Formare psicologi psicoterapeuti.
Riflessioni su una realtà non del tutto scontata
Rita Sabatini1

Riassunto. Il rapido evolvere della società italiana e del sapere induce a fare alcune considerazioni sulla formazione che diventa un processo riflessivo sia per l’allievo sia per i didatti. Si osservano alcune variabili significative che riguardano gli attori della formazione e stanno producendo cambiamenti sia a livello analogico sia a livello dei contenuti e degli obiettivi della formazione stessa, che non può più ignorare l’intervento nei contesti non terapeutici. Essa deve preparare i futuri psicoterapeuti al lavoro terapeutico in stanza di terapia e al lavoro di intervento multidimensionale e di rete con i servizi sociosanitari, educativi e il mondo del lavoro. I nostri allievi, più flessibili di un tempo, forse sono pronti a questi cambiamenti più dei loro didatti, preoccupati dallo scenario della crisi economica; è opportuno considerare l’aumento esponenziale della richiesta di aiuto psicologico che, con determinazione, viene avanzata e apre nuovi scenari di intervento ai nostri allievi.

Parole chiave. Trasformismo, relativismo, lavoro multidimensionale, contesti non terapeutici, ecomappa dell’allievo, crisi sociale.


Summary. To train psychologists psychoterapists. Reflections of a reality not at all obvious.
The rapid evolution of Italian society and knowledge lead us to make some considerations on the formation becomes a reflective process for both the student and for teachers. There are observed some significant variables affecting the players in training and are producing changes in both analogue and at the level of content and objectives of the training itself can no longer ignore the contexts in non-therapeutic intervention. It must prepare future therapists to work in the therapy room and therapeutic work to multidimensional intervention and network with health and social services, education, and employment. Our students a more flexible than before may be ready for these changes more than their teachers worried about the scenario of economic crisis; should consider the exponential increase in the demand for psychological help that, with determination, is advanced and opens new options for action to our students.

Key words. Transformism, relativism, multi-dimensional work, non-medical contexts, eco-map pupil, social crisis.


Resumen. Capacitar a los psicólogos psicoterapeutas. Reflejos de una realidad no del todo evidente.
La rápida evolución de la sociedad italiana y el conocimiento nos lleva a hacer algunas consideraciones sobre la formación que se convierte en un proceso de reflexión tanto para el estudiante como para los profesores. Se han algunas variables importantes que afectan a los jugadores en el entrenamiento y están produciendo cambios, tanto en analógico como en el planode los contenidos y objetivos de la formación misma no puede seguir ignorandolos contextos en no terapéuticos de intervención. Debe preparar a los futuros terapeutas para trabajar en la sala de terapia y el trabajo terapéutico con la intervención multidimensional y de red con los servicios sociales y de salud, el mundo del trabajo. Nuestros estudiantes, más flexible de un tiempo, podría estar listo para estos cambios más que sus profesores, preocupados por la situación de crisis económica, vale la pena considerar el aumento exponencial de la demanda de ayuda psicológica que, con determinación, se avanza y abre nuevas opciones para la acción a nuestros estudiantes.

Palabras clave. Transformación, relativismo, trabajo multi-dimensional, contextos no terapéuticos, ecomapa de los alumnos, crisis social.



