L’efficacia psichica delle droghe

Francesco Colacicco1


Particolarmente dedicato ai medici e agli operatori della salute, l’articolo col­locato in questa sezione risponde a una domanda fondamentale sulla possibilità di utilizzare, fuori dal campo in cui esso nasce, il sapere che origina dal lavoro degli psicoterapeuti.


Especially adressed to practitioners and other health specialists, the article placed in this section answers to the main question on the possibility to make use of the knowledge resulting from the work of psychoterapists outside the field in which it is born.


Dedicado especialmente a los médicos y demás profesionales de la salud, el artículo presentado en esta sección responde al tema fundamental sobre la posibilidad de utilizar los conocimientos derivados del trabajo de los psicoterapeutas fuera de su campo original.



Sulla base della mia esperienza, svolgendo da anni un lavoro di supervisione in diversi servizi pubblici per le tossicodipendenze, ho potuto verificare il progressivo invecchiamento degli utenti in carico ai SerT, ancora in larga maggioranza eroinomani, nonostante lo sviluppo di un fenomeno nuovo che coinvolge i giovani tra i 25 e i 30 anni. La popolazione di assuntori di droghe oggi è molto eterogenea: si tratta di giovani adulti emarginati ma anche di persone ben integrate, di figli di genitori tossicodipendenti, di minori coinvolti in situazioni di dipendenza, di tossicodipendenti in carcere, di extracomunitari illegali. Tanti, troppi, sono i tossicodipendenti nelle carceri e tanti, troppi, i dipendenti che non utilizzano i servizi e che da questi non vengono intercettati.
I casi clinici di cui ci parla Marras sono due utenti “classici” del SerT. I protagonisti del suo racconto non sono solo i pazienti e le loro famiglie, è la storia del rapporto terapeutico che nel tempo costruiscono i pazienti ed i loro “curanti”, del legame tra il servizio ed i suoi utenti, di come le storie personali e familiari si intrecciano e di come attraverso l’analisi e la comprensione di questo intreccio crescono i livelli interpretativi del lavoro terapeutico. Il racconto ci aiuta a capire come l’evoluzione dell’azione terapeutica sia anche frutto della dialettica tra il mito familiare del paziente e quello del suo terapista, delle rappresentazioni familiari che si portano in testa.
Ho trovato particolarmente stimolante la lettura di questo articolo. Parlando di fragilità dell’Io nei tossicomani, Marras rimanda subito al tema dell’efficacia psichica delle droghe, come se anche a questo livello si ponesse una questione che è cruciale e indispensabile affrontare in terapia per dare significato al sintomo.
Partendo dallo studio dell’eziologia della sessualità, Freud, nel 1931, scrisse che chi ha una costituzione pulsionale particolarmente sfavorevole e non ha correttamente effettuato la trasformazione e il riordinamento delle proprie componenti libidiche, difficilmente potrà raggiungere la felicità partendo dalla sua condizione esterna, specie quando si troverà davanti a compiti difficili. Come ultima tecnica di vita, che gli consente almeno soddisfacimenti sostitutivi, ha la malattia nevrotica, che spesso comincia ad utilizzare fin dall’infanzia. Chi poi crescendo vede delusi i propri sforzi per star bene, trova consolazione procurandosi piacere tramite le droghe, oppure si butta in quel disperato tentativo di rivolta che è la psicosi [1].
