Per Patrizia e Mirella


Nel 1983, non ancora specializzato in psichiatria, iniziai a frequentare il training di formazione in psicoterapia sistemico-relazionale nella sede storica romana di viale Regina Margherita.
Come endocrinologo mi occupavo di infertilità di coppia presso la scuola di specializzazione nel Policlinico Umberto I, ma prevalentemente impiegavo il tempo delle visite specialistiche ambulatoriali ad esplorare con i partner aspetti complessi e controversi della loro vita di relazione. Trovava così conferma la mia inesauribile passione per la psicoterapia che sin dall’adolescenza mi aveva avvicinato alla lettura di Freud, Jung e Groddeck.
La decisione iniziale di formarmi nel modello accuratamente scelto per affinità con la mia visione del mondo e poi la specializzazione in psichiatria sono state tappe fondamentali di un percorso da sempre sognato e perseguito con tenacia e sacrifici di non poco conto.
Nella scuola di formazione avvenne il mio incontro con Patrizia Angrisani, essendo lei mia didatta nelle fasi avanzate del training. Considero quello uno degli eventi fondamentali del mio percorso umano e formativo, ad un altro accennerò successivamente.
L’insegnamento di Patrizia mi permise di conoscere un modo di interpretare l’approccio clinico per il quale la persona stessa del terapeuta rappresentava un elemento essenziale della cura. Scoprii che per lei valeva quella che da sempre era una mia meta e cioè la possibilità di utilizzare, oltre le tecniche, le esperienze personali (incluse quelle ambigue o contraddittorie), il proprio temperamento, la propria storia di vita, lo humor e l’autoironia come strumenti evolutivi per i propri pazienti.
E se tutto questo era stato possibile per lei, potevo sperare che lo fosse anche per me.
Per chi scalpita per apprendere, l’incontro con un “maestro” è come la quiete nella tempesta; solo più tardi risulterà evidente l’essere questa una premessa al tempo della differenziazione. Con Patrizia appresi che tutte le doti innate di ricchezza comunicativa ed estro potevano divenire elementi terapeutici purché sorretti da un solido impianto fatto di rigore etico e competenza clinica. In quel frangente ricevetti da lei una conferma essenziale a credere nelle mie doti e a proseguire con passione nell’attività di terapeuta. Attraverso espressioni di intesa e di approvazione al mio operare dentro e fuori la stanza di terapia, la didatta che tanto stimavo e con cui più mi identificavo dal punto di vista del sentire affettivo ed emotivo mi fornì il rinforzo necessario per consolidarmi.
Terminato il training rimanemmo sempre in contatto, ma il nostro rapporto non si tradusse in un’amicizia; manteneva, pur essendo divenuto informale e schietto, la sua definizione originaria di maestra stimata lei e allievo apprezzato io.
Poco prima della mia uscita dalla scuola di formazione, sempre più animato dal desiderio di fare della psicoterapia parte essenziale della mia vita, ricercai e ottenni un colloquio con Luigi Cancrini, al quale rappresentai, come meglio potei, motivazioni e passione, oltre che per la clinica, per i temi della ricerca e della formazione in campo psicoterapeutico. Patrizia conosceva l’apprensione che accompagnava quel desiderio di progresso, ne apprezzava le motivazioni dandomi un deciso sostegno, perciò condivise il mio entusiasmo per la possibilità che mi veniva offerta di far parte di un nuovo gruppo di lavoro.
Quello fu l’inizio, insperato quanto ambito, di una nuova, decisiva fase della mia vita di persona e di medico in cui progressivamente mi lasciai alle spalle incertezze e insicurezze giovanili residuali, per acquisire forze nuove, ma dentro una cornice di indiscutibile evoluzione.
Le prime “sfoltiture” arrivarono entro pochi giorni dal primo colloquio con Luigi quando, sollecitato a contribuire alla stesura di un articolo su un modello innovativo di cartella clinica, ispirato ai criteri della complessità sistemica, in risposta alla mia espressione – che riassumerei come atterrita – mi sentii dire: “Cos’è, il tuo, un caso di timidezza scrittoria?”.
L’articolo1 vide effettivamente la luce anche con il mio contributo. Quella piccola frase, pronunciata in quel particolare contesto relazionale, sciolse un’insicurezza paralizzante funzionando da “autorizzazione” a correre rischi, ad accettare sfide sostenibili, colmando così una lacuna dei miei apprendimenti e dell’esperienza di vita maturata.