Nel rapidissimo mutare della società italiana, registriamo un trasformismo che caratterizza oggi molti apprendimenti e competenze, tra queste, quelle psicologiche e psicoterapeutiche. A fronte di tale fenomeno, che ci lascia spesso confusi e interdetti, le nostre conoscenze teoriche e i nostri pregiudizi mentali subiscono scossoni tali da creare profonde crepe e incongruità nel sapere che viene trasmesso durante il processo formativo che, ovviamente, riguarda sia gli allievi sia il processo auto-riflessivo insito nella didattica.
Il relativismo esasperato di cui questo trasformismo si nutre ci pone almeno due ordini di problemi: il primo riguarda il livello contestuale e l’ecosistema lavorativo dell’allievo; il secondo la crescente implosione di teorie e di nuove situazioni esistenziali e sociali che si presentano in stanza di terapia, indicatori di un disagio psicologico in aumento esponenziale. Negli ultimi venti anni, questo disagio non più percepito in relazione solo al singolo, ma spesso alla coppia e ai figli, chiede risposte di cura che la psicofarmacologia ha dimostrato di non poter dare così come, a dispetto dei più importanti sostenitori, neanche i modelli teorici individuali appaiono risolutori.
La complessità del fenomeno è tale per cui è impossibile “nascondere la testa sotto la sabbia” come fanno le istituzioni. Il desiderio di lavorare dei nostri, giovanissimi allievi, oggi, li sta spingendo ad accettare situazioni sempre meno professionali e squalificanti, vissute come ineluttabili condizioni o “pegni da pagare” per entrare nel mitico mondo del lavoro, senza un briciolo di critica. I giovani professionisti sono sedotti da una subdola retorica giustificativa e mistificante: “dovete imparare prima di lavorare…, non sapete fare…, non ci sono i soldi” che il sistema politico e sociale propugna mediaticamente, giorno dopo giorno, in una sorta di lavaggio del cervello pieno di moralismo colpevolizzante e, dunque, violento.
Riguardo la seconda problematica (l’implosione di teorie e pseudo-teorie), è opportuno considerare che la supervisione diretta diventa particolarmente complessa quando, ad esempio, “in stanza di terapia”, dimensione contestuale vissuta a mio parere ancora in modo sacrale ed enfatico, si presentano realtà esistenziali impensabili fino a pochi anni fa, che creano non pochi problemi a noi e agli allievi. Quali parole usare per descrivere e per intervenire sulle nuove relazioni parentali e omo-genitoriali che oggi si affacciano all’intervento terapeutico, come realtà consolidate soltanto nei paesi del Nord America e del Nord Europa?
E come lavorare su queste, e su altre problematiche sociali in mutamento, con allievi che provengono spesso da contesti culturali e sociali profondamente diversi? Spesso incontriamo allievi che provengono dall’entroterra urbano di provincia che, grazie al proliferare delle università, hanno studiato e vissuto la loro vita sempre in famiglia e conosciuto scenari di vita ristretti, mentre altri hanno vissuto in centri urbani più ampi, dove contemporaneamente convivono realtà tradizionali ancorate a valori ben definiti e realtà connotate da rotture traumatiche degli stessi. Essi appaiono in cerca di verità e di nuovi strumenti teorici di “lettura” che li affascinano, ma, più spesso, appaiono rassegnati e condizionati dal modello di insegnamento universitario che risponde a logiche occupazionali interne all’università e non ai bisogni formativi dei giovani studenti. Allievi che al momento, come ripetuto e commentato ampiamente e amaramente al convegno per i didatti svoltosi a settembre 2011 all’EMMCI di Torino, non lavorano come psicologi, se non nel privato, o che, per mantenersi, devono sopportare lavori non consoni al loro sapere costruito in ben nove-dieci anni di formazione universitaria e post-universitaria!
Riprendendo il tema dell’appartenenza, centrale nella riflessione di Vinci [1], mi viene da pensare quale identità è generata da questa “appartenenza”. Essa è descritta ampiamente da Serres [2] come caratterizzante per differenza, la vecchia dalla nuova generazione di psicologi e terapeuti, tra i quali alcuni sono divenuti didatti appartenenti a quella fascia d’età che potremmo collocare tra i quaranta e i settanta anni. Terapeuti appunto che hanno costruito anch’essi con fatica l’identità di psicologo. L’appartenenza di allora, voglio ricordarlo, riguardava anche l’avere scarsissime opportunità di lavoro, e il dover accettare lavori non esclusivi dello psicologo o dello psicoterapeuta familiare; in sintesi, non era migliore di quella di oggi. Ricordiamoci i primi lavori della Selvini e della sua équipe sul ruolo dello psicologo nelle istituzioni pubblicati nei bei libri il “Mago smagato” [3] e “Sul fronte delle organizzazioni” [4].
Nelle situazioni peggiori, il lavoro psicologico era considerato come una stranezza o rappresentava una diminutio capitis rispetto a professioni prestigiose come quella del medico, dell’ingegnere o almeno del professore che nel caso di una donna si addiceva “giusto punto”.
