Psicoterapia di gruppo per esposti a mobbing:
valutazione della valenza terapeutica in termini intrapsichici e interpersonali
Roberto Rossi1, Enzo Cordaro2

Particolarmente dedicato agli psicoterapeuti, l’articolo collocato in questa rubrica risponde all’esigenza di una sottolineatura: caratterizzando in modo diverso forme diverse di psicoterapia, non stiamo perdendo il senso dell’unità possibile intorno al concetto di psicoterapia?



Particulary addressed to psychotherapists, the article in this section answers to the need of focusing on the following consideration: by characterizing psychotherapy in different ways aren’t we loosing the sense of unity involved in the concept of psychotherapy?



Este artículo está dedicado a los psicoterapeutas, en él se trata de responder a la cuestión: definiendo de distintas maneras la psicoterapia, non se corre el riesgo de perder la unidad del concepto de psicoterapia?

Riassunto. Questo articolo racconta l’esperienza, condotta in una struttura pubblica, di un gruppo psicoterapeutico con pazienti vittime di mobbing. Vengono valutate le modificazioni cliniche dei pazienti, attraverso la somministrazione di un test proiettivo prima dell’inizio del gruppo e, successivamente, al follow-up. I risultati clinici confermano i miglioramenti clinici mostrati dai pazienti partecipanti al gruppo, sia nelle dinamiche intrapsichiche, sia nelle relazioni reali.

Parole chiave. Gruppo psicoterapeutico, mobbing, bullying, Wartegg, test proiettivo, identità, appartenenza, dipendenza.


Summary. Group psychotherapy for bullying victims: assessment of its effectiveness both in intrapsychic and interpersonal view.
This article recounts the experience of a psychotherapeutic group conducted, into a public health service, with patients victims of bullying behavior. The clinical changes of patients are assessed through the administration of a projective test, at the beginning of the group and, then, in a follow-up phase. The clinical results confirm the clinical improvements shown by the patients, participating at the psychotherapeutic group, both in the intra-psychic experiences both in real relationships.

Key words. Psychotherapeutic group, mobbing, bullying, Wartegg, projective test, identity, sense of belonging, reliance.
Resumen. Psicoterapia de grupo con paciente vìctimas de acoso laboral.
Este artículo explica la experiencia, dirigida en una estructura pública de un grupo psicoterapéutico con paciente víctimas de acoso laboral. Se valoran las modificaciones clínicas de los paciente, a través de la suministración de un cuestionario proyectivo antes de iniciar el grupo y, sucesivamente al follow-up. Los resultados clínicos confirman la mejoria de los pacientes pertenecientes al grupo, tanto en las dinámicas intrapsíquicas, como en las relaciones reales.
INTRODUZIONE
Durante i colloqui di valutazione svolti nel Centro per la Rilevazione del Danno Biologico Mobbing Compatibile (ASL RMD), finalizzati ad ottenere la certificazione di danno biologico [1], gli esposti a mobbing, o comunque sofferenti per disagio relazionale sul posto di lavoro, narrano l’esperienza di una vasta gamma di emozioni negative, rilevate anche in altre ricerche [2-5] che vanno dal senso d’impotenza, al calo dell’autostima, fino ad un forte senso di autodeprecazione, rabbia, mancanza di concentrazione, vuoti di memoria e pensieri intrusivi e disturbanti. Molti utenti hanno perciò manifestato l’esigenza di ottenere uno spazio terapeutico, non ottenibile dai servizi pubblici psichiatrici, già oberati dall’assistenza a patologie considerate più gravi. Abbiamo quindi attivato un setting terapeutico ispirato ai “gruppi dinamici d’incontro” condotti, nell’Unità Operativa di Psicologia del Lavoro dell’ASL RMD, a favore di infermieri e medici di un ospedale di Roma [6].
Questi gruppi intendono offrire uno spazio di pensiero condiviso ricco di momenti di mediazione emozionale, che possono consentire la comprensione delle proprie modalità di reazione disfunzionali nelle relazioni e garantire uno spazio di esplorazione ed elaborazione delle emozioni evocate da queste dinamiche.