Con Patrizia, convenimmo che quell’intervento conteneva un principio fondamentale dell’azione terapeutica, la responsabilizzazione della persona in un contesto rassicurante di valorizzazione e rinforzo della sua identità: se si trattava solo di “timidezza” voleva dire che le capacità le avevo. Progressivamente andavo sviluppando, grazie agli insegnamenti di Luigi, la capacità di osservare gli sviluppi di complessi processi inter- e intrasistemici, per produrre modelli utili all’organizzazione del pensare terapeutico. Sentivo che questa nuova attitudine si coniugava in modo esemplare con le doti indiscusse di intuito terapeutico e consolidata efficacia operativa di Patrizia. Perciò, con una certa insistenza e ad intervalli regolari, tornavo a chiederle, senza successo, di sviluppare insieme, a fini didattici, riflessioni in ambito clinico. In testa avevo l’idea di una mappa operativa che risultasse utile ai terapeuti sistemici in formazione, per orientarsi nella complessità dei livelli multipli del setting, delle tecniche e dei paradigmi. Finalmente, in un giorno che non so precisare, verso il finire del 1991, Patrizia mi chiamò e mi disse con fare sibillino e divertito: “Vediamoci in Istituto 2, ho una cosa da proporti”. La proposta riguardava lo sviluppo di un’idea apparentemente elementare, ma, alla luce dei fatti successivi, generativa di mappe e cuore di un complesso metamodello. L’idea, frutto di un’intuizione clinica di Patrizia, metteva a fuoco due strutture complesse e un processo stabilmente presenti nella dinamica di coppia: il primo e il secondo “contratto” (così volle definirli lei con efficace sintesi) e i relativi sviluppi diacronici3. 
Iniziò così un’avventura professionale durata poco meno di un decennio a coronamento della quale, insieme a Marisa Malagoli Togliatti, pubblicammo con  grande emozione e incredibile soddisfazione il libro favoleggiato4. Ricordo quella come una stagione esaltante di lavoro, studio e approfondimento, fatta di confronti dialettici serrati ma sempre costruttivi, in un clima di grande stima reciproca e nel rispetto delle specifiche competenze. Nell’arco di tempo che va dalla prima formulazione teorica alla pubblicazione del libro, seguimmo insieme un considerevole numero di coppie, alternandoci – caso per caso – nella stanza e dietro lo specchio (osservando, senza mai intervenire). Riservavamo il confronto sui casi all’elaborazione del dopo-seduta, e in modo quasi artigianale costruimmo passo dopo passo un modello che corrispondeva al nostro modo di intendere l’intervento sistemico con la coppia. A questo materiale frutto del lavoro di due “praticoni”, Marisa diede un contributo essenziale in termini di rimodellamento e spessore teorico. Quel percorso mi permise di conoscere per via diretta e nei particolari le enormi doti di Patrizia come terapeuta, il suo profondo e scrupoloso rispetto per i pazienti e la sua presenza carismatica nel setting, consolidando la grande stima e l’affetto che nutrivo per lei come didatta.
Al di fuori dell’ambito professionale, Patrizia ed io avevamo tantissime cose significative in comune ma naturalmente anche tante differenze, che sfociavano in siparietti e tormentoni, rivelatori delle comuni origini partenopee e della condivisa propensione allo sfottò. Io svariavo sulla sua goffaggine tecnologica (escludo che sapesse accendere un computer) e su alcune ardite scelte nell’abbigliamento (certe collanone, e le scarpe! Da femminista pentita, le definivo io), lei sulle mie “ossessioni” modaiole (un’eccessiva attenzione ai dettagli nel vestire) e didattico-illustrative (i miei grafici, scrutati con orrore: “Oddio! Ma che è, uno scaldabagno?”;  la mia pretesa di spiegare e spiegare e spiegare).
Non posso sottrarmi, qui, dal fare un accenno all’autovettura di Patrizia (sono uno di quelli che hanno vissuto l’esperienza di entrarci), il cui ricordo è indelebilmente impresso nella mia mente. Un Maggiolino bianco (si fa per dire) che stazionava di mattina nei luoghi più impensati prospicienti via Panama, sede del Dipartimento. La prima volta in cui vi misi piede, notata la mia espressione di sconcerto, Patrizia argomentò qualcosa del tipo: “Oddio, Maurizio, che confusione! Non mi decido mai a sistemarla”. Nessuna descrizione può rendere giustizia all’“entropia” che regnava in quel mezzo; studiandone la stratificazione, era possibile risalire alle ere di appartenenza degli infiniti e disparati oggetti che ne occupavano stabilmente ogni spazio. Più volte fui chiamato a contribuire al suo funzionamento con piccoli interventi d’emergenze. La frase magica era sempre la stessa: “Oddio, Maurizio! Ma che dici è bucata quella gomma?”. “Oddio!” era il passepartout di Patrizia; un catalizzatore che poteva indurti a cambiarle uno pneumatico o a occuparti tu di stampare da computer le millanta versioni progressive del libro (quante foreste mancheranno all’appello?), o farle esprimere disapprovazione, sorpresa, entusiasmo, paura e non so cos’altro ancora.
