolescenti in blocco scolastico che non riescono a collocarsi “né a scuola né altrove” [1], sembra far parte di quell’insieme di comportamenti che Cancrini e La Rosa definiscono “di rottura”, proprio per la loro caratteristica provocatoria: secondo gli autori questi comportamenti negli adolescenti sono vari e molteplici proprio perché la provocazione deve adattarsi comunque, per essere efficace, alle caratteristiche della persona cui la si dirige [2]. In questi casi la terapia sistemica è fondamentale perché le provocazioni del ragazzo in fase di individuazione sono sostenute, suggerite o rinforzate da uno dei due genitori, e la circolazione dei messaggi non consapevoli fra questi e il figlio deve essere considerata l’elemento fondante della psicopatologia del ragazzo [2]. La fase dell’adolescenza è un momento fondamentale per la definizione dell’identità del figlio e per i suoi primi movimenti di autonomia al di fuori della famiglia. È un momento complesso e confuso, sia per la famiglia che per l’adolescente che, in questa transizione verso l’età adulta, vede risaltare il distacco con il sistema familiare (accentuando i sentimenti di perdita) senza però avere chiaro il proprio percorso futuro (quindi limitando la fiducia e la speranza nel nuovo che si acquista) [3]. Un momento della vita “tra”: tra il prima e il dopo, immerso in un “eterno presente che connette” [4]. È in questa fase che continua il percorso di differenziazione del sé, iniziato nell’infanzia e definito come “la misura in cui una persona diviene emotivamente differenziata dal genitore” [5]: l’adolescente ricerca la propria identità in equilibrio fra senso di appartenenza e senso di differenziazione [6]. Tuttavia, proprio perché, come dice Whitaker accomunando sistema familiare con sistema sociale, “vivere in famiglia, come vivere nella società, produce stress” [7], e come se già non fossero sufficienti i movimenti interni al sistema, la famiglia nel periodo dell’adolescenza si trova ad essere continuamente sollecitata dall’ambiente sociale esterno. In questa fase al sistema-famiglia sono richiesti una serie di cambiamenti importanti: la famiglia è infatti un sistema sociale aperto e come tale risponde a richieste interne e esterne di modifiche. Queste richieste, secondo Minuchin [6] sono annunciate da cambiamenti biologici e psico-sociali in alcuni dei componenti e associate a stimoli provenienti dal mondo sociale di riferimento: “una famiglia che non funziona è un sistema che ha risposto a queste richieste, interne o esterne di cambiamento, stereotipando il suo modo di funzionare. Le esigenze di cambiamento sono in contraddizione con la struttura familiare che in realtà non è cambiata” [6].
Negli anni dell’adolescenza il numero delle relazioni dei figli al di fuori dell’ambito familiare aumenta, e acquisisce sempre maggiore importanza il gruppo degli amici. Per gli adolescenti il confronto con il gruppo dei pari è fondamentale, sia per la costruzione di relazioni che per la definizione di quella fetta dell’identità che ha le sue radici nel contesto sociale: infatti “è attraverso le dinamiche gruppali, che contribuiscono a realizzare i processi di uniformizzazione e di differenziazione, che si costruisce l’identità sociale” [8]. Il gruppo dei pari realizza quei sentimenti di solidarietà che permettono all’adolescente una più libera espressione di sé e forniscono un contesto di benessere affettivo e convalidazione cognitiva, sostegno fondamentale per sviluppare i cambiamenti interni che in questa fase della vita si devono affrontare. Anche la Psicologia di comunità ricorda come i gruppi di riferimento siano fondamentali per la costruzione dell’identità e dell’autostima: Brown conferma come l’entrare a far parte di un gruppo comporti forti modifiche nella definizione di sé, e cita la ricerca di Kuhn e McPartland [9] che dimostrò come i riferimenti gruppali sono presenti nella maggior parte delle risposte che in adolescenza si danno alla domanda “Chi sono io?” [10]. Il gruppo sostiene l’adolescente durante le trasgressioni delle regole degli adulti, così come lo sostiene nella confusione che è tipica di questo periodo [8]. L’adolescenza è però un momento di ridefinizione identitaria non solo per i figli, ma anche per la coppia: dopo aver infatti conquistato una identità e una legittimità come “genitori”, con la crescita dei figli si vedono rapidamente costretti a trasformare il proprio ruolo e le proprie funzioni dovendoli adattare a una diversa fase del ciclo vitale. Questo cambiamento porta a volte a farli sentire “disoccupati” e costretti ad affrontare la fase del “nido vuoto” [11]. È quindi fondamentale che i genitori in questa fase del ciclo vitale si rassegnino a perdere il figlio-bambino e ad elaborare il relativo lutto per questa perdita, nonché ad affrontare nella convivenza col figlio adolescente un processo di rielaborazione della loro stessa adolescenza [12]. Proprio perché questa dinamica fra separazione e invischiamento è centrale in questa fase della vita, alcuni autori sostengono che quando una famiglia richiede una consulenza terapeutica per problemi con un figlio adolescente, solitamente questo avviene per due ragioni opposte che vanno dall’“ormai non lo si vede più e usa questa casa come un albergo” o, al contrario, “perché è troppo solo, è troppo isolato, non ha amici, sta sempre dentro casa” [12] (la famiglia P. si colloca in questo secondo polo). Il sistema è quindi molto complesso e, come dice Haley, “in questo periodo sorgono nuovi problemi, mentre quelli già esistenti vengono maggiormente messi in evidenza e il terapeuta che si trova a intervenire per risolvere la situazione non ha di fronte un solo individuo bensì una fase della vita familiare nella quale le difficoltà posso assumere gli aspetti più svariati” [13].
La metodologia che abbiamo seguito nell’elaborazione di questa terapia è di orientamento narrativo. Osservando la storia della psicoterapia si può notare infatti che negli anni [14] l’enfasi si è gradualmente spostata dalla “verità storica” (che deve essere scoperta dal terapeuta) alla “verità narrativa” (che terapeuta e paziente costruiscono insieme). Uno sviluppo narrativo della terapia familiare ha permesso ai terapeuti di concentrarsi sugli effetti invece che sulle cause consentendo una maggiore fluidità delle narrazioni, cioè una loro evoluzione nel tempo, e di rivalutare le interazioni terapeutiche che diventano “esperienze” e non semplici raccolte di informazioni [15]. Lavorare secondo un’ottica narrativa significa quindi aiutare i pazienti a “ri-scrivere le proprie vite” [16,17]. Anche secondo Ricoeur [18], l’approccio narrativo all’interno delle psicoterapie implica che il terapeuta costruisca delle storie alternative che ancora non sono state narrate: la vita è infatti un semplice fenomeno biologico finché non viene interpretata attraverso una narrazione. “Relazioni e contesto sono, quindi, gli ingredienti della nostra identità, la narrazione è la tecnica di cottura universale di noi terapeuti; utilizziamo poi altre sottotecniche speciali (strutturali, strategiche, paradossali, delle domande circolari, delle sculture) e una quantità enorme e variabile di strumenti affascinanti e utili” [19], ed ogni volta che entriamo nella stanza di terapia non possiamo esimerci dal narrare qualcosa: la narrazione è, de facto, parte integrante di qualsiasi terapia [20]. Il termine “narrativo” nella psicoterapia è utilizzato in due modalità diverse: la prima consiste nell’analisi del materiale terapeutico in termini narrativi; la seconda, che è quella che ha guidato questo intervento, insiste invece sulla necessità di proporre interventi terapeutici che vengono chiamati, appunto “terapia narrativa”. Caillé sostiene che il racconto è un esempio di lavoro terapeutico in cui l’estetica della terapia (che si ritrova nella forma metaforica e spesso poetica del racconto) non è mai fine a se stessa ma si ricollega a un’etica: “e quest’etica consiste nella responsabilità del terapeuta di farsi garante di un processo in cui, contro ogni schema pedagogico o manipolativo, vengano attivate le risorse creative della famiglia, emergano altre possibilità di scelta” [21]. Non basta però una semplice narrazione affinché l’intervento sia realmente terapeutico. È necessario che le storie alternative che possono emergere con l’aiuto del terapeuta abbiano delle caratteristiche che le rendano capaci di produrre un cambiamento [22], e queste caratteristiche secondo il modello delle Realtà Condivise sviluppato da Manfrida sono la plausibilità, che consente di proporre il canovaccio della nuova storia e di definire il contratto che autorizza a lavorarci sopra; gli aspetti di persuasione, che permettono di rinforzare sul piano logico ma anche emotivo lo sviluppo della nuova storia; ed infine gli aspetti di validità estetica, utilizzati allo scopo di rendere il cambiamento appetibile e desiderabile. E, proprio perché ogni atto terapeutico è in sé una narrazione, in questo lavoro cercherò di restituire la storia del processo terapeutico che abbiamo seguito con la speranza che anche il mio lavoro possa essere qualcosa di eticamente ed esteticamente valido.


