Coerenza e flessibilità dei terapeuti
in una società variamente culturale

Roberta Radich1, Orietta Festa2, Igino Bozzetto3, Andrea Mosconi4


Il progresso scientifico si muove su due tipi di movimenti solo apparentemente contrapposti: quello delle ricerche che tende a verificare ipotesi già formulate e quello preparato dai dati che esso non spiega, portando alla formulazione delle nuove ipotesi. Inevitabile all’interno di una comunità professionale percepi­re come rassicuranti e lodevoli le prime, come pericolosi e da osteggiare i secondi. Sceglieremo per questa rubrica, all’interno di una letteratura ormai vastissima e spesso ripetitiva sulla terapia, lavori del secondo tipo. Parlando di “idea nuova” ne supporremo sempre il significato propositivo. Sperando di dare un contributo al­lo sviluppo di una scienza realmente “riflessiva”: capace cioè, nel senso di Bateson, di comprendere se stessa nel campo della propria osservazione.


Scientific progress moves along two lines which are only apparently in contradiction: one belongs to research which aims at verifying hypotheses already for­mulated, the other being prepared from data which the hypotheses do not explain and leading to no formulation of new. Inevitable, for the professional community to perceive the former as encouraging and praise worthy and the latter as dangerous and hostile. For this section, a careful selection has been made from the literature on therapy, today very extensive and often repetitive, concerning works of the second type. Referring to a “new idea”, we will always take it as a proposal while at the sa­me time we hope to bring a contribution to the development of a really “reflexive” science: that is, capable, as Bateson says, of looking carefully into itself.


El progreso científico evoluciona en dos direcciones opuestas: una lleva a realizar investigaciones que tienden a verificar hipótesis ya enunciadas y la otra a reali­zar investigaciones que formulan nuevas hipótesis. Es inevitable que la comunidad de profesionales considere el primer tipo de estudios más confiables y elogiables mientras que los segundos, se consideren peligrosos y generadores de hostilidad. En esta sección han sido seleccionados solo trabajos del segundo tipo, dada la amplitud y a menudo la repetición de la literatura dedicada a la terapia. Al hablar de una “idea nueva” lo haremos siempre desde un punto de vista de propuesta, esperando poder contribuir al desarrollo de una ciencia realmente reflexiva que en el sentido de Bate­son, sea capaz de auto observación.



Riassunto. L’articolo riassume una ricerca effettuata su terapeuti con approcci relazionali che si occupano di migranti in ambito clinico. La ricerca qualitativa si è avvalsa di Atlas-ti per comprendere come il “fare terapia” sia stia trasformando nel passaggio da un mondo monoculturale a un mondo variamente culturale. La ricerca ha fatto emergere come i terapeuti sentano la profonda esigenza di aggiornare il proprio intervento e come questo cambiamento venga svolto a livelli diversi: epistemologico, teorico e/o metodologico. La terapia in un contesto variamente culturale sembra richiedere una pratica clinica che sappia ugualmente variare i propri strumenti per ampliare la possibilità di interconnettersi con pazienti, clienti e utenti con problemi, aspettative, orizzonti di senso altri e diversi rispetto a chi condivide uno stesso contesto culturale. La ricerca inoltre evidenzia come i migranti introducano molte novità in terapia e come costringano a considerare la terapia non più come “cura” ma come “progetto di salute”.

Parole chiave. Migranti, psicoterapia interculturale, immigrazione, clinica interculturale, intercultura, ricerca qualitativa, contesti terapeutici, contesti non terapeutici, premesse, epistemologia, salute.


Summary. Consistency and flexibility of therapists in a cultural society.
The article summarizes a research carried out about therapists having relational approaches and dealing with migrants in the clinical setting. The qualitative research has made use of Atlas-ti to understand the transformation of “making therapy” from a monocultural world to a multicultural world. The study has pointed out how therapists deeply need to update their own intervention and how this change occurs at different levels: epistemological, theorical, methodological. Within a multicultural environment the therapy looks to request a clinical practice that is able to vary its own means to more extensively interconnect with patients, clients, users having problems, expectations, perspectives different from those sharing the same cultural background. The reasearch eventually shows how the migrants bring in plenty of new therapy issues and urge into reckoning the therapy not anymore as a treatment but as a “health project”.
Key words. Migrants, intercultural psychotherapy, immigration, intercultural clinic, interculture, qualitative research, therapeutical contexts, non therapeutical contexts, health, epistemology.


Resumen. Coherencia y flexibilidad de los terapeutas en una sociedad de variedad cultural.
El artículo resume la investigación hecha sobre terapeutas con enfoques relacionales que se ocupan de migrantes en el ámbito clínico. La investigación cualitativa ha utilizado Atlas-ti para entender como el “hacer terapia” esté transformandose en el paso de un mundo monocultural a uno multicultural. De la investigación se deduce que los terapeutas sienten la profunda exigencia de modernizar sus intervenciones y en que manera este cambio se sitúa en diferentes niveles: epistemológico, teórico y/o metodológico. La terapia en un contexto multicultural parece necesitar una práctica clínica que también sepa variar sus propios instrumentos con el fin de ampliar la posibilidad de interconectarse con pacientes, clientes y usuarios con problemas, expectación, horizontes de sentidos diferentes de quien comparte un mismo contexto cultural. Además, la investigación pone énfasis en como los migrantes introducen muchas novedades en la terapia y en como obligan a considerar la terapia ya no mas como una “cura” sino como un “proyecto de salud”.

Palabras clave. Migrantes, psicoterapia intercultural, inmigración, clínica intercultural, intercultura, investigación cualitativa, contextos terapeuticos, contextos no terapeuticos, premisas, epistemología, salud.


