Una precisazione in tema di fragilità
dell’Io nei pazienti tossicodipendenti

Giuseppe Marras1



Riassunto. Ho cercato di approfondire il concetto di fragilità dell’Io nel tossicodipendente, mettendolo a confronto in due tipi di tossicodipendente clinicamente molto diversi: da un lato un tossicodipendente con disturbo di personalità “schizoide”, per il quale ho fornito un resoconto clinico più dettagliato; dall’altro il tossicodipendente con disturbo antisociale di personalità, per il quale ho presentato considerazioni generali, ma clinicamente radicate. Ispirandomi al pensiero di D. Winnicott, ho “trovato” che nel primo tipo di tossicodipendente abbiamo una vera fragilità strutturale dell’Io, nel secondo una distorsione dell’Io, che lo ha fragilizzato in un modo particolare. In entrambi i casi, la fonte della fragilità dell’Io va ricercata nell’impossibilità che si è determinata di fornire al bambino cure materne primarie adeguate. Ma tale impossibilità, che coinvolge anche il ruolo paterno, si è rivelata di diversa natura nei due diversi casi.

Parole chiave. Fragilità dell’Io, tossicodipendenza, difesa psichica, tendenza antisociale, cure materne primarie.


Summary. A clarification regarding the Ego fragility in addicted patients.
In this article I try to deepen the concept of drug addict’s Ego fragility describing the result of my clinical observations. I made a comparison between two different kinds of drug addict: the first type is affected by schizoid personality disorder and I presented a detailed clinical history case; the second type is affected by antisocial personality disorder, for which I discussed general hypotheses clinically supported. I drew my inspiration from D. Winnicott’s thought and I found that the first type of drug addict is affected by a Ego structural fragility, while the second type presents a severe and very peculiar Ego dysfunction. For both of them the major source of Ego fragility has been founded in a lack of motherly care during their childhood. But the deficiency of parenting, involving the paternal figure, appears to be different in each type of drug addict.

Key words. Ego fragility, addiction, psychic defence, antisocial tendency, primary mothering.


Resumen. Una aclaratión con respecto a la fragilidad del Ego en pacientes adictos.
He buscado de investigar el concepto de la fragilidad del Ego en el adicto. He comparado dos tipos clinicamente muy diferentes de adicto: el primero con “trastorno esquizoide de la personalidad”, para el que he dado un informe clínico más detallado; el segundo con “trastorno de personalidad antisocial” para el que he presentado consideraciones generales sobre los conoscimentos y la experiencia clínica. Inspirado en el pensamento de D. Winnicott, he argumentado que el primero tipo de adicto tiene una fragilidad estructural del Ego, el segundo una deformación característica del Ego que lo debilita. En ambos casos la causa principal de la fragilidad hay que buscarla en la falta de atención materna primaria. Pero esta falta, que implica tambien el padre, parece diferente en los dos tipo de adicto.

Palabras clave. Fragilidad del Ego, toxicomania, defensa psíquica, tendencia antisocial, cura maternal primaria.


PREMESSA

Continuo a sostenere l’opinione, già avanzata in passato (Medicina delle Tossicodipendenze - giugno 1996; Mission n. 27/2008), che correla il dramma della “tossicodipendenza” oltre che alla indubbia potenza “farmacologica” delle sostanze, anche a una immaturità, a un “deficit” di forza dell’Io dell’individuo, che cerca appunto nelle sostanze – complicandosi enormemente l’esistenza – il rimedio alle ansie, alle sofferenze, alle difficoltà emotivo-relazionali dell’esistere.
Come si può facilmente capire, faccio riferimento alla teoria psicoanalitica della personalità. Per essa l’Io è quell’istanza dell’apparato psichico che media, nell’interesse dell’intera persona, le rivendicazioni dell’Es, gli imperativi del Super-Io e le esigenze della realtà [1]. Si tratta dunque di un’entità centrale, fondamentale, che insieme alla solidità del Sé (vedi oltre) garantisce l’integrità e la salute psichica dell’individuo.
Se per qualche motivo l’Io e il Sé non si sono potuti costituire normalmente, ecco che si formano difese “disfunzionali” contro l’ansia e, con esse, le varie patologie psichiatriche alle quali si fa riferimento in clinica. La “fragilità strutturale dell’Io” è dunque in questa ipotesi un’entità patologica “potenziale”, che si manifesta attraverso i suoi “derivati” psicopatologici e i relativi “sintomi”, più o meno gravi ed evidenti.
I modi in cui la fragilità dell’Io dà luogo, nel contesto socio-familiare dato, ai correlati disturbi psichiatrici e questi si possono intrecciare poi con l’uso di sostanze sono tanti e fanno la storia unica e irripetibile di ogni singola tossicodipendenza.
Il problema della dipendenza nelle vicende umane non nasce certo con le sostanze, anche se queste hanno conquistato una sorta di primato “mediatico” in merito. Essere “protetti” contro le ansie da qualcosa di esterno a noi (secondo me, l’essenza psicologica della tossicodipendenza) è la riproposizione dello stato originario – fisiologico e inconsapevole – che ogni piccolo d’uomo attraversa all’inizio della vita, quando non sarebbe sopravvissuto se non ci fosse stata una “entità benefica” (la madre) che lo proteggeva e si occupava di lui. Da questa condizione primaria e inevitabile di fragilità e dipendenza dall’ambiente ci libera – rendendoci sempre più forti – lo spontaneo sviluppo emozionale inscritto nel DNA delle nostre cellule. Ma ciò solo a patto che l’ambiente favorisca, non ostacoli, tale spontaneo sviluppo.
Ad essere psicoanaliticamente precisi, la dedizione alle sostanze sarebbe la riproposizione di una fase specifica dello sviluppo emozionale primario. Lo psicoanalista inglese Donald Winnicott (1896-1971) ha mostrato come il bambino piccolo, per far fronte alle ansie indotte dall’assenza della madre (una madre “sufficientemente buona”) “crea-trova” oggetti rappresentanti dell’unione con lei, che non solo gli alleviano l’ansia, ma sono anche capaci di dargli un piacere sensoriale, e che diventeranno per mesi, se non per anni, suoi oggetti “sacri” e inseparabili (“copertina”, orsetto di peluche, ecc.). È la fase dei fenomeni e degli oggetti “transizionali” [2], fase nella quale si esprime la creatività primaria del bambino in rapporto all’ambiente e che, in una crescita sana, è destinata ad essere progressivamente sostituita dal gioco e dai “fenomeni culturali”. Winnicott suggerisce l’ipotesi che la dedizione alle sostanze da parte dell’adolescente possa essere appunto una regressione a questa fase primitiva, rappresentando la droga una riedizione anacronistica e puramente difensiva dell’oggetto “transizionale” [2, pp. 246-263].
Occorre a questo punto una precisazione: il ricorrere a “protezioni” esterne contro le ansie e la depressione in età non più infantile è entro certi limiti fisiologico: tutti abbiamo le nostre “aree rifugio” di derivazione infantile, che ci difendono e ci ristorano dalle durezze della vita adulta “responsabile”. Anzi, direi che la capacità di regredire momentaneamente a tali aree è da considerare indice di forza dell’Io, ovvero di sua flessibilità. Il ricorso alle “protezioni” esterne o alle “aree rifugio” si trasforma in patologia e in dramma solo quando diventa massivo e sempre più difficilmente reversibile, quando si appropria progressivamente della vita “normale” dell’individuo e la distorce fino a estreme conseguenze.

Per sostanziare la mia opinione, in questo scritto metterò a confronto due tipi di paziente-SerT apparentemente molto diversi tra loro: da un lato un tossicodipendente affetto principalmente da disturbo “schizoide” di personalità (secondo i criteri del DSM-IV), dall’altro il tossicodipendente affetto da “disturbo antisociale di personalità” (sempre secondo il DSM-IV).
Ispirandomi soprattutto al pensiero del già citato psicoanalista inglese D. Winnicott, tenterò di mostrare come nei due tipi di paziente summenzionati esistano due diversi tipi o gradi di “fragilità dell’Io” e come da questa differente “fragilità” derivino in larga misura sia i differenti tipi di disturbo psichiatrico presentati, sia i differenti tipi clinici di tossicodipendenza originatisi.
Cercherò inoltre, senza nulla togliere alle determinanti genetiche e alle basi biologiche della “fragilità strutturale” dell’Io, di richiamarne anche le determinanti ambientali (psico-sociali, familiari).
Non posso chiudere la presente premessa senza riconoscere altri due “debiti” di riconoscenza: mi riferisco da un lato a Herbert A. Rosenfeld, alla parte del suo lavoro “Stati psicotici” [3] dedicata alla tossicomania e all’alcolismo, dall’altro a Luigi Cancrini, in particolare al suo saggio pionieristico “Quei temerari sulle macchine volanti” [4] che ospita anche il primo tentativo di classificazione delle tossicodipendenze che io abbia conosciuto.


QUALCOSA SUL PERCORSO DELL’OPERATORE

Che ci potesse essere una “fragilità dell’Io” nel tossicodipendente, io l’ho capito tardi e l’ho capito – credo – grazie soprattutto alla “riflessione critica” intrapresa su di me in psicoterapia. Per i primi anni di lavoro al SerT (lavoro vissuto come “ripiego”, nell’aspettativa di andarmene in un reparto “internistico”) i tossicodipendenti – perlopiù eroinomani – erano per me poco meno che dei “marziani”, ovvero i misteriosi devoti alla dea Eroina, che tuttavia non disdegnavano il semidio Metadone, che io prescrivevo loro. Erano peraltro quasi tutti tossicodipendenti “antisociali”, con varie esperienze carcerarie alle spalle e le cui “gesta” violente, fuori e dentro il SerT, mi facevano pensare a tutto tranne che a una fragilità di personalità.
Dopo circa cinque anni di lavoro prevalentemente medico (1984-1988) basato sulla somministrazione “controllata” del farmaco sostitutivo – un lavoro assistenziale utile ai pazienti e per me prezioso, che mi ha permesso di conoscere da vicino centinaia di eroinomani – feci tesoro del fatto che il mio destino professionale andava ancorandosi al SerT e pertanto, insoddisfatto della visione della tossicodipendenza basata solo sulla potenza neurobiologica delle sostanze, decisi di aggiungere alla mia formazione medica una formazione di tipo “psicologico”. Avevo avuto modo di conoscere e apprezzare la Scuola psicoanalitica romana diretta dai professori Giannotti e Giannakoulas, e questa iniziai a frequentare nel 1989.