UNO

All’inizio della prima seduta, nella stanza di terapia aspetto in piedi guardando nervosamente verso la porta in attesa dell’arrivo della famiglia. Il supervisore accompagna dentro madre, padre e figlia e, dopo la presentazione del metodo di lavoro del centro e del contesto della stanza, esce e… tocca a me!
La prima discrepanza che osservo in questa seduta è visiva: mi aspettavo una satanista senza paura, e invece mi ritrovo davanti una ragazza dalla voce insicura, tesa, a testa bassa, coi capelli neri come la notte e la pelle bianca come la neve… Una sorta di Biancaneve, solo un po’ confusa, contraddistinta da un abbigliamento dark, truccata di nero, vestita di nero, con i capelli neri davanti agli occhi a nascondere qualsiasi espressione. Nonostante il tentativo di presentarsi come una “tosta”, l’idea che Giada rimanda è quella di un gattino che per difesa si chiude in un angolo e rizza il pelo, soffiando per difendersi da qualcosa o qualcuno. Giada sembra esprimere con il suo abbigliamento, il trucco, i colori, l’appartenenza a quella che viene definita “subcultura Emo” [23]. Dalla metà degli anni 2000 emerge a livello internazionale questa nuova espressione culturale molto in voga fra gli adolescenti, sviluppata a partire da movimenti musicali punk-rock o “goth”. Le persone che vi fanno parte, che si definiscono “Emo”, dimostrano un preciso stile estetico e di comportamento. Il loro è un movimento che è nato e si è sviluppato principalmente online, per entrare successivamente nella vita reale e fra i banchi di scuola. Restano tuttavia affidate alle numerose community online dedicate a questi movimenti le confessioni degli adolescenti “Emo”, malinconiche e foscoliane, con spazio alle “Emo-zioni”, senza censura per quelle tristi e con riferimenti più o meno espliciti al suicidio. Il gruppo è composto in larga parte da teenager, e contraddistinto da una forte mise che definisce il “ragazzo Emo”: jeans attillati, t-shirt a manica corta (con su scritti nomi di gruppi musicali rigorosamente “Emo”), cinture borchiate, braccialetti neri, scarpe da ginnastica malconce. “Emo” sta per “Emotional”, ed essere “Emo” definisce una persona particolarmente emotiva, timida, sensibile, introversa o angosciata. [23]. Questa descrizione calza a pennello alla ragazza quando la incontro la prima volta, mentre entra in seduta con una t-shirt nera di un gruppo di musica metal sulla quale, in lettere gotiche, c’è scritto: “Awake”. Il supervisore saluta la ragazza e guardandola le dice: “Awake… Ci vuole forse dire che si sta svegliando, Giada?”. Il riferimento al risveglio mi fa oggi pensare ancora di più a Biancaneve. Rispetto a queste prime stonature che osservo, Manfrida [22] ci ricorda l’importanza del raccogliere ciò che nella stanza di terapia appare come discrepante: i pazienti portano in seduta una visione della loro realtà divenuta ormai dominante nella quotidianità. Nel corso delle sedute emergono però squarci di realtà possibili, di storie alternative nascoste in quelli che Manfrida, citando Berger e Luckmann [24], chiama “sottomondi sociologici”. Compito del terapeuta è quello di raccogliere le discrepanze che emergono nelle varie sedute e utilizzarle per la ricostruzione di storie alternative a quella dominante che vede il paziente designato come “problematico” e i membri del sistema come colpiti dal problema. Al momento la famiglia è composta da tre personaggi, ognuno dei quali porta in seduta una propria realtà, una propria descrizione del problema, e seduto nella stanza di terapia ci interroga: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è il familiare peggiore del reame?”.
Proprio perché ciascun membro arriva in seduta convinto di aver chiaro cosa e chi sia il problema nella famiglia, Cancrini [25] ricorda come nel primo incontro diverse modalità di raccolta delle informazioni comportino degli effetti pragmatici diversi: se il terapeuta chiede prima notizie sul problema portato e successivamente dati sulla storia personale e familiare, le persone sono autorizzate a pensare in modo lineare che, definito il problema, il terapeuta comincia a indagare sulla causa; se invece il terapeuta raccoglie prima informazioni sulla storia personale e familiare e successivamente chiede notizie sulle difficoltà, allora le persone possono essere aiutate a fare dei collegamenti tra eventi della vita e insorgere delle difficoltà [25]. Inizio quindi chiedendo alla famiglia una presentazione, che però si rivela brevissima: la madre, Sonia, dice di sé solo il nome e che lavora alle Poste. Il padre, Roberto, dice di essere impiegato della stessa azienda. La figlia, che siede nella stanza di terapia con un atteggiamento fra il dimesso e il rabbioso, dice di avere 17 anni. Dopo queste stringate informazioni, inizia a parlare la madre spiegando che lei ed il marito sono preoccupati perché vedono la figlia in difficoltà nello studio e vedono che manca di interessi. Roberto dice che Giada è in uno stato di depressione, che è senza passioni, che ha sempre avuto problemi ad accettare il suo corpo e che crede che la figlia pensi che gli altri la vedano grassa. Entrambi dicono che negli ultimi tempi si sono accontentati del fatto che la figlia “sia viva e vegeta”. Riportano subito il tema della scuola: la ragazza ha deciso di fare uno stage, ma il secondo giorno di frequenza ha avuto un attacco di panico ed è tornata a casa. Sembra evidente che i genitori non vedano l’ora di descriverci il problema: di sé dicono poco e niente, dei problemi della figlia parlano a raffica. Giada è il paziente designato, quello etichettato come “colui che ha il problema”: ma ci ricorda Minuchin [6] che “quando la famiglia lo identifica come “il paziente”, i sintomi del paziente designato possono essere considerati come stratagemmi che sostengono il sistema o che dal sistema sono mantenuti”.

Terapeuta: «E secondo lei, Giada, qual è il problema?»1.
Giada: «Dall’inizio? Dall’inizio è che non ho mai avuto tanti amici o amiche. Ho sempre avuto una migliore amica che però dopo le medie si è trasferita… cioè…».

La ragazza inizia a piangere.
La prospettiva sistemico-relazionale ci insegna a dare importanza al contesto. L’analisi del contesto di questa terapia dice che questa è la prima seduta di terapia che abbia mai fatto, che sono carica di teoria ma completamente, totalmente, inesperta. Oddio! Ma queste qui sono persone vere, e piangono davvero! Cosa si deve fare quando un paziente piange? Cerco di mantenere un certo aplomb, come se per me fosse normale amministrazione vedere piangere la gente dentro quella stanza, e porgo alla ragazza un fazzoletto. Lei si calma. Io mi appunto mentalmente: “Quando paziente piange, dare fazzoletto”.
E Giada procede.

«Cioè… diciamo che l’ho conosciuta all’asilo. Comunque, era un’amica gelosa se io cominciavo ad avere altri amici… io… però la lasciavo libera perché comunque mi faceva piacere… che stesse bene, felice… perché dalle elementari siamo sempre state insieme però… per stare insieme a lei e basta. Eravamo solo io e lei e basta, poi anche alle medie eravamo sempre solo io e lei. Da quando si è trasferita non mi riesce… non mi è riuscito fare amicizia con nessun’altro… era impossibile, non ero stata abituata a nessun’altro. Poi anche il fatto che alle elementari ero grassa, cioè almeno per me ero grassa… lì per lì non me ne fregava niente, ero come ero, però poi andando avanti sentivo… cioè… che non piacevo… che non andavo bene… che non mi accettavo più… poi anche gli altri non mi accettavano e poi anche agli altri non sono mai piaciuta, allora ho cominciato a chattare e ho conosciuto anche ragazzi piuttosto grandi, più grandi di me e loro mi accettano… in un certo senso non me ne frega più niente dei ragazzi della mia età… cioè perché con quelli più grandi ci sto meglio, so che loro mi accettano, che mi possono accettare, invece quelli della mia età… ormai non ci so più stare, hanno altri ideali, altri pensieri, altri modi di vedere anche l’amicizia, perché per me è una cosa molto forte, cioè io do sempre il cento percento, almeno con la mia vecchia amica lo facevo, e invece oggigiorno dicono “ti voglio bene” anche a una merda di cane… cioè, lo dicono senza darci valore, io invece do valore alle parole, sarò fatta male, do peso ai sentimenti a quello che sento a quello che provo a quello che gli altri dicono però io sono così non riesco a cambiare e in un certo senso io non voglio cambiare perché almeno io le sento le sensazioni, se ti dico ti voglio bene è perché veramente ti voglio bene non perché lo devo dire così come fanno molti della mia età o anche più grandi o più piccoli… cioè nel senso più che altro è questo. Poi c’è anche che sono stata due anni e mezzo con un ragazzo, lui aveva due o tre anni più di me ma non era niente e però poi aveva cominciato a chiedermi se mi interessavo diciamo dell’occulto, del paranormale, cose così, fino a quel momento lì non mi era interessato niente di queste cose però per lui ho detto sì, si può provare, si può parlare di queste cose, anche se io non so nulla magari… se tu sai qualcosa, insomma, dimmi… se ne può parlare e allora mi ha detto che c’è un modo per comunicare con le presenze e gli spiriti eccetera eccetera attraverso i dadi. Io ho detto: come? Ha detto che praticamente un numero era “sì” e un numero era “no” e praticamente si lanciava (il dado) e doveva venire sempre un sì o un no. All’inizio non venivano sempre quei due numeri però poi piano piano uscivano sempre e soltanto i numeri che erano sì o no, eppure cioè si lanciavano in modo… cioè che non era uguale, si sbattevano contro il muro per poterli cambiare però veniva sempre sì o no, per esempio i miei segni per “sì” e “no” erano il 2 e il 3, anche difficile far uscire sempre quelli lì perché comunque c’è anche la probabilità che i numeri più grandi, magari più distanti, potevano uscire con maggiore facilità, invece il 2 e il 3 sono attaccati praticamente però comunque uscivano sempre questi due numeri, però mentre lo facevo non ci credevo nel senso non… ancora adesso ci vedo questa cosa perché comunque mi è difficile crederci, è complicato crederci e ancora non ci credo però cioè è quello che è successo perché a un certo punto poi si vedevano anche delle cose, degli incappucciati, dei simboli e lui mi diceva che da piccolino questi incappucciati lui li vedeva… vabbè lui ha avuto un’infanzia un po’… complicata, con suo padre che lo picchiava, ma questo vabbè, e quindi da lì aveva cominciato a vedere questi incappucciati anche lui perché lì comunque c’era sempre il dubbio che non so se era la verità o no, io dovevo mettere in dubbio la persona che comunque diceva di amarmi, perché comunque all’inizio questo ragazzo qui era d’oro però col tempo non so cosa sia successo a lui stando insieme a me, però comunque è cambiato anche se prima si vestiva normale e con me è diventato metallaro, fra virgolette, è cambiato completamente pensava che le persone che ascoltavano musica da discoteca fossero di merda cioè è diventato subito di quella mentalità prima invece era buono e gentile e invece dopo è cambiato da così a così quindi lui, non so se io sono stata più una strada, cioè gli ho dato una direzione forse sbagliata ma comunque lui cercava quello, non lo so, e io però invece la strada l’ho persa perché comunque si vedevano anche questi simboli perché comunque alcuni esistevano anche, li abbiamo cercati su internet, sui libri così però esistevano e non li avevo mai visti».
Terapeuta: «E dove li vedevate?».
Giada: «Addosso… e insomma si voleva una spiegazione a questa cosa perché magari qualche simbolo non esisteva, può essere la suggestione può essere tutto però perché alcuni simboli che davvero si vedevano erano veri? Cioè questo non riesco a capirlo. Adesso non mi interessa più di tanto la storia dei simboli, è capitata e basta l’ho messa da parte però una volta eravamo a casa mia con Renato, si chiama così il mio ragazzo, e sul vetro del terrazzo era apparso un incappucciato alto così (fa un segno con la mano a circa mezzo metro) blu e allora io con molta freddezza avevo chiesto a Renato “te che cosa vedi?” e lui “un incappucciato blu”, si era preso paura e stava per andare via di casa e io ho detto “aspetta lì”, guardo fuori magari se c’era una luce blu che poteva dare questa cosa ma non c’era niente e allora vado lì al vetro e comincio a battergli contro cioè battere via cioè ero arrabbiatissima con quella cosa lì perché comunque dicevo “levati! Perché voglio vivere come prima!”… avevo paura di stare in una stanza al buio da quanto stavo male da quanto avevo paura di vedere qualche cosa cioè adesso un po’ meglio è la cosa. Però un’altra cosa che si vedeva era che avevamo tipo dei flash e molti erano identici, a volte lo facevo raccontare prima a lui queste cose per vedere se insomma mi diceva e le vedeva uguali a come le avevo viste…».
Terapeuta: «Flash tipo immagini?»
Giada: «Flash tipo sto facendo una cosa e ti viene tipo un pensiero però a immagine, capito? E insomma così e poi una volta lui si è fatto una fotografia quando era a casa da solo dopo un anno che si faceva questa cosa e tipo dietro aveva una macchia, poi lui era un periodo che non stava molto bene, almeno questa storia non gli aveva fatto bene, e diciamo che c’era una macchia nera, “vabbè sarà stato il giubbotto” gli ho detto e lui “ma no guarda non c’era nessun giubbotto” e allora l’ho messa sul forum di queste cose anche per sputtanarlo e dire “è una cazzata, almeno tutta la gente ti vede come sei e chissà cosa fai con quella cosa” e insomma vabbè qualcuno dava consigli (nel forum) qualcuno ci credeva che era una presenza però io l’avevo messa lì perché comunque non ci credevo non potevo credere a una persona che poi dopo mi diceva da sempre che mi amava che mi voleva bene poi dopo perché raccontarmi le cavolate su questa cosa? “Guarda sei finto, dimmelo adesso perché io ti perdono” e lui continuava a dire “guarda che è vero” cioè una cosa… così…».