INTRODUZIONE

«Io attribuisco grande valore alla varietà dei modelli culturali
che diversificano il mondo.
Sono belli in sé e per sé e la loro stessa varietà è bella.
Il problema, a mio parere, sarà quello di dare ordine a questa varietà;
non eliminando tutti modelli tranne uno,
bensì ideando modelli di comunicazione che trascendano le differenze»
G. Bateson [1]

«Siamo nati, come dire, provvisoriamente, non importa dove.
È solo gradualmente che arriviamo a comporre in noi stessi
il nostro vero luogo d’origine così che possiamo essere nati lì
retrospettivamente e sempre più definitivamente giorno dopo giorno»
R.M. Rilke

Gli aspetti culturali e l’approccio sistemico sono strettamente interrelati: è l’esperienza di Gregory Bateson tra gli Iatmul, che confluirà in Naven, a gettare le basi di tutte le sue riflessioni successive. Le osservazioni nate in una cultura “Altra” non a caso convergono nell’idea di una “sacra unità” dell’esistente. La profonda e inesplicabile unità dell’uomo e della sua cultura, una cultura che vive, cresce, si trasforma attraverso le relazioni che la attraversano e la costruiscono, è quanto Bateson l’antropologo, porta con sé nelle successive riflessioni epistemologiche, biologiche, sistemiche, sociologiche, cibernetiche e cliniche. Definire dei “campi” nel pensiero di Bateson significa fare torto a un pensatore “trasversale” che ricorda, per omologia più che per analogia, l’aspirazione univer­salista dei filosofi medievali.
La teoria e la clinica sistemica, dimentiche delle proprie origini antropologiche, sviluppano la propria esperienza e le proprie riflessioni in ambito mono-culturale per decenni, preservata dall’etnocentrismo e dall’autoreferenzialità culturale da un “impianto” epistemologico e teorico dove l’attenzione alla pluralità delle voci, delle relazioni, delle prospettive e delle definizioni del mondo è profondamente connaturata.
Nell’ultima porzione del secolo scorso persone provenienti da contesti culturali “altri” irrompono nei setting e nei dispositivi clinici, nei contesti terapeutici e non terapeutici dei servizi, delle istituzioni, delle stanze di terapia, per riportare l’attenzione sulla presenza di un terzo incomodo tra psicologo e cliente, un terzo incomodo fino ad allora presente di fatto ma assente nella consapevolezza di clinici e pazienti: la diversità culturale.
Non a caso parliamo di diversità culturale non di cultura. Parlare di cultura, questo sostantivo importante, può trarre in inganno, può ontologizzare, reificare un processo che per sua definizione è relazionale, in movimento e definito non da “qualcosa” in sé, ma dalla differenza tra diverse posizioni, attribuzioni, valori, aspettative, modalità di comunicazione.
Non appena due persone provenienti da contesti diversi si incontrano, già la loro cosiddetta “cultura” cambia perché, nella definizione reciproca, emergono significati diversamente intersoggettivabili i quali, definendosi, trasformano e si trasformano.
I contesti dove le diversità culturali si incontrano sono stati definiti in molti modi: contesti multiculturali, interculturali, transculturali, ecc. Nelle società occidentali oggi sembra superata la fase (sicuramente in quella americana, in modo ormai consolidato a livello europeo, recentemente in Italia) della prima accoglienza dei migranti, per quanto le persone continuino e continueranno a spostarsi e a migrare. Finita la fase della prima accoglienza e acquisita la co-abitazione con persone con una diversa storia e portatrici di differenze, il passo successivo è ormai il rendersi conto che non esiste un “noi-loro” ma un “noi-con loro” e un “loro-con noi” che non lascia inalterati questi due gruppi presunti diversi. Non si tratta più di definire la presenza di altre culture ma la convivenza di culture varie dove la varietà è data dalla presenza di relazioni portatrici di significati diversi.
Da qui la preferenza per una definizione di società variamente culturale piuttosto che interculturale o multiculturale, dove le persone portatrici di differenze, lungi dall’essere mosse da un’entità fissa e immutabile chiamata “cultura”, si incontrano in contesti differenti e si trasformano dando vita ad alchimie nuove e continuamente in movimento.
Anche la psicologia e la psicoterapia non sfuggono a questa trasformazione.
L’incontro con pazienti, clienti, utenti, committenti con diverse aspettative culturalmente connotate trasforma i clinici e gli psicologi, più o meno consapevolmente.
Dal desiderio di comprendere come la clinica abbia recepito questa proposta di cambiamento è nato il lavoro qui esposto brevemente che ha puntato l’attenzione sulla consapevolezza esplicita e implicita di una trasformazione in atto: il reciproco cambiamento che pazienti e terapeuti hanno avviato, cambiamento non circoscritto a uno specifico ambito di intervento clinico, la psicoterapia con gli stranieri, ma cambiamento delle premesse e delle modalità del fare terapia tout court. Si è voluto considerare la narrazione dei terapeuti del loro fare terapia con i migranti, quello che dicono di fare in base ai feedback dei migranti, vale a dire l’aspetto più consapevole del loro cambiamento.


UNA RICERCA SULLA CIRCOLARITÀ TRA CLIENTI
CULTURALMENTE DIVERSI E PRATICA CLINICA

«L’evento è più forte della cura»
Alfredo Ancora

«L’incontro con persone di altre culture rende solo più urgente ripensare il metodo come strumento di conoscenza del nuovo e non di ripercorribilità del conosciuto.
Il campo clinico può diventare così, osservatorio privilegiato di una nuova “scienza dell’esperienza”, che trova nel dialogo concreto con l’alterità non solo il terreno d’avvio della ricerca, ma anche il suo banco di prova. Perché in questo campo, non è il metodo prescritto a decidere della validità della conoscenza, ma, viceversa, sono gli effetti concreti che la conoscenza produce nell’esperienza a decidere della validità del metodo.
In questa prospettiva la clinica interculturale non è un’area di indagine fra le altre, per cui approntare apparati metodologici specifici o adattare quelli che abbiamo, ma un modo di pensare e di vivere l’alterità che può trasformare le nostre pratiche di cura, l’ambito di vita che condividiamo con le altre persone e anche con noi stessi»
M. Armezzani [2] 