Ripercorrendo le tante implicazioni di questa intensa vicenda umana tanto essenziale nella mia storia personale, affiora alla mente una metafora ad illustrazione della mia personalissima narrazione di Patrizia: lei era una specie di Tenente Colombo in versione femminile, un’adorabile furbacchiona, una regina dell’understatement strategico, sagace e tenace “scacchista” della vita e della professione, sotto mentite spoglie di semplicità e candore.
Dopo la pubblicazione del libro, archiviati i comprensibili entusiasmi iniziali, prendemmo progressivamente strade diverse e a questo contribuì sicuramente più lei, immergendosi in un nuovo progetto che l’appassionava, la creazione di un Centro specializzato nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare5. Questo non ci impedì di rimanere in contatto ma con una modalità che definirei rarefatta. Fu naturale, quindi, per me chiamarla nel 2009, lei a cui talvolta si inumidivano gli occhi raccontando degli amatissimi Giorgia e Domenico, per dirle che dopo numerosi insuccessi e travagli indicibili ero appena diventato, a cinquantasette anni suonati, padre di una meraviglia di bimba di nome Carolina. Sapevo che la malattia stava progredendo e in quella telefonata, dai toni in apparenza leggeri, nulla lasciava intendere quanto mi costasse dissimulare il dolore che provavo per lei. Approfittai, comunque, dell’occasione per dirle che regolarmente (come quel giorno per l’appunto), mi succedeva di incontrare colleghi di varie età che, associando il mio nome al nostro libro, mi manifestavano un’inattesa cordialità o simpatia, come se noi tre, io lei e Marisa, fossimo, nel loro sentire, una presenza familiare ed alleata nel laborioso percorso di costruzione della loro dimensione terapeutica. Ne fu contenta e soprattutto gioì per la paternità; ci ripromettemmo di vederci al più presto e invece non accadde.
Ho desiderato più e più volte, dopo quella telefonata, incontrare Patrizia per farle conoscere Carolina e riabbracciarla, ma mi è mancata la forza sufficiente per misurarmi con la sua malattia con la sua progressiva consunzione, che comuni conoscenze mi riferivano. Mi mancò il coraggio, con lei, che in altri dolorosissimi frangenti non mi ha fatto difetto; né l’esserne consapevole né il dirlo mi arreca sollievo ma fu così che effettivamente andò.
Il rapporto tra me e Patrizia non fu, come la vita del resto, né perfetto né del tutto compiuto, ma di quello che fu serbo i benefici dell’aver incontrato la grande persona che era e i ricordi emozionanti, pieni e corposi, fatti del suono delle sue risate, del profumo del mare e delle limonaie della costiera amalfitana che entrambi amavamo, della sua forza e del suo essere una curatrice formidabile, della quale ho avuto il grande privilegio di essere allievo.
E in conclusione, lascio che di lei e per lei parlino le suggestioni con cui, in questo delizioso piccolissimo frammento tratto da un suo contributo6, Patrizia ci trasporta istantaneamente e con semplicità solo apparente, in una visione riorganizzativa dell’intera vita.
«Questo mondo incantato [ndr: del bambino] esige rispetto e non può essere violato da affermazioni incomprensibili come: “mangia prima la carne e poi la pasta perché le proteine sono migliori dei carboidrati...” o “... non mangiare il pane mentre aspetti il primo altrimenti si blocca l’appetito...”.
[…] La strada è più lunga e tortuosa, parte dal caldo e rassicurante seno materno e arriva al colorato seggiolone, dove, inizialmente, le polpette di carne devono potersi trasformare, anche, in palline da lanciare, e l’acqua nel bicchiere, anche, in un laghetto dove intingere le dita per lavarsi. Se ciò sarà possibile, questo stesso bambino crescendo, a tavola, insieme agli adulti, mangerà con piacere il minestrone, per poi al cinema con gli amichetti, sprofondato in una comoda poltrona, nel buio della sala, godersi un sacchetto di patatine fritte senza sentire di far torto alla mamma che a casa sta cucinando, per lui, un ciambellone». ( Patrizia Angrisani)
di Maurizio Barone
Psichiatra, Psicoterapeuta,
Allievo-didatta presso l’IPR di Roma