Siamo oggi in presenza di una generazione di psicologi e psicoterapeuti filiata dalla precedente, insicura e poco coesa, in cerca di un’identità lavorativa, tutta da costruire nei contesti clinici riabilitativi assistenziali educativi, raggiunta solo in parte con l’istituzione della psicoterapia che viene riconosciuta in Italia negli anni ’90. Siamo, oggi, nuovamente, delibera aziendale dopo delibera regionale, piani sanitari che si contraddicono, seguiti da rettifiche e da strane prese di posizione di categoria, ora dei neuropsichiatri, ora dei fisioterapisti, infine di qualche consulta dei “sancta sanctorum della ricerca medica” e chi più ne sa, più può precisare, siamo di nuovo apparentemente a zero prospettive e dunque, anche oggi, nella ridondante ciclicità di cui è ricca la vita di noi umani, si ripresenta come una profezia che si auto-avvera o una maledizione di cui non ci si è ancora liberati, una situazione culturale in piena crisi di valori confusa e materialista. Gli spazi operativi di accoglimento e di rappresentazione della cura al disagio psicologico diventano baluardi dei più “forti” cioè di chi è collegato alla farmacologia e ai centri di potere politico gestionale e che la legge Basaglia ha solo sfiorato. Lì dove, per incapacità e difficoltà marcata a fare squadra e a tutelarci fuori dalla stanza di terapia, quella illusoria stanza vissuta da molti come un luogo infine di potere, gli psicologi restano confinati e impigriti, guaritori illusi e sconfitti che, a mio parere, hanno esercitato un rispettoso e ossequioso potere, deboli che per grazia ricevuta possono condividere qualcosa con i più forti. Non potrebbe essere diversamente per gli psicologi, generazione senza salde radici, con una identità debole (un po’ medici, un po’ filosofi, un po’ maghi per i più sempliciotti o i più sospettosi), caratterizzata da una genitorialità debole che ha generato un’assenza di progettualità sociale e culturale per i propri figli. Al contrario di ciò che accade per la categoria professionale dei medici, con identità professionali più forti, anche se in evoluzione o per qualcuno in involuzione rispetto all’insegnamento di un antenato importante come Ippocrate. La medicina ha impiegato molti secoli per affermarsi nell’Ottocento e dunque perché meravigliarsi di quanto, oggi, sia ancora debole l’identità, il ruolo, la positività culturale connessa all’“esperto dell’aiuto psicologico e psicoterapeutico”?
Ma a tale riflessione se ne impone un’altra: queste ultime generazioni di psicologi e allievi-psicoterapeuti, numericamente molto più consistenti rispetto alla nostra, ci fanno comprendere come il bisogno di dare voce ad una realtà emotiva di disagio esistenziale non più contenuto e vissuto dentro la dimensione religiosa e l’idea della malattia psichica sempre più radicatasi come problematica psicofisica non possano essere ignorati dall’imporsi della grave crisi economica.
Allora, nella burrasca in cui ci troviamo e galleggiamo, non possiamo pensare che tutto finisca e cadere in una condizione di burn-out come formatori che insegnano, pensando che sarà inutile il proprio lavoro. “Le idee ci guidano” e, dunque, ben vengano le riflessioni sulle idee o i pregiudizi del formatore. Penso, oggi, al formatore come a un umile traghettatore [5] nell’accezione della Schutzenberger, che da una sponda ad un’altra porta i viaggiatori avventurosi da una terra lasciata ad una che si vuole conquistare e abitare; traghetta, insegnando preziose strategie perché i suoi allievi imparino il complesso mestiere. Mentre questi imparano, soffrono sulla loro pelle e respirano nei loro polmoni aria sporca e aria pulita, vedono luci e nebbie, navigano acque placide e agitate, combattono fantasmi e personaggi reali… forse… incontrano loro stessi. Si tratta di un viaggio lungo che ha un inizio e che non finirà approdando alla riva opposta. Infatti, essi dovranno ripetere infinite volte e con i mezzi che sapranno trovare l’ardua impresa: a volte usando una barchetta, a volte una nave piccola e veloce.
Dunque l’identità viene a consolidarsi e definirsi nella formazione che oggi deve aprire ed ampliare gli orizzonti non più solo sulla terapia ma sulla capacità di agire nei contesti non strettamente psicoterapeutici dei servizi, e in quelli della vita culturale e sociale per migliorarne le qualità.
La riflessione sul tirocinio o sulla propria esperienza lavorativa (che abbiamo incluso nelle ore di training) ha proprio questa funzione, ma assorbe ancora poche ore della didattica e dovrebbe avere molto più spazio poiché rafforza nell’allievo la capacità di lavorare in modo multidisciplinare e di applicare il bagaglio sistemico nei diversi ambiti di lavoro. Per il didatta e il gruppo è momento di ulteriori conoscenze e di formazione trasversale alle diverse esperienze lavorative del gruppo preparando in modo pragmatico ad effettuare:
• l’analisi della domanda in contesti non terapeutici;
• interventi di negoziazione sulla conflittualità lavorativa e sui rischi di contesti disfunzionali;
• interventi di progettazione psicosociale adeguati alla problematica clinica;
• crescita del Sé terapeutico sperimentandosi fuori del contesto strettamente terapeutico.