Dopo questo monologo che mi travolge come un fiume e mi confonde un po’, fornendomi tanti pezzi di storia senza che sia realmente in grado di metterli insieme in una narrativa coerente, chiedo ai genitori cosa ne pensino di ciò che Giada ha raccontato. I genitori tendono a parlare uno sopra l’altro e a interrompersi a vicenda. Il padre dice che non l’hanno mai presa eccessivamente sul serio, la madre racconta altri episodi in cui durante la notte Giada si era impaurita e aveva chiesto il loro aiuto. Il supervisore via citofono mi suggerisce un primo intervento.

Terapeuta: «Bene Giada, lei ha visto un incappucciato blu ed è corsa subito a verificare se era vero… ma poi dopo cosa ha fatto, è tornata nel lettone dei suoi genitori?».
Giada: «No, io nel lettone non ci sono mai stata!».
Questa dichiarazione di indipendenza di Giada è diretta e senza possibilità di appello. Ciò nonostante, a volte un adolescente mostra di essere più autonomo di quanto in effetti sia per cercare un distanziamento emotivo dai genitori. Questo può farlo sia per mezzo di meccanismi interni, sia attraverso un’effettiva distanza fisica [26]: quanto più è forte questo negare l’attaccamento ai genitori per dimostrare di essere cresciuti, tanto più è alto il grado di attaccamento emotivo non risolto, sia con i genitori sia a livello intergenerazionale [26].
Chiediamo nuovamente perché con tutte queste paure notturne non abbia mai svegliato i genitori, e la madre interviene dicendo che Giada non si è mai mossa da camera neanche da piccola: ci racconta che Giada fa uno squillo al telefono per svegliarli, anche se dormono nella camera attigua. Giada si giustifica dicendo che potrebbero non sentirla se chiama, mentre il telefono lo sentono sicuramente: quando i genitori arrivano si sente tranquillizzata.

A questo punto della seduta vengono chieste informazioni sulle famiglie di origine: Sonia e Roberto sono entrambi figli unici. I genitori di Sonia, originari di Salerno, sono deceduti nel 2000 dopo aver trascorso gli ultimi anni di vita a casa della famiglia. Il padre di Roberto è morto 4 anni fa, la madre risiede a Prato. Quando si chiede a Giada come fossero i nonni, lei dice che quelli materni vivevano a Salerno e non li vedeva molto, non c’era un vero e proprio rapporto. Dei nonni paterni non ricorda molto, erano gentili e stava bene con tutti.
In questo racconto colgo una discrepanza e chiedo a Giada come ricorda gli anni in cui i nonni materni hanno vissuto con loro in casa. La ragazza racconta che per lei la situazione era strana: la nonna era bloccata a letto e il nonno presentava sintomi di demenza, non ricordava le cose e chiedeva continuamente di essere portato a casa propria. Giada dice che di quel periodo, lei aveva circa nove anni, ricorda i litigi dei genitori. Di fronte alla nostra ridefinizione di quegli anni come un periodo difficile sia per Sonia che per Roberto, i genitori confermano il ricordo di un momento molto duro e dicono che Giada è stata trascurata in quegli anni.

Terapeuta: «Però Giada lei in quegli anni aveva sempre l’amica che non la faceva sentire trascurata…».
Giada: «Vabbè… sì… però… (piange) cioè sì… ci stavo bene insieme a lei però… ci giocavo… però non era un conforto… cioè… magari con lei non mi sentivo sola perché c’era la presenza…».

Con l’esperienza del primo anno di training mi sento brancolare nel buio: ho molti pezzi fra le mani ma il disegno globale mi sfugge, nonostante abbia il cervello allerta pronto a cogliere il filo conduttore… A questo punto della seduta entra il supervisore e ridefinisce il problema presentato fino ad ora dalla famiglia. So che mettere per scritto questo pensiero può essere considerato un autogol, soprattutto dopo aver letto l’articolo di Casini e Defilippi in Ecologia della mente [27]. Però in questo momento della seduta confesso di appartenere al caso in cui l’allievo si sente sollevato dall’arrivo del supervisore e si trasforma in spettatore. Se è vero che oggi sarei in grado di contribuire in modo diverso e forse più arricchente alla gestione della terapia, in quel momento del training, con tutte quelle informazioni portate dalla famiglia, ero confusa e non potevo essere altro che spettatrice. Forse proprio per riportarmi immediatamente dentro la responsabilità della terapia il supervisore nelle sedute successive mi lascerà alcuni minuti sola con i genitori nella stanza uscendo con la figlia. Ma in questa prima seduta, la prima della mia vita e la prima terapia del gruppo, ammetto di aver goduto per un attimo della posizione di spettatore, anzi di aver segretamente sperato che il supervisore non uscisse mai più dalla stanza. La verità è che se in quella prima seduta Manfrida avesse provato ad essere un modello, un coach, o il conduttore del tango [27], probabilmente avrebbe subito la stessa frustrazione del tanguero campione Sebastiàn Jiménez che si ritrova a scegliere la propria compagna al corso del martedì al circolino del quartiere. D’altronde, gli stessi Casini e Defilippi sostengono che un buon accoppiamento strutturale fra supervisore e terapeuta, condizione per evitare la posizione di spettatore di quest’ultimo, si può dare in una fase in cui lo stile professionale dell’allievo è sufficientemente definito da potersi giocare “alla pari” con quella del didatta, per far sì che due culture si incontrino per integrarsi e due narrazioni dialoghino per generarne una terza. Su questo concordo pienamente e durante il training ho potuto sperimentare la differenza in me stessa fra questo primo caso e un secondo caso in supervisione diretta che ho seguito un paio di anni dopo. Rivedendo il video ho ripensato a quello che sentivo in quel momento, alla grande confusione e alla difficoltà di capire come fosse stato possibile ridefinire così chiaramente il problema in così poco tempo. Il supervisore si rivolge a me con la familiarità che si utilizzerebbe con un collega, e mi sento come davanti a Sherlock Holmes che dice al suo ignaro e perplesso assistente “Elementare, Watson!” risolvendo un caso complicatissimo del quale fino a quel momento sfuggivano anche le minime connessioni.
Alla fine della ridefinizione che connette il bisogno di Giada di ricevere coccole e attenzioni con la parte della storia della famiglia che ci hanno raccontato, il supervisore si chiede se il vedere gli incappucciati, i simboli, i dadi, non sia un tentativo per Giada di entrare nel lettone dei genitori. Giada racconta di essersi sentita trascurata e che se lei fosse stata la madre di se stessa avrebbe agito diversamente. Al tempo stesso Giada non vuol chiedere niente ai genitori, non vuol dare indicazioni su che cosa loro possono fare, insiste che se certe azioni non sono nella loro natura, allora è tutto inutile. Anche quando i genitori le mostrano slanci affettivi, seppur minimi, Giada appare sulla difensiva, combattuta tra il volere certe attenzioni ed il rifiutarle come se fosse offesa. Il supervisore esce dalla stanza, e dico a Giada di chiedere ai genitori cosa vorrebbe da loro.