La ricerca è partita da una prospettiva sistemica e costruzionista, adottando una metodologia di tipo qualitativo che ha usato il dato quantitativo in senso descrittivo.
Nella scelta dei terapeuti abbiamo cercato di identificare gli psicoterapeuti, psicologi o psichiatri, che in Italia hanno affrontato con maggiore continuità la psicoterapia e l’intervento con i migranti e hanno prodotto riflessioni teoriche e di ricerca.
Il nostro “campione” ha previsto 8 terapeuti che operano nel Nord e Centro Italia in contesti ad altra presenza migratoria con approcci diversi.
Il nostro agire in ambito interculturale e la nostra curiosità teorico-metodologica hanno fatto emergere una serie di domande che si sono poi concretizzate nella traccia delle conversazioni sostenute con i terapeuti intervistati.
Obiettivo della nostra indagine è stato quello di comprendere quale circolarità si è instaurata tra intervento terapeutico e migranti come clienti/pazienti/utenti. Si è trattato cioè di cercare discontinuità ridondanti nella pratica clinica che hanno dato vita a trasformazioni e riflessioni sulle novità messe in atto dai terapeuti nel confronto con clienti provenienti da altre culture, con premesse e aspettative molto diverse o parzialmente divergenti.
Le conversazioni con i terapeuti identificati si sono svolte presso i loro studi professionali o sedi di lavoro.
La traccia da noi redatta per lo svolgersi delle conversazioni è stata utilizzata in modo flessibile, adattata all’interesse prevalente suscitato dalla conversazione stessa, ed ha esplorato:
1. riferimenti teorici e epistemologici;
2. servizio, utenza e problemi;
3. presa in carico, setting e processo di intervento;
4. i principali strumenti clinici;
5. strumenti clinici sistemici (per terapeuti sistemici);
6. quali nuovi strumenti adottati nella pratica clinica;
7. interventi specifici.
Abbiamo realizzato in tutto circa 550 minuti di conversazione e costruito 128 codici di codifica per un totale di 855 codifiche. L’interpretazione dei risultati è cominciata già nel primo contatto con i testi, è continuata durante la codifica e alla fine è stata supportata da Atlas-ti attraverso l’analisi delle frequenze, l’analisi delle co-occorrenze con lo strumento query tool che permette di mettere alla prova le proprie ipotesi verificando l’incrocio, le connessioni e le reti dei significati [3].
I grafici, solo in minima parte riportati qui, mostreranno delle percentuali che vanno lette in senso qualitativo più che quantificazionista. Siamo convinti che altri ricercatori, con altre lenti teoriche, altre premesse, altri percorsi professionali e personali, avrebbero raccontato “tutta un’altra storia”.


Attraversando le conversazioni…

Riportiamo qui in estrema sintesi i risultati di una ricerca che non crediamo affatto “oggettiva”, pensiamo di aver incontrato i terapeuti con ipotesi e idee sorte dal nostro percorso, dalle nostre riflessioni e scelte. Dall’incontro è nata una storia che ora fa da bussola al nostro percorso professionale.
Quali sono i punti fondamentali di questa nostra storia?


La normalità della diversità 

Avere pazienti, clienti provenienti da altre realtà culturali non è più un elemento di discontinuità nel vissuto professionale dei terapeuti.
Passata l’emergenza della prima accoglienza nel tessuto sociale e nei setting professionali di psicologi e psichiatri (ma c’è mai stata veramente una emergenza?), ora i clinici hanno fatto propria l’esperienza con i migranti, trasformando, ciascuno a suo modo, il proprio atteggiamento professionale, i propri strumenti di intervento, le proprie teorie “locali” e generali, le basi che informano le proprie teorie. Gestire la diversità ha ampliato gli orizzonti delle diversità possibili, al di là dell’aspetto meramente culturale, in terapia e negli interventi psico-sociali.
I “problemi” migranti

«Molto spesso gli immigrati sono dei corpi frammentati…
 hanno dei disturbi somatici. […]
Sono corpi frammentati, una volta sarebbero stati
dei sintomi isterici delle donne della società bene,
ora sono appannaggio di uomini maschi,
operai, che manifestano il disturbo a livello somatica (o).
Il corpo si frammenta, si dissocia, non sanno più come agire,
come entrare in relazione con te»
(P2, 168:173)


La Tabella 1 e la Figura 1 descrivono le varie sintomatologie e problematiche specifiche di ogni categoria.






È interessante notare che il 70% dei problemi rilevati ha a che fare con problematiche francamente sociali e non psichiatrico-psicologiche e che, anche per queste, a detta dei clinici, è più facile rilevarne i motivi di carattere socio-culturale, più chiaramente dei pazienti italiani. Sarebbe interessante approfondire questo aspetto, in quanto, se per l’approccio sistemico la causa relazionale dei disturbi psichiatrici, anche i più seri, è fondativa dell’approccio stesso, così non è per l’establishment psichiatrico e per approcci psicologici di stampo neuro-biologico e intrapsichico. In questo senso i malati “migranti” possono far emergere, più chiaramente di altri, l’origine contestuale del sintomo e la sua connotazione comunicativa più che patologica, da collocare nosograficamente e quindi “curare”.
La dilatazione dell’esperienza umana ad altre dimensioni

«Ad esempio, molti ragazzi islamici vogliono il farmaco.
Per poi non prenderlo subito, ma andare dall’immam che verifica
se il Corano permette e poi venire in seduta e dire OK,
lo posso prendere perché Allah è con te.
Il problema della delega al farmaco è molto tipico
della cultura musulmana… Io ti do fiducia se Allah è con te,
devi passare alla dogana mia. Questo gioco va svelato. […]
È bellissimo quando ritorna e ti dice che l’immam approva…
Allora stiamo lavorando in tandem, io,
te e la tua religione, senza che io faccia un discorso religioso»
(P1, 143:152)

“Sono necessari incontri con un obiettivo specifico.
Loro hanno bisogno di sentire che stanno facendo qualcosa di utile.
Non c’è il bisogno di venire a chiacchierare, hanno bisogno di sentire
che c’è un obiettivo e che stanno lavorando su quello,
che faremo una verifica, che c’è un inizio e una fine
e che si va avanti si definisce in che modo e perché»
(P6, 195:200)

I pazienti stranieri hanno portato in terapia parte del loro mondo culturale, etico, religioso e hanno ampliato il campo del possibile per i terapeuti, allargando gli ambiti delle domande, ampliando l’indagabile, solleticando nuove curiosità (Figura 2). Due le dimensioni che prendono maggiore sostanza in terapia, solo apparentemente contrapposte: la dimensione spirituale e religiosa e la corporeità. La spiritualità può essere letterale, cioè il portare in seduta presenze “altre” come spiriti, djin, antenati defunti, ecc., o una vita rituale e di osservanza di regole religiose che strutturano relazioni e aspettative di vita, o ancora, una dimensione di vita spirituale dove etica e contatto con un “altrove” culturalmente connotato informano la vita quotidiana.