* * *


Di Patrizia ricordo sempre il tempo in cui tutto è cominciato. Quando insieme a Maurizio si presentarono facendo finta di essere fidanzati al proprietario dell’appartamento di via Val di Cogne che fu la nostra prima sede di quello che sarebbe diventato il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale. Quando ci montarono lì lo specchio unidirezionale che la TV7 di Ravel e Zavoli e la Rai decisero poi di lasciarci in regalo per le nostre terapie. Quando facemmo le prime interviste familiari, nell’ambito della ricerca finanziata dalla Fondazione Agnelli, e quando di tutto ciò discutevamo nelle mattinate di sole a via di Villa Massimo, nell’Unità Esterna dell’Istituto di Psichiatria dov’ero riuscito a farla assumere e dove insieme vedevamo famiglie e coppie e ancora famiglie. Patrizia, curiosa e allegra, vivace e discreta, attenta ai tempi che io tentavo di dare alla danza della terapia, nei tempi in cui era la più cara e la più brava delle mie allieve.
Di Patrizia ricordo poi la crescita, il tempo dell’analisi personale e della maturità, della famiglia con Raimondo e i figli Giorgia e Domenico. Il tempo degli allievi suoi e miei insieme e poi solo suoi, il tempo in cui quella che si era affinata e precisata era una sensibilità clinica straordinaria e la straordinaria semplicità di un insegnamento basato sul dialogo invece che sulla scrittura, sul confronto creativo con le idee degli altri invece che sulla lezione. Il tempo in cui bello per me era soprattutto sapere come le idee che avevamo incontrato insieme camminavano su strade parallele nel lavoro suo e mio, all’interno di un’intesa che non aveva più bisogno di incontri e scambi frequenti.
Di Patrizia ricordo con emozione soprattutto l’amicizia. Per me e per Grazia e per tutti quelli che ci erano cari nel tempo in cui cominciò il viaggio (il sogno) meraviglioso che la vita ci ha permesso di vivere insieme.
di Luigi Cancrini
Presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale


* * *


La Gioia e il Dolore

Allora una donna chiese: «Parlaci della Gioia e del Dolore».
Ed egli rispose:
«La vostra gioia è il dolore stesso senza maschera.
E la fonte stessa dalla quale scaturisce il vostro riso, è
stata spesso piena di lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più a fondo scava il dolore nel vostro essere,
tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa
che è stata cotta nel forno del vasaio?
E non è forse il liuto che placa il vostro spirito,
lo stesso legno che è stato svuotato dal coltello?
Quando siete felici guardate in fondo al vostro cuore
e scoprirete che è solo quello che vi ha procurato
dolore a darvi gioia.
Quando siete tristi, guardate dentro di voi e
scoprirete di piangere per quella che è stata la vostra gioia.
Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del
dolore”, altri invece: “No, è più grande il dolore”.
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Procedono di pari passo, e se l’una, a tavola, siede
accanto a voi, ricordatevi che l’altro dorme sul vostro letto.
In verità, siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, state fermi in equilibrio.
Se il tesoriere vi alza per pesare l’oro e l’argento,
necessariamente gioia e dolore devono a turno
alzarsi o ricadere».