Giada: «Diciamo che… avrei voluto, perché ora… vabbè… più coccole, qualcosa così (piange). Ma ora non è che le voglio… ormai sono abituata così, sarebbe strano, mi sentirei strana a ricevere una carezza».
[…]
Sonia: «Chiedi cosa vuoi da ora in poi, è inutile che mi rivanghi il passato».
Giada: «Ma è il passato che mi fa male, non è il presente o il futuro».
[…]
Sonia: «Se tu vuoi costruire qualcosa per il futuro, che migliori, ma mi tiri sempre fuori che non ti ho fatto le coccole quando avevi due anni… non si risolverà mai, questa cosa non la puoi cancellare!».
Giada: «Non la puoi cancellare perché mi è rimasta dentro».
Sonia: «E allora?».
Giada: «Io non voglio cambiare le cose perché se sono andate così…».
Sonia: «Non le possiamo cambiare… d’ora in avanti, se possiamo fare qualcosa, è questo quello che conta».
Giada: «Io te lo devo dire? Non sono io il genitore!».
Sonia: «Ma sei buffa però!».
Terapeuta: «Giada, per una volta che riceve una risposta è lei che si tappa le orecchie? Da qualche parte si dovrà pure iniziare e anche se sua madre non è sempre stata perfetta ha detto delle cose giuste, non si può sempre guardare al passato».
Giada: «Il passato ti forma, ti fa diventare quello che sei».
Sonia: «Allora fra dieci anni il passato è anche oggi!».

Sonia dice di aver cercato di non essere soffocante con la figlia e che in effetti non è mai stata una mamma “coccolona”. Ci tiene però a precisare che Giada è il grande amore suo e del marito. Ripercorrere questi momenti dell’infanzia di Giada ci aiuta a capire meglio il problema, e forse spiega alcune difficoltà della ragazza nella relazione con l’esterno. Gli studi sull’attaccamento mettono in evidenza come sia primario il bisogno del bambino di instaurare un rapporto con l’adulto e come questo venga ricercato fin dalla nascita con comportamenti di richiamo di vario tipo anche nei confronti di adulti che dimostrano disponibilità limitate o non sufficienti capacità di soddisfare le sue esigenze [5]. Ma proprio modalità disfunzionali di attaccamento danno adito a legami che sono tanto più intensi ed invischianti quanto meno hanno permesso al bambino l’acquisizione di una fiducia in sé e di una identità separata, perché lo costringono ad una continua verifica della sua appartenenza e della sua accettazione da parte di coloro da cui dipende. Giada sembra proprio aver sofferto una mancanza di attenzioni che oggi, davanti al cambiamento portato dall’adolescenza e quindi di fronte a grandi modifiche per il sistema intero, porta in terapia come un credito da riscuotere. In questa prima seduta ci appare inoltre evidente il funzionamento della coppia genitoriale: pare infatti esserci un forte invischiamento fra la madre (unico interlocutore per la figlia) e la ragazza che esclude il padre e lo rende fortemente disimpegnato [6].

A fine seduta sono uscita e mi sono incontrata dietro lo specchio per preparare insieme al supervisore la restituzione finale, cioè una narrazione che restituisse un senso alternativo alla storia portata in terapia basata sul tema “nostra figlia è impazzita ed è stata posseduta dagli incappucciati blu”. Prepariamo la restituzione in forma scritta, che leggerò una volta rientrata nella stanza:
“Sapete, c’è una cosa che un po’ ci stupisce. Siete una famiglia mezzo Toscana e mezzo Campana, e ci sembra invece di trovarci davanti una situazione tipo Scandinavia: conoscete i film di Bergman? Tutti sull’incomprensione, sull’incomunicabilità, sull’isolamento e la delusione affettiva…
Che poi non è solo la situazione di Giada: a Giada mancano le coccole, alla mamma mancano le soddisfazioni scolastiche, lavorative, sociali da parte di Giada, e al papà non sappiamo ancora cosa.
È come se Sonia e Roberto mostrassero l’amore col fare e darsi da fare e se lo aspettassero dimostrato da Giada nello stesso modo.
Giada invece chiede un calore, un contatto anche fisico, un coinvolgimento che non riesce a trovare.
Negli anni questa delusione reciproca, questo non sentirsi amati, ha creato anche della rabbia, del rancore, della paura di restare delusi a provare ancora una volta ad aprirsi.
Ci vuole del coraggio e la voglia di una vita diversa per cambiare le cose e, Giada, nessun ragazzo riempirà i vuoti che lei si porta dietro, perché lei vuole un babbo e una mamma, e visto che ce l’ha perché non prova a vedere di ritrovarli? Con i sintomi, i tagli, il casino, le sette sataniche eccetera eccetera… vede che riesce a far sì che si occupino di lei: ma speriamo bene che non le basti questo, come speriamo che a Sonia non basti che la figlia trovi un lavoro, un bravo ragazzo e metta la testa a posto.
Se ve la sentite di percorrere questa strada rischiosa, di capire cosa vi ha separato ma quanto qualcosa ancora vi unisce, noi possiamo aiutarvi: dovremo cercare nel passato, come già hanno accennato Sonia e Roberto, delle spiegazioni, contare su Giada, purché nel presente non cambi discorso ricominciando a vedere incappucciati blu e combinazioni profetiche di 2 e di 3.
Ve la sentite?
Il prossimo appuntamento è il 17 luglio alle 16.30. Di qui ad allora tenete le cose come stanno, non fate passi indietro ma neanche avanti, perché non siamo sicuri che ne siate capaci.
Quindi non provate a coccolare Giada, e lei Giada faccia a meno di sollecitare le coccole con le lusinghe o con le minacce.
Siate spontanei, anche se questo vuol dire per ora restare così come siete”.

Il supervisore entra a salutare la famiglia e dice che della restituzione verrà inviata copia all’indirizzo mail di Giada, che si dovrà preoccupare di stamparla e metterla a disposizione dei genitori. Questa mossa vuole responsabilizzare la figlia e rendere il suo intervento importante per tutta la famiglia, cercando di togliere quella patina di bambina incompetente che le è scesa addosso durante la seduta. Durante tutti gli incontri con la famiglia P. invieremo a Giada la restituzione finale che, per ammissione degli stessi membri della famiglia, verrà riletta da tutti una volta tornati a casa.

Da questa prima seduta esco euforica e un po’ disorientata: mi aspettavo un caso degno dei Bambini di Satana, mi ritrovo Biancan-Emo circondata da piccoli incappucciati blu. Tutto quello che mi ero immaginata che sarebbe dovuto accadere in realtà non è successo. Al momento non trovavo una grande logica in quello che mi girava intorno. Ora, a distanza di tre anni, colgo la funzione del sintomo e la relazione fra figli e genitori, e un po’ provo tenerezza per quella me dentro la stanza, impegnata a darsi un tono per non sembrare caduta dal pero. A inizio seduta avevo davanti una famiglia dai misteriosi sintomi, dai rapporti sconosciuti, una figlia satanista e dei genitori scarsamente preoccupati. Alla fine, vedo una bambina che richiama l’attenzione dei genitori con sintomi scenografici, che ci descrive una madre-matrigna e un padre assente, fugge col Principe nel mondo dei nani incappucciati blu, senza però trovare quello che cerca. Adesso siedono tutti davanti allo specchio magico aspettando il verdetto.


DUE

Alla fine della prima seduta guardo e riguardo il video e ricostruisco il tema che abbiamo fatto emergere, incentrato sulla richiesta di attenzioni che Giada sottopone ai genitori. Abbiamo colto una parte del problema, ma ci sfugge ancora cosa i sintomi di Giada vogliano portare in evidenza (o nascondere): sappiamo infatti che “quello che viene al pettine, nell’adolescenza, è il nodo del livello raggiunto nell’organizzazione psicologica dell’individuo e della sua famiglia” [2]. Quindi non possiamo accontentarci della spiegazione raggiunta fino a qui senza scendere nella storia della famiglia per studiarne, appunto, la struttura e l’organizzazione. Consapevole della necessità di andare a esplorare il mondo relazionale del sistema, mi preparo alla seconda seduta aspettandomi la stessa famiglia, buia, triste, dolorante, con la quale iniziare a dare un senso insieme ai sintomi e alla loro storia. Ma, proprio perché questa terapia è stata quella dell’inatteso, quando entro in seduta chiedo come stanno e come vanno le cose, sento un clima totalmente diverso, e Giada risponde “bene” tutta allegra. Sonia dice che le cose sono andate meglio in questo ultimo periodo, i rapporti fra loro sono stati un po’ meno spigolosi. Giada conferma e dice che le cose vanno meglio anche perché hanno preso un gattino la scorsa settimana. Sonia sorride, dice che il gattino attira le simpatie di tutti e fa da “parafulmine”. Chiedo a Roberto cosa ne pensi, lui dice che le cose vanno bene, poi si ferma, guarda la moglie, sembra chiedere aiuto per proseguire. C’è un palpabile imbarazzo, nessuno parla. Tutto sembra bloccato nella famiglia, e di conseguenza mi blocco anche io. Entrando, mi sarei aspettata una situazione più dinamica, non avrei mai predetto una chiusura del genere: invece sembra che sia in atto una strana mutazione da Biancan-Emo a Biancaneve, buona e felice nel mondo delle fiabe, spariti i nani, e con un piccolo felino domestico al posto di scoiattoli e uccellini silvestri.
Chiedo come sono andate le ferie di cui ci avevano parlato in prima seduta. A questa domanda, tutti sorridono. Raccontano di essere stati a Salerno, città natale di Sonia. La mamma ci dice che per lei ogni volta che va lì ci sono cose da risolvere, ad esempio la gestione della casa dei genitori. Dice che non sono ferie, è noioso. Giada dice che a lei piace andare lì, anche se ora, avendo trovato un ragazzo… Roberto dice che tanto a Giada non piace andare al mare, quindi meglio se la casa dei suoceri è in campagna.
Commento le parole di Giada sul nuovo ragazzo e le chiedo come va con lui.