TOSSICODIPENDENTE CON DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITÀ

Differenziati arbitrariamente i tossicodipendenti in “antisociali” e non (una differenza “antropologica” che mi aveva sempre colpito, e che segnava effettivamente anche uno spartiacque di risorse terapeutiche e di destino clinico) decisi di concentrare inizialmente il mio studio di ordine psicologico sull’eroinomane “non antisociale”. Scelsi Andrea, un giovane “di buona famiglia”, educato, riservato, con un discreto livello d’istruzione e, a differenza dei suoi numerosi “colleghi”, un limitato coinvolgimento in attività delinquenziali. Benché questo tossicodipendente mi sembrasse “vicino” sotto vari punti di vista (o forse proprio per questo) non mi era per niente facile capire in che cosa consistesse la sua ipotizzata fragilità dell’Io e come si fosse determinata. Anche perché la struttura originaria della sua personalità era in buona misura ricoperta dalla “maschera tossicomanica”, dall’apparenza di soli problemi “fisici”, impellenti, che essa mostrava. Bisognava che diventassi capace di vedere al di là di tale “maschera”, utilizzando naturalmente gli strumenti conoscitivi che acquisivo gradualmente da “studente” nella mia Scuola e da “paziente” nella mia psicoterapia individuale.


Trasgressione

Un primo aspetto che sentivo di dover analizzare, era il significato della trasgressione “tossica” messa in atto da Andrea, trasgressione che – paradossalmente rispetto all’ipotesi – mi sembrava potesse rappresentare in qualche modo un atto di coraggio, di forza dell’Io. Come se nella sua dedizione alle sostanze questo giovane “di buona famiglia” esprimesse una discutibile ma autentica versione di se stesso, del suo “Vero Sé” (Winnicott) [5] di contro all’obbedienza e al conformismo sociale verosimilmente preteso dalla famiglia d’origine.
C’era una quota di vero in tale ipotesi – lo avrei capito meglio più tardi – ma la scelta di Andrea si prestava su questo piano a un’immediata considerazione critica. Con la dedizione alle sostanze egli era forse andato verso una propria vita, ma solo nel senso che si era “dato” a delle entità nuove e aborrite dalla famiglia (nonché dal suo stesso Super-Io). Ora, tale “darsi a qualcosa”, peraltro a delle entità riconosciute dannose e pericolose sotto vari punti di vista, sembrava più il gesto disperato di un adolescente in difficoltà, che una scelta consapevole di nuova vita, di reale autonomizzazione dai genitori. Anche perché le sostanze si erano rivelate ben presto per lui una “trappola”, un “rimedio” poco adeguato ai suoi problemi, ma sempre più difficile da lasciare, una volta adottato: insomma, una nuova dipendenza al posto di quella genitoriale, che peraltro non cessava.
Si faceva sempre più chiaro che, riguardo al comportamento “trasgressivo” di Andrea (come riguardo al comportamento di tutti) bisognava essere capaci di andare al di là delle apparenze e mettere a fuoco la questione che – studiando Freud, Klein, Fairbairn, Milner, Spitz, Winnicott, Khan, Bowlby e tanti altri – sempre più appariva centrale: la forza dell’Io, la capacità dell’individuo di affrontare autonomamente le difficoltà emotive dell’esistenza, ovvero di farlo in maniera personale, autentica (sulla base del proprio Vero Sé) ma al tempo stesso con difese psichiche o “protezioni” esterne equilibrate, al servizio dell’Io, non paralizzanti né autolesionistiche.


Una preadolescenza “tranquilla”

Per capire meglio la “scelta” di Andrea dovevo a questo punto tornare un po’ indietro nella riflessione sulla sua vita e dedicarmi al periodo “pre-SerT” di essa, cioè al periodo in cui l’Io adolescenziale di Andrea aveva conosciuto e dovuto fronteggiare il potere psichico delle sostanze.
Emerse pian piano che la “riservatezza” di Andrea faceva parte di un importante disturbo di personalità, appunto “schizoide” (con tratti anche “evitanti” e “dipendenti”). Un disturbo che, non creando “turbolenze” relazionali, anzi inducendo passività e quasi “inermità” nel suo portatore, era verosimilmente passato inosservato per tutta l’infanzia e la preadolescenza, ma che in adolescenza – il periodo che impone a ciascuno di socializzare e mostrare “di che pasta è fatto” – era dovuto venire alla luce. Ed era venuto alla luce – a me sembrava sempre più evidente – proprio attraverso la dedizione all’uso di sostanze, dedizione che poteva dunque essere considerata, ben al di là degli aspetti edonistico-trasgressivi, un tentativo di “cura” da parte di Andrea del proprio profondo malessere psichico (o, se si preferisce, un tentativo di “fuga” da esso); nonché – a livello inconscio – una segnalazione “sconsolata” e “irritata” dello stesso alle “inutilizzabili” figure parentali.
Per quanto riguarda l’aspetto di “autocura”, Andrea non aveva avuto difficoltà a raccontare, nei vari colloqui, di aver fatto ricorso alla cannabis e all’alcol in prima adolescenza per poter “incontrare” le ragazze, ciò che il suo “blocco emotivo” gli imponeva di evitare, a causa soprattutto di “figuracce sessuali”. E benché l’incontro sotto l’effetto delle sostanze fosse artificiale e poco gratificante, era comunque sempre meglio dell’isolamento totale. Aveva poi provato l’eroina e la cocaina, che gli erano piaciute e dalle quali non era più riuscito a svincolarsi completamente. Emerse pian piano che l’eroina faceva sì che gli “attacchi subdoli” che egli sentiva di ricevere dagli altri e rispetto ai quali non sapeva reagire (“dottore, in me non si sviluppa l’aggressività, io accumulo, accumulo e poi scarico con la droga”) diventassero emotivamente inoffensivi, molto più inoffensivi di quanto riuscisse ad ottenere col suo distacco emotivo “naturale”. L’eroina attenuava inoltre la sua costante sensazione di “mancanza del terreno sotto i piedi”, il “non sapersi tenere occupato in qualcosa durante la giornata”, il suo sentirsi ed essere considerato da tutti “un bambinone”, un “poverino”. Infine essa gli consentiva, nei momenti più critici, di “staccare la spina” dal mondo, di avere un momento sicuro di “pace”.


Il contesto familiare

Non così vedevano la “tossicofilia” di Andrea i suoi genitori. Secondo la madre, il figlio era stato un bambino “buono, eventualmente un po’ chiuso”, e non aveva avuto problemi prima dell’incontro con le sostanze; così che la scoperta della sua dedizione agli spinelli e all’alcol – fatta dagli insegnanti della prima superiore, che vedevano Andrea “dormire” in classe – era stata per lei come un “fulmine a ciel sereno”. Ella aveva poi sperato, invano, che il fenomeno (dal suo punto di vista esclusivamente “edonistico”) passasse in fretta spontaneamente, anche perché esso accentuava la sua conflittualità col marito. Per il padre di Andrea, d’altro canto, l’uso di sostanze da parte del figlio era, al di là di qualsiasi “perché”, una colpa imperdonabile (“gli permetto tutto, ma non la droga”) e imponeva il suo costante intervento di contrasto. Dunque, l’attenzione (comprensibilmente atterrita) di questi genitori si era concentrata solo sul sintomo tossicomanico del malessere del figlio, sintomo visto in chiave prevalentemente individuale e colpevolistica (per il padre poi, un vero e proprio attacco personale). In queste condizioni familiari di reciproca incomprensione, di mancanza di autentico confronto, non stupiva che il sintomo tossicomanico continuasse (come “distorta” comunicazione familiare) anche nel corso degli anni di frequenza al SerT.


Le sostanze, l’Io e la dipendenza

Che le sostanze da sole non possano indurre una dipendenza patologica sembra mostrato in maniera inequivocabile dall’alcolismo: quasi tutti a partire dall’adolescenza siamo stati coinvolti nell’uso almeno sporadico di bevande alcoliche; molte persone adulte usano quotidianamente tali bevande, ma soltanto una piccola percentuale di coloro che hanno fatto o fanno uso di alcol perde il controllo su di esso e precipita in quella malattia grave che è l’alcolismo. Senza nulla togliere alla potenza (e dunque alla pericolosità) dell’alcol, sembra incontestabile che vi debbano essere anche fattori personologici per lo svilupparsi di una alcol-dipendenza.
Non è chiaro se, come per l’alcol, esista la possibilità di un uso “controllato” di eroina e cocaina. Il potere di queste sostanze (non tradizionali nella nostra cultura e gravate dall’illegalità del loro smercio) sembra irresistibile e, di sicuro, è stato tale sui nostri pazienti. Ma appunto su di essi; una volta che si è strutturata la tossicodipendenza, come distinguere la debolezza dei fattori personologici pre-esistenti, dalla forza dei fattori neurobiologici attivati dalle sostanze?
A questo proposito, il fatto che la gran parte dei giovani faccia a meno di provare eroina e cocaina – ovvero sappia rinunciare a un “piacere” (un senso di invulnerabilità, di potenza) verosimilmente intenso, ma effimero e pericoloso, in nome di soddisfazioni eventualmente più modeste, ma più stabili e meno dannose – è di gran conforto, e mi pare confermare anche che, in linea di massima, non è casuale rivolgersi ad eroina o cocaina. Andare verso tali sostanze è appunto ciò che gli adolescenti emotivamente più fragili e sofferenti, con anche una discreta capacità di trasgressione, possono non riuscire ad evitare, specie se si trovano nell’ambiente familiare e sociale “sbagliato”. Così che – sembra di poter dire – si avvicina più facilmente all’eroina e alla cocaina, proprio chi più le dovrebbe evitare, chi è destinato dalla propria personalità a subirne il fascino, “renderle” onnipotenti e diventarne “schiavo” (in assenza, beninteso, di una tempestiva e qualificata terapia).