Il setting terapeutico che ha reso possibile tutto questo garantisce un clima di fiducia e condivisione, in cui è possibile attuare processi di scambio di conoscenze, di sviluppo di creatività nella risoluzione dei problemi e di recupero delle competenze e capacità, non utilizzate a causa dell’intrusività dei pensieri di­sturbanti, facilmente evocati da qualsiasi cosa riguardi, anche solo lontanamente, l’ambiente in cui si sono subite le violenze morali.
La partecipazione al gruppo è incentivata motivando le persone a liberarsi gradualmente della rappresentazione di se stessi come vittima, passando dalla lettura prettamente lineare a quella circolare, attraverso la quale è possibile comprendere in che modo si contribuisce al processo di mobbing [7], acquisendo una maggior consapevolezza del proprio agire e una nuova visione di se stessi come “competenti”, in grado di apprendere anche da esperienze fortemente avversative.
L’esperienza condotta nel nostro Centro ha quindi configurato un modello d’intervento utile nel trattamento di una sofferenza che comporta un forte isolamento psicosociale, in termini di profonda apatia nel coltivare relazioni amicali, di difficoltà emotive all’interno della propria famiglia che, tra l’altro, non è in grado di sostenere il proprio congiunto emotivamente [8] e la mancanza di possibilità di accedere a servizi pubblici che attuino interventi professionali specifici.
LA METODOLOGIA D’INTERVENTO
Abbiamo configurato il gruppo come uno “spazio evolutivo” teso al recupero di quelle competenze relazionali ed emotive non più utilizzate, a causa della percezione di un ambiente lavorativo che, invece di svilupparle e valorizzarle, le rifiuta, le squalifica e le disconosce.
In una delle fasi iniziali del percorso terapeutico, si è proposto agli utenti di sottoscrivere un “contratto” esplicativo delle regole di setting e rappresentativo della motivazione ad utilizzare al meglio le opportunità terapeutiche fornite dal gruppo; simbolicamente, una sorta di abbraccio collettivo che stringe tutti i partecipanti in uno spazio condiviso dove sviluppare le proprie possibilità di cambiamento.
La nostra esperienza ha rilevato come l’esperienza fenomenologica della persona esposta al mobbing sia costituita dalla tendenza a entrare in un circuito di attribuzione della colpa dei conflitti relazionali sul posto di lavoro, soltanto a se stessi o, in alternativa, al gruppo di lavoro, attraverso una punteggiatura lineare che non permette di comprendere in che misura il proprio comportamento e la propria sensibilità siano stati rilevanti nel permettere un processo circolare, a carattere escludente, in cui il gruppo ha potuto individuare il membro da attaccare grazie al suo punto debole.
Si esperisce quindi un crollo dell’autostima, conseguente ai processi d’esclusione dall’organizzazione lavorativa, unitamente ad un senso di vergogna causato dalle difficoltà a narrare e a giustificare, presso il proprio entourage, vessazioni e violenze morali percepite come assurde e ingiuste. In conseguenza, di queste dinamiche, è molto frequente, per questi utenti, considerare le occasioni in cui è possibile esprimere il proprio dolore come una sorta di valvola di sfogo fine a se stessa, in una lamentela continua, che ha sullo sfondo il tentativo di ottenere una sorta di risarcimento emotivo per le ingiustizie subite: questa dinamica, giustificabile se ci si percepisce come vittima, può risultare disfunzionale nel momento in cui è necessario recuperare le proprie competenze emotive e relazionali.
Lo spazio per la descrizione e per il racconto delle esperienze di vessazione avrebbe potuto quindi invadere il campo gruppale senza possibilità di lasciare spazio a esperienze emozionali riparative: questo spazio è stato perciò limitato ai primi venti minuti/mezz’ora dell’incontro; successivamente i conduttori ne prendevano le redini, inserendo giochi ed esercitazioni finalizzate ad orientare il vissuto esperienziale verso il recupero di elementi evolutivi.
L’esercitazione scritta denominata “io ero”, ad esempio, consisteva nella prescrizione di recuperare, in uno scritto effettuato a casa, la memoria della percezione di sé precedente al disagio da lavoro, nel periodo in cui “andava tutto bene”. Le difficoltà mostrate da tutti i membri del gruppo nello svolgimento di questa prescrizione – ritardi, non completamento, divagazioni – appare rappresentativa del grande sforzo che deve compiere l’esposto a mobbing nel ricordare la percezione del Sé precedente alle vessazioni. Come se queste, attraverso il meccanismo della disconferma e della squalifica [9,10], avessero innestato nel soggetto la percezione di un Sé svalutato, causa di un crollo dell’autostima e di una discontinuità del senso d’identità non più confermato e supportato dall’appartenenza ad un gruppo [11] lavorativo con il quale ci si era tanto identificati.
Le esercitazioni sono state completate da altri due lavori, “io sono” e “io sarò”, per capire come le diverse rappresentazioni temporali del proprio Sé siano state influenzate e modificate da eventi avversativi nei confronti del senso di appartenenza. Tutti gli scritti sono stati elaborati dai conduttori e dal resto del gruppo in termini di ridefinizioni, anche metaforiche, utili all’utente per vedere la propria condizione di sofferenza come occasione di apprendimento su se stessi e sul proprio modo di porsi nelle relazioni interpersonali.
In una fase finale del gruppo si è passati al “progetto”, in cui ogni membro doveva produrre in termini concreti un progetto esistenziale, obiettivabile in fasi e passaggi ben definiti e operazionalizzabile, basato sul recupero di vecchi sogni, di progetti che, nel lungo periodo di vittimizzazione, aveva mancato di curare e sulla definizione di modi concreti di realizzarli.
I CASI
Descriveremo, di seguito, tre casi di utenti che hanno partecipato al gruppo, allo scopo di evidenziare gli elementi rappresentativi del cambiamento avvenuto, sia a livello comportamentale sia intrapsichico, attraverso il modo di partecipare al gruppo, gli elementi di storia personale e lavorativa emersi, la valutazione del follow-up e, infine, attraverso il confronto fra il test Wartegg somministrato all’inizio (pre-test) e alla fine (post-test) del percorso di gruppo. Si tratta di un test proiettivo, semi strutturato, ampiamente utilizzato nel campo della valutazione clinica, della selezione, dell’orientamento scolastico e professionale, che descrive a livello psicodinamico diverse aree della personalità [12].
I casi scelti sembrano, secondo noi, essere maggiormente paradigmatici della casistica tipica del nostro Centro [13]. Per quanto riguarda le partecipazioni al gruppo non analizzate in seguito, va rilevato come ci siano stati due drop-out: il primo, andando in pensione, ha cambiato alloggio e si è inserito nel nuovo territorio, utilizzando le sue competenze per effettuare consulenze molto apprezzate. Il secondo, dopo alcuni incontri in cui aveva manifestato un’elevata sofferenza, ha deciso di non parteciparvi più senza fornire ulteriori notizie. Dei restanti sei utenti, tre hanno presentato, al confronto dei test Wartegg, risultati sostanzialmente sovrapponibili a quelli in seguito descritti, con miglioramento dei processi associativi, del controllo di sentimenti ed emozioni e dell’adattamento alla realtà. Relativi peggioramenti rilevati al test in questi tre casi riguardano l’aumento della rigidità dei meccanismi difensivi, dei sentimenti di dipendenza e dei vissuti ansioso-depressivi: questi ultimi tre fattori sono inquadrabili, come si vedrà anche in seguito, in un processo di diminuzione dell’inibizione innescato dal gruppo che può liberare vissuti di preoccupazione e paure nei confronti delle novità. Un utente non ha manifestato miglioramenti al termine del trattamento terapeutico, sia a livello clinico, sia attraverso il confronto fra pre- e post-test. Sono infatti emersi un aumento dell’oppositività, un peggioramento dell’efficienza dei meccanismi difensivi e una chiusura interpersonale difensiva, indice di difficoltà psicologiche radicate ben oltre il contesto lavorativo. Nel suo caso, infatti, non si trattava di vessazioni strategiche aziendali, ma di una condizione di di­sagio lavorativo determinata dalla difficoltà incontrata dal gruppo ad accogliere un membro problematico, con relativa amplificazione della sofferenza del sistema attraverso il succedersi di escalation simmetriche.
Infine, altri due utenti hanno completato il percorso di gruppo, ma non hanno partecipato alla somministrazione del post-test. In questo caso, il follow-up effettuato tramite colloquio ha fatto rilevare un miglioramento sostanziale nella capacità di socializzazione e importanti variazioni positive nella condizione lavorativa: essi hanno trovato un altro lavoro, del quale apparivano soddisfatti, non presentando gli stessi segni di vissuti depressivi che avevano presentato un anno prima.
Sonia
Sposata da due anni, in attesa da qualche tempo di avere figli che non arrivano, sostiene di essere in buoni rapporti con la famiglia di origine, non coinvolta nei suoi problemi relativi alle vessazioni lavorative. Queste influiscono però sulla vita di coppia, che si è trasformata in una relazione di sostegno da parte del marito, con relativo peggioramento del rapporto e ripercussioni sulla qualità della vita sessuale. Sonia ha sempre investito molte energie sul lavoro, per ottenere quella realizzazione professionale che è divenuta uno dei capisaldi del proprio senso d’identità. Lavora come supervisore in una ditta di servizi alle imprese, raggiungendo ottimi risultati per l’azienda, fino a che una delle commesse più importanti si esaurisce: improvvisamente risulta in soprannumero, per cui viene a trovarsi in una condizione di totale inattività ed emarginazione dai processi organizzativi. Nonostante le sue segnalazioni e proteste la situazione non cambia, anzi le sono tolti i benefit e subisce vessazioni come insulti e critiche pubbliche, giudicate immotivate ed eccessive. Vive quindi un periodo relazionale d’invisibilità nei processi organizzativi e produttivi, che, dopo alcuni mesi, esita in un’emergenza sintomatologica caratterizzata da dermatite, sovrappeso, insonnia grave e vissuti depressivi.
Il percorso terapeutico all’interno del gruppo si è svolto anche attraverso lo svolgimento di un’esercitazione caratterizzata dallo sviluppo della tematica di un “viaggio insieme” in cui ogni partecipante avrebbe messo, simbolicamente, qualcosa dentro una valigia da portare con sé. Gli oggetti messi nella valigia sono stati ridefiniti dal resto del gruppo come strumenti emozionali e cognitivi da utilizzare per il proprio percorso di cambiamento. Sonia intende portare con sé oggetti di uso quotidiano, come un libro, un quaderno per disegnare, giochi tascabili e occhiali da sole, decidendo la meta del suo viaggio solo al momento di partire. Il gruppo ridefinisce quest’apparente indeterminatezza come il segno di una forte motivazione al cambiamento senza preoccupazione per la sua direzione. Nel suo viaggio metaforico, Sonia sembra possedere gli strumenti per socializzare con nuove regole, come i giochi tascabili, le capacità di proteggersi, con i metaforici occhiali da sole, il desiderio di conoscere, attraverso i libri, e la capacità di esprimersi con il quaderno per disegnare.
Il percorso di gruppo prosegue per tutti attraverso l’esercitazione chiamata “autocaratterizzazione” ovvero una descrizione di sé realizzata simulando di essere la propria migliore amica: il gruppo ascolta in che modo Sonia parla di sé e le restituisce la percezione di un suo nucleo interno gioioso e innocente, utile per rifugiarsi, ma che può impedirle di apprezzare la realtà nella sua complessità. Il contributo del gruppo le consente di sviluppare una nuova consapevolezza, relativa al permettersi di uscire da quel senso di leggerezza e isolamento attraverso il quale si protegge, senza percepirsi, com’è abituata a fare da qualche tempo, come “pesante” e priva di energie vitali: diventa consapevole della possibilità di vedere la realtà con una prospettiva di solidità, sulla quale costruire nuovi percorsi esistenziali.