Giada (ridacchia): «Bene, diciamo bene… ora gli hanno preso la patente. A volte litighiamo, ma è normale».

Insomma, tutto bene. Confrontandola con la prima seduta, ho la sensazione di avere davanti una famiglia completamente diversa: più chiusa rispetto alla mia presenza, più difesa. Sembra ci sia in atto quel fenomeno che Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata definiscono “miglioramento sospetto”. Secondo gli autori, lo scopo comune della famiglia in questo caso è quello di allontanare i terapeuti da un terreno che i pazienti sentono come pericoloso: questo si esplicita in seduta attraverso un miglioramento improvviso e inspiegabile, accompagnato da un atteggiamento di disimpegno e ottimismo del tipo “tous va très bien, madame la marquise” [28]. Queste discussioni, che possono sembrare frivole, allegre, superficiali, funzionano come “l’inchiostro della seppia”: nelle famiglie con figli adolescenti, succede spesso che vengano portate all’attenzione del terapeuta degli elementi secondari che hanno la funzione di nascondere qualcosa di maggiormente significativo [29]. Questo rapido dietro-front viene da me vissuto in seduta come una resistenza della famiglia, nel senso specificato da Fruggeri: “(parola con la quale) si connotano, fra tutti i comportamenti dei pazienti, quelli che non sono attesi dai terapisti in risposta a interventi che essi ritengono favorire il cambiamento. Il termine resistenza viene cioè utilizzato per connotare la persistenza”[30]. In realtà, una volta uscita dalla stanza, ho potuto riflettere sul fatto che questa brusca manovra del sistema significava comunque qualcosa, che questo mio termine “resistenza” non descrive in modo neutro il non cambiamento. “Non è, infatti, un sinonimo di stabilità. Esso include una spiegazione del non cambiamento, implicando, in particolare, l’attività dei soggetti nel mantenere la stabilità”. [30]. La possibilità per noi di andare a fondo rispetto al problema è limitata dal fatto che questa sarà l’ultima seduta prima della pausa estiva. Quindi, visto che si avvicinano le vacanze, chiedo se per il mese di agosto hanno programmato qualcosa. Sonia dice che loro rimarranno a lavorare, casomai si prenderanno qualche giorno di ferie a settembre. Giada dice che dipenderà se riuscirà a entrare in un corso oppure no. Il 22 di luglio avrà infatti una selezione per essere ammessa in un corso di formazione per “addetta alle vendite”, con frequenza quotidiana e stage in alcuni esercizi commerciali. Sonia dice che era l’unica cosa disponibile: magari non quella che Giada avrebbe scelto per sé, ma ci sarebbe voluta un’eternità per trovare cosa Giada avrebbe scelto per sé. Giada dice di essere convinta e di aver scelto in autonomia, questa è una cosa che vuole fare.
Non sapendo proprio più che pesci prendere, faccio un altro tentativo e torno a chiedere dell’ultimo periodo: mi confermano che va tutto bene. Sono spiazzata e in difficoltà, non mi aspettavo questa quiete e questa calma, tutto sembra contraddire le mie aspettative ma non riesco a utilizzare questa sensazione. Il supervisore, vedendo il mio impasse, citofona. Dopo la citofonata, commento che il corso è un buon inizio, anche se poi Giada non dovesse diventare addetta alle vendite. Giada dice che spera di passare le selezioni, così potrà dire di avercela fatta.
Visto che anche su questo fronte non si passa, chiedo alla famiglia notizie del gatto. Questo sembra essere un tema che rianima tutti, ognuno partecipa con commenti e risatine. Come si chiama? Rispondono che la gatta non ha nome, anche se si dovrebbe chiamare Nuvola ognuno la chiama come vuole. Giada dice che le dispiace lasciarla sola in casa, si attacca con le unghie al divano e alle tende.

Terapeuta: «Della gatta Giada se ne occupa lei?».
Giada: «Sì, io, la mamma… stamattina anche il babbo è riuscito a staccarla dal divano mentre di solito la lascia a me o alla mamma… è un po’ restio».

Spiazzata dal comportamento della famiglia, così mutato rispetto alla prima seduta, tento un assist verso Giada-la-ribelle.

Terapeuta: «Giada, adesso chiederà al gatto le coccole che non ha avuto da mamma e papà?».

La ragazza sorride, ma non coglie la provocazione per riaprire il discorso, dice che per ora le coccole del gatto bastano e avanzano, il tutto ridacchiando e incurvando le spalle sotto lo sguardo fisso dei genitori.
Chiedo alla madre se pensa che avrà maggior successo nell’educare la gatta di quanto non abbia avuto nell’educare Giada. La mamma ride, e dice che neanche il gatto le dà retta. Ancora è piccola, fino a una certa età si accettano anche i graffi, da un gatto non ci si può aspettare che si attacchi ovunque con le unghie.

Terapeuta: «Questo attaccarsi alle tende e al divano con le unghie quando voi non ci siete ci ricorda qualcosa, ci ricorda una richiesta di affetto…».
Sonia: «Che il gatto faccia questo noi lo immaginiamo, è istintivo, non c’è niente di ragionato… certamente quando ci siamo noi il gatto è più tranquillo, magari si rivolge a noi, interagisce, scherza e noi si risponde».

A questo punto entra il supervisore e dice di voler portare fuori Giada qualche minuto per un colloquio a due e per verificare come stia andando l’assunzione dell’antidepressivo. Prima di uscire commenta che la soluzione del gatto è geniale, hanno trovato un modo per fare pratica tra Giada che si attacca al gatto per farsi fare le coccole senza aver bisogno di fare casino e la mamma che ha la sua seconda occasione per educare qualcuno. Sonia ride e dice che la gatta è importante anche per Roberto, e il supervisore conferma, dicendo che la gatta sarà per il padre l’occasione per sentire più fusa in casa.

Supervisore: «Non so… mi ricorda quello che si è detto l’altra volta di Giada, che a non sentirsi osservata faceva casino, ora fa casino il gatto… Giada che a non sentirsi osservata pensava “non è che papà pensa che se non ci fossi sarebbe meglio?”… e alla mamma con tutte le sue frustrazioni… che pensa che voler bene vuol dire soprattutto educare e allora il gatto fa casino come fa casino Giada».
Sonia: «Ma allora la situazione si ripete!».
Supervisore: «Non è detto che ricominci alla stessa maniera, forse è un inizio in cui ognuno si sperimenta, voi fate un po’ di pratica e non è male. Se il gatto è troppo poco vi possiamo trovare un pitbull, una pantera, un giaguaro, così vedrete che ci può esser anche di peggio».

Detto questo esce con Giada e io chiedo ai genitori se vogliono approfittare dello spazio per parlare delle cose loro, visto che Giada è fuori a parlare delle cose sue. La madre dice che non le viene in mente niente, che non c’è niente da dire in assenza di Giada. I confini familiari sono talmente labili che è come se mi dicessero che non esiste una coppia, oltre quella genitoriale, in questa famiglia. Roberto, in un attimo di preoccupazione paterna, spiega che è in pensiero perché al fidanzato di Giada è stata ritirata la patente per un po’ di hashish che gli hanno trovato in auto. Chiedo alla madre se lei è preoccupata per questo, e la madre conferma, anche se si sente sollevata dal fatto che Giada ne abbia parlato con loro.

Sonia: «Non glielo abbiamo dovuto tirare fuori, ne ha parlato subito quasi fosse una cosa normale, divertente. Nei posti dove Giada usciva era normale che si “spinellasse”, ma Giada ne era rimasta fuori. Sta a lei capire se la cosa… però di dire “no, non ci va bene!” in questo momento non ce la sentiamo. Chiaramente le ho detto che non è una cosa accettabile però prima di mettere dei divieti… a parte che i divieti nostri fanno ridere… questa cosa per noi non è accettabile però non ce la sentiamo di dire “basta, con questa persona chiudi”… perché è comunque un rapporto con una persona che non è solo lo spinello, sembra ci sia una specie di intesa e comprensione l’uno dell’altra anche se lui di sicuro ha problemi suoi, di lavoro, di carattere. Però vederlo di cattivo occhio perché c’è questa cosa nel mezzo, questo ancora no… Chiaramente stiamo sulle spine, le diciamo di stare attenta, lei lo sa, è ovvio che noi la pensiamo così e speriamo che lei sia d’accordo con noi, però orientare le scelte di un’altra persona lascia il tempo che trova».

Dicono di aver discusso insieme di questa cosa, di concordare che Giada è più tranquilla perché per lei «avere qualcuno speciale accanto è importante», e sembrano così aver fatto propria l’ipotesi della prima seduta in cui si restituiva l’idea di Giada come bisognosa di attenzioni, seppure sembrino aver abdicato rispetto alle proprie responsabilità in questo.
Giada rientra nella stanza. Sonia dice che la figlia venendo in seduta aveva paura di mettersi a piangere.

Giada: «Mi dà fastidio piangere. E poi oggi ho anche la matita agli occhi».
Terapeuta: «Come mai ha paura di mettersi a piangere?».
Giada: «Non lo so… le parole mi colpiscono e allora o mi fanno male o mi fa male ricordare alcune cose… comunque stavolta il pericolo non c’è stato».

Come a dire: dottoressa, stia alla larga.
A questo punto chiediamo qualcosa sul prossimo futuro: c’è qualche richiesta che i genitori vogliono fare a Giada e viceversa?

Giada: «Ah, no, io no! Ora come ora in questo preciso momento non ho da chiedere nulla. Già c’ho il gatto. Nessuna richiesta». 