Glover in seguito descrisse le tossicomanie di transizione ed a proposito di queste sostenne che i rapporti di amore e di odio con gli oggetti dei genitori sono al centro delle fantasie inconsce primitive simbolicamente drammatizzate attraverso il consumo compulsivo di droghe [2]. Nella tossicomania il sistema sessuale inconscio che viene attivato o da cui ci si protegge è pre-genitale e si accompagna ad una forte carica di sadismo. Le fissazioni familiari si collocano fra i due e i tre anni e mezzo di età e quanto più primitivo è il sadismo inconscio, quanto più grave è la forma di tossicomania. In questi casi la droga è a livello inconscio un oggetto esterno che racchiude in sé le caratteristiche originarie di amore e odio dell’uno o dell’altro dei genitori. Un oggetto esterno pericoloso così come pericoloso venne vissuto il rapporto con i propri genitori.
Prendere la droga, soprattutto quando iniettata, è una manifestazione di potere, della capacità di contenere, di imprigionare incorporandola la sostanza minacciosa. Il sollievo prodotto, inoltre, attraverso la sua assunzione (fa star meglio o comunque meno peggio, riduce l’ansia e il senso di colpa) “convince” l’inconscio dell’opportunità di ripetere l’esperienza, sicuramente più piacevole di quella dell’incontro avuto con i genitori. La droga diventa così la fonte di piacere e di amore più sicura di cui il tossicomane può disporre.
Uno dei due pazienti di Marras è sociopatico [3-5]. Il sociopatico mette in atto azioni contro:
– la società, ad esempio attraverso comportamenti criminali;
– la famiglia, ad esempio trascurandola e sviluppando condotte comportamentali di tipo violento e/o di promiscuità sessuale;
– se stesso, abusando di alcool e droghe, abbandonando il lavoro e tentando il suicidio.
Si tratta di persone incapaci di sviluppare e mantenere legami affettivi e la cui infanzia è stata turbata dalla morte, dal divorzio, dalla separazione dei genitori o da altri eventi in grado di determinare la rottura dei più importanti legami affettivi del bambino.
Dallo studio dell’ontogenesi dei legami affettivi sappiamo che il piccolo nasce con la predisposizione ad avvicinare ciò che è familiare e ad evitare ciò che è estraneo. I legami affettivi si strutturano su relazioni diadiche (i partner di una coppia, la madre col proprio figlio) e coesistono con gli stati emotivi soggettivi: molte emozioni umane si associano all’andamento dei legami affettivi che, per questa ragione, vengono definiti anche legami emotivi. Una minaccia di perdita causa angoscia, la perdita causa sofferenza: entrambe le situazioni possono provocare collera. Il comportamento aggressivo sembra assolvere ad una funzione di mantenimento dei legami affettivi: si attacca per mettere in fuga l’intruso o per punire l’altro/l’altra colpevole del tradimento. Ecco di nuovo l’efficacia psichica delle droghe, a cosa servono.
Le persone sviluppano progressivamente una mancanza di fiducia nelle loro figure di attaccamento, ritenute inaccessibili e indisponibili, adottando due diverse strategie: una, per restare in stretto contatto con loro per assicurarsi tutta la loro possibile disponibilità (attaccamento ansioso o immaturo); l’altra, per vendicarsi, mostrando distacco dagli altri, diventando aggressivi e violenti, rifiutando le regole sociali, agendo veri e propri comportamenti delinquenziali (comportamento antisociale). Questa seconda tendenza può anche alternarsi alla prima o fondersi con essa, è più frequente nei maschi e nei bambini provenienti da ambienti economicamente e culturalmente più deboli.
È evidente che qualcosa deve accadere nell’infanzia per diventare tossicomani, qualcosa che non si riscontra nella storia di un semplice consumatore di droghe [6].
Il bambino normale all’inizio non ha un “moi” differenziato, è fuso con sua madre; tra i sei e i diciotto mesi di vita comincia a differenziarsi e si scopre altro da sua madre. Uno specchio reale o simbolico gli rimanda l’immagine di sé: egli anticipa con l’immaginazione la conoscenza e la padronanza della propria unità corporea.