La fragilità dell’Io di Andrea

Secondo questa ipotesi, la fragilità dell’Io di Andrea – misurata con il metro “tossicologico” – stava dunque già nell’aver subìto più o meno immediatamente il fascino delle sostanze. Essa stava però soprattutto nel bisogno pervasivo di esse che si era progressivamente instaurato in lui, nell’incapacità del suo Io di interrompere la relazione con le sostanze, anche quando tale relazione aveva perso (ed è inevitabile che ciò avvenga) la “potenza” e “l’utilità” dei primi tempi. Come se le sostanze fossero diventate per Andrea – benché egli rifiutasse di accettarlo e si estenuasse in continue, effimere disintossicazioni – fonte indispensabile di sostegno, alla quale non poteva più rinunciare, pena la perdita di una parte di se stesso, la paralisi dell’azione, l’emergere di ansie insostenibili. La vita di Andrea, insomma, non poteva più andare avanti senza le sostanze, anche se la vita che andava avanti con esse – parlo di quando l’ho conosciuto io – era ormai quasi solo quella, insoddisfacente, che esisteva anche prima dell’incontro “fatale”, gravata ora dalle complicanze specifiche della tossicodipendenza.
Qualunque fosse stata l’esigenza immediata, o anche l’evenienza fortuita che gli aveva fatto conoscere le sostanze, dalla storia di Andrea sembrava emergere con forza che fosse stata l’inconsistenza di qualità “psicotica” del suo Io (più precisamente del suo Io-Sé) l’impossibilità di reggere il confronto emotivo con gli altri in qualità di individuo autonomo (ovvero l’inadeguatezza della sua difesa schizoide) ciò che soprattutto lo aveva portato ad avvinghiarsi alle sostanze e gli impediva al tempo stesso di sbarazzarsene.


Un inciso

Il ritorno al punto di partenza, con un pesante fardello in più, la scoperta di aver carezzato una tragica illusione è, direi, il dramma di tutti i tossicodipendenti “strutturati”. Essi si rendono conto, troppo tardi, che aver “foderato” la propria fragilità con una solida armatura farmacologica li ha forse protetti dal dolore psichico, consentendo loro anche una desiderata “disinibizione”, ma li ha resi schiavi di tale armatura, della “fuga dalla realtà” (o dalle responsabilità) che essa comporta, e ha impedito loro di crescere, di diventare persone pienamente autonome nel confronto con le difficoltà emotive dell’esistere. Ma sebbene ora ottengano poco o niente dal vecchio “rimedio” che credevano eternamente efficace (se non la chiusura in un bozzolo emotivo sempre più stretto) sembra non possano più disfarsene, tornare indietro, prendere una nuova strada. E ciò soprattutto perché – è il mio parere – persiste la fragilità del loro Io-Sé, così che quanto questi giovani hanno “costruito” per far fronte a tale fragilità, cioè il legame con le sostanze, con tutto ciò che gira attorno ad esso, risulta tragicamente “meglio” per essi che cambiare strada, affrontare la crisi d’astinenza, ricominciare a esistere da individui “liberi”.
Con la possibilità e la necessità a questo punto – per la società – di fornire a tali giovani “disperati” una soluzione intermedia tra la tossicodipendenza da strada e la piena guarigione: l’opportunità di diventare “tossicodipendenti in trattamento” che, con l’aiuto del SerT, in particolare del farmaco sostitutivo, cercano di ritrovare un equilibrio esistenziale e di reinserirsi socialmente “in quanto tossicodipendenti”. Una soluzione, questa, limitata e instabile – direi – ancora piena di problemi per questi giovani, sempre a causa soprattutto della loro irrisolta fragilità dell’Io (alla quale lo stigma sociale dà naturalmente una mano). Ma sicuramente una soluzione accettabile e dignitosa, sia per la società, sia – visto l’affollamento dei SerT – per la gran parte dei tossicodipendenti strutturati.


Una sottile trasformazione

Fermo restando il punto che, in Andrea, la scarsa consistenza “egoica” pre-esisteva all’incontro con le sostanze e l’aveva favorito nelle sue conseguenze più gravi, bisognava indubbiamente prendere atto che le sostanze avevano “smascherato” e resa effettiva, esplicita tale inconsistenza; “ri-mascherandola” peraltro robustamente a modo loro. Nel senso che d’ora in avanti ciò che avrebbe occupato la scena familiare, sociale e clinica della vita di Andrea, “occultando” la sua fragilità psichica originaria, sarebbe stata la sua “identità” di tossicodipendente. Un’identità da lui mai pienamente accettata, ma sempre più difficile da respingere. Un’identità paradossale, implicante l’assunzione di un “falso Sé”, quello tossico, appunto. Un’identità che comunque gli garantiva un’apparenza di “non fragilità”, o di fragilità limitata alle sole sostanze. Così che, se non riusciva a svincolarsi dalla famiglia d’origine, a stabilire una soddisfacente relazione di coppia, a tenersi a lungo un lavoro, o quant’altro, Andrea poteva ora “incolpare” le sostanze, il loro riconosciuto potere “attrattivo-distruttivo” su di lui. Il che rappresentava ovviamente solo una parte della verità.
Al di là delle dinamiche psicologiche, l’identità “tossica” veniva fortemente corroborata nel frattempo per Andrea dalla dipendenza fisica dall’eroina, inesorabilmente insorta; un aspetto che sostanziava ora una condizione di vera e propria malattia organica, qualcosa di cui si doveva occupare necessariamente un medico, preferibilmente un medico di SerT.
Ed ecco che il doversi rivolgere al SerT, per il problema tossicologico, poteva diventare per Andrea l’occasione giusta per portare alla luce anche le sue difficoltà emotivo-relazionali “di base”. E questa era in qualche modo la sfida “sotterranea” lanciata da Andrea al SerT e che il SerT era chiamato a capire e raccogliere. Ben consapevoli tutti che il recuperare o “fondare” di bel nuovo le capacità psichiche di una persona (presupposto necessario di una sua guarigione effettiva dalla tossicodipendenza) è un’impresa difficilissima, sicuramente di lunga durata. Un’impresa che oltre che coi danni biologici indotti dalle sostanze, che tendono a perpetuare la dipendenza, si confronta costantemente col terrore del paziente di segare, proprio attraverso la guarigione, il “ramo” su cui si è sistemato.
Da cui l’inevitabile successo, anche per Andrea, della soluzione intermedia, mediata dal SerT, di cui s’è detto.
Sul nesso tra fragilità dell’Io di Andrea e sua dedizione alle sostanze, mi pareva necessaria un’ulteriore considerazione, in apparente contrasto con quanto precedentemente sostenuto sui limiti della sua “trasgressione”. Il fatto che Andrea avesse strutturato in qualche modo una tossicodipendenza (superando i vari ostacoli familiari e sociali che gli si erano parati contro) sembrava essere sì un indice di fragilità del suo Io, ma anche di fragilità non eccessiva, ovvero un indice della capacità di quest’Io di trovare “risorse difensive” nuove – per quanto anch’esse fragili e discutibili – da aggiungere a quelle originarie, sicuramente insufficienti. Si poteva parlare al proposito, in termini di sviluppo emozionale, di una parte “non psicotica” dell’Io di Andrea, che aveva permesso in lui appunto una “più evoluta” e “personale”, benché sempre disfunzionale, capacità “difensiva”.
Il tipico “invischiamento familiare”

L’indagine sulla “fragilità strutturale” dell’Io di Andrea sembrava non potesse concludersi senza analizzare meglio un dato clinico che lo riguardava da vicino, cioè il fatto che vi fosse quasi sempre la coppia genitoriale (più spesso, un solo genitore per volta) che si “prendeva cura” insieme agli operatori del SerT della sua terapia.
Per capire il significato di questo aspetto era molto istruttivo notare come reagiva il nostro paziente al “coinvolgimento terapeutico” genitoriale, soprattutto paterno. Direi, semplificando, che egli vi reagiva come era solito reagire all’aiuto terapeutico del SerT, ovvero in maniera ambivalente: accettando inizialmente l’aiuto e a variabile distanza di tempo vanificandolo, con una ricaduta nell’uso di sostanze. Il che era non solo espressione della sua fragilità psichica e della dipendenza dalle sostanze, ma anche – credo – un modo, prevalentemente inconscio, di esprimere la sua ostilità verso i genitori. Come se Andrea non potesse accettare – se non “scalciando” (ovvero rivolgendosi alle sostanze) – la dura realtà del suo persistere nella dipendenza da essi, che “l’aiuto terapeutico” in qualche modo implicava e sanciva.
Quindi la coppia madre-figlio o padre-figlio, che frequentemente percorreva i corridoi del SerT, generalmente litigando, non doveva essere vista come semplice espressione di interessamento genitoriale alle sorti del figlio tossicomane, ma ben più profondamente come espressione – apparentemente negata coll’uso delle sostanze – della difficoltà del figlio di separarsi dai genitori, “individuarsi” e andare veramente per la propria strada.
[Avrei capito più tardi che la difficoltà del figlio a separarsi dal genitore, e andare per la propria strada, poteva essere sostenuta anche da esigenze psichiche (inconsce) del genitore stesso, nel senso che l’esistenza di un figlio “incapace di emanciparsi” poteva rappresentare per il genitore (fragile) un prezioso “punto d’appoggio” su cui scaricare almeno in parte le proprie difficoltà personali o di coppia].


Alle origini della “fragilità dell’io”

Riflettendo sulla persistente tendenza a dipendere di Andrea, legata all’assenza di un Io sufficientemente valido, si trattava ora di rispondere alla domanda cruciale: come si forma quest’entità “centrale” della nostra personalità chiamata Io, quali fattori ambientali sono necessari per la sua nascita e crescita sana?
Winnicott [5, pp. 56-58] e Bowlby [6] sono stati tra i primi psicoanalisti a sostenere – ed oggi è comunemente accettato, nonché confermato dalle Neuroscienze [7] – che i processi di maturazione emozionale, radicati nel nostro DNA e nel nostro apparato neuronale centrale, hanno assolutamente bisogno di cure materne primarie adeguate per esplicarsi. Solo esse permettono all’Io potenziale del neonato di formarsi dalla matrice indifferenziata originaria, di legarsi al corpo e alle funzioni corporee, di scoprire il “non Me” (innanzitutto la madre stessa) e di relazionarsi con esso, imparando progressivamente ad accettare il principio di realtà accanto al principio del piacere. Tutti processi altamente complessi e delicati che, per fortuna, la gran parte delle madri riesce a far sì che avvengano normalmente, grazie al proprio sostegno e adattamento premuroso alle esigenze del neonato, alla fisiologica fragilità del suo Io e del suo Sé. Se tutto va bene – e ciò dipende anche dal comportamento del padre del bambino – le cure materne primarie, integrandosi nell’Io-Sé in formazione del bambino, soprattutto nel corso del primo anno di vita, diventano sempre meno indispensabili per lui, in quanto si sono progressivamente trasformate nell’Io forte e “fiducioso” del bambino stesso, un Io capace ora di trovare sempre più in sé le risorse emotivo-cognitive per tenere a bada le ansie e le frustrazioni, governare le pulsioni, relazionarsi autonomamente e “creativamente” con gli altri. [È appena il caso di precisare che il processo di crescita emozionale dura per tutta la vita e che l’ambiente, decisivo nelle fasi iniziali, continua ad avere un ruolo importante in tutte le fasi successive].
In assenza di buone cure materne primarie (e quanto più sono precoci le carenze, tanto più sono gravi gli effetti) nell’apparato neuronale del bambino non si può formare ciò che a livello di osservazione psicologica può essere definito un Io-Sé sano e vitale; il bambino deve difendersi troppo precocemente dalle ansie che la mancata protezione ambientale gli comporta, e ciò interrompe la crescita emozionale del suo apparato psichico, aprendo purtroppo la strada (in assenza di cure tempestive ed appropriate) ad ogni tipo di grave psicopatologia, a “detonazione” immediata o “ritardata”, ovvero rimandata a fasi successive (tipicamente l’adolescenza, fase che vaglia rigorosamente e impietosamente la solidità del Sé dell’individuo).
Naturalmente non ogni fragilità dell’Io-Sé dà luogo in adolescenza, di fronte alle difficoltà della crescita, ad una “fuga” nell’uso di sostanze: schizofrenia, disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi di personalità e del comportamento (delinquenza) sono alcune delle possibili alternative. L’uso di sostanze può peraltro complicare, con diversa frequenza e gravità – com’è noto – ciascuno dei disturbi psichiatrici indicati.
Alla fine di un lungo percorso, sembrava così che fossi arrivato al capolinea della mia indagine sul tossicodipendente (non antisociale). La fonte della forza dell’Io risiedeva dunque – fattori genetici permettendo – nelle buone cure genitoriali primarie. Lungi dall’essere una colpa di Andrea, la “fragilità strutturale” del suo Io, che l’aveva spinto in braccio alle sostanze, doveva essere ricercata, anzitutto, in un qualche grave deficit dell’ambiente nel facilitare i suoi processi maturativi primari.


La prima infanzia di andrea

In effetti, era emerso che la madre di Andrea, una donna gravemente depressa ed emotivamente ritirata, pur prendendosi cura fisicamente del figlioletto, non era stata sufficientemente in grado di mettersi in contatto emotivo con lui. Ad esempio, raccontò che per non disturbare il sonno del marito col pianto notturno di Andrea lattante, ella si era trasferita per alcuni giorni con una governante in una casa vuota a disposizione, e qui il bambino la notte “poteva piangere a volontà”, finché smise di farlo. A questo punto la signora era tornata a casa e il bambino, diventato “buono”, non aveva più disturbato. Trattenendo a stento la mia angoscia per quanto ascoltato (sapevo benissimo che la signora aveva fatto per il figlio quello che poteva, quello che la sua personalità, il contesto culturale in cui era cresciuta e l’uomo che aveva sposato le permettevano di fare) chiesi: “ma signora, lei cercava di capire perché il bambino piangesse?”. E la signora, a questo punto un po’ titubante e smarrita: “mah, era pulito, aveva mangiato… poi allora si diceva che ai bambini faccia bene piangere, sviluppa i polmoni, no?”.
Su questi ed altri simili presupposti, appariva molto probabile che il disturbo di personalità di Andrea provenisse dalla sua primissima infanzia e fosse stato – ben prima della tossicodipendenza – un disperato, costosissimo tentativo di fronteggiare le proprie esigenze e le proprie ansie senza l’indispensabile, ma indisponibile aiuto materno.
E come si era difeso l’Io in fase di formazione di Andrea da questa situazione oltremodo critica? A quanto mi era dato ipotizzare, conoscendo Andrea giovane-adulto, si era difeso “scindendosi”, ovvero salvando il nucleo del suo inascoltato “vero Sé” (della sua vitalità innata) in un guscio impenetrabile e adattandosi a una vita di superficie “coartata”, priva di desideri (ovvero della forza di esprimerli e della fiducia nel loro soddisfacimento) e prevalentemente “cerebrale”; una vita “simil-materna” in cui non era più possibile (perché inutile e pericoloso) un contatto emotivo autentico e profondo con gli altri esseri umani. Una vita in cui un Io-Sé mai pienamente costituitosi era costretto ad oscillare fra il costante ma terrorizzante bisogno dell’Altro e la fuga in una illusoria, insostenibile “autosufficienza” emotiva.
Date queste premesse, non stupiva che la vita di Andrea fosse stata costellata da gravi difficoltà emotivo-relazionali, né che il suo incontro adolescenziale con le sostanze, in particolare con l’eroina, fosse stato “fatale”, tale anche da cancellare dalla sua mente i ben conosciuti effetti pericolosi delle sostanze. È molto probabile che il potente effetto ansiolitico dell’oppiaceo – ipotizzabile simile a una protezione materna primaria, come l’identità di neuroni attivati suggerisce – regalasse al fragile Io-Sé di Andrea non solo un’auspicata sensazione di “invulnerabilità”, ma anche momenti di recupero e integrazione dell’emotività “dissociata”, e dunque impagabili momenti di “interezza”, di relativa “forza” e “libertà” della sua persona. Come rinunciare a tali momenti, benché fugaci ed artificiali? In nome di quale alternativa?
D’altra parte, i continui tentativi di disintossicazione dall’eroina mostravano chiaramente il terrore di Andrea di perdere il controllo della situazione e “sprofondare” nella completa dipendenza dalla specifica sostanza in gioco. Il terrore di affidarsi e dipendere totalmente dal “rimedio” farmacologico cercato, era verosimilmente per Andrea il terrore di risperimentare il tragico fallimento della dipendenza primaria dalla madre, e le connesse angosce di annientamento registrate allora dal suo “psiche-soma” infantile. La continua oscillazione fra intossicazione e tentativi di disintossicazione costituiva dunque – ritengo – la caratteristica più autentica della tossicodipendenza di Andrea, il “marchio” indelebile che le imprimevano dal passato la grave fragilità del suo Io-Sé, il desiderio mai sopito di trovare una soluzione alle proprie difficoltà e le caratteristiche di scarsa responsività e affidabilità del suo rapporto primario con la madre.
[Avrei presto capito che un effetto deleterio sullo sviluppo psichico del bambino si può ottenere non solo attraverso una scarsa sintonia affettiva con lui da parte del genitore “accudente”, ma anche attraverso un “eccessivo” investimento affettivo su di lui (idealizzazione). L’idealizzazione può indurre infatti sul figlio una patologia da “compiacenza” ambientale, da “falso Sé” ben adattato, ovvero una difficoltà di autenticità, che può anch’essa essere “risolta” in maniera tanto drastica quanto illusoria, in adolescenza, con un comportamento “deviante”, trasgressivo].