Sonia dice che vorrebbe chiedere a Giada di uscire un po’ di più, di andare in giro con il ragazzo invece di chiudersi in casa, andare al mare. Giada dice che non le piace il mare, che sta male in costume, che le dà fastidio se la gente la guarda, lei sta bene a casa sua con il suo gatto. Sonia dice che il punto tosto è sempre questo e non ci siamo spostati di un millimetro: Giada dice che si sente a disagio col proprio corpo e non andrà al mare a fare la passerella. La mamma dice che Giada adesso è a dieta ma non vede il dimagrimento e non si accontenta mai, anche se ha già perso 5 chili. Giada dice che il suo obiettivo è quello di raggiungere una taglia piccola, non vuole essere normale, vuole essere magra. Sembra quasi che la madre, se non proprio soddisfatta dal corso per commessa, almeno rasserenata dall’impegno quotidiano della figlia, voglia portare alla nostra attenzione un’altra serie di atteggiamenti eccessivi che Cancrini e La Rosa [2], pur non definendoli in quanto difficilmente categorizzabili, inserirebbero nell’area dei “disturbi della socializzazione”, che comprendono una serie di problemi la cui caratteristica principale è l’estremizzazione: amicizie troppo in fretta o con troppa difficoltà, cambiamenti repentini di fidanzati oppure difficoltà nell’innamorarsi. Insomma Giada passa da un comportamento di rottura con il sistema familiare a una difficoltà di relazione col mondo esterno: insieme al corso per commessa, forse questa non belligeranza filiale è quello che rende particolarmente tranquilli i genitori al momento.
Anche se siamo lo specchio magico, non ci lasciamo incantare dal riflesso di questa immagine idilliaca della famiglia, ed ecco cosa diciamo loro alla fine della seconda seduta:

«Sembra di avere davanti una famiglia diversa oggi, così tranquilli, ragionevoli, impegnati nell’adozione comune di micia, gatta, Nuvola… Anche se creerete un po’ di confusione a questa bestiola se non vi mettete d’accordo.
Resta qualche buco, qualche incertezza per il futuro, qualche insoddisfazione sociale… forse ne restano tante, però il clima è diverso oggi.
Ci dobbiamo credere? Mah, vedremo. Non vorremmo che fosse la quiete prima della tempesta.
Faranno bene i ragazzi, i gatti e un po’ di moderazione nelle richieste e nelle ribellioni, però a settembre dovremo chiarire alcuni punti rimasti in sospeso. Perché Sonia cerca tanta soddisfazione in quello che Giada potrebbe e dovrebbe fare e non fa? Perché papà sta sempre zitto? Perché Giada a momenti ringrazia il cielo di avere genitori così permissivi per le serate con il ragazzo, e in certi altri corre il rischio di sentirsi poco voluta e protetta da loro per lo stesso motivo?
Senza aver trovato una risposta non ci fidiamo di nessun cambiamento, e speriamo che all’avervi proposto i nostri dubbi non vi venga tanta paura da indurre Giada a fare qualche casino, o Sonia a moltiplicare le sue insoddisfazioni in modo tale da costringerci ad affrontare le emergenze e cambiare discorso.
In questo senso il corso a settembre si presenta come una scusa perfetta per una eventuale deviazione dal nostro percorso.
Anche di questa restituzione vi manderemo una mail all’indirizzo di Giada».

Prima di uscire la madre commenta: «Siamo sconvolti».


TRE

La terza seduta viene rimandata di un mese perché il giorno fissato per l’appuntamento Roberto ha avuto un problema lavorativo. Per telefono la madre mi dice che Giada sta molto meglio. Io sposto l’appuntamento al mese di ottobre e mi preparo poi per la seduta, che stavolta non mi stupisce perché continua il leitmotiv del “va tutto benone!”.
Noi siamo sempre più convinti che la nostra interpretazione abbia toccato un “nervo scoperto” e che tutto il sistema familiare si stia compattando per impedirci di indagare questi tasti dolenti. Forse il nostro intervento è stato visto come potenzialmente disgregante dell’unità familiare: e ci ricorda Bowen che, in un sistema familiare, ad ogni movimento tendente all’individuazione di uno dei membri si oppongono le forze emotive tendenti alla coesione che controllano il sistema e definiscono i membri della famiglia come simili quanto a convinzioni, filosofie, ideali e sentimenti importanti [31]. Continuano le nostre fantasie rispetto alla situazione dei genitori: sembra caratterizzarsi quella che Harrison, Cancrini e Albano [32] definiscono la separazione ideo-emotiva; cioè uno di quei casi in cui i genitori, anche se non separati e conviventi, si fanno portatori di codificazioni, valutazioni e valori del tutto diversi. Crediamo che Giada abbia, attraverso i suoi sintomi, richiamato su di sé l’attenzione, e con altrettanta foga abbia cercato di puntare i riflettori sulla coppia coniugale, salvo poi pentirsene e fare una rapida fuga nella guarigione: “se lo scontro fra i mondi è aperto, la posizione del terzo (il nostro adolescente) può essere quella del mediatore, quella del pompiere oppure quella del tifoso delle due squadre. Se i mondi evitano di scontrarsi e mostrano di ignorarsi, il terzo può tentare di integrarli, sia nella testa per il suo bisogno di identità, sia nei comportamenti facendo il terapeuta e scontrarsi con la negazione della differenza” [32]. Pensiamo che in questa famiglia ci sia un problema a livello di coppia e che, come a volte accade, i problemi della figlia siano “la pistola fumante, ossia l’evidenza di ciò che avviene nella generazione superiore; si tratta di una guerra a cui appartiene anche l’adolescente, ma in modo riflesso, come prodotto di un insieme” [33]. Dopo la seconda seduta si fa largo l’ipotesti che non sarà possibile per noi andare sulla storia della famiglia e capire cosa ci sia dietro la sintomatologia di Giada. Questo per me è un momento di riflessione e frustrazione, perché vorrei gridare in faccia ai genitori “ma non capite?? Ma non vedete??” e mi riesce molto difficile accettare la loro passività. Il supervisore mi fa riflettere sul senso del nostro lavoro, e sul fatto che le famiglie hanno tutto il diritto di scegliere cosa ritengono meglio per loro. Si prendono la responsabilità dei propri passi, proprio come noi facciamo con i nostri. Il supervisore mi fa capire come riconosciamo che il paziente abbia in se stesso la possibilità di trasformarsi. Noi non controlliamo, né possiamo governare, il processo evolutivo di cambiamento “che avviene comunque per salti discontinui. Il terapeuta è soltanto un elemento che favorisce il processo” [30]. Questo concetto è entrato a far parte del mio bagaglio da terapeuta un po’ alla volta, non è bastata questa prima riflessione a farmelo completamente digerire, ed è quindi con un atteggiamento un po’ sconsolato, sperando segretamente di trovarmi davanti una famiglia intenzionata a seguirci e andare più a fondo, che entro in terza seduta.
La novità della terza seduta è che Giada ha iniziato il corso di formazione, si trova bene e non ha problemi a frequentare. Questo cambiamento rende la madre più tranquilla, anche se si intravede qualche lampo di insoddisfazione per non essere riuscita a mandare la figlia a scuola ed essersi accontentata di un corso professionale. Giada si dice soddisfatta del corso, le piace essere impegnata tutte le mattine. Il fatto di essere riuscita a passare la selezione l’ha incoraggiata molto
Chiedo se alla fine si sono accordati sul nome da dare alla gatta, e tutti sorridendo dicono di aver scelto Nuvola. In maniera provocatoria, chiedo come vada con la micia il rapporto educativo, se per la madre sia più facile educare Nuvola di quanto non sia stato educare Giada. La madre ride, dice che lei e Giada hanno un rapporto migliore con la gatta, Roberto è più rigido, anche se è difficile restare arrabbiati con lei.
La madre cambia poi discorso ed inizia a parlare dell’assunzione del farmaco prescritto dal prof. Manfrida che Giada ha interrotto. La madre spiega che Giada non riusciva ad ingerire le pasticche neppure se venivano fatte a pezzi. Giada commenta che stava meglio senza perché le facevano venire mal di testa, nonostante sappiamo che nel medicinale prescritto questo effetto collaterale non sia previsto. Dico che alle medicine ci penserà fra poco il prof. Manfrida, e chiedo come vadano le cose con il fidanzato.
Giada racconta che con il fidanzato ci sono alti e bassi, che a volte con lui sta bene ed altre no. Spiega che il fidanzato vuole “cose serie” e lei non si sente pronta. Aggiunge che al corso per addetto alle vendite ha conosciuto molte persone nuove e che il fidanzato è infastidito dal fatto che lei possa dare anche solo il numero di telefono a questi nuovi amici. Ha ripreso la patente ma è stato sospeso dal lavoro per i troppi ritardi. Ha paura che Giada lo lasci, lei dice di dimostrargli che gli vuole bene e che questo dovrebbe bastare a farlo fidare di lei.

Terapeuta: «Giada, noi invece dobbiamo fidarci di lei?».
Giada: «Non lo so, lascio il dubbio».

Come nella seduta precedente, il prof. Manfrida dedica alcuni minuti da solo a Giada per poter sistemare la questione delle medicine, e io da sola con i genitori chiedo se qualcosa li preoccupi rispetto alla figlia.

Sonia: «Non le stiamo dietro, non l’afferriamo mai. Ormai è chiaro che è così. Ogni giorno sappiamo che può essere un giorno sì oppure un giorno no».
Roberto: «Anche con il ragazzo, sappiamo che non c’è un altro ma lo tiene un po’ come dire: “teniamo lui per non stare soli”».

I genitori confermano la sensazione di non sapere che pesci prendere e di mancare, rispetto alla figlia, di regole definite e condivise. Trovandomi un po’ nella stessa situazione con questa famiglia, cerco di sondare questo aspetto con loro. La risposta è abbastanza deludente, i genitori non sembrano nutrire molte speranze di cambiamento, oppure il cambiamento intravisto in prima seduta li ha impauriti al punto da fare un drastico dietro-front:

Terapeuta: «Giada non è tanto sicura di quello che vuole fare, voi rispetto a lei siete sicuri di quello che volete per lei?».
Sonia: «Rispetto allo zero di prima ci basta che si alzi la mattina e che vada a scuola».
Roberto: «Che non sia in mezzo ad una strada».