Nei bambini psicotici lo stadio dello specchio non verrà mai raggiunto e il bambino resta incapace di staccarsi dalla fusione con la madre. L’esperienza clinica mostra che colui che diventerà tossicomane, quando bambino sta per prendere coscienza del suo “moi”, quando la sua personalità sta per differenziarsi da quella di sua madre, finisce per trovarsi faccia a faccia con lo specchio, questo si infrange e va in pezzi. Al bambino arriva così riflessa un’immagine di sé in frantumi, incompleta e parziale. La carenza vissuta, le mancanze lasciate vuote dall’immagine frantumata dello specchio, spingono il soggetto indietro, lo rimandano a fondersi con sua madre, ripristinando il legame fusionale dal quale aveva cercato di evolvere.
Intravedere l’immagine di sé per subito perderla determina lo stato di incompletezza del tossicomane: il soggetto è insieme normale e psicotico, normale e perverso, un po’ un maniaco-depressivo, un po’ un ossessivo, con una sfumatura d’omosessualità.
Il destino del tossicomane è segnato dalla “malinconia di essere e non essere” e dalla “nostalgia per il paradiso perduto” (lo stato della fusione). La sua sofferenza è fatta di rabbia e impotenza.
L’incontro con la droga rinnova la speranza dell’incontro con l’immagine di sé appena intravista.
Ecco ancora l’efficacia psichica delle droghe. Gli effetti di questi prodotti fanno sì che ci si senta “in un bozzolo, in uno sciropposo tiepido bagno” e di nuovo piccoli (nella fase pre-genitale), desiderosi di riempire il vuoto dello specchio, sanare la frattura originaria, superare l’angoscia.
Sono queste crepe, questa carenza antica, che più tardi la persona cercherà di colmare attraverso le droghe, nel tentativo disperato di ricollegare i pezzi e avere un’immagine completa di sé.
Guardando ai “vantaggi” legati all’uso delle droghe questo è quello che sommariamente avviene sul piano intrapsichico. Ogni buon clinico, tuttavia, sa che la funzione positiva svolta dal sintomo quasi mai è solo sull’equilibrio personale di colui che lo manifesta (protetto dal conflitto che non può affrontare) ma anche e a volte soprattutto sull’equilibrio del gruppo di cui egli fa parte.
In “Grammatica e sintassi” [7], nella ricerca sulle costanti della costruzione terapeutica, di tutti quegli aspetti comuni che travalicano i confini del singolo approccio, Luigi Cancrini sottolinea con forza come apparentemente incomprensibile sia il sintomo:
a) segnala, ricordandolo o negandolo simbolicamente, il “fatto drammatico”;
b) è utile all’economia psicologica della persona che lo manifesta:
b.1. evitandogli il confronto con una realtà (conflitto) interna o esterna che una persona come lui non era (non è) in grado di tollerare perché troppo debole;
b.2 evitandogli il confronto con una realtà interna o esterna inaccettabile per chiunque;
b.3. consentendogli di svolgere una funzione utile ad altri;
b.4. consentendogli di mantenere la sua lealtà ad un mito strutturante il sistema di cui fa parte;
c) è utile all’economia emotiva di un sistema interpersonale:
c.1. evitando il confronto con una realtà inaccettabile per un sistema così debole;
c.2. evitando il confronto con una realtà inaccettabile per qualunque sistema;
c.3. consentendo di mantenere la lealtà ad un mito strutturante del sistema.


BIBLIOGRAFIA

1. Freud S (1931). Opere, voll. I, II, V, VI, X, XI. Torino: Bollati Boringhieri, 1989.
2. Glover E. La Psicoanalisi. Milano: Feltrinelli Editore, 1975.
3. Bowlby J. L’attaccamento alla madre. In: Attaccamento e perdita. Vol. 1. Torino: Bollati Boringhieri, 1972.
4. Bowlby J. La separazione dalla madre. In: Attaccamento e perdita. Vol. 2. Torino: Bollati Boringhieri, 1975.
5. Bowlby J. Costruzione e rottura dei legami affettivi. Milano: Raffaello Cortina, 1982.
6. Olievenstein C. Evoluzione delle tossicoterapie nell’arco di dieci anni. Difesa sociale 1982; 41: 1.
7. Cancrini L. La Psicoterapia: grammatica e sintassi. Manuale per l’insegnamento della psicoterapia. Roma: NIS, 1987.