(Kahlil Gibran, Il Profeta)
Mirella Ciucci ci ha lasciato l’8 febbraio di quest’anno.
Dalla Scuola di Saggezza della Seconda Quercia, l’IPR di Roma7,8 ha preso il volo per sempre un’altra Gufetta.
Così Gaby la dipingeva: “Una Gufetta, che è uno dei pilastri della Scuola, non si accontenta più che i suoi apprendisti imparino a pensare in modo sistemico, vuole che imparino anche a sognare in modo sistemico”!
E questa modalità di sognare è ciò che Mirella di più bello ci ha lasciato: sognare di crescere, sognare di scoprire, sognare di cercare, sognare di realizzarsi secondo le proprie potenzialità, sognare di essere di aiuto agli altri e... perché no, sognare di cambiare il mondo!
Tutto ciò è quello che ha caratterizzato la vita e l’impegno di Mirella, sempre in prima linea sulle barricate, con forza e con coraggio a sostenere la sua filosofia del modo di stare su questa terra. Non fermarsi mai, andare avanti, osare, pensare, inventare, creare, con una qualità particolare del suo essere e del suo pensare: la curiosità. Curiosità che ha sempre cercato di sostenere e sollecitare in chiunque venisse in contatto con lei, sia colleghi che allievi, sia pazienti che amici, quale indispensabile strumento di ricerca e di rapporto umano.
Rapporti umani sempre curati da Mirella sia nel suo lavoro che nella sua vita privata, con quel calore avvolgente proprio delle persone che sanno dare all’altro ciò di cui sentono di aver bisogno e di cui conoscono la forza propulsiva, il necessario alimento vitale.
Chi non ricorda, se ne abbia mai avuto esperienza, il modo di essere accolti nella sua casa in occasioni di riunioni di lavoro o di convivialità? Fucina di cose buone da mangiare e di pensieri, di idee e di progetti, sempre portati avanti con piglio e convinzione, senza mai demordere dagli obiettivi magari già intuiti e... sognati. Vita privata e lavoro, lavoro e vita privata: difficile demarcarne la linea di confine, contesti entrambi uniti da quella passione, da quel fuoco che ha sempre caratterizzato il suo modo di essere e gli svariati interessi e le fervide curiosità, così come ha sempre cercato di trasmettere.
Ed ecco allora il suo interesse volto alle famiglie in difficoltà, alla complessa genitorialità, alla coppia in crisi, alla tempesta dell’adolescenza, alla condizione ed alla lotta delle donne per l’affermazione del proprio ruolo e del proprio essere, alla funzione forgiante della scuola, sino al problema della violenza sia in ambito giovanile che di genere, attivando ricerche, interventi, riflessioni con quell’entusiasmo che ha sempre caratterizzato il suo operare e al quale risultava difficile sottrarsi.
Ma questa è stata anche la sua forza propulsiva, con la quale è riuscita negli anni ad entusiasmare i suoi allievi, sospingendoli verso una preparazione tecnica e personale che potesse risultare di reale beneficio per se stessi e per gli altri; con la quale è riuscita negli anni a trasmettere a tutti noi colleghi e amici il senso di appartenenza e il piacere, per usare ancora il linguaggio della favola riportata agli inizi, di essere stata la prima delle undici Querce del nostro Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale a cui è stato dato il mandato di trasmettere messaggi di saggezza e... di amore.
Piccola e “grande”, delicata e forte nello stesso tempo, ci ha insegnato, indomita sino all’ultimo, come si lotta per una meta cui si tende e si crede: la pienezza della vita! Lotta per sé come persona, lotta per il bene dei suoi affetti familiari, lotta per il frutto del suo impegno umano!
Cara Mirella, ciao!
Il ramo della nostra Quercia su cui ti posavi sempre sarà da tutti noi curato con particolare attenzione, potato ad arte ed al tempo giusto ogni anno, perché a primavera possa generosamente germogliare e continuare a dare le ghiande, i frutti che continueremo a raccogliere (lasciaci continuare a sognare) anche a nome tuo... per un mondo migliore!
di Anna Maria Lanza
Didatta del Centro Studi di Terapia Familiare
e Relazionale presso la sede IPR


* * *


Mirella era una delle allieve più care di Grazia e mia. A lei andò, mille anni fa, la prima delle pochissime borse di studio che l’entusiasmo iniziatico del Centro Studi dedicò ai più bravi per i quali era difficile pagarsi da soli la specializzazione, un aiuto piccolo che lei ripagò negli anni con la crescita impetuosa della persona intelligente e tenace, affettuosa e attenta che avrebbe aiutato tanti allievi e tanti pazienti nel corso della sua attività di terapeuta e di didatta.
Mirella era una psicologa scolastica straordinaria di cui sempre pensavo, quando me ne parlava, a come doveva essere bello, per lei e per loro, il suo vagabondare fra i banchi dei bambini alla ricerca di quelle o di quelli che avevano bisogno di affetto, di un sostegno o di un aiuto più strutturato. Da cui nacquero riflessioni importanti per tutti noi sul come la riflessione sistemica poteva e doveva essere declinata nella scuola dell’obbligo. A favore dei bambini e delle loro maestre.
Mirella era una didatta straordinaria. Lo leggevi negli occhi dei suoi allievi quando te ne parlavano con orgoglio ricordando soprattutto la sua capacità di stare insieme con le emozioni della famiglia e con quelle di chi doveva (imparare a) curare in questo nostro strano straordinario modo di intendere la supervisione, un tuffo fatto insieme con l’allievo e accanto all’allievo e preoccupandosi di quello che accade anche in lui e dentro di lui nella vicenda umana di chi viene da te a chiederti aiuto.
L’ultima volta che l’ho incontrata era stanca ma piena di vita e di entusiasmo per quello che faceva e per le persone che amava. Sicura di aver fatto e di voler continuare a fare le scelte giuste. Le cose giuste.
di Luigi Cancrini
Presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale