Come eravamo.
Corsisti 32 anni fa e oggi
Rose Marie Galante1

Nei primi anni ’80 i corsisti delle nostre sedi tendevano ad essere attivisti politici nel vero senso della parola. Molti sono scesi in piazza e hanno combattuto un’utile battaglia per ciò che loro sentivano essere cause giuste e doverose. Lo slogan “Se non sei parte della soluzione sei parte del problema” fu preso a cuore e nessuno volle essere parte del problema. A quel tempo la questione principale per questi psichiatri e psicologi idealisti era il pre-esistente sistema sanitario che aveva permesso grandi abusi dei diritti dei pazienti. Le lezioni e il successo di Basaglia e i suoi discepoli erano ancora fortemente sentiti.
In quegli anni i formatori/supervisori furono percepiti dai corsisti più come compagni d’armi, combattenti per gli stessi obiettivi, piuttosto che come guide. C’era un’eccitazione e un’apertura per tutto ciò che era innovativo, anche se proveniva da altri paesi. Questa impressione dei corsisti di essere allo stesso livello dei supervisori, tutti insieme nella lotta per la nobile causa del miglioramento delle condizioni dei pazienti, fu alimentata dal fatto che, raramente, esisteva una significativa differenza d’età (e quindi di esperienze di vita) tra supervisori e corsisti.
In previsione del regolamento giuridico della professione psicologica, gli psicologi di tutte le età si stavano affrettando ad aggiungere alle loro qualifiche una formazione di psicoterapia. Non era inusuale avere corsisti che fossero molto più grandi dei supervisori, e molti dei corsisti erano coetanei. Ciò creò l’insolita situazione di avere gruppi di corsisti con una vasta esperienza di vita e forti convinzioni in competizione con i loro supervisori. Questo rappresentò una ricca e positiva fonte di stimolo per il dibattito al momento della discussione delle basi teoriche, ebbe invece un impatto pesantemente negativo al momento della supervisione diretta. Provare a guidare e coordinare il lavoro di un gruppo di professionisti battaglieri e fortemente dogmatici fu più o meno come provare a radunare gatti. Questo richiese un’immensa quantità di tatto e di pazienza, e delle volte i supervisori non furono all’altezza del compito. Mi ricordo molte situazioni nelle quali, dopo una preparazione dettagliata della seduta e degli obiettivi da perseguire, improvvisamente il corsista cambiava “rotta” durante la seduta e da ribelle seguiva un’altra direzione. Ci furono anche volte in cui il supervisore avrebbe citofonato e dato istruzioni durante una seduta e il corsista avrebbe bruscamente detto “NO”, riattaccando e ignorando il suggerimento. Un supervisore, totalmente esasperato, dopo una seduta particolarmente difficile con un corsista particolarmente ostinato che stava ignorando caparbiamente tutte le strategie precedentemente discusse e provocatoriamente anche i suggerimenti del supervisore al citofono, disse esattamente al corsista, alla Minuchin (sempre al citofono): “O segui le mie istruzioni o esci dalla stanza, altrimenti verrò dentro e ti sbatterò il citofono sulla testa”. Il corsista uscì dalla stanza stizzito e il supervisore entrò e continuò la seduta.
Il tranquillo processo di supervisione diretta di oggi è in forte contrasto con la “focosa” supervisione diretta di molti anni fa. Oggi esiste una indiscussa gerarchia che pone i formatori in cima. Questa gerarchia è apprezzata e addirittura voluta dai corsisti. I corsisti, che oggi sono più giovani dei loro supervisori (generalmente vi è una differenza di età di 20-30 anni), vogliono in realtà una figura autorevole, più grande, più saggia e più esperta che li guidi e mostri loro la strada. Questa significativa differenza di età tra supervisori e corsisti pone i supervisori nella generazione più vecchia come i genitori dei corsisti. Questo è importante, giacché molti dei corsisti vivono ancora a casa e sono dipendenti dai propri genitori, almeno economicamente. Da una parte, questo crea una rispettosa distanza, che a sua volta favorisce l’apprendimento; dall’altra, crea dipendenza, che invece limita la sperimentazione delle proprie iniziative, necessaria a promuovere crescita e maturazione. Oggigiorno è un evento raro che avvenga una discussione contestata con veemenza in cui il supervisore sia sfidato dal corsista riguardo all’adeguatezza delle proprie strategie terapeutiche.