Da un punto di vista più interpretativo i terapeuti sembrano spostarsi, attraverso la pratica clinica con i migranti, da un livello cognitivo-simbolico ad altri livelli. Soprattutto sembra esserci uno spostamento verso il livello “azione” e, appunto, spirituale.
Colpisce la bassa rilevanza dell’emozione ma questa di fatto è compresa implicitamente sia nell’azione che nella dimensione spirituale. Viene però qui affrontata indirettamente e non come “oggetto” dei colloqui o degli interventi in sé.
Gli aereogrammi sottostanti (Figura 3) mostrano quanto sia il livello di azione che della spiritualità siano oggetto di riflessione e innovazione da parte dei terapeuti, si tratta di due livelli che maggiormente spingono i terapeuti a cambiare le loro prassi cliniche e di intervento. Sono stati attribuiti i codici “innovazione riflessiva” dove l’innovazione della pratica clinica abbiamo rilevato essere accompagnata da una qualche riflessione (metodologica, teorica o epistemologica).



Il corpo non “mente”

Il corpo è l’altro aspetto che compare molto frequentemente in terapia. Non sempre ovviamente, ma in molti casi i terapeuti riportano di un corpo sofferente, che si fa carico di difficoltà che dal punto di vista “occidentale” sono di tipo psicologico. Questo corpo che parla una lingua diversa richiede al terapeuta un altro approccio, meno mentalizzato e più concreto. Di qui l’introduzione di tecniche attive e di strumenti che sappiano metter in gioco aspetti non solo cognitivi o sottilmente emotivi.
Ampliando le necessità dell’utenza si amplia così anche il bagaglio del terapeuta che, circolarmente, apre nuove dimensioni non solo ai clienti stranieri ma anche ai clienti della propria cultura. Un esempio molto indicativo di questo movimento è riportato da Marco Mazzetti [4]. Mazzetti è medico oltre che psicoterapeuta e nella sua pratica come medico ha riscontrato molte volte che donne provenienti da vari paesi di religione islamica erano in grande difficoltà nel spogliarsi di fronte al medico. È scontato, afferma Mazzetti, attribuire questa difficoltà alla loro religione, il che non è escluso, ma forse non così automatico. Infatti, incuriosito, Mazzetti ha iniziato a domandare a donne italiane come vivevano il fatto di spogliarsi di fronte a un medico e ha scoperto, stupendosi, forse rivelando il suo punto di vista maschile oltre che occidentale, che il vissuto era lo stesso: grande fatica e imbarazzo. La differenza consisteva unicamente nell’idea connaturata nelle donne occidentali, che è utile e necessario e quindi “si deve” fare, idea non condivisa da donne di altre culture dove il valore del benessere fisico non è superiore ad altri valori. Mazzetti riporta che questa scoperta ha cambiato il suo rapporto con le pazienti italiane nel momento in cui queste dovevano svestirsi di fronte a lui. La diversità amplia gli orizzonti e permette di uscire dai “quadrati” terapeutici.


La responsabilità del terapeuta di fronte alla scelta

Le diverse prospettive culturali, le diverse idee di uomo, di cambiamento, di obiettivi, pone, ancor di più che in un contesto monoculturale, il terapeuta di fronte alla sua responsabilità clinica. Per fare un esempio, a fronte di una richiesta di ruolo forte quasi taumaturgico, che alcuni pazienti provenienti da contesti non alfabetizzati alla psicologia e con un rapporto magico con la guarigione, pongono nella relazione clinica, che fare? Essere aderenti, ad esempio alle proprie premesse di parità relazionale e di promozione delle risorse del paziente, o assumersi il ruolo di taumaturgo per transitare il paziente in aree di maggior benessere? O fare ancora altro?
La diversità di culture, aspettative e premesse è uno sfondo che fa risaltare ancor più la responsabilità del terapeuta la quale, in un contesto di premesse condivise o apparentemente condivise, può mimetizzarsi più facilmente e rimanere in un implicito non perfettamente delineato.
Lo “scontato” vacilla e la scelta tra più opzioni emerge come elemento critico ma anche come nuova opportunità. Abbiamo visto che una maggiore circolarità riflessiva compare nei terapeuti che riescono a essere consapevoli delle diverse premesse sul problema, sul cambiamento, sulla mente, sul sé e sulla relazione. Rendersi conto della diversità delle premesse induce a riconsiderare la nostra idea di uomo, di vita, di cambiamento e a considerare altre visioni del mondo altrettanto legittime.
Probabilmente l’elevata incertezza pone i terapeuti maggiormente nel ruolo di “facilitatori” piuttosto che di “conduttori” della danza terapeutica, infatti come si evince dalla Figura 4, un buon numero delle codifiche si riferisce a questo particolare atteggiamento terapeutico.





La strada maestra della depatologizzazione 

Nella pratica clinica il sintomo portato da uno straniero può svelare più chiaramente che questo ha un’origine relazionale e culturale e costringe i clinici a focalizzarsi sul problema piuttosto che sulla patologia.
È molto più difficile definire i sintomi dei migranti in termini bio-psichiatrici cioè quando la persona portatrice del disagio e sistema curante non condividono le stesse premesse sul problema e sul modo per affrontarlo. Quando “paziente” e terapeuta condividono la stessa definizione di malattia e di cura si crea un perfetto accoppiamento strutturale e il disagio trova la sua collocazione negoziata e resa oggettiva dalla definizione sociale di quel disagio. L’angoscia, la tristezza, il comportamento bizzarro, possono qui agevolmente essere definiti in termini psicodiagnostici come depressione, schizofrenia, psicosi, patologie a cui corrispondono “rimedi” appropriati. Quando invece il contesto non è monoculturale, quando paziente e terapeuta non condividono le stesse premesse questo costringe a dover definire la relazione terapeutica in modo diverso.
Se il sistema terapeutico non è disposto a ridefinire la sua posizione e la relazione stessa avverrà inevitabilmente un drop out del cliente o una coatta definizione di malattia e patologia subita da chi non ha potere nel contesto di cura.
In questo senso, in termini ideali, per queste problematiche il primo intervento consiste nell’evitare la patologizzazione e la medicalizzazione di un problema che troverebbe come probabile esito l’abbandono del setting clinico o l’avvio di una carriera psichiatrica, dimostrazione dell’incapacità del sistema psico-psichiatrico di far fronte a queste diverse sofferenze. Ne deriva che la prima azione con conseguenze pragmatiche forti consisterebbe, paradossalmente, nella non presa in carico terapeutica rimanendo, ove possibile, in contesti non psichiatrizzati.
Se dal suo esordio l’approccio sistemico ha puntato in questa direzione, i pazienti stranieri, possono dare a questa premessa sistemica un forte contributo.