I test Wartegg evidenziano sia nel pre-test, sia nel post-test, adattamento e compiacenza nelle relazioni interpersonali, segnale di una modalità di rapporto con la realtà basato sulla eccessiva dipendenza dal giudizio altrui. Avviene però un miglioramento delle difese psicologiche e dell’adattamento alla realtà: si passa, infatti, da una tendenza ad agire le proprie emozioni e sentimenti, in un quadro di difficoltà nei processi di mentalizzazione e conseguente disfunzione nella pianificazione della vita quotidiana, a un quadro emotivo in cui l’affettività riesce a esprimersi attraverso atteggiamenti di estroversione più equilibrati e caratterizzati da maggiore spontaneità. Diminuisce l’aggressività e aumenta l’ansia, proprio perché la condizione di distacco e gratificazione nella fantasia si trasforma nella consapevolezza della sofferenza e nell’assunzione di condotte coerenti di affrontamento dello stress. Si riduce anche la stereotipia del pensiero tipica dei vissuti depressivi e il bisogno di rassicurazione e sostegno: la capacità di rimozione delle dinamiche aggressive aumenta, senza però integrarsi del tutto nella struttura di personalità. Il confronto fra i test descrive un soggetto che è diventato più permeabile alle stimolazioni ambientali, con maggiore consapevolezza della propria fragilità di fronte alle frustrazioni e alle delusioni. I conflitti concernenti il difficoltoso rapporto di Sonia con l’autorità emergono da una condizione di totale rimozione, implicante notevoli ripercussioni sul comportamento interpersonale, a una nuova consapevolezza, accompagnata da una maggiore tolleranza dell’ambivalenza relativa, che si traduce in un miglior adattamento alla realtà. Al momento del follow-up a sei mesi dalla fine del gruppo, Sonia è riuscita a vincere la causa contro l’azienda, a trovare un nuovo posto di lavoro in cui si trova molto bene e ad iscriversi all’Università.
Anna
Ha lavorato in un’azienda di servizi da molti anni, raggiungendo soddisfazioni e buoni risultati professionali. A pochi anni dalla sua pensione, accade una ristrutturazione aziendale con conseguente riduzione del personale: il direttore che l’aveva assunta e con il quale aveva un rapporto di affiliazione è stato licenziato. Il potere aziendale è quindi conquistato dai familiari dell’Amministratore Delegato, nemici del vecchio direttore e di tutte le persone a lui legate. Le procedure organizzative sono stravolte in modo autoritario, e chi non si adegua è bersagliato da vessazioni di vario tipo. Per Anna, legata a doppio filo alla vecchia direzione, inizia un lungo periodo di sofferenza durato alcuni anni. Diventa il bersaglio preferito della moglie dell’Amministratore Delegato, con critiche immotivate, velati inviti ad andarsene, insulti e boicottaggi. Anna percepisce come tutte le relazioni nei suoi confronti siano finalizzate a metterla alla porta. Subisce frequenti cambi di postazioni che mettono in crisi il suo senso di appartenenza; sentendosi spiata e controllata continuamente, il suo stato di vigilanza è sempre iperattivato. Improvvisamente, il suo ruolo, da sempre centrale in Azienda, si trasforma in quello di un’emarginata, isolata ed evitata da tutti gli altri colleghi che, se solidarizzassero, potrebbero essere attaccati come succede a lei.
Vive da sola in un appartamento, dichiarando di sentirsi come se fosse l’unico membro della propria famiglia (“io sono la mia famiglia”), evidenziando così la sua forte difficoltà nei legami di appartenenza a livello familiare intergenerazionale. Anche il suo isolamento sociale è aumentato negli ultimi tempi, sia per lo stato di apatia, sia per le sue difficoltà a investire su rapporti e attività extralavorative. Non si riconosce nella persona apatica che se prova a uscire deve temere il sopraggiungere di un attacco di panico. L’unica valvola di sfogo è il gioco d’azzardo da lei stessa definito “compulsivo”, che la lascia con un’insoddisfazione ancora maggiore, attraverso il conseguente senso di colpa, relativo alle proprie precarie condizioni economiche.