Ritornando al tema della seduta di luglio, chiedo come vadano le cose con il ragazzo. Anche su questo dimostrano una certa superficialità, sembrano non preoccuparsi rispetto al tema dell’hashish. Il padre ne parla come se fosse un estraneo, la madre ci si riferisce come un surrogato affettivo per la figlia.

Roberto: «Io personalmente non lo conosco, quindi non posso dire».
Sonia: «Con la scuola le cose sono un po’ cambiate. Finalmente Giada ha come amica una coetanea, cosa che non accadeva da anni. Questa persona (ragazzo di Giada) non la conosco però la sento raccontare, è un po’ chiusa, è come era lei».
Roberto: «Fuori a fare un giro non sono mai andati. Ad esempio non sono mai andati in centro a Firenze».

Chiedo se la questione del fumo non li preoccupi più: la madre dice di essere sempre allarmata e che Giada ha iniziato a fumare sigarette, che loro glielo lasciano fare anche in casa nonostante provino fastidio. Il padre riferisce che Giada inizia a fumare dalla mattina, ma che sembra un cosa forzata, come se non ci fosse un reale piacere nel fumare. La madre ha provato a chiederle di uscire fuori a fumare ma Giada non rispetta le regole e continua a fare come vuole.
Continua da parte dei genitori questo atteggiamento accondiscendente nei confronti di Giada e delle sue, più o meno piccole, trasgressioni. È per me molto difficile trovare un appiglio di discussione per lavorare su questo, perché la totale comprensione dei genitori diviene in realtà uno scivolo che velocemente ci butterà fuori dal sistema: Haley dice infatti che “i genitori peggiori non sono quelli che trattano i propri figli con severità ma coloro che si comportano con tale benevola indulgenza da impedire al figlio di raggiungere una certa autonomia; in questa fase del ciclo vitale, quanto più i genitori sono benevoli e accondiscendenti, tanto più diventa difficile per un terapeuta emancipare i genitori dai figli e viceversa” [13].
Rientra il prof. Manfrida e chiede alla famiglia di fare un commento rispetto al punto in cui ritengono di essere. La mamma prende per prima la parola e dice di sentirsi in navigazione, in viaggio. Dice di non avere obiettivi troppo ambiziosi ma di rendersi conto quando la famiglia sta peggio e quando meglio. Il padre non risponde. Giada dice: «Si va avanti».
Recuperando l’immagine della navigazione, ecco cosa diciamo loro alla fine della terza seduta:

«All’inizio ci siamo ritrovati in piena tempesta, ora sembra che il peggio lo abbiate superato, mettendoci ciascuno il suo impegno e ritrovando insieme un po’ di fiducia.
Se ora va meglio, è anche perché Giada non ha più l’impressione di non essere considerata o di essere criticata. Ha potuto constatare che per lei papà e mamma sono pronti a mobilitarsi, a impegnarsi, a combattere: sa che non è più necessario far casini per vedere quanto ci tengono a lei.
Anche papà e mamma hanno visto che Giada, se convinta, sa applicarsi, e se non rinuncia a fare un po’ a modo suo, entro limiti accettabili, fa parte della crescita. E poi hanno visto anche che Giada non è alla ricerca di un matrimonio precoce per trovare fuori di casa quell’attenzione che tanto le mancava.
Naturalmente restano tanti punti interrogativi: da dove viene questa difficoltà della vostra famiglia a regolarvi fra attaccamento e distacco? Da dove viene la rabbiosa insoddisfazione di Giada per inefficienza di Sonia e Roberto come genitori? E da dove quella di Sonia e Roberto per il rendimento scolastico e produttivo di Giada? Sono domande che hanno radici profonde nella storia della vostra famiglia, e forse arrivano anche a quelle di Sonia e Roberto.
Non è detto che sia necessario cercare queste risposte: se le cose funzionano, possiamo fermarci ad un livello più superficiale ma soddisfacente…
Abbiamo l’impressione che questo sia il vostro comune desiderio… e possiamo capirlo.
Sonia e Roberto hanno ritrovato una figlia; Giada ha ritrovato dei genitori; tutti e tre hanno allargato la famiglia a Nuvola: forse vogliono godersi per il momento questo recupero senza farsi troppi problemi.
Perciò noi sospendiamo ulteriori approfondimenti, però vi diamo un appuntamento di controllo fra due mesi, che potrebbe anche essere l’ultimo.
Se ci sono problemi chiamateci: vorrà dire che non c’è da fidarsi troppo delle lune di miele, e che sarà meglio approfondire. Intanto parleremo con la dottoressa inviante e a dicembre vedremo con voi dove siamo e cosa conviene fare».


QUATTRO

La dottoressa inviante per telefono ci conferma un miglioramento di Giada connesso soprattutto al tema della scuola e alla presenza in casa della gatta, che sembra fare davvero da “parafulmine” come aveva predetto la mamma. Come da noi ipotizzato, restano alcune modalità di attirare l’attenzione, come le sigarette o l’allarmare i genitori con i problemi del ragazzo, ma questi richiami vengono ritenuti dai genitori più “in linea” con un comportamento adolescenziale rispetto alla sintomatologia che aveva portato la famiglia al Centro. Ci sono delle cose che sfuggono a tutta l’equipe terapeutica, in primis alcuni problemi della coppia che si possono solo intravedere. L’inviante ci dice che il padre in questo mese è stato alcuni giorni in vacanza da solo senza nessun preavviso e senza dare spiegazioni al suo ritorno. Questo rafforza la nostra ipotesi sul fatto che Giada sembri adoperarsi per coprire il problema della coppia ed evitare quindi l’esplosione di una crisi familiare. Preparando la quarta seduta pensiamo che in base a quanto emergerà decideremo se proporre un nuovo percorso alla famiglia, oppure ci saluteremo. Ci sono ancora molti elementi che non sono emersi, quindi ci prendiamo questo spazio per valutare la loro decisione di accontentarsi oppure di voler proseguire mettendoci al corrente di quello che finora non ci hanno detto.
La famiglia si presenta al completo, il padre si siede senza togliersi il cappotto, sembrano tutti abbastanza infastiditi dallo stare seduti in terapia.

Terapeuta: «Allora, come state?».
Sonia: «Abbastanza bene, non è successo niente di particolarmente negativo».

La seduta si sposta immediatamente sul corso di formazione che sta per concludersi. Giada ha la sensazione che il corso non l’aiuterà dal punto di vista lavorativo. I genitori si dichiarano abbastanza contenti perché “almeno” questo corso ha permesso alla figlia di avere un’infarinatura di base, ritengono che se non lo avesse fatto sarebbe stato peggio.

Terapeuta: «Sonia, si definirebbe almeno moderatamente soddisfatta di sua figlia?».
Sonia: «Io sono soddisfatta di mia figlia nel senso che quello che siamo riusciti a fare finora, almeno questa ultima parte, è una cosa volta al positivo. Penso che questo passo si debba accettare come una cosa molto buona. Non è che uno pretendeva una scuola qualsiasi, che prendi e la fai, ma almeno qualcosa che possa servire… Non è che ci fossero pretese. Qualcosa purché sia utile».
Terapeuta: «E lei Roberto?»
Roberto: «Mi è sembrato un progresso, Giada mi sembra anche più tranquilla».

I genitori sembrano infastiditi da questa domanda. Il padre tamburella il piede a terra e la madre gesticola molto. Chiedo a Giada del fidanzato e tutti si rilassano ridacchiando. La ragazza dice che da circa due settimane è tornata insieme al ragazzo con cui era stata fidanzata per tre anni e mezzo, lo stesso delle sedute spiritiche e delle comparsate a suon di nani incappucciati blu. Quando lo commento in seduta, la famiglia dice che il ragazzo non si occupa più di sette sataniche e la ragazza dice che le cose con lui vanno molto meglio, «non c’è più niente di anormale», quindi è soddisfatta e tranquilla rispetto a questo rapporto ritrovato.
Terapeuta: «Immagino che voi genitori non siate altrettanto soddisfatti e tranquilli…».
Sonia: «All’inizio ero preoccupata e l’ho sconsigliata, le ho detto di non tornarci sopra, che se una cosa è chiusa è chiusa. Conoscendo però lui, un pochino, e vedendo come sta Giada, mi sembra che le cose vadano meglio di prima. Per ora sembrano una coppia nuova, sembrano contenti. Cose negative per ora non ne vedo. Niente di particolarmente strano o di morboso».
Terapeuta: «E lei signor Roberto?».
Roberto: «Mah… bene. Sono una coppia affiatata. Io lo conosco poco, solo di vista, non c’è mai stata l’occasione di parlarci».
Terapeuta: «Quindi immagino, Giada, che per lei non ci sia più bisogno di fare casini, vedere nani incappucciati…».
Giada: «Con lui proprio non voglio entrare nell’argomento. Volevo vedere se era possibile ripartire oppure no. Mi sembra che la cosa sia possibile».

Provo a chiedere come sono andate le feste di Natale ma dicono che non è accaduto niente di particolare, non hanno fatto né uscite, né altro. Il padre non risponde e guarda la moglie.

Sonia: «Lui ha lavorato il sabato prima di Natale… tutte le feste, se l’è fatte. Cioè, a lavorare, eh. Quindi siamo stati qui».