Gli obiettivi sono molteplici e interessanti, visto il persistere di contesti di­sconfermanti il lavoro psicologico e psicoterapeutico.
Non è cosa da poco se un allievo in formazione impara già nella sua vita quotidiana e lavorativa a muoversi, consapevole della sua identità, dunque dei suoi compiti e delle sue aspettative di benessere anche professionale.
Riguardo il dislivello di sapere e di saper essere esistente tra il formatore e l’allievo, ritengo che esso sia meno profondo di un tempo. Le conoscenze con cui questi ultimi approdano alla formazione sono teoricamente più complesse, anche se forse molto eterogenee, ma essi possiedono molta più flessibilità e molte più capacità di stringere alleanze anche lavorative e di incontrasi nel gruppo, importante strumento e risorsa per la crescita individuale. Appaiono sì, a volte, poco consapevoli di problematiche che non hanno mai sperimentato ma molto più capaci di aiuto reciproco, meno dipendenti dalla “sacralità del didatta”, più “leggeri” ma non superficiali e capaci spesso di accettare lo stress formativo. Sto descrivendo un campione tipo di allievi che potrebbe non coincidere con quello dei colleghi di Torino o di Catania, questione in sé non determinante come invece i contenuti e le modalità che dovrebbero essere un filo di Arianna che guidi le scuole in modo similare. Molte differenze legate a visioni soggettive e autoreferenti impediscono a noi didatti l’accettare di esprimerci ed esporci senza insicurezze al dibattito comune. Il dibattito sulla didattica, anno dopo anno, rivela sempre più marcate differenze che aumentano il senso di incertezza o viceversa di profonda autonomia; esso rischia di restare ancorato ad uno implicito, che lo porta ad avvitarsi su di sé in un periodo in cui la coesione in senso lato potrebbe essere una ricchezza non trascurabile per formare i traghettatori.
Occorre pensare allo psicoterapeuta allievo come ad un operatore che abbia un futuro nei servizi sanitari e psicosociali o in quelli scolastici o assistenziali, nonostante la crisi attuale, e prepararlo a difendere un profilo professionale utile e necessario, e non spendibile solo in stanza di terapia e dunque nel privato.
BIBLIOGRAFIA
1. Vinci G. Formare in psicoterapia nel XXI secolo: suggestioni dal lavoro di Michel Serres. Ecologia della mente 2011; 34: 125-30.
2. Serres M. Educare nel XXII secolo. Parigi, Institut de France, 11 Marzo 2011.
3. Selvini Palazzoli M, Cirillo S, Ghezzi D, et al. Il mago smagato. Milano: Feltrinelli, 1976.
4. Selvini Palazzoli M. Sul fronte dell’organizzazione. Strategie e tattiche. Milano: Feltrinelli, 1989.
5. Schutzenberger AA. La sindrome degli antenati. Roma: Di Renzo Editore, 2010.