Terapeuticità della non terapeuticità

«Mi avete dato l’opportunità di parlare anche della rete,
degli aspetti sociali… non si curano i pazienti nello studio…
il bravo psichiatra cura fuori nel territorio, nella strada,
con quello del servizio del lavoro, col servizio legale…
La capacità di creare equipe, di creare rete è uno dei punti
chiave della nostra professione… un bravo psichiatra
deve avere l’umiltà e la sensibilità relazionale
per potersi mettere su un piano paritario insieme agli altri
a pensare cosa è meglio per la persona»
(P4, 185:200)

“Cambiare vuol dire dare del lei e non del tu,
vuol dire avere pratiche di rispetto, creare situazioni dove ci si incontra
per mangiare cibo fatto da loro, vuol dire avere una grande cucina
 nel servizio dove si mangia insieme e si chiacchiera,
non necessariamente spiegare all’altro il suo inconscio o la sua mente […]
costruire degli spazi dove le persone si possono incontrare,
costruire occasioni dove le persone vengono valutate e apprezzate,
costruire delle situazioni dove siano loro a insegnare qualcosa a noi…
discutere e andare in campi in cui loro sono più esperti di noi»
(P8, 103:117)

E veniamo, appunto, al tema considerato dei contesti terapeutici e non terapeutici. Ampio è l’intervento in contesti non terapeutici dei terapeuti oggetto della nostra ricerca. Il 50% delle codifiche attiene a interventi in contesti non terapeutici, per lo più in ambito pubblico. Questo avviene primariamente perché i migranti non possiedono le risorse necessarie per poter accedere alla psicoterapia privata e per la sempre minore possibilità del pubblico di fornire tale servizio. Inoltre l’idea di quanto la psicoterapia occidentale sia uno strumento peculiare di questa cultura e non esportabile in altri contesti lo ha dimostrato con forza una signora pakistana afflitta da dolori cronici alla schiena e quasi paralizzata, nel dirci “voi fare a me la psicologia e poi io subito guarita. Medici occidentali bravi, fatemi la psicologia”. Ma una causa collaterale non secondaria è individuabile nella necessità di interventi concreti, di cambiamenti veloci, di socialità e relazionalità. Cito l’esempio di una giovane collega chiamata da una associazione cattolica a condurre un gruppo di supporto psicologico a degli immigrati portatori di pesanti disagi psicologici e di integrazione sociale. Questi non riuscivano a utilizzare il gruppo, in quanto prima dei vari disagi personali era presente un grande problema comune: approfondire la conoscenza della lingua italiana. La collega non riusciva in nessun modo a fare quanto le veniva richiesto dal committente, fino a che non ha avuto l’idea di riformulare l’intervento: “facciamo conversazione per fare pratica di lingua italiana affrontando i temi che più vi coinvolgono”. Il gruppo, con questa rinegoziazione è partito e con successo. Al di là della confusione rispetto all’ingaggio, questo esempio è indicativo di come sia necessario puntare sui cosiddetti contesti non terapeutici per assolvere al doppio compito di essere vicini alla richiesta e al bisogno delle persone e per depatologizzare il disagio, anzi per prevenirne la patologizzazione.
L’aspetto interessante rispetto ai contesti di intervento è che è proprio il lavoro nei contesti non terapeutici a suscitare le maggiori riflessioni e la maggiore innovatività degli interventi (Figura 5).






Flessibilità di tempi e spazi della clinica interculturale

I migranti non portano solo contenuti culturali diversi ma anche strutture di conoscenza diverse e aspettative differenti rispetto a due punti di riferimento fondamentali dell’esistenza umana: tempo e spazio.
In questo senso si esprime Umberta Telfener [5-7] distinguendo interventi di primo livello (non specialistici) e di secondo livello (specialistici) e afferma che con i migranti sono i primi a dover prevalere, anche se condotti da specialisti: “diventa terapeutico recarsi a un funerale di un utente, mangiare con lui o lei, accettare un invito, accompagnare da un medico, ed è necessario – a mio parere – sporcarsi le mani e uscire dall’asetticità della propria stanza”.
Dalle interviste emerge la necessità di incontri brevi o lunghi a seconda delle necessità, di un numero ridotto o ridottissimo di incontri, della necessità di tener conto dei tempi e dei bisogni di persone che non condividono le premesse del “rituale” psicoterapeutico, socialmente condiviso nel contesto occidentale.
Solo individuo e famiglia?

«Il gruppo è l’utenza che lo chiedeva: “io da solo non vengo…
posso venire con mio marito o con mia moglie?”
Trent’anni fa noi abbiamo fatto fatica a passare dall’individuo alla coppia,
dicevano “se lui è malato che c’entro io?”…
invece qui c’è proprio la persona che accompagna…
Queste persone non le avvicini con la famiglia, ma le avvicini in gruppo…
l’io gruppo, l’io gruppale, a noi manca, sia come cultura che come tradizione»
(P1, 035:038)

«Tornando al gruppo… da un anno a questa parte
un paziente italiano inserito in un gruppo di lavoro,
accompagna un ragazzo congolese al CSM
[paziente inserito in un gruppo terapeutico per stranieri].
Gli chiede se può venire anche lui al gruppo,
il ragazzo congolese gli dice di no perché “sei italiano”.
Questo discorso riportato dal ragazzo congolese mi ha fatto riflettere…
Non vorrei che io ero partito da una apertura e mi ritrovo
a fare la supernicchia, la terapia della psicoterapia o la psicoterapia dell’esclusione…
Quest’anno da ottobre abbiamo iniziato questa esperienza nuova...
La domanda molto provocatoria è: la cura può essere un momento di integrazione?
Nel gruppo ora abbiamo ragazzi e ragazze italiani e stranieri…»
(P1, 219:227)

Ci aspettavamo una prevalenza di colloqui e interventi a livello individuale e familiare, invece la grande maggioranza degli interventi e delle riflessioni su questi si colloca a livello di gruppo, come si può vedere dalla Figura 6.



Il setting gruppale sembra assumere un ruolo importante con i migranti. Se il setting individuale prima e familiare poi, sono stati e sono ambiti di intervento clinico importanti nel nostro contesto occidentale, il mescolarsi di culture e la varietà della composizione del tessuto sociale porta a valorizzare, a fianco dei precedenti, anche il contesto gruppale.
I gruppi che vengono realizzati, emersi dalle interviste, seguono tre strade che spesso si intersecano:
1. la moltiplicazione degli “operatori”;
2. la moltiplicazione delle persone che fanno parte della rete relazionale del paziente;
3. la moltiplicazione dei partecipanti portatori di un disagio.
Qui si può sottolineare un aspetto, collegato al punto successivo: sembra che il gruppo possa essere un setting migliore per i migranti perché qui la vita “si cura” con la vita, con le esperienze plurali e multiformi che solo il contesto di gruppo può esprimere. Nessun terapeuta singolo, per quanto capace e fantasioso, potrebbe aprire a narrazioni varie e possibili quanto può fare un gruppo che raccoglie, a seconda dei casi, più co-terapeuti, più operatori, più utenti con premesse, esperienze e aspettative, le più diverse (Figura 7).