Anna rappresenta il suo metaforico viaggio come una fuga senza nessuna meta precisa, che le consentirebbe di recuperare le proprie energie, ora costantemente assorbite dai pensieri intrusivi e disturbanti relativi al lavoro. Partirebbe spogliandosi della sua tendenza a focalizzarsi sull’apparire e sulla continua, compulsiva valorizzazione della propria estetica, da sempre utilizzate come difesa dal proprio stato di conflitto interiore. Parlando attraverso gli oggetti che desidera portare (occhiali, “per vedere cosa c’è sotto”), rappresenta la possibilità di concedersi il permesso di cambiare e sentirsi “normale”, in altre parole meno vittima, desiderando approfondire i propri problemi e andare al di là dell’apparenza. Si auto caratterizza come colei che difende le “cause perse” e si fa carico dei bisogni altrui: questa sua propensione appare il riflesso di antiche relazioni familiari in cui rappresentava l’unico punto di riferimento per i genitori sofferenti. Inoltre, emergono, nella storia della sua famiglia, lutti a catena e difficoltà lavorative dei genitori certamente non del tutto elaborati da Anna. Racconta al gruppo come questa storia l’abbia, portata nel corso della sua età adulta, a viversi isolata, con lacerazioni nel senso di appartenenza e identità parzialmente sanate grazie all’appartenenza, resa possibile dall’attività lavorativa. La riorganizzazione del gruppo di lavoro che ha portato al potere “familiari” dell’Amministratore Delegato ha rievocato antichi sentimenti di esclusione, presentificandoli nella realtà, precipitando in una regressione alla dipendenza temuta fin dalle prime fasi della sua infanzia. Dichiara che il gruppo la sta aiutando, permettendole di esprimere la sua sofferenza ed elaborarla, potendo quindi trovare nuovi collegamenti fra le difficoltà della sua storia familiare e le vicende lavorative.
Il test Wartegg somministrato prima e dopo il percorso di gruppo, delinea la stabilità di una condizione affettiva normo-orientata. Sempre stabili, in negativo, appaiono le sue difficoltà nelle funzioni cognitive – memoria, attenzione e concentrazione – segnale della loro inibizione su base nevrotica. Un cambiamento in senso migliorativo è tuttavia rilevato nella diminuzione della rigidità delle difese psicologiche, associate ad un certo aumento dell’impulsività. A livello comportamentale, questo è associato al miglioramento della capacità di socializzazione e in quella di entrare in rapporto con gli altri: migliorano, infatti, anche gli indici dell’atteggiamento realistico e delle capacità pratiche. La grave ansia generalizzata, distribuita inizialmente su tutta la struttura della personalità, appare, nel secondo test, collegata soltanto ai processi lavorativi e alle difficoltà d’adattamento. Sembra che Anna non abbia ancora imparato a modulare la sua disposizione alla dipendenza sociale e la sua affettività rimane quindi di facciata, non sostenuta da una reale disposizione affettiva verso l’altro, anche perché compaiono tratti di egocentrismo e immaturità prima coperti dalla rigidità delle difese. L’autovalutazione e la percezione di se stessa nel rapporto sociale diventano quindi meno inconsciamente conflittuali, avvicinandosi alla consapevolezza che possano essere in qualche modo affrontate.
Al follow-up, racconta di come abbia pensato molto alla sua salute, occupandosi di fare degli accertamenti sui suoi problemi somatici, che prima rimandava, temendoli: pensa di andare in pensione, progettando di descrivere in un libro, insieme al resto del gruppo, l’esperienza che ha vissuto passivamente per molti anni. Descrive come sia diventata più attiva nelle relazioni interpersonali sul lavoro e “come per miracolo” molti degli atteggiamenti vessatori nei suoi confronti sono diminuiti o scomparsi del tutto. Ascrive questo cambiamento relazionale al fatto che ora si fa vedere molto meno vulnerabile, riuscendo a non essere colpita, affettivamente, da comportamenti prima evocativi del fantasma dell’esclusione.