Il ruolo paterno

Dalla letteratura psicoanalitica emergeva con forza che, per qualsiasi motivo si sia determinata, l’assenza o la perifericità paterna rappresentano per il figlio (specie per il figlio maschio) un fattore altamente negativo per la costituzione in lui di un Io-Sé sufficientemente solido e definito. Inizialmente, la presenza paterna è fondamentale perché, attraverso la protezione e il sostegno alla partner, favorisce una buona relazione primaria madre-bambino, senza la quale nessun ulteriore progresso è possibile; successivamente, la presenza paterna è importante per facilitare, come “altro polo” d’attrazione e di identificazione (anche di genere), la fondamentale tappa evolutiva della separazione o differenziazione psichica del bambino dalla madre.
A differenza della moglie, il padre di Andrea era molto “presente” in famiglia, sia in termini emotivi che “fattuali”. Ma la sua presenza era sentita – con buon fondamento, direi – fortemente intrusiva e persecutoria dalla partner che, peraltro, come abbiamo in parte visto, non riusciva se non ad assecondare il marito, anche a scapito del proprio ruolo materno e della lealtà verso il figlio, ciò che le provocava poi acuti sensi di colpa. Quest’uomo loquace e tendenzialmente intrusivo si considerava dal suo canto perseguitato dalla dabbenaggine della moglie e quindi “costretto” a mettere in atto in famiglia quel tipo intrusivo e persecutorio di relazione che gli veniva (timidamente) contestato.
Dati questi presupposti (sto ovviamente semplificando) presumo che nella mente di Andrea bambino, inevitabilmente “legato” alla madre, la figura del padre fosse quella di un despota temuto, col quale era ben difficile sia rapportarsi sia immedesimarsi. E tuttavia, intorno ai 10 anni Andrea aveva tentato di “legare” col padre, nella inconfessabile speranza – ritengo – di staccarsi dalla “simbiosi mortifera” che gli offriva la madre e di trovare un modello di riferimento alternativo. Ma aveva dovuto desistere dopo poco, a causa dell’appuntarsi dell’intrusività denigratoria paterna anche su di lui, considerato “uguale alla madre”, come tale un “buono a nulla”, capace solo di fare danni, ai quali egli – il padre – doveva continuamente porre “rimedio” (a detta del figlio, rimedi inconcludenti, che perpetuavano le sue difficoltà e, con esse, la possibilità per il padre di tenere lui, il figlio, in sua soggezione).
Così, già fragile e disorientato per le carenze emotive dell’apporto materno, ora privato irrimediabilmente della possibilità di identificarsi col padre (“assente”, si potrebbe dire, per “eccesso di presenza”) Andrea preadolescente aveva cominciato a “vegetare”, a “trascinarsi nell’esistenza senza reali interessi o scopi”. Senza la forza dell’Io, aggiungerei, per affrontare adeguatamente l’impatto psichico delle trasformazioni corporee puberali incombenti e la spinta verso la socializzazione autonoma che esse comportano. “Pronto”, d’altro canto, a fare quei “danni” che il padre si aspettava da lui (funzione “attivante” della “tirannide” paterna? la profezia che si autoavvera?) nonché a “vendicare” nascostamente con essi, innanzitutto con l’uso delle sostanze, la madre “oppressa”, alla quale il padre l’aveva “restituito”. E questa illusione di “vendetta” sul padre, per conto della madre (che si mescolava al ruolo di vittima sacrificale al posto della stessa) era a mio parere uno dei “segreti” inconfessabili della tossicodipendenza di Andrea. Questo “segreto”, suggerito anche dal ritmo delle ricadute nella droga, che avvenivano – guarda caso – in coincidenza con l’acuirsi dei conflitti genitoriali, contribuiva a “inchiodare” Andrea all’uso di sostanze e allo stare a casa dei suoi. Penso che la tossicodipendenza fosse dunque per Andrea anche un modo di esprimere in ambito familiare la sua aggressività nascosta, apparentemente bloccata, senza doversene sentire responsabile, senza poter esserne colpevolizzato. Il che corrispondeva ad una modalità comunicativa “sotterranea” e “indecifrabile” dell’ostilità, tipica della sua famiglia.


Considerazioni cliniche

Non vi erano dubbi fra noi operatori del SerT circa il fatto che sia Andrea, sia i suoi genitori dovessero effettuare una psicoterapia, che aumentasse il grado di consapevolezza e di controllo del loro funzionamento emotivo-relazionale.
La psicoterapia della coppia genitoriale, iniziata dopo mille reticenze, andò ben presto incontro a fallimento, a causa soprattutto – ritengo – della difficoltà dei genitori di Andrea di mettersi realmente in discussione, preferendo essi concentrare la propria attenzione sulla patologia tossicomanica del figlio e sulla necessità che gli operatori del SerT producessero “risultati” in merito.
Per quanto riguarda Andrea, subito dopo la stabilizzazione farmacologica egli aveva iniziato di buon grado la sua psicoterapia individuale. Nell’intento del terapeuta essa era finalizzata a ridurre la “scissione” difensiva dell’Io di Andrea, e così “integrarlo”, rafforzarlo, renderlo progressivamente capace di funzionare in modo efficace autonomamente dalle sostanze, poi autonomamente anche dai genitori e dallo stesso psicoterapeuta.
Ma la psicoterapia di Andrea, dopo un inizio promettente, aveva dovuto ben presto fare i conti proprio con la sua difesa “schizoide”, difesa che tendeva a rendere il lavoro psicologico sistematicamente inutile, un fatto puramente “cerebrale”, senza ripercussioni emotive, una fredda dissezione di fatti, che lo faceva addirittura star male, e dalla quale Andrea a un certo punto si allontanava, per “tuffarsi” – solo per poco – nella “calda”, immediata sensazione ansiolitica offertagli dalle sostanze. Si può forse dire, senza escludere ovviamente errori del terapeuta, che la prospettiva di allentare le sue difese, di affidarsi allo psicoterapeuta, attivasse in Andrea (come e più della prospettiva di affidarsi stabilmente alle sostanze) potenti e mai superate angosce di annientamento, e dovesse dunque essere evitata a tutti i costi. Non riuscendo ad affidarsi terapeuticamente, a “regredire” ad una sana dipendenza dal terapeuta, Andrea non poteva ottenere l’integrazione e il rafforzamento del suo Io-Sé, ed era dunque inevitabile che non riuscisse ad abbandonare (stabilmente) la sua difesa tossicomanica, così come la connessa terapia farmacologica sostitutiva.
A distanza di circa vent’anni dall’iscrizione, avendo anche effettuato due percorsi comunitari (parziali) Andrea continua nella sua frequenza al SerT, che è ormai diventata parte integrante della sua soluzione adulta di vita. Non si è svincolato dalla famiglia d’origine, non riesce a mantenersi occupato stabilmente e non ha una compagna fissa (come vorrebbe); solo qualche “amico” tossico, col quale ogni tanto “si fa”. L’unica “novità” è che egli sembra essersi rassegnato non solo alla vita “solitaria” e “spenta”, alla quale lo costringe da sempre il suo disturbo di personalità, ma anche all’aborrito status di tossicodipendente, contro cui prima combatteva. Non chiede più di “scalare” col farmaco sostitutivo. Come operatore del SerT mi chiedo: era tutto quanto potevamo ottenere per Andrea nelle condizioni di partenza date? Probabilmente sì, eppure provo sempre una profonda tristezza quando l’incontro …

Ma era tempo ormai di allargare l’orizzonte della mia indagine. Restava infatti in sospeso il problema dei tossicodipendenti con “disturbo antisociale di personalità”. Ciò che avevo scoperto sul loro “collega”, valeva anche per essi? E se no, che significato aveva la loro tossicodipendenza, e dov’era nascosta la fragilità del loro Io, sempre che esistesse?


TOSSICODIPENDENTI “ANTISOCIALI”

Se all’inizio del mio lavoro nelle tossicodipendenze i pochi tossicodipendenti “tranquilli”, “di buona famiglia” che affluivano al SerT, rappresentavano in qualche modo l’Affinità, quelli “antisociali”, molto più numerosi, rappresentavano a prima vista l’Altro da me, il profondo Ignoto. Qualcosa che tuttavia a livello superficiale conoscevo abbastanza bene; durante i miei primi vent’anni di vita, infatti, avevo spesso avuto a che fare – per questioni di contiguità residenziale – con ragazzi e adolescenti “di strada”, che con la loro arroganza aggressiva, di contro alla mia “buona educazione” (tanto apprezzata dagli adulti significativi della mia infanzia) mi avevano procurato varie, dolorose “ferite narcisistiche”.
Fatto sta che ora, a distanza di tanti anni, avevo di nuovo a che fare – stavolta come adulto e come medico-psicoterapeuta – con questi “adolescenti terribili”, divenuti tossicodipendenti, e avevo l’opportunità, interagendo professionalmente con essi, di approfondire la comprensione dell’origine e del ruolo della loro aggressività, nonché degli eventuali nessi con la dedizione alle sostanze.
Grazie agli studi winnicottiani [5, pp. 246-263] e alla mia psicoterapia personale, avevo intanto imparato ad approfondire il concetto di aggressività e a fare una distinzione netta tra “sana aggressività” e “distruttività”. La prima, quasi sinonimo di vitalità, ovvero della capacità dell’Io-Sé (sufficientemente forte) di andare fiducioso verso l’Altro, sembrava implicare anche la capacità di riconoscere la rabbia dentro di sé, in caso di frustrazione, e di saperla esprimere adeguatamente, ovvero in maniera chiara ma al tempo stesso equilibrata, costruttiva. La distruttività, definibile anche “violenza”, sembrava essere al contrario un sottoprodotto patologico della “sana aggressività”, in particolare un effetto della sua precoce repressione. Nel senso che, se la “sana aggressività” del bambino viene repressa dal suo ambiente di crescita (o anche, al contrario, se viene “idealizzata”), il bambino non può integrarla in sé e modularla ai fini dell’adattamento. Deve invece “rimuoverla” (o agirla “acriticamente”), impoverendo (o distorcendo) notevolmente la sua personalità, ed esponendosi successivamente – a seconda anche della propria dotazione genetica – o a una coartazione della propria vita emotivo-relazionale (vedi Andrea) con il possibile riapparire dell’aggressività non integrata sotto forma di improvvisa, incomprensibile pulsione distruttiva (e autodistruttiva) oppure all’agire coatto, incontrollabile della distruttività.
Considerato da questo punto di vista, l’atto “violento”, lungi dal segnalare la forza dell’Io del suo autore (come potrebbe pensare chi quell’atto mai compirebbe) sembrava in realtà segnalare una “fragilità” dello stesso, una sottomissione di quest’Io al potere cieco della pulsione distruttiva. Come se l’atto violento fosse, a ben guardare, un disperato tentativo da parte dell’Io dell’individuo di cancellare profondi sensi di inadeguatezza e inferiorità, attraverso un cortocircuito “grandioso”, illusoriamente protettivo e “riparativo” del Sé minacciato o danneggiato.
[Naturalmente, per chi rischia di subire o subisce la violenza non è facile, né tranquillizzante, cogliere questo aspetto di “fragilità” psichica sottesa al comportamento violento. Qui, peraltro, il discorso si amplia enormemente, implicando la valutazione del ruolo della violenza nella storia umana, e non lo possiamo certo sviluppare in queste pagine...].
Ma allora, dovevo ritenere che i giovani “antisociali” – in vario modo e varia misura violenti – fossero tali soprattutto perché avevano avuto nell’infanzia una repressione (o una “idealizzazione”) della loro sana aggressività, che era poi incontrollabilmente riemersa? Questa sembrava essere, in buona sostanza, l’opinione di A. Miller nel suo celebre saggio “La persecuzione del bambino” [8]. Ma questa teoria, pur importantissima, e avvalorata da tante storie di giovani antisociali, alle prese nell’infanzia con genitori tirannici e violenti, sembrava avesse bisogno per il disturbo antisociale di personalità di una più precisa articolazione.


ALLE ORIGINI DELL’ANTISOCIALITÀ

Per far luce sulla natura e il senso dell’antisocialità mi potevo giovare ancora una volta del pensiero di Winnicott, il quale nel suo quarantennale lavoro di psicoterapeuta ha avuto una lunghissima esperienza con bambini “difficili” e giovani delinquenti. Nei suoi numerosi scritti sull’argomento (iniziati nel periodo dello “sfollamento” dei bambini da Londra, durante la seconda guerra mondiale) egli sostiene che la “tendenza antisociale” (un termine da lui stesso coniato) rimanda a una deprivazione infantile in termini di cure materne e/o di presenza paterna, avvenuta quando il bambino era sì piccolo, ma sufficientemente “grande” (maturo) da rendersi conto dell’accaduto e soffrire enormemente a causa di esso [9].
In sostanza, per Winnicott il giovane antisociale sarebbe un ex bambino “deprivato”, un bambino per il quale improvvisamente il sostegno della coppia genitoriale è venuto meno in maniera significativa ed egli si è trovato costretto a sopravvivere e continuare la crescita o nella propria famiglia “mutilata” e resa profondamente instabile, o “senza famiglia”, in contesti ambientali sostitutivi, spesso decisi dal Tribunale per i minori: “in collegio”, affidato a una zia, a una famiglia adottiva, ecc. [È appena il caso di segnalare che le storie infantili dei nostri pazienti antisociali – che quasi mai ne parlavano – “grondavano” di queste drammatiche situazioni esistenziali. Situazioni che – a quanto mi era dato di vedere – si verificavano più facilmente nei quartieri poveri ed emarginati della città].
A distanza variabile di tempo dalla deprivazione genitoriale e, secondo Winnicott e Bowlby, in stretta connessione con essa e col momento dello sviluppo infantile in cui la stessa si è verificata, si può appunto sviluppare nell’individuo una “tendenza antisociale” che copre la strutturazione psichica fino a quel punto raggiunta, e che si manifesta con furti, avanzare continue pretese all’ambiente, litigiosità, violenza, truffe, prostituzione, ecc. (ciò che oggi nel DSM-IV viene chiamato, prima dei 18 anni, disturbo della condotta, e successivamente disturbo antisociale di personalità).
All’inizio la tendenza antisociale sarebbe, secondo Winnicott, un segno inconsapevole di speranza, la speranza di poter sanare la “ferita” emotiva subita, ovvero di tornare a prima di essa, e uscire dalla profonda depressione e insicurezza determinatesi. Alcuni individui lo farebbero prevalentemente attraverso il furto, che sarebbe un inconscio cercare e “riappropriarsi” di ciò che è stato tolto in termini di cure materne; altri individui prevalentemente attraverso la violenza vera e propria, che mirerebbe inconsciamente ad ottenere quel grado di stabilità ambientale (legato in genere alla presenza paterna) che è stato a suo tempo sottratto. In entrambi i casi si tratterebbe per il giovane antisociale di “pareggiare i conti” con l’ambiente, di ottenere in qualche modo un “risarcimento danni” che egli sente dovuto; ciò che spiegherebbe anche l’apparente scomparsa in lui del senso di colpa per le azioni delinquenziali compiute.
Tuttavia, il “risarcimento” eventualmente ottenuto con il comportamento antisociale non soddisfa mai pienamente il giovane, nella misura in cui tale comportamento cerca di annullare gli effetti della deprivazione attraverso una “sostituzione”, necessariamente fugace, e non attraverso quella difficile “elaborazione” psichica della ferita subita, che sola potrebbe portare a una effettiva guarigione della stessa. Peraltro, il giovane ha mille motivi “validi” nell’ambiente (povertà, disoccupazione, soprusi vari, ecc.) coi quali “giustificare” a se stesso e agli altri il proprio comportamento “deviante”, mantenendo così nascosto e inaccessibile – quindi costantemente attivo in senso antisociale – lo specifico passato “deprivante”.
La tendenza antisociale sarebbe anche una richiesta inconscia d’aiuto fatta all’ambiente, perché intervenga, ma – sottolinea Winnicott – se non viene riconosciuta in tempo nel suo significato di SOS (il che non è facile, per via soprattutto della rabbia e delle “ritorsioni” che il danno prodotto dall’ex bambino danneggiato provoca) ecco che subentrano per il giovane i “vantaggi secondari” – la “competenza” specifica nell’atto delinquenziale, il “rispetto” del gruppo dei coetanei, i soldi facili, ecc. – e la tendenza antisociale si trasforma quasi sempre in delinquenza “strutturata”, condizione priva di sofferenza evidente e molto difficilmente curabile.
La grande maggioranza dei miei pazienti “antisociali” erano già in questa condizione “delinquenziale” quando si rivolgevano al SerT. Ma non era indifferente, almeno per me, avere una teoria che ipotizzasse per essi qualcosa di più di un’innata tendenza a delinquere, o di una meccanica risposta alla povertà, alla disoccupazione, all’ingiustizia sociale, o anche alla stessa tossicodipendenza. Una teoria che permettesse di vedere questi giovani non come “mostri” provenienti da un altro pianeta, ma come “fratelli” più sfortunati rispetto all’ambiente primario di crescita, “fratelli” che, per far fronte alle proprie difficoltà psichiche, avevano a un certo punto imboccato una strada “sbagliata”, che li aveva allontanati sempre più dalle norme sociali e da chi le segue. Una teoria che, liberando il campo d’analisi della delinquenza dal pregiudizio morale – senza peraltro colludere con la delinquenza stessa – desse qualche spiraglio di speranza alla terapia. [Devo dire che vedere un bambino “deprivato” dietro il giovane antisociale, futuro delinquente, è stata una conquista importantissima per la mia mente e mi ha permesso di entrare in contatto empatico “profondo” con molti di questi giovani, come mai avrei creduto quando semplicemente li temevo].


LA DIVERSITÀ FUNZIONALE DELL’IO

C’era comunque da approfondire l’argomento delle origini della tendenza antisociale. Se la “deprivazione” si era verificata infatti, nella maggior parte dei casi, dopo un periodo relativamente felice di accudimento materno e/o di unità familiare, diventava possibile sostenere che nel giovane antisociale tipico c’è un Io che, se non fosse stato “deformato” dalla reazione alla deprivazione, sarebbe stato probabilmente in grado di garantire al giovane una vita nell’ambito della “normalità” emotivo-relazionale.
Effettivamente, bagliori dell’Io primitivo più o meno “adeguato” di questi giovani arrivavano in continuazione alla superficie della loro “antisocialità” e potevano essere colti da noi operatori del SerT. Ripensando ai colloqui avuti con tanti di questi giovani, sia al SerT sia in carcere, dopo che essi avevano stabilito un minimo di fiducia in me, non potevo fare a meno di ricordare che avevo trovato doti incredibili di sensibilità, intelligenza e umanità, nel profondo della personalità di molti dei miei pazienti ladri, spacciatori, rapinatori, e delle mie pazienti prostitute. Si trattava peraltro di giovani che, nei loro periodi tranquilli – se aiutati – riuscivano anche a integrarsi lavorativamente in società e a metter su famiglia. Il lavoro per essi non era s olo un mezzo di sostentamento economico, esso era anche e soprattutto – direi – una fonte di stabilità psichica e comportamentale. [Lo stesso si poteva dire– ritengo – della partner non antisociale, capace di stare loro vicina].  Veniva da pensare che, effettivamente, se fossero stati “presi in tempo”, ai primi segni di “disadattamento”, molti di questi giovani avrebbero potuto avere un destino diverso e migliore (lo dico col massimo rispetto verso la loro condizione attuale).
Ma non erano stati “presi in tempo”, non erano stati capiti nelle loro difficoltà emotive, né tantomeno aiutati a superarle, erano stati semplicemente rimproverati e puniti per il loro “cattivo” comportamento. E pertanto era come se l’inestinguibile risentimento legato alla deprivazione infantile subita e al suo mancato riconoscimento, impedisse a questi giovani di fare (a lungo) un uso pacifico e costruttivo delle loro doti, e li condannasse viceversa a distinguersi per un uso “egoistico” o “distruttivo” di esse, e a commettere azioni antisociali, inconsciamente “vendicative” del danno infantile subìto, a causa delle quali finivano generalmente incarcerati e magari distruggevano tutto ciò che di buono avevano costruito fino a quel momento, in termini di lavoro, famiglia, figli; esponendo se stessi a un destino di progressiva emarginazione sociale, e ricreando spesso per i propri figli, in un drammatico circolo vizioso, la condizione di deprivazione genitoriale da essi stessi vissuta nella propria infanzia.