La Figura 8 esemplifica quanto emerge dalle connessioni individuate con Atlas-ti. Rispetto al setting si evidenzia una forte circolarità tra azione e riflessione sul tema del gruppo. La tematica, come si diceva, è associata sia a innovazione riflessiva toutcourt, sia a codici che identificano riflessioni portate avanti su tre livelli: di ricerca-azione, teorico-metodologiche e epistemologiche. Alcuni terapeuti prediligono lo strumento della ricerca-intervento, altri la messa a punto di un dispositivo sempre più fine in base alla loro esperienza clinica, altri ancora riflettono sulle loro premesse teoriche e epistemologiche.



Le reti delle socialità possibili 

Si può parlare di “rete” in due sensi: le reti sociali formali e informali dei migranti o l’intervento di rete tra operatori.
Nel primo senso sembra essere un obiettivo trasversale, anche se non esplicitato dai terapeuti, che i migranti devono essere aiutati a costruire reti sociali nuove nel contesto di accoglienza. Non viene però detto come raggiungere questo obiettivo, se non attraverso l’utilizzo del gruppo che può tramutarsi anche in gruppo di mutuo aiuto e strumento per costruire nuove reti amicali e di solidarietà. Nel secondo senso, dicevamo in precedenza, ci saremmo aspettati una maggiore presenza nelle interviste di interventi che prevedano un collegamento in rete con i servizi e tra operatori. Questo probabilmente non è molto presente per la difficoltà di mettere in atto tali interventi a causa della struttura stessa del mondo dei servizi e per la non consuetudine dei contesti privati di collegarsi con altri operatori e professionisti. Non è un caso che i due unici terapeuti che ne parlano e considerano il lavoro in rete un elemento fondamentale, non lavorino né in ambito pubblico, né in ambito privato classico, ma in centri privati convenzionati con i servizi pubblici.


Corpo e azione 

I presupposti della psicoterapia occidentale vengono scalfiti dall’introduzione in seduta dei pazienti non occidentali, soprattutto viene a essere ridimensionato il livello cognitivo e la parola come strumento fondamentale per produrre cambiamento. Il corpo, per molti migranti, è la sede principale della vita psichica e da lì, spesso, è necessario partire per promuovere un maggior benessere.
Non si tratta solamente di corpo ma anche di azione. Si citava in esergo il prof. Ancora: “l’evento è più forte della cura”. Questa frase incisiva riassume un’ulteriore ridondanza nelle interviste: la presenza dell’agito in seduta attraverso la somministrazione di farmaci non per il loro effetto psicotropo ma per l’importanza dell’atto stesso di “prendersi cura”, il sostegno concreto di co-partecipanti al gruppo, l’uso di drammatizzazioni, lo svolgere dei rituali, la prescrizione di atti, l’uso di tecniche attive, ecc. Tutti questi elementi confluiscono nell’idea che la parola, per quanto importante, non basta a muovere al cambiamento, il suo potere terapeutico emerge se segue o accompagna azioni significative e significanti.


Costruiamo dunque siamo 

Il numero di codifiche maggiore tra gli interventi terapeutici si rileva nella costruzione comune dell’intervento clinico. Questo non deriva unicamente dalla prevalenza di terapeuti che condividono una premessa costruzionista, ma anche perché maggiore è la diversità e la distanza più è necessario negoziare significati comuni, senza darli per scontati. Ovviamente un approccio costruzionista possiede gli strumenti epistemologici e teorici per fare questa operazione, perché come afferma Bruner [8] “la narrativa, diversamente dalla logica, non è paralizzata dalla contraddizione. In realtà ci prospera. […] Per perseguire due mete incompatibili c’è bisogno di una storia”.


Sbaglio quindi sono, anzi… chi sono?

L’errore, le difficoltà, i drop-out, hanno portato i terapeuti a modificare non solo la loro azione ma, in alcuni casi, anche a interrogarsi su quale ruolo avere e agire nel contesto clinico. Un terapeuta parla di de-ruolizzazione della funzione terapeutica, altri, la maggior parte, amplificano un’altra premessa sistemica che sembra adatta al lavoro con migranti: quanto più il terapeuta è presente come “conduttore” in terapia, tanto più impedirà al paziente di far emergere fatti e significati diversi. Quando si è in presenza di fatti e significati non socialmente e culturalmente condivisi questo risulta essere ancor più importante. Infatti molti terapeuti dichiarano di avere in seduta un atteggiamento più facilitante che direttivo e quindi una apparente minor ruolo “forte” in seduta.


Circolarità tra azione e riflessione

“Molte delle cose che ho imparato con gli immigrati poi
le uso anche con le famiglie non immigrate.
Ad esempio fare rifermento a alcuni sistemi culturali…
anni fa non parlavo di religione con le famiglie,
in terapia non si parla di religione e di politica… come il medico…
Quando sono entrato a lavorare con gli immigrati…
già il “come ti chiami?” diventa una questione religiosa»
(P3, 90:101)

La circolarità e la differenza come base di ogni percezione e apprendimento sono due pilastri della teoria e della psicoterapia sistemica. Si apprende, si percepisce, si cambia, per differenza. Ed è quanto abbiamo mostrato nella nostra ricerca. I terapeuti hanno modificato il loro modo di operare sulla base della differenza costituita dai migranti. Dove il cambiamento ha prodotto riflessione e ulteriore azione sulla quale riflettere, questo ha prodotto i migliori risultati.
Il dato complessivo, rispetto alle dimensioni indagate, ci permette di rilevare che le codifiche rispetto alla continuità e discontinuità all’interno del proprio approccio si distribuiscono per il 45% rispetto alla discontinuità e per il 55% rispetto alla continuità. Prevale quindi la continuità con un ampio margine di cambiamento.
Le Figure 9 e 10 mostrano qual è il rapporto tra continuità e cambiamento e qual è il rapporto tra circolarità riflessiva e cambiamento. Si può vedere che la continuità prevale sulla discontinuità rispetto al passato e che la riflessione innovativa si può rilevare in quota molto maggiore ove c’è discontinuità.



In particolare rispetto agli strumenti di intervento rileviamo che l’innovazione riflessiva è prevalente nelle codifiche relative alla modificazione dello strumento, in secondo luogo nelle codifiche relative allo strumento particolarmente adatto e, infine, in quota minima, nelle codifiche relative allo strumento adatto.
Da questi dati possiamo concludere che, a detta dei terapeuti, si rileva una forte componente innovativa nella loro pratica clinica a seguito del cambiamento socio-culturale dei pazienti: aver clienti stranieri ha modificato considerevolmente la loro pratica clinica e questo ha avuto una risonanza sulle proprie riflessioni teoriche e metodologiche.
Rispetto alle riflessioni presenti nelle interviste queste si ripartiscono abbastanza equamente tra riflessioni teorico-metodologiche e riflessioni epistemologiche. Una quota molto bassa attiene a riflessioni derivanti da ricerche-intervento (Figura 11).




Un altro aspetto interessante emerge dall’analisi delle codifiche relative al decentramento culturale dei terapeuti. Si sono codificati quattro aspetti relativamente alla presenza nelle interviste dei terapeuti della comprensione delle diverse premesse culturali dei propri pazienti (Figura 12):



– premesse culturali diverse sul cambiamento;
– premesse culturali diverse sul problema;
– premesse culturali diverse sulla mente e sul Sé;
– premesse culturali diverse sulla relazione.
Nel complesso il 90% delle codifiche relative alla consapevolezza delle diverse premesse culturali dei propri pazienti è associato a circolarità riflessiva rispetto alla propria modalità e ai propri strumenti di intervento. Questo significa che il decentramento culturale influisce notevolmente sull’adattamento della propria pratica clinica ai migranti.


Dal cambiamento nella pratica al cambiamento teorico e epistemologico

«Ci stanno dando anche molte suggestioni scientifiche.
La vivacità culturale scientifica che stanno apportando alla psichiatria…
La ricchezza che hanno portato questi in un clima culturale amorfo…
Tutta roba trita e ritrita che ha dato il suo tempo…
questi hanno dato una svolta, se tu la sai prendere»
(P1, 163:167)

«…psico trattino analisi, il nostro lavoro è analizzare la psiche.
C’è la religione freudiana, ma la psico-analisi non è solo freudiana…
Lo è qualunque analisi della psiche. Per noi la psicoterapia transculturale
è psicoanalisi transculturale soprattutto utilizzata per noi.
Gli stranieri ci hanno fatto capire che anche noi abbiamo una cultura»
(P5, 011:015).

«I cambiamenti sociali e politici sono fondamentali,
cioè anche a livello del tuo pensiero sulle questioni, ti accorgi che cambia.
Ti accorgi che certi discorsi che facevi 15 anni fa oggi non si possono proprio più fare.
Indirettamente un certo tipo di cultura limita la possibilità di pensare…»
(P2, 353:356) 

«Molte delle cose che ho imparato con gli immigrati
poi le uso anche con le famiglie non immigrate (…)
sono tutte questioni che fanno parte dell’ecologia della mente di una persona.
Hanno introdotto nuove aree di indagine…
mi hanno aiutato a diventare molto più batesoniano di prima»
(P2, 103:119)

«In effetti la cosa molto interessante è perché così tanti
operatori sono interessati al lavorare con i migranti.
Io credo che abbia assolutamente a che fare con un tentativo
di auto curarsi degli operatori. […]
Se solo ci fosse lo spazio politico per ragionare,
perché in questo momento non c’è, potremmo essere aiutati da loro
a riorganizzare la psichiatria in modo diverso»
(P8, 074:086)

Quando abbiamo iniziato a conversare con i terapeuti coinvolti in questa ricerca è emersa, da subito, la sensazione di una forte somiglianza delle esperienze e, contemporaneamente, di un diverso rapporto di ogni clinico con le riflessioni che questa esperienza provocava. La pratica clinica e di intervento echeggiava molte risonanze convergenti in una melodia comune, eppure si percepivano forti dissonanze.
La nostra attenzione ai vari livelli del testo prodotto dalle interviste ci ha permesso di interrogarlo sulle differenze al di là delle convergenze e abbiamo trovato dei pattern ridondanti che hanno a che fare con il livello ricorsivo del cambiamento.
Tutti i terapeuti si sono trovati ad affrontare la necessità di modificare la loro pratica clinica e a riflettere sulla necessità di un cambiamento. Soprattutto hanno dovuto confrontarsi con i limiti del proprio approccio teorico, non in grado di far fronte completamente all’irruzione della diversità culturale in terapia.
Nella Figura 13 riportiamo quanto emerge graficamente grazie all’utilizzo del sofware Atlas-ti che ci ha permesso di mettere alla prova una nostra ipotesi interpretativa incrociando i seguenti codici:
- la famiglia di codici relativi all’innovazione riflessiva;
- la famiglia di codici relativi al decentramento culturale;
- i codici relativi all’impostazione teorica dei terapeuti: scelta teorica univoca, scelta teorica eclettica, scelta teorica pluralista.




Emergono tre diverse soluzioni rispetto alle carenze del proprio approccio:
1. Eclettismo: questa strategia accosta al proprio approccio elementi di prassi clinica provenienti da altri contesti teorici e clinici, con un basso livello di riflessione sia teorica che epistemologica. I terapeuti che utilizzano questa strategia presentano una percentuale pari a zero di innovazione riflessiva.
2. Pluralismo: la seconda soluzione vede una forte circolarità tra esperienza e riflessione a un livello prettamente teorico e metodologico. Cambia in modo circoscritto la prassi clinica e questo cambiamento ha un riflesso ugualmente circoscritto al campo attinente al livello teorico.
3. Rielaborazione epistemologica: la terza soluzione vede ugualmente una circolarità tra azione e riflessione ma questa comporta una messa in discussione delle proprie premesse, non solo a livello teorico ma anche a livello epistemologico. Questo avviene soprattutto tra i terapeuti che sono maggiormente consapevoli delle diverse premesse culturali dei propri pazienti ai quattro livelli suindicati (rispetto al problema, al cambiamento alla mente e al Sé e alla relazione terapeutica). È in questa terza soluzione che rileviamo una maggior propensione a enfatizzare in modo forte gli strumenti dell’approccio sistemico e a introdurre alcune novità coerenti con il proprio modello.
Al di là della forma del cambiamento eclettico, pluralista o a livello epistemologico, si nota uno spostarsi delle posizioni etnopsicoanalitiche e dinamiche verso il costruzionismo e una attenta considerazione da parte dei costruzionisti degli stimoli provenienti dall’etnopsichiatria.
Affermano Losi, Mazzetti e Ranci [9] che “nel corso degli ultimi quindici anni, l’etnopsichiatria di Nathan ha compiuto un percorso che l’ha portata, da una iniziale connotazione fortemente psicoanalitica, a una più vicina al costruzionismo. Il nostro modo di lavorare, pur considerando le categorie psicoanalitiche [...] in particolare per quanto riguarda l’uso del setting etnopsichiatrico e la costruzione di oggetti terapeutici, si colloca più precisamente in quest’ultima direzione”.
D’altra parte, Alfredo Ancora nel suo libro “I costruttori di trappole del vento” [10] parla di “terapia contaminata”. La terapia con i migranti, afferma Ancora, richiede “l’autorizzazione ad essere impuri”.
La terapia in un contesto variamente culturale sembra richiedere una pratica clinica che sappia ugualmente variare i propri strumenti per ampliare la possibilità di interconnettersi con pazienti, clienti e utenti con problemi, aspettative, orizzonti di senso altri e diversi rispetto a chi condivide uno stesso contesto culturale. Ma questo risulta essere un valore aggiunto per il terapeuta che si dichiara maggiormente capace di interconnettersi con le diversità dei propri pazienti, italiani o stranieri. Quasi tutti i terapeuti intervistati affermano che l’esperienza con i migranti ha cambiato il loro modo di operare e tende a modificare i contesti stessi di intervento.


CONCLUDENDO (E RIAPRENDO)

Gli immigrati ci costringono a fare un percorso a ritroso. Il loro disagio, il disagio di chi li accoglie, il disagio che ci accomuna, costringe a tornare a interrogarci sul perché di tante nostre scelte date per scontate. E anche se la scelta è la stessa di prima, il dubbio si è insinuato e finché non se ne rende ragione, è difficile tornare alla condizione precedente senza essere cambiati da questo. Viene alla mente una vecchia storia la quale racconta dell’anziano saggio di un villaggio che aveva una lunghissima barba cresciutagli in anni e anni. Un giorno per strada un ragazzino gli domandò: “signore, ma lei quando dorme, la barba la mette sopra o sotto la coperta?”. Il vecchio saggio quella notte non dormì.
Per molti motivi i migranti “non ci fanno dormire”, non solo per presunte questioni di sicurezza pubblica, come ultimamente i mass-media ripetono, ma soprattutto perché costringono a rivedere molte nostre premesse scontate o basate su presupposti non più rivistati.
La tendenza che si coglie attraversando queste tematiche riguarda la percezione che è in atto un cambiamento rispetto all’idea di “cura”. Si avverte il passaggio dal “contesto di cura” al “progetto di salute” che è gestito dalla persona stessa coadiuvato da un professionista che mette al suo servizio le sue competenze, attraversando i contesti e connettendo gli interventi. Si intende uno spostamento dal binomio “problema-soggetto curante” al binomio aperto “persona-progetto di vita/e”. Se si sposta il focus dal problema alla persona e dalla cura alla progettualità di vita, spariscono delle dicotomie che precludono la ricerca di soluzioni diverse, come, ad esempio, la distinzione tra problema fisico o mentale o tra contesti terapeutici e non terapeutici.
Nel contesto di cura è protagonista il professionista, nel progetto di vita lo è la persona portatrice di progetti falliti, spezzati, difficili che viene sostenuta nel riprendere in mano la sua progettualità di vita e di relazione.
Chi ha una formazione sistemica è chiaramente avvantaggiato in questo passaggio non concettuale ma fattuale. L’epistemologia sistemica, dalla prima alla seconda cibernetica, fino ai più recenti contributi narrativisti e conversazionalisti, ha nel suo DNA tutto questo ed è aperta alla sperimentazione di nuove pratiche cliniche e sociali.
Un aspetto importante è che i contesti, oggi, sono sempre più aperti e permeabili, il “mal-essere” non può essere definito entro un unico sistema ma nelle connessioni tra sistemi, soprattutto aiutando gli stessi protagonisti a trovare queste connessioni. Questo “mal-essere” è stato cercato a livello intra-psichico, a livello intra-familiare, e ora anche a livello di relazione tra i sistemi familiari divisi dalla migrazione o nelle reti sociali carenti o assenti. Specularmente il “ben-essere” si è cercato di ricostruirlo a livello intra-psichico, a livello familiare e ora anche a livello di gruppi e di comunità.
Il clinico ha quindi il suo elettivo campo di intervento nel “TRA”, in questo gioco indefinibile e potente dove avviene l’incontro dell’infinita varietà umana.


BIBLIOGRAFIA

1. Bateson G. A sacred unity: further steps to an ecology of mind. New York: Harper Collins, 1991.
2. Armezzani M. Metodo clinico e intercultura. In: Mantovani G (a cura di). Intercultura e mediazione. Roma: Carocci, 2008.
3. De Vido E. ATLAS.ti Dispensa. Padova: Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Psicologia Generale, 2003.
4. Mazzetti M. Il dialogo transculturale. Manuale per operatori sanitari e altre professioni di aiuto. Roma: Carocci, 2003.
5. Telfener U. Il lavoro con i migranti, una introduzione alla polifonia. Bari: Atti del Convegno Internazionale della SIPPR ottobre 2007, 2008.
6. Telfener U. La ricerca in psicoterapia: quesiti costruttivisti. Modena: Convegno SIRTS 15-16 novembre, 2008.
7. Telfener U. Il lavoro con i migranti in Italia: per una pratica etica basata sul rispetto. Terapia familiare 2010; 92: 57-80.
8. Bruner J. Cultura e sviluppo umano: una nuova prospettiva. In: Pontecorvo C, Ajello A, Zucchermaglio C (a cura di). I contesti sociali dell’apprendimento. Milano: Led, 1995.
9. Losi N, Mazzetti M, Ranci D. Giovanna e Yussou: abitare più mondi. Terapia di coppia nel setting etnopischiatrico. In: Rotondo A, Mazzetti M (a cura di). Il carro dalle molte ruote. Torino: L’Harmattan Italia, 2001.
10. Ancora A. I costruttori di trappole del vento. Formazione, pensiero, cura in psichiatria transculturale. Milano: Franco Angeli, 2006.