Mariella
Dopo alcuni anni di lavoro in un’azienda di servizi, va in maternità per avere il suo primo figlio e, al ritorno, trova una situazione organizzativa cambiata pesantemente nei suoi confronti: il suo ruolo è stato occupato da una persona che vanta migliori rapporti verso la dirigenza. Le assegnano quindi un compito di coordinamento che risulta, da subito, essere fittizio, poiché le persone che dovrebbe coordinare non riconoscono minimamente né il suo nuovo ruolo, né i suoi tentativi di rientrare nei processi organizzativi. Mariella resiste, adeguandosi a questa condizione di squalifica e disconferma, anche se dovrà chiedere aiuto a un Centro di Salute Mentale per la sofferenza che inizia a manifestarsi. Dopo qualche tempo le offrono dei soldi per andarsene. Rifiuta e decide di diventare rappresentante sindacale, per difendersi ma, nonostante questo, la trasferiscono in una sede più lontana e disagiata, questa volta senza nessuna mansione o incarico, per cui passa tutto il suo tempo senza far niente. Compie denuncia presso il servizio di prevenzione e vigilanza, organo ufficiale dell’ASL competente che, dopo essere intervenuto più volte in azienda, intima alla dirigenza di reintegrarla nelle mansioni che aveva prima: questo non avverrà mai.
Seconda di tre sorelle, tutte laureate, ricorda di aver ricoperto durante l’adolescenza il ruolo passivo di colei che subisce le decisioni e le volontà altrui, sia a livello sociale, sia familiare. Aveva potuto abbandonare questo ruolo grazie alle sue esperienze lavorative, nelle quali aveva potuto scoprire un’immagine di sé attiva e propositiva, anche in grado di sostenere conflitti.
Immagina il suo viaggio nel gruppo alla luce del desiderio di tornare al paese d’origine, rappresentando così il bisogno di ritrovare le proprie radici. Gli oggetti che la accompagnano sono uno specchio, un registratore e dei libri, come se fosse determinata a ritrovare se stessa, dopo l’attacco subito al proprio senso d’identità, attraverso il tentativo di recuperare una propria voce e immagine. Si autocaratterizza come una vittima che non vuole più esserlo, smettendo di rappresentare per gli altri una persona che cerca di essere compianta o compatita.
Il primo Wartegg aveva evidenziato una tonalità affettività depressa e alcune difficoltà nell’esame di realtà che nel post-test appaiono notevolmente migliorate. Compare una maggior consapevolezza del proprio disagio interiore, verso il quale Mariella aveva prima messo in atto un meccanismo difensivo di distacco; ora riesce ad attuare un maggior controllo sulle proprie emozioni, potendo sperimentare più liberamente la propria tensione interiore. Nel secondo test, somministrato dopo il percorso di gruppo, appare evidente anche la diminuzione della chiusura interpersonale e del senso d’isolamento. La tendenza ad appoggiarsi all’altro, con limitazione della propria autonomia, lascia il posto a un miglior vissuto nelle relazioni interpersonali, caratterizzato da altruismo e da un sincero interesse per gli altri, anche se permangono i tratti di dipendenza dal giudizio altrui, caratteristici della sua struttura di personalità. Quella che appariva configurata come rimozione generalizzata dell’energia pulsionale e diminuzione dell’energia vitale, migliora attraverso una maggior consapevolezza delle relazioni interpersonali, anche se, nello stesso tempo, aumenta l’ansia: Mariella sembra in grado di orientarsi verso un rapporto con l’altro meno caratterizzato da paure e vissuti depressivi. Infatti, il rapporto con il mondo sociale, dapprima caratterizzato da conflittualità e relegato nell’interiorità più profonda, riemerge lentamente alla consapevolezza, prefigurando la possibilità che possa essere vissuto in modo più maturo ed integrato nella personalità. Nella vita reale, Mariella ha accettato la buonuscita dell’azienda, intraprendendo un’attività autonoma, svolta a casa senza dover subire un confronto con un gruppo di lavoro che per lei può essere difficoltoso. Questa condizione di relativo miglioramento va considerata nel contesto di un’elevata tematica di distacco dai rapporti interpersonali e dalla percezione del proprio malessere che, tuttavia, va riducendosi nel post-test, trovando una soluzione di compromesso riguardante la propria difficoltà di rapporto con il sociale, che consiste da un lato nell’evitamento dei rapporti reali e, dall’altro, anche nella consapevolezza che si tratta di difficoltà che un giorno potranno essere affrontate.