LA DIVERSITÀ STRUTTURALE DELL’IO

Per quanto riguarda la struttura dell’Io, sembrava proprio che nei giovani “antisociali” si avesse a che fare, di regola, con qualcosa di diverso e di più evoluto rispetto all’Io strutturalmente fragile (fragile fin dall’inizio) dei giovani “tipo Andrea”. Sembrava in altri termini che, grazie alle cure materne iniziali sufficientemente buone, l’Io del giovane antisociale “tipico” fosse stato capace di raggiungere un certo grado di “consistenza”, che l’aveva reso capace non solo di percepire il trauma sopraggiunto (la deprivazione) ma anche, appunto, di far fronte alle conseguenze depressive e destabilizzanti dello stesso, sia pure attraverso la violenza e la “deformazione” antisociale. In termini evolutivi dunque, il disturbo antisociale di personalità andava considerato più “maturo” del disturbo “schizoide” di Andrea, anche se ciò non significava assolutamente che esso fosse indice di “normalità” psichica o che fosse più facile da gestire dal punto di vista terapeutico. Per l’Io di questi giovani si era realizzato un vero danno strutturale, una vera e importante “cicatrice deformante”, poco a che vedere con i nuclei di distruttività che tutti abbiamo nella nostra personalità.
Su un piano più clinico, si poteva ipotizzare che la depressione e la rabbia insorte in questi bambini, a causa dell’evento deprivante, fossero state come “incapsulate” e avessero dato luogo in essi, in seconda infanzia o in preadolescenza, al costituirsi di una “durezza caratteriale” e di una capacità di “turbolenza” comportamentale che, a fronte di vari guai, avevano permesso loro di non soccombere nel confronto con un mondo sentito, non senza ragioni, inaffidabile e ostile.
La “durezza di carattere”, punteggiata dalle varie espressioni concrete di antisocialità, era diventata ben presto uno stile di vita, che sembrava cancellare il passato doloroso e offrire a questi giovani un’opportunità di vita “personale”, una fonte di relativa autostima e una “risorsa” potenzialmente capace di garantir loro anche una (precaria) sopravvivenza economica.
In realtà tuttavia, per il suo carattere “reattivo” obbligato, per l’ipersensibilità ai torti “subiti” e per la tipica coazione a “farsi giustizia” da sé che comporta, l’organizzazione difensiva antisociale non consentiva ai suoi possessori un buon adattamento alla complessità della vita emozionale adulta, né tantomeno la stabile acquisizione delle competenze relazionali richieste dalla convivenza civile. Essa “regalava” soprattutto, come già detto, il “lasciapassare” per continui guai giudiziari, progressiva emarginazione lavorativa e sociale, gravi malattie e morte anzitempo…
Ciononostante, i giovani antisociali non potevano più rinunciare alla propria identità “malavitosa”, coi suoi specifici valori, pena il riemergere per il loro Io-Sé di guai molto maggiori, di ansie destabilizzanti insostenibili. Ansie che spiegavano anche, ritengo, il frequente fallimento dei programmi di recupero sociale iniziati da questi giovani, nella misura in cui tali programmi tendevano – ovviamente – a mettere in crisi la loro organizzazione antisociale.
[Dopo alcuni anni di “buon lavoro”, avevo avuto talora il privilegio di cogliere i rari momenti di sconforto in cui alcuni di questi giovani “delinquenti” si erano permessi di aprire il loro duro guscio caratteriale e lasciar trasparire, ma solo per poco, il bambino sofferente, “tradito”, bisognoso d’affetto e sostegno, che un tempo erano stati e che in fondo, anche se dovevano dimostrare il contrario, continuavano ad essere. Momenti fortemente esplicativi e toccanti].


UNA DIFFERENZA ANTROPOLOGICA

In riferimento ai processi adolescenziali di “individuazione-separazione”, sembrava effettivamente che lo stile antisociale di vita rappresentasse per l’adolescente in causa la conquista di un’identità definita, che gli consentiva di differenziarsi dal mondo materno – il mondo dei “bambinoni” imbelli (tipo Andrea) – e di raggiungere l’identità di genere, la “virilità” che gli permetteva di identificarsi col padre (anche se assente) e coi “miti” malavitosi del quartiere, di ottenere “il rispetto” dei coetanei (nonché l’ammirazione delle coetanee) e provare a diventare egli stesso “mito”.
Tuttavia, a ben vedere, il comportamento antisociale – come la tossicodipendenza per Andrea – non poteva essere considerato l’effetto di una reale conquista identitaria. A parte il frequente condizionamento culturale ambientale (se non familiare) in direzione dell’antisocialità, spesso questi giovani erano stati chiamati fin da ragazzini a fare i “mariti/padri” nella propria famiglia d’origine, “svuotata” e impoverita anzitempo dall’abbandono paterno; ed erano riusciti a far ciò – in qualche modo – solo potenziando abnormemente la loro attitudine violenta, con tutte le inevitabili complicazioni del caso. In realtà dunque, questi giovani si erano dovuti “aggrappare” alla durezza di carattere e all’antisocialità per sopravvivere, nelle condizioni personali, familiari e sociali date. Non si poteva dire che quella antisociale fosse una scelta consapevole di vita, anche se questo era ciò che “orgogliosamente”, anche in difesa della propria famiglia d’origine, la gran parte di essi sosteneva.


SULL’USO “ANTISOCIALE” DELLE SOSTANZE

Una volta chiariti in qualche misura questi aspetti specifici dell’antisocialità, si trattava ora di fare riferimento alla “complicazione” rappresentata dall’uso di sostanze, così frequente fra questi giovani; complicazione che me li aveva fatti conoscere, portandoli al SerT. E dunque: che ruolo giocavano le sostanze nell’economia psichica dei giovani antisociali? Quali differenze con la tossicodipendenza di Andrea?
Anzitutto (sto generalizzando) la dedizione all’uso di sostanze da parte di questi giovani non inaugurava in genere il loro comportamento “deviante”, comportamento che datava per essi già da tempo e annoverava, a partire dall’abbandono scolastico precoce, espressioni ben più eclatanti dell’uso di sostanze (per es., spaccio e rapina).
In altri termini, per i giovani “di borgata” fare uso (anche precocissimo) di sostanze non era stato, come per Andrea, un evento “scandaloso”; in alcuni casi si era trattato anzi di una sorta di normale “passaggio di consegne”, stante che fratelli maggiori, zii e cugini – quando non si trattava di padri o madri – offrivano solidi esempi (vanamente sconfessati a parole) in direzione dell’uso di sostanze.
Se per Andrea le sostanze avevano rappresentato in adolescenza un perno (molto fragile) attorno al quale organizzare uno svincolo dalla famiglia d’origine, per questi giovani le sostanze non sembravano aver svolto lo stesso ruolo, anche perché esse erano intervenute generalmente dopo l’inizio del “disturbo della condotta”.
Per quanto emergeva dalle anamnesi e veniva confermato dagli esami clinici, i giovani “antisociali” che erano diventati tossicodipendenti, lo erano diventati non solo precocemente, ma anche in maniera grave (tossicologicamente parlando). Ciò sembrava fosse avvenuto soprattutto per il facile accesso che essi avevano avuto alle sostanze e per la veemenza caratteriale o l’abilità antisociale con cui avevano saputo mantenere la posizione acquisita.
Senza nulla togliere a questo dato, c’era tuttavia da continuare a ricordarsi che l’organizzazione antisociale con cui questi giovani si erano avvicinati alle sostanze, era un’organizzazione difensiva “inadeguata”, che permetteva sì di tenere a bada alcune ansie e difficoltà di partenza, ma solo lasciando spazio ad altre ansie e difficoltà. Non vi era dunque di che stupirsi se numerosi giovani antisociali (spesso criticati da quelli che rimanevano fedeli all’antisocialità “pura”) erano diventati assuntori abituali di sostanze, nel tentativo di risolvere le proprie criticità.
Tuttavia, che le sostanze potessero servire, ad esempio, al controllo dell’impulsività antisociale, veniva fieramente negato da questi giovani, stante che per essi (molto più che per Andrea) l’ammissione delle proprie difficoltà psichiche era bandita, a favore dei discorsi sulla ricerca del “piacere” e sulla “necessità fisica” determinatasi, come cause uniche della loro tossicodipendenza.
Dovevo comunque ammettere che per questi giovani la dedizione alle sostanze non appariva così “necessaria”, dal punto di vista psicologico, come sembrava esserlo stata per Andrea. Ciò dipendeva verosimilmente dalla maggior forza dell’Io in gioco, la stessa che faceva apparire l’antisocialità una patologia meno grave di quella “schizoide”. Ma questa relativa maggior forza dell’Io, così come non rendeva psicologicamente “normale” l’antisocialità, allo stesso modo non collocava la tossicodipendenza dei giovani antisociali nell’area del “puro vizio” o della pura malattia biologica. Al contrario, era proprio il potente effetto ansiolitico e antidepressivo fornito dalle sostanze ciò che, a mio parere, spiegava il grande successo di esse anche fra questi giovani. Come potevano proprio essi, che riuscivano ad ottenere facilmente le “preziose materie prime”, privarsi di entrare in quella “dimensione speciale” da queste fornita, nella quale gli aspetti spiacevoli della realtà potevano essere almeno per un po’ “cancellati”?
Si trattava di una modalità difensiva diversa e quasi opposta, rispetto alla reattività antisociale; una modalità che poteva comunque essere incorporata pienamente e con soddisfazione nell’organizzazione psichica complessiva di questi giovani. Non a caso, quando arrivavano al SerT, essi avevano già eletto le sostanze a parte irrinunciabile della loro esistenza. La dipendenza dalle sostanze, nonostante tutti i guai aggiuntivi apportati, si era fatta per questi giovani importante quanto la dipendenza originaria dalla “strutturazione antisociale”, un tutt’uno che, insieme alla frequenza al SerT, alla larga dalle richieste di disinto ssicazione,  delineava sempre più il loro modo di stare al mondo. [Anche perché, peraltro, lo status di tossicodipendente consentiva a questi giovani di accedere alle misure alternative alla detenzione, in caso di condanne penali].
Naturalmente, la dedizione alle sostanze si poteva inserire a pieno titolo anche nella dinamica “deprivazione-risarcimento”, di cui abbiamo già parlato; nel senso che  le sostanze (e poi il farmaco sostitutivo) potevano rappresentare per questi ex bambini uno dei tanti “risarcimenti” loro dovuti dalla società.
L’uso delle sostanze appariva poi funzionale per questi giovani a varie altre esigenze specifiche: a volte a un più efficace o, meglio, più disinibito compimento di azioni violente, malavitose; più spesso, alla sopravvivenza psichica in difficili situazioni esistenziali (ad esempio “affrontare la strada”, per le giovani prostitute); altre volte a contrastare l’impatto delle ansie persecutorie, indotte dall’attività antisociale stessa; infine a lenire le angosce depressive (d’abbandono, di autosvalutazione, di perdita di speranza, ecc.) che erano state in massima parte “negate” (ma non cancellate) proprio attraverso la “durezza caratteriale”, e che la vita – come sappiamo – tende a riproporre in continuazione.
Quest’ultima funzione sembrava creasse una sottile affinità fra i tossicodipendenti antisociali e Andrea, fra i loro due tipi di “fragilità dell’Io”. Sulla stessa linea di considerazioni mi pareva che, in alcuni tossicodipendenti definibili “antisociali”, l’Io di prima della deprivazione fosse rimasto così gravemente “fragile” da non aver reso possibile una vera strutturazione antisociale e che pertanto il legame con le sostanze avesse in questi casi una funzione “difensiva” più importante dell’antisocialità, una funzione in qualche modo “strutturante” per l’Io, non dissimile da quella che aveva avuto in Andrea.
CONSIDERAZIONI CLINICHE