Perfino durante la discussione di gruppo sugli interventi da attuare c’è un’accettazione rispettosa delle idee del supervisore quando vengono verbalizzate. Questo è proprio uno degli indicatori della distanza esistente oggi tra supervisori e corsisti.
Un altro classico esempio si verifica quando il supervisore è presente nella seduta insieme al corsista: il corsista soffre di un attacco acuto di mutismo fino a quando non esce il supervisore, in quello stesso momento miracolosamente si riprende. Alla domanda ai corsisti del motivo dell’improvviso attacco di insicurezza quando il supervisore è in seduta di terapia con loro, la risposta è sempre: “Non mi sentivo sicuro, non sapevo se ciò che avrei dovuto dire potesse essere giusto e non volevo interferire sul modo in cui stavi conducendo la seduta”. Apparentemente la differenza di età e di esperienze tra supervisori e corsisti intimidisce al punto da inibire la sperimentazione nel processo di apprendimento. Scopriamo la nostra vocazione nell’entrare di nuovo in un circolo vizioso di insicurezza: essa inibisce la sperimentazione, limitando l’accumularsi di esperienza, cosa che invece combatterebbe l’insicurezza.
Certamente le sfide della supervisione diretta restano ma ne è cambiata la natura. In passato il problema maggiore per il supervisore era cambiare le esistenti premesse e prospettive dei professionisti, abituati a lavorare sulla singola patologia individuale, attraverso la loro integrazione in un team che lavorasse sul passaggio da un sistema disfunzionale ad uno stato funzionale ben bilanciato. Ciò richiese un importante “cambiamento di testa”. Oggi una delle principali sfide per i supervisori sembra essere quella di incrementare la capacità dei corsisti di creare un progetto di terapia sistemica e di portarlo a compimento. Dunque vi è meno enfasi sul lavoro, sul singolo corsista, sull’ampliamento delle prospettive e sull’incremento della creatività, e più lavoro nel dare ampie opportunità all’esperienza e agli interventi di visione sistemica attraverso simulazioni e sedute registrate. Per promuovere un senso di sicurezza viene enfatizzato l’approccio di squadra e viene speso molto tempo per creare un reale senso di appartenenza ad un gruppo coeso. Il corsista non si sente mai solo dal momento che ha il supporto affettuoso dei suoi colleghi che gli sono accanto nella sua battaglia.
Solitamente oggigiorno non esiste il problema di cambiare gli attuali schemi di lavoro, come invece esiste quello di agevolare l’instaurazione di modelli di intervento sistemico e la capacità di creare un progetto terapeutico e portarlo a compimento.
C’era una vivace e fruttuosa discussione a Torino, all’incontro di tutti i formatori del CSTFR, sui cambiamenti nel processo di supervisione. Nell’ambito della discussione di questi cambiamenti, nel processo e quindi anche nei supervisori e nei corsisti, divenne evidente che le nostre varie sedi su tutta Italia avevano in comune molte delle stesse esperienze e delle stesse sfide. Fiduciosamente, insieme, possiamo creare nuove risposte e nuove soluzioni per questa giovane generazione di terpisti sistemici.
Se noi supervisori dovessimo trovare un’analogia nei nostri processi di evoluzione nel ciclo di vita della famiglia, sembrerebbe di aver saltato una generazione per essere passati dall’essere il fratello prestigioso della famiglia all’essere i benevoli, saggi e premurosi nonni. Come ciascuno sa, essere nonni è molto più semplice e più piacevole che essere genitori o fratelli competitivi. Tutto sommato sembra un passaggio positivo e naturale. Resta l’eterna questione su quali sfide ci porterà la prossima generazione di corsisti.