Al follow-up Mariella appare più vitale e allegra, raccontando com’è riuscita ad abbandonare l’azienda che la stava facendo soffrire, iniziando poi un’attività free lance, della quale sembra molto soddisfatta.
CONCLUSIONI
Il percorso effettuato da queste tre donne all’interno di un gruppo psicoterapico ha evidenziato alcune dinamiche emotive caratteristiche nelle persone che soffrono per problemi relazionali sul posto di lavoro, improntati, nei casi analizzati, da una strategica volontà vessatoria da parte datoriale. Il senso di appartenenza a un gruppo lavorativo che per lungo tempo aveva garantito il rinforzo del proprio senso d’identità, appare essere uno dei costrutti psicologici più colpiti dalle violenze morali. Abbiamo visto come dal test psicodinamico emerga la descrizione di persone molto dipendenti dal giudizio altrui, con bisogno di appoggio da parte dell’Altro. Quando questo viene a mancare, a causa della perdita del proprio ruolo nell’organizzazione associato a squalifica e/o disconferma, si verifica un rapido crollo del senso di autostima dopo il quale emerge tutta la sintomatologia verificata nel nostro Centro.
Nei tre casi analizzati, abbiamo un “prima”, in cui l’organizzazione garantiva un relativo equilibrio psicologico grazie al mantenimento del proprio ruolo con riconoscimenti e gratificazioni, ed un “dopo”, nel quale è evidente la comparsa di una configurazione relazionale vessante, diretta all’esclusione dal gruppo per motivi strategici aziendali. Il cambiamento intervenuto dopo il percorso terapeutico è stato analizzato parallelamente all’evoluzione delle dinamiche intra­psichiche rilevate dal test proiettivo, evidenziando quattro aree d’interesse:
1. Gli elementi rilevati di compiacenza e dipendenza dal giudizio altrui non appaiono sostanzialmente modificati: si tratta evidentemente di caratteristiche di personalità, presenti nei soggetti, che non sono modificate da questo tipo di percorso terapeutico.
2. I vissuti depressivi migliorano, riguardo al miglioramento dell’autostima sperimentato nel gruppo. È stato possibile valorizzare il proprio senso del Sé, attraverso i meccanismi di sostegno sociale attivati nel gruppo, unitamente ai messaggi di conferma, impliciti nella partecipazione a un gruppo di pari.
3. Prima della partecipazione al gruppo, i soggetti presentavano un’ansia generalizzata e pervasiva di tutta la struttura di personalità, determinata dall’elevata attivazione dello stato di vigilanza necessaria per difendersi dalle vessazioni sul posto di lavoro. Dopo il lavoro terapeutico, l’ansia appare focalizzarsi principalmente su tematiche relative al contatto sociale. Questa modificazione rilevata dal test sembra rappresentare un alleggerimento della tensione interiore del soggetto, non più pervaso dalla sensazione disperante di essere senza via di uscita.
4. Migliora la socializzazione, con il progressivo recupero della fiducia nelle proprie capacità relazionali e della propria dignità che era stata per un lungo periodo calpestata dall’organizzazione lavorativa.

In generale, il percorso di gruppo ha consentito a queste tre partecipanti di acquisire consapevolezza della propria conflittualità interiore, determinata certamente dalle difficoltà lavorative, ma che presenta anche legami profondi con la propria storia personale e generazionale. La focalizzazione del gruppo sulle competenze dei propri membri ha consentito una ricerca di senso più complessivo attraverso il riconoscimento del proprio ruolo di vittima, abbandonandolo successivamente ed acquisendo sempre maggior consapevolezza del proprio ruolo rivestito nel processo relazionale di mobbing e dell’intreccio con le fragilità determinate dalla propria storia personale.
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