Nonostante io provi a fare domande sul Natale, la vigilia, nessuno racconta niente e nessuno si ricorda cosa abbiano fatto per il capodanno. In ogni caso, non denunciano la misteriosa mini-vacanza del papà che ci ha comunicato l’inviante.
Il supervisore entra e porta fuori Giada. Io resto sola con i genitori e chiedo loro se hanno qualcosa da dire rispetto ai cambiamenti positivi dei quali hanno parlato. Prende la parola la madre e dice che all’inizio era preoccupata del rapporto della figlia con il ragazzo, che era impaurita. Poi Giada le ha chiesto se poteva far venire a casa il ragazzo, se poteva presentarlo ai genitori, lei ha accettato e adesso si vedono regolarmente in casa. Questo rende Sonia più tranquilla e ritiene che la figlia non abbia più bisogno di far ricorso al paranormale per attirare l’attenzione, inoltre il ragazzo della figlia sembra premuroso, sincero e gentile, quindi «se è quello che si vede» per la madre non c’è niente che non vada, «sembra che ci siano meno lati oscuri». Il padre continua a dire che per lui va bene, che la figlia e il fidanzato secondo lui stanno bene insieme. È come se ci comunicassero che, sparita la minaccia di un possibile allontanamento di Giada dal nido domestico ad opera del fidanzato satanista, tutto sia tornato più o meno in regola.

Terapeuta: «Ma secondo voi da dove nasce il bisogno di Giada di attirare l’attenzione?».
Sonia: «Ognuno di noi ha i suoi modi per attirare l’attenzione. […] Magari uno non si sente abbastanza sicuro e cerca di emettere dei segnali. È una sorta di critica di Giada al mondo, ecco perché non è una persona standard, ha scelto di ribellarsi, di essere un po’ diversa dagli altri. […] avere qualcosa che sorprende per non essere inquadrata».

La stessa domanda viene fatta a Roberto, ma lui non dice niente.
Il supervisore rientra nella stanza insieme a Giada e, prima di uscire nuovamente, rivolgendosi ai genitori chiede se c’è qualcosa che vogliono dirci. La madre si alza dalla sedia, forse pronta ad andare via, si mette la sciarpa, sembra non capire, poi si siede di nuovo e inizia a parlare del futuro, spera che le cose procedano e non si fermino, dice che Giada sta crescendo e che le sembra che un po’ di disponibilità in più nei loro confronti da parte della figlia ci sia. Il padre alla stessa domanda risponde dicendo: «Siamo in attesa».
Infine Giada, che compirà 18 anni fra qualche settimana, dice di sperare di andare avanti, di voler finire il corso che sta facendo e si augura di trovare presto un lavoro.

Una volta usciti dalla stanza, il supervisore mi chiede quale metafora secondo me sarebbe più valida per chiudere la terapia ed io sostengo che dovremmo restituire il senso di una nave in viaggio, proprio come avevamo utilizzato nelle sedute precedenti. Da qui nasce la nostra ultima restituzione alla famiglia P., in viaggio e in attesa:

«La vostra nave prosegue la sua rotta, e apprezziamo il vostro impegno e la vostra capacità di remare insieme… nonché la capacità di imbarcare qualche non-nuovo marinaio, accogliendolo con ragionevole diffidenza e un po’ di cautela.
Giada, apprezziamo anche il suo percorso a scuola: forse non garantisce lavoro, ma nessuna scuola oggi lo fa, però intanto avrà qualcosa di concreto da guardare e dire “toh, questo l’ho fatto io!”.
Noi siamo contenti con voi dei progressi e soprattutto della crescita di Giada, e pensiamo con oggi di concludere, riconoscendo a voi una certa acquistata capacità di crescere e aiutare a crescere.
Certo, per voi avremmo voluto qualcosa di più: magari una spiegazione di quello che è successo, che tuttora ci manca. Non è venuto fuori perché Giada sentisse così forte il bisogno di richiamare l’attenzione di mamma e papà.
Forse non lo sapete, forse lo sapete talmente bene che non avete né bisogno né voglia di discuterne, specialmente con noi.
Capire perché rende i cambiamenti più solidi, e i terapeuti più soddisfatti, però se le cose funzionano e voi vi accontentate, non pretendiamo che proseguiate per far stare più tranquilli noi.
Non escludiamo nemmeno che, come Giada ha fatto progressi, ora ci siano anche meno motivi capaci di indurre richiami sintomatici e comportamentali dei genitori da parte sua.
Se comunque dovessero esserci intoppi, potete sempre contare su di noi, richiamarci, tornare.
Anche se, in tal caso, sarà opportuno non accontentarsi di risolvere i problemi immediati senza preoccuparsi del perché.
Tantissimi auguri di buon compleanno a Giada, e tanti auguri di tante soddisfazioni da condividere insieme a voi genitori». 


CINQUE

L’analisi del contesto in cui si è svolta questa terapia non può prescindere dal fatto che, al momento di entrare in seduta, ero all’inizio del secondo anno di training, quindi una terapeuta del tutto in fieri, emozionata e bisognosa di coccole dal supervisore un po’ come Giada che, forse proprio per questo, dal primo ingresso in seduta si è guadagnata la mia simpatia. Rispetto a questo, ho riflettuto su quanto dice Minuchin [6] riguardo alla capacità del terapeuta di essere solidale con diversi membri del sistema a seconda della propria fase del ciclo vitale. In quel momento mi sentivo molto più vicina ad un’adolescente ribelle che a due genitori preoccupati, e la delusione della seconda seduta è dipesa anche dal fatto che avrei voluto aiutare la figlia a svincolarsi… ma forse è a me che pensavo, forse mi specchiavo in Giada e nella sua difficoltà tentando di restituirle un nuovo punto di vista… che parlava molto di me!
Sappiamo da un feedback della dottoressa inviante a 6 mesi dalla fine della terapia che Giada è riuscita a terminare il corso, ha fatto uno stage in un negozio e ha mantenuto la relazione con il ragazzo senza ricadere in visioni apocalittiche, e senza allarmare ulteriormente i genitori. A noi resta l’idea di essere riusciti a ricucire i pezzi della loro storia in una narrativa coerente, che proprio per la sua coerenza ha spaventato il sistema: è risultato impossibile andare a fondo, ma forse non è quello che la famiglia voleva… anche se io lo avrei voluto per loro con tutto il cuore!
Ho provato sempre ad essere quello che Manfrida definisce un “concertista” [22], presentando il mio punto di vista attraverso me stessa… e ho potuto riconoscere le stonature, le aritmie, qualche nota dimenticata, ma anche qualche pezzo suonato con maggiore intensità perché mi rappresentava di più. Indubbiamente oggi non sarebbe la stessa terapia, forse riuscirei a cogliere prima il problema e la narrativa dentro la storia, forse potrei aiutare di più il supervisore, forse potrei aiutare di più la famiglia. O forse no, forse tutto quello che ci ho messo era il massimo che si poteva fare in quel momento e quindi è andata bene così. Però quello di cui sono sicura è che è stato importante, per un momento, sentirmi Watson insieme a Sherlock Holmes, sentire che mi era sfuggito qualcosa di elementare, ma anche rincuorante vedere che c’era un filo conduttore che, con pazienza e perseveranza, un giorno avrei colto anche io.

Sulla famiglia, cosa posso dire? Ognuno nella propria storia ha delle fiabe che preferisce alle altre, e Biancaneve per me resterà sempre Biancaneve. È un classico, una storia che conosciamo tutti. Abbiamo bisogno che sia prevedibile perché sia davvero rincuorante. E come tutte le fiabe dei grandi classici non sarebbe tale senza un happy end. Tralasciando qui alcuni parallelismi fra gli interpreti di Biancaneve e gli interpreti della nostra storia, che magari non sono perfettamente calzanti (la madre non è sicuramente la matrigna, anche se Giada ha provato a dipingerla così in prima seduta…) mi soffermo solo un momento sul confrontare Giada con Biancaneve per rispondere a quel pensiero istintivo che ho avuto in seduta, figlio di una forte discrepanza. Bettelheim, nella sua interpretazione psicoanalitica delle fiabe, sostiene che Biancaneve è la storia di una felice integrazione, di quello che un sistemico definirebbe uno svincolo riuscito: alla fine di tutte le peripezie, Biancaneve e il Principe si sposano e diventano sovrani di un loro regno. “Cos’è questo regno che molti eroi da fiaba conquistano alla fine della storia? Diventare Re o Regina di questo regno ha un solo scopo: quello di comandare anziché essere comandato. L’essere diventato un re o una regina alla fine della storia simboleggia una condizione di vera indipendenza, in cui l’eroe si sente sicuro, soddisfatto e felice” [34]. Racconti come questo ci rassicurano, dicendoci che non bisogna temere di abbandonare la propria posizione infantile di dipendenza dagli altri, perché dopo i pericoli e le difficoltà del periodo di transizione inizierà un’esistenza più felice e verrà raggiunto un nuovo risveglio di maturità e coesistenza armoniosa.
Ma questo succede a Biancaneve: invece Biancan-Emo a un certo punto della nostra storia abdica, preferisce rimandare il momento dello svincolo, probabilmente si sente soddisfatta di quello che ha ottenuto, o probabilmente quello che intravede fra le trame dei finali alternativi la spaventa. Forse Giada, proprio come una piccola Biancaneve, cerca ancora qualcuno che la salvi o le suggerisca quei movimenti di crescita che evidentemente ha paura a fare da sola. E noi, che ci eravamo tanto impegnati per far venire fuori la verità? E tutti i nostri buoni propositi di rispecchiare la loro storia e vedere le cose secondo le loro “reali” proporzioni? Sono domande che dentro la storia della nostra Biancan-Emo non riescono ad entrare, non trovano spazio, possiamo solo immaginarci finali alternativi o osservare da dietro lo specchio la “nostra” realtà. Il nostro ruolo è stato forse dirompente in un primo momento, ha scatenato un movimento del sistema, poi è stato messo in disparte dagli stessi personaggi che, con pieno diritto, hanno preferito scrivere un’altra storia, una storia che non li sorprendesse, ma proprio per questo più quotidiana e… “familiare”. Noi siamo rimasti qui, nella nostra stanza, a chiederci come sarebbe stato se, cosa avrebbe potuto fare Giada, cosa avrebbe detto il padre, cosa la madre… se solo ci avessero lasciato parlare!
Ma, da che mondo è mondo, lo specchio magico parla solo se interrogato.


BIBLIOGRAFIA

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