Si poteva naturalmente sostenere che le relazioni interpersonali dei tossicodipendenti antisociali fossero funzionali soltanto ad ottenere qualcosa dall’altro, e che l’Altro fosse importante per essi soltanto nella misura in cui forniva “l’aiuto” richiesto (relazione “narcisistica” dell’antisociale, sulla quale insiste molto Kernberg) [10]. Per quanto questa considerazione generale sembrasse clinicamente fondata, mi sembrava anche che, se staccata dal contesto della “deprivazione”, essa impoverisse il discorso e tagliasse fuori da esso qualunque possibilità terapeutica per questi giovani.
Beninteso, anche riuscendo a comprendere le motivazioni più profonde del loro disturbo di personalità, non era per niente facile interagire clinicamente in maniera costruttiva coi tossicodipendenti antisociali, specie all’inizio, e specie se, come di regola, erano già transitati nell’orbita delinquenziale. Avevo sperimentato più e più volte come medico SerT la difficoltà di far fronte alle dinamiche relazionali messe in moto da questi pazienti.
Un primo aspetto degno di nota era che i giovani antisociali, “votati all’agire” più che alla riflessione – ovvero in costante atteggiamento “maniacale” – rifiutavano quasi tutti una psicoterapia, ciò che, tra l’altro, rendeva difficile conoscerli approfonditamente. A questo proposito, sembrava di capire che anche per essi – come, in forma più grave, per Andrea – un legame profondo con l’operatore fosse desiderabile ma minaccioso, nella misura in cui ci si poteva affezionare a lui e venire di nuovo delusi, abbandonati. Essi accettavano di buon grado soltanto la terapia farmacologica sostitutiva (nell’illusione che il legame con essa fosse meno impegnativo) cercando peraltro di piegarne l’erogazione alle loro “pretese”, vissute naturalmente come diritti”; così che sul medico del SerT incombeva, almeno inizialmente, tutta la “pressione antisociale” di questi pazienti.
Era tipica, in particolare, la capacità del paziente antisociale di costringere il medico (specie se inesperto) a occuparsi immediatamente di lui e ad accettare le sue richieste: prima con la manipolazione (accentuazione del malessere, bugie, imbrogli, “trasferimento” della colpa dei propri mali sull’operatore, ecc.) poi, nel caso fosse necessario, con le minacce e gli agiti “dimostrativi”. Come se per l’Io “antisociale” fosse impossibile tollerare le attese, le frustrazioni, le regole (verosimile riproposizione della deprivazione) o soffermarsi a prendere in considerazione le ragioni degli altri.
Avrei capito solo più tardi che “costringere” gli operatori del SerT ad occuparsi immediatamente di lui era proprio anche un modo, per questo giovane, di negare l’intollerabile necessità d’aiuto che era derivata dalla deprivazione infantile, e alla quale egli aveva poi risposto con l’antisocialità. Come se potesse evitare il riaprirsi della spinosa questione della dipendenza dagli altri negandola, “agendo” ancora una volta il pensiero: “non è l’altro che mi concede, sono io che ho ottenuto e posso ottenere sempre con le mie forze, con la mia prepotenza”.
Ma era veramente difficile, anche per noi operatori del SerT, vedere il comportamento “prepotente” e manipolatorio del tossicodipendente antisociale come espressione di “fragilità” del suo Io-Sé, come segnale della sua impossibilità di fidarsi e come disperata negazione del suo bisogno di aiuto. Era molto più facile vedere tale comportamento come espressione di “cattiveria” da punire…
I tossicodipendenti antisociali più violenti (quelli, secondo Winnicott, deprivati soprattutto in termini di presenza paterna) avevano un intenso bisogno di mettere alla prova il SerT nella capacità di contenere la loro distruttività, ovvero avevano bisogno di trovare un ambiente “fermo” che limitasse i loro “agiti onnipotenti” e che li riportasse alle caratteristiche della realtà condivisa. Dovevo al proposito constatare che spesso, dopo un “litigio” con uno di questi pazienti, conseguente a un “no” da me dovuto, ma da lui non accettato, se riuscivo a “sopravvivere” e a mantenere la relazione terapeutica nei soliti binari di correttezza, potevo osservare la stessa migliorare “miracolosamente”, prendere quella “consistenza” professionale ed umana che fino a quel momento non era stata ancora raggiunta. Il paziente sembrava rinfrancato dall’avere a che fare con qualcuno che sapeva anche dirgli di no, reggere in qualche misura la sua tendenza distruttiva, senza al tempo stesso rifiutarlo (abbandonarlo) o mettere in atto ritorsioni.
Ciononostante, spesso l’ambiente di contenimento per questi tossicodipendenti più violenti non poteva essere fornito dalle Istituzioni socio-sanitarie (Comunità compresa) ma solo dalle più forti Istituzioni giudiziarie.

Forte dell’osservazione winnicottiana, secondo cui nell’individuo antisociale la speranza inconscia di “riparare” il “torto” originario subito è praticamente inestinguibile, avevo sempre cercato – nei limiti del possibile – di valutare per ogni “tossicodipendente antisociale” quanto ci fosse ancora in lui di “ferita viva”, potenzialmente analizzabile e curabile, sotto la corazza delinquenziale. Devo dire che nel corso degli anni, riuscendo a liberarmi dal pregiudizio morale verso il delinquente, a capire sempre meglio la sua problematica psico-sociale (alla quale, beninteso, nessuno è estraneo) e a fornire ovviamente le terapie adeguate, sono riuscito a “essere utile”, credo, anche ad alcuni pazienti adulti, che avevano già scontato molti anni di carcere. Essere utile non in termini di guarigione del paziente dalla “malvivenza” o dalla tossicodipendenza, certo, ma in termini ad esempio di riduzione della frequenza degli agiti antisociali, maggior tendenza alla riflessione, migliore adesione alla terapia, a un eventuale lavoro, ecc. Come se, grazie al fatto di essere stato preso in cura e “incontrato nelle sue difficoltà più profonde” (A. Giannakoulas), senza pregiudizi, appunto, ma anche senza compiacenze, si fosse verificata nel paziente una parziale, momentanea, ma significativa riappacificazione col mondo.


Ringraziamenti

Vorrei ringraziare l’amico e collega dott. Carletto Boi (ex Responsabile SerT, attualmente in pensione) per la “supervisione” che con premurosa pazienza ha effettuato su questo mio lavoro.
BIBLIOGRAFIA

1. Laplanche Pontalis. Vocabulaire de la psychanalyse. Paris: Presses Universitaires de France, 1967. [Trad. it. Enciclopedia della psicoanalisi. Bari: Laterza Editore, 1990 sesta edizione (pp. 252-269)].
2. Winnicott DW. Collected Papers. Through paediatrics to psycho-analysis. London: Tavistock Publications, 1958. [Trad. it. Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: G. Martinelli Editore, 1975 (pp. 275-290)].
3. Rosenfeld HA. Psychotic states: a psycho-analytical approach. London: Hogarth, 1965. [Trad. it. Stati psicotici. Un approccio psicoanalitico. Roma: Armando Editore, 1973 (pp. 126-140 e 210-234)].
4. Cancrini L. Quei temerari sulle macchine volanti. Roma: Carocci Editore, 1982.
5. Winnicott DW. The maturational processes and the facilitating environment. Studies in the theory of emotional development. London: The Hogarth Press and the Institute of Psycho-Analysis, 1965. [Trad. It. Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore, 1970 (pp. 177-190)].
6. Bowlby J. Maternal care and mental health. Bull World Health Organ 1951; 3: 355-533.
7. Champagne DL, Bagot RC, van Hasselt F, et al. Maternal care and hippocampal plasticity: evidence for experience-dependent structural plasticity, altered synaptic functioning, and differential responsiveness to glucocorticoids and stress. J Neurosci 2008; 28: 6037-45.
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9. Winnicott DW. Deprivation and delinquency. The Winnicott Trust, 1984. [Trad. It. Il bambino deprivato. Le origini della tendenza antisociale. Milano: Raffaello Cortina, 1986 (pp. 152-160)].
10. Kernberg OF. Aggression in personality disorders and perversions. New Haven/London: Yale University Press, 1992. [Trad. It. Aggressività, disturbi della personalità e perversioni. Milano: Raffaello Cortina, 1993 (pp. 86-91)].